Milano, Palazzo Reale dedica una grande antologica a uno dei maestri del secondo Novecento

Da Milano al mito, dalla memoria alla dissoluzione dell’immagine: oltre settant’anni di ricerca artistica raccontati in una mostra che ripercorre l’intera vicenda creativa di Mario Raciti, protagonista appartato ma centrale della pittura italiana contemporanea.

Palazzo Reale di Milano rende omaggio a Mario Raciti con una vasta retrospettiva che attraversa oltre sette decenni di attività. Circa cento opere raccontano l’evoluzione di un linguaggio pittorico sospeso tra visione, poesia e interrogazione esistenziale, confermando il ruolo dell’artista milanese tra le figure più significative del secondo Novecento italiano.


Dal 1° luglio al 20 settembre 2026 Palazzo Reale di Milano ospita “Mario Raciti. Opere 1952-2025”, una grande mostra antologica curata da Luca Pietro Nicoletti che ripercorre l’intera parabola creativa dell’artista milanese, dalle prove giovanili degli anni Cinquanta fino ai lavori più recenti. L’esposizione, promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, si inserisce nel programma dedicato ai “Maestri a Milano”, il ciclo che negli ultimi anni ha celebrato figure come Ruggero Savinio, Grazia Varisco e Valerio Adami. L’ingresso sarà gratuito per tutta la durata della manifestazione.

La mostra rappresenta anche un ritorno simbolico alle origini. Nato a Milano nel 1934, Raciti ha costruito nella città il proprio percorso umano e professionale, intrecciando rapporti con alcuni protagonisti della cultura italiana del secondo Novecento. Dopo una laurea in giurisprudenza e l’avvio della professione forense, nei primi anni Sessanta decide di dedicarsi completamente alla pittura, scelta che segna l’inizio di una ricerca destinata a svilupparsi lungo oltre mezzo secolo di attività.

Per comprendere la sua opera occorre tornare alla Milano del dopoguerra, uno dei principali laboratori culturali europei. In quegli anni la città vede convivere le esperienze dell’astrazione, dell’informale e delle nuove avanguardie, mentre gallerie, editori e riviste alimentano un confronto continuo tra arti visive, letteratura e filosofia. È in questo clima che Raciti incontra personalità decisive come il poeta Roberto Sanesi e l’editore Vanni Scheiwiller. Il dialogo con Sanesi contribuisce ad ampliare l’orizzonte poetico della sua pittura, mentre Scheiwiller pubblica nel 1970 la prima monografia dedicata all’artista, sancendone la crescente rilevanza nel panorama nazionale.

La formazione culturale di Raciti si nutre di riferimenti che vanno ben oltre la pittura. Le letture di Rainer Maria Rilke, Friedrich Hölderlin, Johann Wolfgang Goethe e Robert Musil si intrecciano a una profonda passione musicale che comprende Richard Wagner, Gustav Mahler e Franz Schubert. Da questi universi nasce una pittura che non cerca la descrizione del reale, ma una dimensione ulteriore, un territorio mentale in cui memoria, percezione e tensione spirituale convivono.

La critica ha spesso collocato Raciti nell’ambito del post-informale, una definizione che individua gli artisti capaci di raccogliere l’eredità dell’Informale europeo senza rinunciare a una costruzione più meditata dell’immagine. Nel suo caso, tuttavia, la componente lirica assume un ruolo centrale. Le superfici pittoriche non si limitano a registrare gesti o materie, ma diventano luoghi di apparizioni, tracce e presenze che sembrano emergere da una dimensione nascosta.

Un passaggio importante della sua carriera avviene negli anni Settanta, quando entra a far parte della Galleria Morone di Enzo Spadon accanto a figure come Claudio Olivieri, Valentino Vago ed Enrico Della Torre. In quel contesto prende forma una delle esperienze più significative della pittura milanese del periodo, caratterizzata da una ricerca sul colore, sulla luce e sulla percezione che si sviluppa al di fuori delle logiche più spettacolari dell’arte contemporanea.

Nel tempo le sue opere entrano nelle raccolte di importanti istituzioni pubbliche e private. Lavori di Raciti sono oggi conservati nelle collezioni di Intesa Sanpaolo, nelle raccolte del MART di Rovereto, allo CSAC dell’Università di Parma e in storiche collezioni private che hanno contribuito alla diffusione dell’arte italiana del secondo Novecento.

Il rapporto con Milano trova una consacrazione decisiva nel 1988, quando il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea gli dedica una grande mostra personale. In quell’occasione la direttrice Mercedes Garberi acquisisce trentasei opere destinate alle collezioni civiche. Oggi quel nucleo, conservato al Museo del Novecento, costituisce uno dei punti focali della retrospettiva di Palazzo Reale.

L’esposizione presenta circa cento opere provenienti dal Museo del Novecento, dal MART e da collezioni private, offrendo una lettura completa dell’evoluzione del suo linguaggio. Il percorso si apre con le figurazioni emblematiche degli anni Sessanta e prosegue con le celebri Presenze-assenze degli anni Settanta, dove la pittura si fa sempre più rarefatta e allusiva. Seguono le Mitologie degli anni Ottanta e i Misteri degli anni Novanta, cicli nei quali il riferimento simbolico si intreccia a una crescente riflessione sul destino umano.

Nel nuovo secolo la ricerca di Raciti si orienta verso esiti ancora più complessi. L’immagine tende progressivamente a dissolversi, lasciando emergere interrogativi sul dolore, sulla trascendenza e sulla difficoltà della comunicazione. Ne sono testimonianza le opere dedicate alla crocifissione, il ciclo Why appartenente a I fiori del Profondo e le serie più recenti Una o due figure e Fonti. In questi lavori il fiore, elemento ricorrente nella sua iconografia, perde la sua dimensione ornamentale e diventa segno di distanza, ferita, impossibilità dell’incontro.

La mostra milanese arriva dopo una serie di importanti tappe espositive che hanno contribuito a consolidare la conoscenza dell’opera di Raciti, dalle rassegne di Palazzo Sarcinelli a Conegliano e Palazzo Magnani a Reggio Emilia fino alla grande esposizione del MART di Rovereto. Un percorso culminato nel 2023 con la pubblicazione del catalogo ragionato dell’opera pittorica, strumento fondamentale per lo studio e la valorizzazione del suo lavoro.

Più che una semplice retrospettiva, l’iniziativa di Palazzo Reale offre l’occasione per rileggere la vicenda di un artista che ha attraversato le trasformazioni dell’arte italiana mantenendo una posizione autonoma e riconoscibile. In un’epoca spesso dominata dall’immagine immediata e dal rumore visivo, la pittura di Mario Raciti continua a interrogare il silenzio, l’assenza e il mistero, proponendo una riflessione sulla fragilità dell’esperienza umana che conserva oggi una sorprendente attualità.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Festa della Musica a Palazzo Farnese, una notte tra elettronica e dialogo culturale

Nel cuore dell’Ambasciata di Francia a Roma torna l’appuntamento che unisce la tradizione francese della Fête de la Musique alle nuove frontiere della club culture europea. Sul palco Kompromat, Whitemary e lo showcase Ex Aequa per una serata gratuita dedicata alle sonorità elettroniche contemporanee.

La Festa della Musica trasforma ancora una volta il cortile rinascimentale di Palazzo Farnese in uno spazio aperto all’incontro tra linguaggi musicali, sperimentazione e scambio culturale. Un evento che conferma il ruolo della musica come strumento di dialogo tra Francia e Italia e come linguaggio capace di coinvolgere nuove generazioni di pubblico.


Venerdì 19 giugno il cortile di Palazzo Farnese, sede dell’Ambasciata di Francia in Italia, si trasformerà per una sera in una grande pista da ballo a cielo aperto. Dalle 19 alle 00.30, la terza edizione romana della Festa della Musica porterà nel cuore della capitale alcune delle espressioni più interessanti della scena elettronica contemporanea grazie alla collaborazione tra l’Ambasciata di Francia, Institut Français Italia e Spring Attitude Festival. L’ingresso sarà gratuito, con registrazione obbligatoria.
L’iniziativa affonda le proprie radici nella storica Fête de la Musique, manifestazione nata in Francia nel 1985 per volontà del Ministero della Cultura francese. L’idea, semplice ma rivoluzionaria, era quella di celebrare il solstizio d’estate attraverso concerti diffusi e gratuiti negli spazi pubblici. In pochi decenni il progetto è diventato un fenomeno internazionale, coinvolgendo centinaia di città in Europa e nel mondo e contribuendo a ridefinire il rapporto tra musica, cittadinanza e spazio urbano.

A Roma l’evento trova una cornice particolarmente significativa. Palazzo Farnese, uno dei massimi capolavori dell’architettura rinascimentale italiana, realizzato nel corso del Cinquecento con il contributo di Antonio da Sangallo il Giovane e Michelangelo, apre nuovamente il proprio cortile monumentale a una proposta culturale che guarda al presente. Il contrasto tra la monumentalità storica dell’edificio e le sonorità elettroniche contemporanee rappresenta uno degli elementi più interessanti dell’iniziativa, capace di mettere in dialogo patrimonio e innovazione.

Il programma musicale di quest’anno è costruito attorno a tre protagonisti che rappresentano differenti percorsi della cultura elettronica europea. Al centro della serata ci sarà il live dei Kompromat, progetto nato dall’incontro tra il produttore francese Vitalic e Rebeka Warrior, musicista e performer nota per il suo lavoro con Sexy Sushi e Mansfield.TYA. Il duo ha conquistato negli ultimi anni un ruolo di primo piano nella scena continentale grazie a una proposta che intreccia techno, EBM, new wave e suggestioni post-punk, dando vita a un immaginario sonoro intenso e riconoscibile. La loro presenza a Roma rappresenta uno degli appuntamenti più attesi della stagione estiva per gli appassionati di musica elettronica.

Accanto a loro salirà sul palco Whitemary, tra le figure più originali della nuova scena italiana. Cantautrice, produttrice e DJ, l’artista romana ha costruito negli anni un linguaggio personale in cui convivono scrittura pop, ricerca sonora e sensibilità clubbing. Il suo lavoro si colloca in una generazione di musicisti che hanno superato le tradizionali separazioni tra concerto, performance elettronica e cultura del dancefloor, contribuendo a ridefinire il panorama musicale indipendente italiano.

Completa il programma uno showcase curato da Ex Aequa, progetto dedicato alla promozione dell’inclusione e della parità di opportunità nel settore della musica elettronica. Negli ultimi anni il tema della rappresentanza e dell’accesso alle professioni creative è diventato centrale all’interno della cultura club europea, e iniziative come Ex Aequa si inseriscono in un più ampio movimento volto a rendere il settore più aperto, diversificato e sostenibile.

La collaborazione con Spring Attitude Festival conferma inoltre il ruolo sempre più rilevante che il festival romano ha assunto nel panorama culturale nazionale. Nato per esplorare le connessioni tra musica contemporanea, arti digitali e innovazione, Spring Attitude si è affermato come uno dei principali punti di riferimento italiani per la ricerca elettronica e le nuove culture urbane. La partnership con l’Institut Français Italia rafforza una relazione culturale consolidata tra i due Paesi, fondata non soltanto sulla valorizzazione del patrimonio storico ma anche sulla promozione delle espressioni artistiche più attuali.

Nelle precedenti edizioni, il palco franco-italiano di Palazzo Farnese ha ospitato artisti come La Femme, Cosmo, Carmen Consoli, Vitalic e NTO, contribuendo a costruire una programmazione capace di attraversare generi e pubblici differenti. La scelta di puntare oggi sulle traiettorie più innovative dell’elettronica conferma la volontà di intercettare le trasformazioni in atto nella musica contemporanea e di dialogare con una comunità creativa sempre più internazionale.

L’ambasciatrice di Francia in Italia Anne-Marie Descôtes ha sottolineato come l’attenzione verso la scena elettronica franco-italiana rappresenti un modo concreto per avvicinare un pubblico giovane e creativo, evidenziando il crescente entusiasmo con cui Roma ha accolto le precedenti edizioni dell’iniziativa.

La manifestazione si inserisce inoltre nel progetto Ambasciata Verde, programma volto a promuovere pratiche sostenibili e a ridurre l’impatto energetico degli eventi culturali. Con il sostegno di Edison e il contributo di partner privati e istituzionali, la serata propone dunque un modello che unisce spettacolo, responsabilità ambientale e cooperazione culturale internazionale.

Per una notte, il cortile di Palazzo Farnese tornerà così a essere uno spazio di incontro tra storia e contemporaneità. Un luogo simbolico della diplomazia culturale europea che, attraverso la musica elettronica, si apre alla città e alle sue energie creative, trasformando una tradizione nata in Francia oltre quarant’anni fa in un’esperienza condivisa nel cuore di Roma.


Da FAM Press <info@fampress.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Filarete, l’architetto senza volto che continua a interrogare il Rinascimento

Al Palladio Museum di Vicenza un seminario internazionale riapre il dossier su Antonio Averlino, figura sfuggente del Quattrocento tra arte, architettura e teoria urbana

Due giornate di studio hanno riunito a Vicenza alcuni dei maggiori specialisti internazionali per approfondire la figura di Filarete, protagonista del Rinascimento italiano ma ancora oggi avvolto da numerose zone d’ombra. Al centro del confronto, la sua attività artistica, il ruolo nelle corti italiane e il celebre trattato che ha influenzato la cultura architettonica europea.


Ci sono personaggi che, pur occupando una posizione centrale nella storia dell’arte e dell’architettura, continuano a sfuggire a una definizione definitiva. Antonio Averlino, universalmente conosciuto come Filarete, appartiene a questa categoria. Artista, scultore, teorico e architetto, fu contemporaneo di figure come Leon Battista Alberti e Filippo Brunelleschi, ma il suo percorso resta ancora oggi disseminato di interrogativi. A lui il Palladio Museum di Vicenza ha dedicato il seminario internazionale “Filarete tra corti e città”, svoltosi il 27 e 28 maggio 2026, che ha riunito diciotto studiosi provenienti da Europa e Stati Uniti con l’obiettivo di aggiornare le ricerche su uno dei protagonisti più enigmatici del Rinascimento italiano.

La vicenda biografica di Filarete presenta infatti numerose lacune. Non si conoscono con certezza né la data di nascita né quella della morte. Le informazioni sulla sua formazione sono frammentarie e gran parte dell’attività precedente agli anni Trenta del Quattrocento resta avvolta nell’incertezza. Eppure il suo nome è legato a una delle imprese artistiche più importanti del secolo: la realizzazione della monumentale porta bronzea dell’antica Basilica di San Pietro in Vaticano, un’opera che testimonia il passaggio dalla tradizione tardomedievale alla nuova sensibilità umanistica.

La fortuna critica dell’artista non è stata lineare. Giorgio Vasari, nelle sue celebri Vite, lo giudicò con una certa severità, considerandolo distante dal modello ideale del Rinascimento fiorentino. Questo giudizio contribuì per secoli a relegare Filarete in una posizione marginale rispetto ai grandi protagonisti della cultura rinascimentale. Le ricerche più recenti hanno invece mostrato come il suo contributo sia stato fondamentale non soltanto sul piano artistico, ma anche su quello teorico e urbanistico.

Il seminario vicentino ha affrontato queste questioni attraverso tre percorsi di approfondimento. La prima sessione, dedicata a Firenze e Roma, ha concentrato l’attenzione sugli anni della formazione e sulle origini del bronzetto rinascimentale, una produzione che rivela il crescente interesse per l’antichità classica e che trova una delle sue espressioni più significative proprio nelle decorazioni della porta di San Pietro.

La seconda sessione ha seguito l’artista nei suoi spostamenti nell’Italia settentrionale. Dopo aver lasciato Roma attorno al 1447, Filarete attraversò diverse realtà politiche e culturali della penisola prima di approdare nel 1451 alla corte di Francesco Sforza a Milano. Qui rimase fino al 1465, contribuendo alla definizione dell’immagine monumentale della nuova dinastia sforzesca. In quegli anni partecipò alla progettazione dell’Ospedale Maggiore, noto oggi come Ca’ Granda, una delle più importanti realizzazioni architettoniche del Quattrocento italiano. La sua attività si intrecciò inoltre con i rapporti tra Milano, Venezia e gli altri centri della pianura padana, contribuendo alla diffusione di idee e modelli che avrebbero segnato la cultura architettonica del tempo.

La terza sessione ha affrontato uno degli aspetti più affascinanti della sua eredità: il Trattato di architettura. Redatto in forma dialogica e riccamente illustrato, il testo rappresenta una delle più originali riflessioni teoriche del Rinascimento. Al suo interno compare la celebre descrizione di Sforzinda, città ideale concepita come una stella a otto punte, organizzata secondo principi geometrici e simbolici che anticipano molte riflessioni urbanistiche dei secoli successivi. Per gli studiosi il trattato continua a rappresentare una sfida interpretativa: il linguaggio complesso, le digressioni narrative e la ricchezza di riferimenti tecnici rendono ancora oggi difficile una lettura univoca.

L’interesse per Filarete deriva proprio dalla sua natura sfuggente. A differenza di altri protagonisti del Rinascimento, non fu soltanto un costruttore o un teorico. La sua opera attraversa discipline diverse: dalla scultura alla medaglistica, dall’architettura alla progettazione urbana, fino alla riflessione politica sulle città e sulle corti. In questo senso la sua figura appare particolarmente moderna, capace di muoversi tra ambiti differenti e di concepire il progetto come uno strumento per interpretare e trasformare la società.

Al seminario hanno partecipato studiosi provenienti da importanti università e istituzioni internazionali, tra cui Università di Torino, Vrije Universiteit Brussel, Sapienza Università di Roma, Yale University, J. Paul Getty Museum, Musée du Louvre, Staatliche Kunstsammlungen Dresden e Zentralinstitut für Kunstgeschichte di Monaco. La varietà delle competenze coinvolte ha confermato quanto il tema continui a suscitare interesse ben oltre i confini italiani.

L’iniziativa del Palladio Museum si inserisce in una più ampia stagione di studi che negli ultimi decenni ha contribuito a ridefinire il profilo di Filarete. Lontano dall’immagine marginale tramandata dalla storiografia tradizionale, emerge oggi un protagonista della cultura umanistica europea, capace di mettere in dialogo arte, tecnica e immaginazione. Le molte domande ancora aperte sulla sua vita non rappresentano soltanto un limite documentario, ma costituiscono anche il motivo del fascino che continua a circondare la sua figura.

A oltre cinque secoli dalla sua scomparsa, Filarete resta dunque un autore da decifrare. Proprio questa condizione di permanente ricerca spiega perché il suo nome continui a richiamare specialisti da tutto il mondo. Vicenza ha offerto un nuovo capitolo di questa indagine collettiva, confermando che alcuni protagonisti del Rinascimento hanno ancora molto da raccontare.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Le cucine del mondo come geografia del dialogo: il Suq Festival torna a Genova

Dal 14 al 24 giugno il Porto Antico ospita la ventottesima edizione della manifestazione che intreccia teatro, culture, sostenibilità e gastronomia internazionale. Al centro il tema “Attraversare i confini”, filo conduttore di incontri, spettacoli e percorsi del gusto.

Dieci cucine provenienti da diverse aree del pianeta, laboratori per bambini, showcooking, incontri dedicati all’alimentazione sostenibile e alle pratiche dell’economia circolare. Il Suq Festival di Genova rinnova la propria vocazione interculturale trasformando il cibo in uno strumento di conoscenza reciproca e di dialogo tra comunità.


Dal 14 al 24 giugno 2026 il Porto Antico di Genova ospita la ventottesima edizione del Suq Festival – Teatro del dialogo, una delle esperienze culturali più originali del panorama italiano dedicata all’incontro tra popoli, linguaggi e tradizioni. Nato alla fine degli anni Novanta e ispirato ai grandi mercati multiculturali del Mediterraneo, il festival ha costruito negli anni un modello capace di unire spettacolo dal vivo, riflessione sociale, sostenibilità ambientale e convivialità.
Il tema scelto per questa edizione, “Attraversare i confini”, assume un significato particolarmente attuale. In un contesto internazionale segnato da guerre, migrazioni e nuove divisioni geopolitiche, il festival propone la cultura come strumento per superare barriere materiali e simboliche, creando occasioni di conoscenza e confronto attraverso il teatro, la musica, la danza, gli incontri pubblici e le attività partecipative.

Uno degli elementi più caratteristici della manifestazione rimane l’area dedicata alle Cucine del mondo, aperta ogni giorno dalle 16 alle 24. La proposta gastronomica rappresenta da sempre uno dei principali punti di incontro del Suq e costituisce molto più di una semplice offerta culinaria. Attraverso i piatti, gli ingredienti e le tecniche di preparazione si raccontano storie di migrazioni, tradizioni familiari e identità culturali.

Per l’edizione 2026 saranno presenti dieci diverse tradizioni gastronomiche: Hong Kong, India, Indonesia, Medio Oriente, Messico, Senegal, area siriano-libanese, Sud America, Sud-Est asiatico e Tunisia. Un itinerario ideale che attraversa continenti e culture, consentendo ai visitatori di compiere un viaggio simbolico senza lasciare il porto genovese.

La dimensione educativa del cibo troverà spazio anche negli appuntamenti dedicati ai più giovani. Tra questi, il laboratorio “Viaggio tra spezie e racconti”, organizzato da Bottega Solidale nell’ambito di Suq Young. Attraverso profumi, aromi e attività creative, bambini e ragazzi saranno invitati a riconoscere spezie provenienti da diverse parti del mondo, immaginarne l’origine botanica e creare una propria miscela personale. Un modo semplice ed efficace per avvicinare le nuove generazioni alla biodiversità alimentare e alle culture che da secoli animano le rotte commerciali tra Asia, Africa ed Europa.

Il programma comprende inoltre momenti dedicati alla cucina come patrimonio culturale condiviso. Il 20 giugno lo studioso e divulgatore gastronomico Chef Kumalé guiderà due appuntamenti di showcooking: uno dedicato alla preparazione delle empanadas insieme a Mi Rico Perù, rivolto ai più giovani, e un secondo incontro focalizzato sulla tradizione culinaria iraniana, con particolare attenzione alla pasticceria.

Le empanadas saranno protagoniste anche dell’iniziativa “Sapori andini”, prevista il 19 giugno. Attraverso la preparazione dell’impasto e la scoperta degli ingredienti tradizionali, i partecipanti potranno conoscere alcuni aspetti della cultura andina e dell’eredità delle civiltà precolombiane, in particolare il valore della comunità e della condivisione del cibo.

Accanto alla dimensione interculturale, il Suq conferma il proprio impegno sul fronte ambientale. Le attività di EcoSuq e la scelta di mantenere un festival completamente plastic free testimoniano una sensibilità che da anni accompagna la manifestazione. In questo contesto si inserisce l’incontro “La sostenibilità comincia a tavola”, in programma il 16 giugno, che vedrà confrontarsi rappresentanti del mondo ambientalista e accademico, tra cui esponenti di Essere Animali, Legambiente e dell’Università di Genova. Al centro del dibattito vi saranno le relazioni tra alimentazione, tutela degli ecosistemi, benessere animale e salute delle persone.

Nella stessa giornata verrà affrontato anche il tema della raccolta differenziata e dell’economia circolare attraverso un confronto con i rappresentanti di AMIU Genova. Un’occasione per riflettere sul ruolo dei cittadini nella gestione dei rifiuti e sulle strategie necessarie per costruire modelli urbani più sostenibili.

Il programma gastronomico si conclude il 24 giugno con un omaggio a una delle specialità più identitarie della tradizione ligure: la Panera, il celebre semifreddo al caffè nato a Genova e diventato nel tempo uno dei simboli della pasticceria cittadina. L’incontro, realizzato in collaborazione con la Camera di Commercio di Genova e Liguria Gourmet, unirà racconto storico e degustazione, riaffermando il legame tra memoria gastronomica locale e apertura internazionale.

Nel corso degli anni il Suq Festival ha saputo trasformare il concetto di mercato multiculturale in un laboratorio permanente di cittadinanza. La presenza delle cucine del mondo non rappresenta soltanto un elemento di attrazione per il pubblico, ma una forma concreta di dialogo interculturale. Attraverso il cibo, linguaggio universale per eccellenza, il festival continua a costruire ponti tra persone, tradizioni e comunità diverse, confermando Genova come uno dei luoghi italiani più attenti ai temi dell’incontro e della convivenza tra culture.


Da melina cavallaro free trade <melina@freetrade.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Chagall e Maria Lai, il dialogo dei villaggi dell’anima a Ulassai

Per i vent’anni della Fondazione Stazione dell’Arte, una grande mostra mette in relazione l’universo visionario di Marc Chagall e la poetica narrativa di Maria Lai, attraverso oltre settanta opere distribuite tra il CaMuC e il museo dedicato all’artista sarda.

Dal 13 giugno al 27 settembre 2026 Ulassai ospita un progetto espositivo inedito che accosta due figure fondamentali dell’arte del Novecento. Il confronto tra Marc Chagall e Maria Lai non cerca analogie stilistiche, ma indaga il ruolo della memoria, della narrazione e delle radici culturali come fonti di immaginazione universale.


A vent’anni dall’apertura della Fondazione Stazione dell’Arte, il paese ogliastrino di Ulassai celebra la propria istituzione culturale più rappresentativa con una mostra destinata a segnare la stagione espositiva sarda. Intitolata “Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore”, l’esposizione propone un incontro inedito tra due artisti che appartengono a mondi geografici, linguistici e culturali molto diversi, ma accomunati da una profonda capacità di trasformare l’esperienza personale in racconto universale. La rassegna, curata da Paul Schneiter e Marco Peri, è promossa dal Comune di Ulassai e prodotta dalla Fondazione Stazione dell’Arte con il supporto organizzativo di Arthemisia.

Il progetto si sviluppa attraverso oltre settanta opere tra dipinti, incisioni, libri d’artista, tessiture e lavori su carta, distribuite tra la Stazione dell’Arte e il CaMuC, la Casa Museo Cannas recentemente restaurata e trasformata in polo culturale del centro storico. L’obiettivo non è mettere a confronto due linguaggi formali, ma esplorare un territorio più profondo: quello della memoria, delle storie tramandate e dei luoghi interiori che continuano ad alimentare la creazione artistica.

Nel caso di Marc Chagall, nato a Vitebsk nel 1887 nell’allora Impero russo, il villaggio natale rappresenta una fonte inesauribile di immagini. Le sue celebri composizioni popolate da animali simbolici, sposi sospesi nel cielo, musicisti erranti e paesaggi trasfigurati hanno sempre mantenuto un legame profondo con i ricordi dell’infanzia e con la cultura ebraica dell’Europa orientale. Anche dopo il trasferimento a San Pietroburgo e successivamente a Parigi, città nella quale trovò l’ambiente artistico più fertile per la propria ricerca, Chagall continuò a reinterpretare il mondo originario attraverso una dimensione visionaria che sfugge al tempo storico.

Un percorso diverso ma non meno intenso caratterizza la vicenda di Maria Lai. Nata a Ulassai nel 1919, l’artista lasciò la Sardegna per formarsi a Roma e Venezia, costruendo nel corso dei decenni una delle esperienze più originali dell’arte italiana contemporanea. Attraverso il ricamo, la tessitura, il libro cucito e la rilettura delle tradizioni popolari, Lai sviluppò un linguaggio poetico capace di unire arte, letteratura e partecipazione collettiva. La sua opera più celebre, Legarsi alla montagna del 1981, è considerata uno dei primi esempi internazionali di arte relazionale e testimonia il ruolo centrale che il rapporto con la comunità ha avuto nella sua ricerca.

La mostra individua proprio in questa fedeltà alle origini uno dei punti di contatto più significativi tra i due artisti. Vitebsk e Ulassai diventano infatti luoghi simbolici, più mentali che geografici, dai quali prendono forma racconti, immagini e visioni. Entrambi hanno lasciato la propria terra per completare la formazione artistica, ma nessuno dei due ha mai reciso il legame con il paesaggio culturale da cui proveniva. Al contrario, quel patrimonio di ricordi e tradizioni è diventato la materia stessa della loro opera.

L’esposizione evidenzia anche alcune affinità biografiche meno note. Sia Chagall sia Maria Lai dovettero confrontarsi con ostacoli e discriminazioni. Il pittore bielorusso subì le conseguenze dell’antisemitismo e della condizione di emigrato, attraversando inoltre i drammi delle guerre del Novecento. Lai, dal canto suo, dovette conquistare uno spazio autonomo in un sistema artistico ancora fortemente segnato da dinamiche maschili. Esperienze differenti che contribuirono tuttavia a rafforzare in entrambi una visione dell’arte come strumento di resistenza culturale e di costruzione dell’identità.

Secondo Marco Peri, direttore della Stazione dell’Arte e co-curatore del progetto, l’incontro tra i due autori permette di leggere sotto una luce nuova l’eredità di Maria Lai. Il confronto non si fonda su analogie estetiche, ma sulla capacità condivisa di trasformare il racconto in immagine e di abitare uno spazio sospeso tra esperienza vissuta e immaginazione poetica. Un approccio che restituisce pienamente il senso della Fondazione nata nel 2006 per volontà dell’artista e dell’amministrazione comunale di Ulassai, come luogo dedicato all’incontro, alla crescita culturale e al dialogo con l’arte contemporanea.

La mostra inaugura dunque le celebrazioni per il ventesimo anniversario della Fondazione Stazione dell’Arte, un museo nato dalla donazione di circa centocinquanta opere effettuata da Maria Lai al proprio paese. Ospitata negli spazi di un’antica stazione ferroviaria, l’istituzione è oggi uno dei principali centri culturali della Sardegna e rappresenta un punto di riferimento per la valorizzazione dell’opera dell’artista.

Finanziata dall’Unione Europea attraverso il programma NextGenerationEU nell’ambito del PNRR dedicato alla rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi, la rassegna conferma inoltre il ruolo che i piccoli centri possono assumere nella costruzione di una proposta culturale di respiro internazionale. In questo dialogo tra un maestro assoluto dell’arte del Novecento e una delle figure più significative della ricerca italiana contemporanea, Ulassai si propone come laboratorio di memoria, immaginazione e racconto, dimostrando come i luoghi periferici possano diventare centri vitali di produzione culturale.


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

L’estetica dell’invisibile: la materia aumentata di Giuliana Cunéaz al Rifugio Digitale

Fondendo antichi sciamanesimi e codici algoritmici, a Firenze la videoarte sperimenta nuove geografie antropologiche

Le pareti dell’ex tunnel antiaereo fiorentino accolgono una personale che scardina la bidimensionalità dello schermo. Attraverso una complessa architettura di presenze virtuali e rimandi alla tradizione mesoamericana, la mostra ridefinisce i confini della New Media Art e della percezione tecnologica.


Il Rifugio Digitale di Firenze, uno spazio espositivo ipogeo ricavato dal restauro di un antico tunnel antiaereo della Seconda guerra mondiale, si conferma tra i presidi più interessanti per la sperimentazione visiva contemporanea. La personale dell’artista multimediale Giuliana Cunéaz, intitolata “Invisible Matter. Nahuales, Spirits and Augmented Presences”, segna una tappa significativa nell’evoluzione della videoarte e delle tecnologie digitali applicate allo spazio pubblico e performativo. L’artista, la cui ricerca da decenni si muove sul confine sottile tra indagine scientifica, nanotecnologie e mito, sfrutta la particolare conformazione geometrica e le pareti digitali del tunnel per dare vita a una vera e propria epifania della materia invisibile, proponendo un’esperienza estetica immersiva in cui il dato tecnologico non è mai puro esercizio formale, ma strumento di indagine antropologica.

Il perno concettuale della mostra si sviluppa attorno alla figura del nahuale, l’alter ego animale o lo spirito guardiano che, secondo la complessa cosmogonia precolombiana e mesoamericana, accompagna l’essere umano fin dalla nascita. Questa radice mitologica antica, ampiamente documentata negli studi etnografici del Novecento e nelle testimonianze storiche delle culture maya e azteca, viene risemantizzata da Cunéaz attraverso l’uso di software grafici avanzati, rendering tridimensionali e algoritmi generativi. I nahuales non sono rappresentati come figure statiche della tradizione folclorica, ma come perturbanti “presenze aumentate” che fluttuano nell’ambiente ipogeo, mutando forma e consistenza visiva in base alle dinamiche della luce digitale e delle interazioni spaziali, evocando una profonda riflessione sulla persistenza dell’animismo in piena era ipertecnologica.

L’operazione culturale del progetto fiorentino si inserisce in un dibattito critico di portata globale che riguarda l’evoluzione dei linguaggi dei nuovi media, richiamando le storiche teorizzazioni sul cinema espanso di Gene Youngblood e le più recenti analisi di studiosi come Lev Manovich sulla fusione tra spazio fisico e flussi di dati informativi. La scelta del Rifugio Digitale come sede espositiva esalta la natura metamorfica delle opere: il cemento della struttura bellica sotterranea diventa una tabula su cui la luce immateriale proietta mondi microscopici, tessuti cellulari e costellazioni di pixel. Cunéaz impone un ritmo serrato alla narrazione visiva, dove la fluidità dei passaggi cromatici si sposa con una partitura sonora altrettanto stratificata, traducendo l’antico concetto di energia vitale invisibile nella moderna nozione di codice computazionale.

Il notevole interesse suscitato dall’inaugurazione della mostra conferma una tendenza sempre più evidente nel sistema dell’arte contemporanea: il superamento della freddezza algoritmica a favore di un recupero del sacro, della narrazione e della memoria culturale. Attraverso questa ricognizione visiva, la rassegna fiorentina non si limita a mostrare le potenzialità tecniche della New Media Art, ma ne rivendica una precisa funzione filosofica. L’invisibile di Giuliana Cunéaz diventa così una densa materia digitale capace di connettere il passato ancestrale dell’umanità con le frontiere del nostro futuro tecnologico, ridefinendo il ruolo dello spettatore da semplice osservatore a testimone attivo di una transizione estetica in continuo divenire.


Articolo a cura della Redazione Experiences

Il laboratorio del possibile: la nuova “Tabula Plena” al Palazzo della Ragione

Dalle teorie pedagogiche di Freire all’attivismo visivo di Claire Fontaine e Fosbury Architecture, l’antico cuore di Bergamo diventa uno spazio permanente di riscrittura collettiva.

L’installazione multimediale allestita nello storico palazzo bergamasco scardina la tradizionale fruizione passiva dell’opera d’arte. Unendo design sociale, architettura critica e co-progettazione, il progetto trasforma lo spazio espositivo in un’aula pubblica aperta al dibattito contemporaneo.


Il Palazzo della Ragione di Bergamo, con le sue maestose arcate gotiche che da oltre otto secoli dominano Piazza Vecchia, assiste a una radicale risemantizzazione dei suoi spazi interni. Storico centro del potere civile e giudiziario medievale, l’edificio ospita l’apertura di un grande laboratorio concettuale e politico permanente intitolato “Tabula Plena”. Il progetto nasce dalla collaborazione sinergica tra il collettivo curatoriale Fosbury Architecture – già noto per aver curato il Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia del 2023 – e il collettivo artistico concettuale Claire Fontaine, pseudonimo fondato a Parigi nel 2004 da James Thornhill e Fulvia Carnevale, che definisce se stessa un’”artista ready-made”. L’installazione si configura come un attacco frontale alla museificazione statica, proponendo un modello di architettura partecipativa che interroga direttamente i visitatori sul ruolo della collettività nella gestione dello spazio pubblico.

Il nucleo teorico attorno a cui ruota l’intero impianto progettuale è l’eredità intellettuale di Paulo Freire, il celebre pedagogista brasiliano autore di testi cardine della cultura del Novecento come “La pedagogia degli oppressi” (1968). Freire ha scardinato i modelli educativi tradizionali basati sulla nozione “bancaria” dell’educazione, in cui il sapere viene semplicemente depositato in modo passivo nella mente degli studenti. Al contrario, la pedagogia freireana propone un approccio dialogico, orientato alla coscientizzazione e alla trasformazione della realtà. All’interno del Palazzo della Ragione, questa visione si traduce in un allestimento privo di barriere gerarchiche. Grandi tavoli da lavoro, lavagne interattive, installazioni luminose al neon e supporti documentari riempiono la sala capriata, invitando il pubblico non a contemplare un manufatto finito, ma a produrre attivamente contenuti, testi e riflessioni. Il concetto di “tabula piena” si contrappone alla presunta neutralità della “tabula rasa” modernista: lo spazio non è mai vuoto, ma è sempre impregnato di memoria storica, tensioni sociali e stratificazioni culturali che vanno decostruite e riscritte insieme.

L’operazione culturale si inserisce nel solco delle più avanzate tendenze del design sociale e dell’attivismo visivo europeo, richiamando alla mente le storiche esperienze dei laboratori radicali degli anni Settanta, come le intuizioni utopiche del Global Tools o le provocazioni del design partecipativo di Enzo Mari. Il coinvolgimento di Claire Fontaine garantisce una forte impronta di critica istituzionale: il collettivo, celebre per l’utilizzo di neon che espongono frasi spiazzanti e per le sue riflessioni sulla crisi della democrazia e del capitalismo, inserisce nell’ambiente bergamasco una serie di stimoli verbali e visivi che costringono lo spettatore a riflettere sui concetti di proprietà, inclusione e cittadinanza. Fosbury Architecture, dal canto suo, orchestra l’allestimento con un rigore geometrico che rispetta la monumentalità delle pareti affrescate del palazzo, inserendo elementi modulari leggeri e reversibili, a dimostrazione di come l’architettura effimera possa attivare dinamiche sociali profonde senza aggredire l’antico patrimonio lapideo.

Il successo di pubblico registrato nei primi giorni di apertura evidenzia un crescente bisogno di spazi culturali che non siano meri contenitori di consumo visivo, ma luoghi di elaborazione intellettuale e di aggregazione civica. In un’epoca segnata dalla digitalizzazione e dall’isolamento individuale, “Tabula Plena” dimostra che l’arte contemporanea può ancora rivendicare una precisa funzione politica e sociale, trasformando un monumento del passato in un’officina per il futuro della comunità.


Articolo a cura della Redazione Experiences

Gli attuali modelli linguistici elaborano enormi quantità di testi esistenti

Il rischio di una lingua giornalistica sempre più prevedibile e uniforme nell’era dei testi generati dagli algoritmi

L’intelligenza artificiale sta entrando con rapidità nelle redazioni, nei social network e nelle piattaforme digitali. Ma cosa accade quando una parte crescente dei contenuti che leggiamo viene prodotta da modelli linguistici addestrati a replicare ciò che è già stato scritto? Alcuni studiosi avvertono che la conseguenza potrebbe essere una progressiva perdita di varietà espressiva e di ricchezza linguistica.


di Marta Bellomi

Per oltre due secoli il giornalismo ha svolto una funzione che andava ben oltre la semplice diffusione delle notizie. Quotidiani e periodici hanno contribuito a modellare il linguaggio pubblico, introducendo nuove parole, consolidando espressioni, sperimentando registri stilistici e rendendo accessibili concetti complessi a un pubblico vasto. Oggi questo ruolo si trova davanti a una trasformazione senza precedenti: l’ingresso massiccio dell’intelligenza artificiale nella produzione dei contenuti. La questione non riguarda soltanto la professione giornalistica. Riguarda il modo in cui una società costruisce e rinnova il proprio patrimonio linguistico. Se una quota crescente dei testi pubblicati online, sui social media e perfino nei mezzi di informazione viene generata da sistemi artificiali, è inevitabile interrogarsi sulle conseguenze culturali di questo cambiamento.

Gli attuali modelli linguistici funzionano elaborando enormi quantità di testi esistenti. Il loro compito è individuare schemi ricorrenti e prevedere quali parole abbiano maggiori probabilità di seguire quelle precedenti. Da questa capacità nasce la loro sorprendente fluidità espressiva. Tuttavia la stessa logica che rende possibile la produzione automatica di frasi coerenti tende a privilegiare le formulazioni più frequenti e statisticamente probabili.

Secondo numerosi studiosi della comunicazione, il rischio è che il linguaggio generato dall’intelligenza artificiale finisca per convergere verso forme sempre più standardizzate. I testi risultano grammaticalmente corretti, spesso impeccabili dal punto di vista sintattico, ma tendono a riprodurre strutture ripetitive, formule ricorrenti e un vocabolario relativamente prevedibile. Nel lungo periodo questa tendenza potrebbe ridurre la varietà espressiva che caratterizza la scrittura umana. (tolerance.ca)

Il fenomeno appare particolarmente significativo nel giornalismo. La scrittura giornalistica non consiste soltanto nella trasmissione di informazioni. Ogni articolo è anche il risultato di scelte stilistiche, sensibilità culturali, contesto storico e prospettiva individuale. Il linguaggio della stampa si evolve continuamente grazie all’interazione tra autori, lettori e realtà sociale. Quando invece il testo viene prodotto da modelli che privilegiano ciò che è già stato scritto milioni di volte, la capacità innovativa della lingua rischia di indebolirsi.

Alcuni ricercatori descrivono questo processo come una possibile forma di impoverimento linguistico. La preoccupazione nasce dal fatto che l’intelligenza artificiale non crea realmente nuove strutture espressive: combina e riorganizza elementi preesistenti. Se il volume dei contenuti generati artificialmente dovesse crescere oltre una certa soglia, il materiale disponibile online potrebbe diventare sempre più omogeneo. Gli algoritmi del futuro si troverebbero così ad apprendere da testi prodotti da altri algoritmi, in una sorta di circolo autoreferenziale che alcuni studiosi definiscono “model collapse”, cioè il progressivo deterioramento della qualità informativa e linguistica dei dati utilizzati per l’addestramento.

Il problema non riguarda soltanto la forma. Anche il rapporto tra linguaggio e pensiero potrebbe risentirne. Molti linguisti ricordano che scrivere significa elaborare idee, selezionare concetti, costruire argomentazioni. La fatica della scrittura rappresenta una parte essenziale del processo cognitivo. Quando una macchina suggerisce automaticamente formule già confezionate, si corre il rischio di ridurre lo spazio dedicato all’elaborazione personale e alla ricerca di una voce originale.

L’effetto potrebbe essere ancora più evidente nelle nuove generazioni. Studenti, professionisti e comunicatori sono sempre più esposti a testi generati artificialmente. La continua esposizione a modelli linguistici standardizzati tende infatti a influenzare le aspettative dei lettori su ciò che viene considerato uno stile “corretto” o “efficace”. Alcuni studiosi osservano che molte persone finiscono inconsapevolmente per imitare la prosa delle macchine, adottandone il tono neutro, le formule ripetitive e la ricerca di una chiarezza che spesso sfocia nella banalizzazione.

Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire all’intelligenza artificiale unicamente effetti negativi. Nelle redazioni contemporanee questi strumenti possono velocizzare attività ripetitive, facilitare la traduzione dei contenuti, aiutare nella ricerca preliminare delle informazioni e supportare il lavoro di verifica. Numerose organizzazioni giornalistiche stanno sperimentando sistemi automatici per la produzione di brevi notizie sportive, dati finanziari o bollettini meteorologici. In questi ambiti la standardizzazione può persino rappresentare un vantaggio.

La vera sfida emerge quando l’automazione si estende alla scrittura interpretativa, all’analisi culturale o al racconto della complessità sociale. In questi territori la qualità del giornalismo dipende dalla capacità di osservare la realtà da punti di vista differenti, di cogliere sfumature, contraddizioni e dettagli inattesi. Sono proprio questi elementi a rendere vivo il linguaggio e a impedirne la cristallizzazione.

Un altro aspetto cruciale riguarda la fiducia. Diversi episodi recenti hanno mostrato come l’uso superficiale dell’intelligenza artificiale nella ricerca giornalistica possa favorire errori, citazioni inesatte e informazioni inventate. Il problema non consiste soltanto nella presenza di contenuti falsi, ma nella difficoltà crescente di distinguere ciò che deriva da fonti verificabili da ciò che è stato semplicemente generato da un algoritmo. Alcuni studiosi sostengono che la vera posta in gioco sia la tracciabilità delle informazioni, cioè la possibilità di ricondurre ogni affermazione a una fonte riconoscibile e controllabile.

Nel frattempo cresce anche la richiesta di trasparenza. Diverse ricerche mostrano che l’uso dell’intelligenza artificiale nelle testate giornalistiche è ormai diffuso, ma spesso non viene dichiarato ai lettori. Questa opacità rischia di compromettere ulteriormente il rapporto di fiducia tra media e pubblico, proprio in un periodo storico caratterizzato da una forte circolazione di disinformazione e contenuti sintetici.

La questione, in definitiva, non è se l’intelligenza artificiale debba essere utilizzata oppure no. La tecnologia continuerà a far parte dell’ecosistema dell’informazione e probabilmente il suo ruolo crescerà ancora. Il punto è comprendere quale equilibrio costruire tra efficienza automatica e creatività umana. La storia del giornalismo dimostra che le innovazioni tecnologiche hanno sempre modificato il modo di raccontare il mondo. Tuttavia nessuna innovazione può sostituire completamente la pluralità delle voci, delle esperienze e delle sensibilità che alimentano una lingua viva.

Se il giornalismo rinunciasse a questa funzione, il rischio non sarebbe soltanto quello di leggere articoli sempre più simili tra loro. Potremmo trovarci di fronte a qualcosa di più profondo: una progressiva riduzione della capacità collettiva di immaginare, descrivere e interpretare la realtà attraverso parole nuove. E una lingua che smette di rinnovarsi finisce inevitabilmente per restringere anche gli orizzonti del pensiero.


Articolo a cura della Redazione Experiences

L’artista franco-iraniana è diventata una figura simbolica della libertà creativa e dell’impegno civile

Marjane Satrapi ha trasformato una storia personale in un linguaggio universale, aprendo al fumetto le porte della grande letteratura contemporanea

Ci sono libri che raccontano una storia e libri che cambiano il modo di raccontarla. Quando nel 2000 apparve Persepolis, pochi immaginavano che il memoir disegnato di una giovane iraniana avrebbe modificato per sempre il destino del fumetto occidentale. Oggi, mentre il mondo ricorda Marjane Satrapi, appare più chiaro che mai il significato culturale della sua opera.


di Clara Montesi

Che cos’è un fumetto? Per decenni la risposta è sembrata ovvia. Un linguaggio popolare, spesso relegato all’intrattenimento, destinato ai ragazzi o agli appassionati. Poi sono arrivati alcuni autori capaci di incrinare questa certezza. Tra loro c’è Art Spiegelman con Maus, opera monumentale sulla memoria della Shoah. Ma se Maus ha aperto una breccia, è stato Persepolis a spalancare il varco. Non lo affermano soltanto i lettori o la critica internazionale. Lo riconoscono anche gli studiosi del fumetto contemporaneo, che vedono nell’opera di Marjane Satrapi uno dei passaggi decisivi attraverso cui il graphic novel è diventato un protagonista della cultura del XXI secolo.

La notizia della morte di Satrapi, avvenuta a Parigi il 4 giugno 2026 all’età di cinquantasei anni, ha riportato l’attenzione su un libro che continua a essere letto, studiato e discusso in tutto il mondo. L’artista franco-iraniana era diventata una figura simbolica della libertà creativa e dell’impegno civile. La sua vicenda personale era inseparabile dalla sua opera: nata a Rasht nel 1969 e cresciuta a Teheran, aveva vissuto da adolescente gli effetti della rivoluzione islamica, prima di trasferirsi in Austria e poi in Francia, dove avrebbe costruito la propria carriera artistica.

Quando Persepolis viene pubblicato in Francia tra il 2000 e il 2003, il panorama editoriale europeo è molto diverso da quello attuale. Il fumetto gode già di una certa legittimazione culturale, ma fatica ancora a essere considerato un mezzo capace di affrontare temi storici, politici e autobiografici con la stessa autorevolezza della narrativa tradizionale. Satrapi decide di ignorare questi confini. Racconta la propria infanzia durante la rivoluzione iraniana, la guerra con l’Iraq, l’esilio in Europa, il confronto con l’Occidente e il ritorno in patria. Lo fa attraverso un disegno essenziale, quasi austero, in bianco e nero. Nessun virtuosismo grafico. Nessuna ricerca spettacolare. Solo la forza della narrazione. Ed è qui che si manifesta la sua rivoluzione.

Per anni l’Occidente aveva osservato l’Iran attraverso il filtro della geopolitica, delle crisi internazionali, delle immagini televisive. Satrapi introduce invece uno sguardo interno. Non parla di un Paese astratto ma della vita quotidiana di una bambina che cresce tra bombardamenti, repressione religiosa, sogni adolescenziali e discussioni familiari. La storia collettiva si intreccia alla dimensione privata. Il risultato è un racconto che permette ai lettori di riconoscersi in una realtà che fino ad allora appariva distante e incomprensibile.

La grande intuizione di Persepolis consiste proprio in questo: trasformare un’esperienza individuale in una vicenda universale. La protagonista è iraniana, ma potrebbe essere qualunque ragazza alle prese con l’autorità, l’identità, il desiderio di libertà. Il libro parla dell’Iran ma parla anche dell’Europa, dell’emigrazione, dello sradicamento, della costruzione di sé. È un romanzo di formazione, un memoir politico e una riflessione sul rapporto tra individuo e potere.

Non sorprende che l’opera abbia raggiunto un pubblico enorme. Tradotta in numerose lingue, venduta in milioni di copie, è diventata uno dei graphic novel più influenti della storia recente. Il successo ha contribuito a modificare la percezione stessa del fumetto presso editori, critici e lettori. Se prima il graphic novel era considerato una nicchia, dopo Persepolis è diventato un territorio legittimo per affrontare memoria, storia, autobiografia e impegno civile.

Ma sarebbe riduttivo parlare soltanto di successo editoriale. Il vero impatto dell’opera è culturale. Satrapi ha dimostrato che il fumetto può essere uno strumento di testimonianza. Può raccontare la complessità politica senza perdere immediatezza. Può affrontare temi drammatici senza rinunciare all’ironia. Chiunque abbia letto Persepolis ricorda la leggerezza con cui la protagonista osserva il mondo degli adulti, contrapponendo lo sguardo ingenuo dell’infanzia alla brutalità della storia.

In questo equilibrio risiede gran parte della forza del libro.

Anche il linguaggio visivo svolge un ruolo fondamentale. Le tavole in bianco e nero non sono una scelta estetica casuale. Eliminando il superfluo, Satrapi concentra l’attenzione sulle emozioni e sulle situazioni. I contrasti netti evocano la tradizione della grafica persiana, ma richiamano anche l’immediatezza delle incisioni e delle illustrazioni popolari. Il risultato è un’opera accessibile e sofisticata allo stesso tempo.

Nel 2007 Persepolis diventa un film d’animazione diretto dalla stessa Satrapi insieme a Vincent Paronnaud. Il film conquista il Premio della Giuria al Festival di Cannes e ottiene una candidatura agli Oscar, contribuendo a diffondere ulteriormente la storia dell’autrice presso un pubblico internazionale. Ancora una volta, il fumetto dimostra di poter dialogare con le forme più alte della cultura contemporanea senza perdere la propria identità.

Negli anni successivi Satrapi continuerà a lavorare tra fumetto, cinema e illustrazione, mantenendo sempre una forte attenzione ai temi della libertà individuale e dei diritti umani. Diventerà una delle voci più ascoltate sul destino dell’Iran e sulla condizione femminile nel mondo islamico. Il suo impegno civile si intensificherà dopo le proteste iraniane degli ultimi anni, culminando nella pubblicazione di Woman, Life, Freedom, progetto collettivo dedicato al movimento nato dopo la morte di Mahsa Amini.

Eppure, a distanza di oltre venticinque anni dalla pubblicazione del primo volume, il cuore della sua eredità rimane Persepolis. Perché quel libro non ha semplicemente raccontato una vita. Ha cambiato il modo in cui il fumetto racconta il mondo.

La domanda, allora, non è perché continuiamo a leggere Persepolis. La vera domanda è un’altra: come sarebbe oggi il fumetto contemporaneo se Marjane Satrapi non avesse avuto il coraggio di trasformare la propria storia in una storia di tutti?

Forse esisterebbero comunque grandi graphic novel. Forse il fumetto avrebbe trovato altre strade verso la maturità culturale. Ma è difficile immaginare che il percorso sarebbe stato lo stesso. Alcuni libri segnano un’epoca. Altri ne inaugurano una nuova. Persepolis appartiene senza dubbio alla seconda categoria. E questo spiega perché, a venticinque anni dalla sua apparizione, continui a essere considerato non soltanto un capolavoro, ma una svolta nella storia della narrazione contemporanea.


Articolo a cura della Redazione Experiences

Aemilia Ars per Bologna. L’arte e la città

Una mostra racconta il movimento che trasformò l’artigianato bolognese in un laboratorio moderno di arte, lavoro e identità urbana

Al Museo Civico Medievale di Bologna un’esposizione ripercorre la vicenda di Aemilia Ars, esperienza unica del Liberty italiano che unì artisti, artigiani, imprenditori e istituzioni educative. Un percorso che racconta come il recupero della tradizione possa diventare progetto culturale, innovazione produttiva e costruzione dell’identità cittadina.


Dal 4 giugno al 6 settembre 2026 il Lapidario del Museo Civico Medievale ospita la mostra “Aemilia Ars per Bologna. L’arte e la città”, promossa dai Musei Civici d’Arte Antica del Comune di Bologna e curata da Silvia Battistini, Giancarlo Benevolo e Mark Gregory D’Apuzzo. L’esposizione nasce con l’obiettivo di restituire al pubblico il significato storico e culturale di Aemilia Ars, una delle più originali espressioni italiane del rinnovamento delle arti decorative tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La vicenda di Aemilia Ars si inserisce in quel vasto movimento europeo che, in reazione agli effetti più standardizzati della produzione industriale, cercò di restituire dignità artistica agli oggetti della vita quotidiana. In Inghilterra il punto di riferimento fu il movimento Arts and Crafts promosso da William Morris; in Belgio e Francia si svilupparono le esperienze dell’Art Nouveau; in Italia prese forma il Liberty. Bologna elaborò una propria risposta originale a queste tendenze internazionali, fondata sul recupero delle tradizioni artigiane locali e sul dialogo tra progettazione artistica e produzione manifatturiera.

La società per azioni Aemilia Ars venne fondata il 3 dicembre 1898 per iniziativa di Alfonso Rubbiani, figura centrale della cultura bolognese tra Otto e Novecento, con il sostegno dei conti Francesco Cavazza e Cesare Ranuzzi Segni. Accanto a loro ebbe un ruolo importante anche la contessa Lina Bianconcini Cavazza, protagonista di numerose attività organizzative e formative. Fin dall’inizio l’obiettivo era ambizioso: recuperare le competenze dell’artigianato regionale, inserirle nel nuovo contesto industriale e migliorare la qualità estetica degli oggetti destinati alla vita domestica.

La mostra ricostruisce le radici di questo progetto partendo dalle profonde trasformazioni urbanistiche che interessarono Bologna tra Ottocento e Novecento. L’apertura di nuove strade, l’abbattimento di gran parte delle mura medievali e gli interventi di risanamento modificarono radicalmente il volto della città. Di fronte a queste trasformazioni nacque un movimento di tutela del patrimonio storico che vide proprio in Rubbiani uno dei suoi protagonisti più attivi. Attraverso restauri, studi archivistici e campagne di sensibilizzazione si cercò di salvaguardare torri, portici e monumenti che rischiavano di scomparire sotto la spinta della modernizzazione.

In questo contesto maturò l’idea che il recupero del passato non dovesse limitarsi alla conservazione degli edifici storici, ma potesse diventare una fonte di ispirazione per la produzione contemporanea. I cantieri di restauro divennero veri laboratori di sperimentazione. Le competenze sviluppate nella ricostruzione di elementi architettonici e decorativi furono progressivamente applicate alla progettazione di mobili, ferri battuti, vetri, legature, ceramiche e oggetti d’uso quotidiano.

Tra i protagonisti di questa stagione figurano artisti come Augusto Sezanne, Achille e Giulio Casanova, Alfredo Tartarini, Giuseppe De Col e Alberto Pasquinelli. I loro progetti reinterpretavano motivi medievali e rinascimentali attraverso un linguaggio aggiornato alle sensibilità europee del tempo. Particolare attenzione venne riservata al ferro battuto, considerato una delle espressioni più moderne del design decorativo dell’epoca. Nel 1899 Aemilia Ars promosse addirittura ventiquattro concorsi destinati alla progettazione di oggetti innovativi, funzionali ed economicamente sostenibili.

Nonostante il successo ottenuto nelle esposizioni nazionali e internazionali, la società non riuscì a raggiungere una stabilità economica sufficiente e cessò la propria attività commerciale già nel 1903. Tuttavia l’esperienza lasciò un’eredità culturale duratura. Le idee, i modelli produttivi e il gusto estetico promossi da Aemilia Ars continuarono a influenzare artisti, artigiani e scuole professionali ben oltre la vita della società stessa.

Uno degli aspetti più interessanti messi in evidenza dall’esposizione riguarda il rapporto tra formazione e lavoro. Aemilia Ars non fu soltanto un’esperienza artistica ma anche un progetto sociale. Le scuole professionali cittadine, gli istituti religiosi e numerose strutture assistenziali furono coinvolti nella preparazione di una manodopera qualificata. Particolare rilievo assunse la formazione femminile, soprattutto nell’ambito del ricamo e del merletto, settore che divenne il vero motore della continuità del marchio dopo la chiusura della società originaria.

Guidato da Lina Bianconcini Cavazza, il dipartimento dei merletti sviluppò una rete produttiva e commerciale capace di coinvolgere centinaia di donne tra città e campagna. Nel 1905 oltre mille lavoranti collaboravano alla realizzazione di manufatti destinati ai mercati italiani e internazionali. Pur non garantendo un reddito autonomo, questa attività contribuì ad accrescere le opportunità economiche femminili e a diffondere competenze professionali che sarebbero sopravvissute per gran parte del Novecento.

Il merletto Aemilia Ars rappresenta ancora oggi una delle espressioni più riconoscibili della tradizione artigianale bolognese. Nel 2021 è stato riconosciuto come patrimonio storico-culturale identitario della città attraverso la denominazione De.Co. Numerosi esemplari sono conservati in istituzioni prestigiose come il Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum e il Victoria and Albert Museum, a testimonianza della rilevanza internazionale raggiunta da questa produzione.

La mostra presenta materiali raramente esposti provenienti dalle raccolte dei Musei Civici d’Arte Antica: disegni preparatori, campioni tessili, ferri battuti, vetri, pubblicazioni, progetti di restauro e documenti didattici. Il percorso mette in luce non solo la qualità degli oggetti, ma anche il sistema culturale che li ha generati, fatto di ricerca storica, progettazione, educazione e collaborazione tra competenze diverse.

In parallelo, grazie alla collaborazione con ASP Città di Bologna, la Quadreria di Palazzo Rossi Poggi Marsili ospita la mostra “Un filo lungo secoli. Ricamo e formazione femminile a Bologna dai conservatori agli Istituti Educativi”, che approfondisce il ruolo degli istituti assistenziali e scolastici nella trasmissione delle tecniche del ricamo e del merletto.

Più che una semplice rassegna dedicata al Liberty bolognese, “Aemilia Ars per Bologna. L’arte e la città” propone una riflessione sul rapporto tra patrimonio storico, formazione professionale e innovazione. La vicenda di Aemilia Ars dimostra infatti come la valorizzazione delle tradizioni possa trasformarsi in un motore di sviluppo culturale e sociale. Un tema che, a oltre un secolo di distanza, conserva una sorprendente attualità e continua a interrogare il modo in cui le città costruiscono la propria identità attraverso il dialogo tra memoria e progetto.


Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences