Al Roverella da febbraio 2026, Zandomeneghi e Degas 

Palazzo Roverella presenta una grande mostra che mette in dialogo, per la prima volta in maniera organica, un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917) ed Edgar Degas (Parigi 1834 – 1917). L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, ricostruisce il rapporto intenso – talvolta spigoloso, sempre fecondo – che unì i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina. Il percorso espositivo illumina affinità, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno ed è reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualità, provenienti da importanti musei e collezioni.

ZANDOMENEGHI E DEGAS
Impressionismo tra Firenze e Parigi
Rovigo, Palazzo Roverella
27 febbraio – 28 giugno 2026

L’esposizione è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale.

La storiografia dell’epoca descrive Zandomeneghi e Degas come due personalità dal carattere non facile, ma accomunate da una profonda stima reciproca. Degas fu per Zandò un maestro e un mentore e il pittore italiano definiva il collega “l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra”, mentre Degas lo chiamava, con leggero sarcasmo affettuoso, “le vénetien”, alludendo all’orgoglio con cui il collega difendeva la propria identità italiana all’interno dell’ambiente impressionista. La mostra indaga in modo puntuale gli scambi, le influenze e gli arricchimenti che, in questo confronto costante, alimentarono l’opera di entrambi.

Il racconto prende avvio a Firenze, città in cui i due artisti – seppur in momenti diversi – maturarono parte della loro formazione. Degas vi giunse nel 1858 e trovò nel Caffè Michelangelo un luogo di dialogo creativo con i giovani pittori toscani. Qui approfondì lo studio della pittura rinascimentale e affinò il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della “macchia”, come Vincenzo Cabianca.

Il soggiorno fiorentino portò Degas verso una pittura attenta alla vita contemporanea, e fu in questo contesto che prese forma il suo capolavoro giovanile, La famiglia Bellelli: proviene dal museo Ordrupgaard di Copenaghen il prezioso quadro preparatorio, per la prima volta esposto in Italia, evento davvero straordinario anche per la delicatezza della tecnica a pastello che ne ha fin qui sempre scoraggiato il prestito. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito eccellente del Musée d’Orsay, trovano spazio confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori, e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.

La seconda sezione mette al centro gli anni italiani di Zandomeneghi, profondamente legato a figure come Giuseppe Abbati – di cui viene esposto il restaurato Monaco al coro (Museo e Real Bosco di Capodimonte) – e lo stesso Cabianca, rappresentato con studi di ciociare strettamente connessi al dipinto dei poveri che mangiano la zuppa sulla scalinata di una chiesa romana. È questo infatti il periodo in cui Zandò realizza l’opera che Manet ammirò a Brera: una testimonianza dell’energia creativa che precede la sua definitiva svolta parigina.

La mostra segue poi la conversione di Zandomeneghi all’impressionismo, avvenuta dopo il trasferimento a Parigi. Opere come A letto (Gallerie degli Uffizi – Palazzo Pitti) e Le Moulin de la Galette (courtesy Fondazione Enrico Piceni) mostrano un artista che assimila suggerimenti della modernità visiva di Degas – la spontaneità dell’attimo, l’impianto tagliente dell’inquadratura, la gestualità sospesa – ma li rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana. Centrale, in questa fase, il confronto con dipinti come Dans un café di Degas (Musée d’Orsay), celebre rappresentazione della bevitrice d’assenzio.

Entrato nel vivace ambiente del Caffè Nouvelle Athènes, Zandomeneghi si ritrova parte di un gruppo affiatato di artisti e intellettuali: Mary Cassatt, Forain, Rouart, Tillot, Madame Bracquemond, Raffaelli. Nel 1878 lo raggiunge l’amico critico Diego Martelli, che favorisce nuovi scambi con Degas, Duranty e Pissarro. L’anno successivo, Zandò espone alla quarta mostra impressionista, in avenue de l’Opéra, dove Martelli viene ritratto sia da Degas sia dallo stesso Zandomeneghi.

Gli anni Ottanta, illustrati nella quarta sezione, segnano una stagione di piena maturità per l’artista veneziano. Opere come Mère et filleIl dottoreLe madriVisita in camerinoAl caffè Nouvelle Athènes testimoniano una partecipazione convinta al percorso impressionista, pur in dialogo costante con una ricerca personale. In mostra queste opere si confrontano con lavori di Degas quali Lezione di danza e con la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, proveniente dall’Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, prestito eccezionale che sarà accompagnato da un saggio in catalogo (Silvana Editoriale) relativo al recente restauro cui l’opera è stata sottoposta.

Il percorso si chiude con l’anno 1886, ultima collettiva del gruppo impressionista, che segna una svolta: Zandomeneghi, pur rimanendo vicino ai compagni di stagione, evolve verso una sintesi più autonoma. La morbidezza della forma, la compostezza classica e un nuovo equilibrio narrativo caratterizzano dipinti come Sul divanoIl giubbetto rossoLa conversationLa tasse de théBambina dai capelli rossiFanciulla in azzurro di spalle e Hommage à Toulouse-Lautrec. È l’esito di un percorso personale e coerente, che offre una lettura limpida e al tempo stesso sorprendente del contributo italiano alla modernità europea.

Questa mostra non solo illumina un rapporto artistico di straordinaria vitalità, ma restituisce la complessità di un’epoca in cui Firenze e Parigi, la tradizione e l’avanguardia, la macchia e l’impressione, dialogavano in un intreccio serrato che continua a parlarci con forza.


Info:
www.palazzoroverella.com
Social:
IG @palazzoroverellarovigo
FB @palazzoroverella
 
Fondazione Cariparo
dott. Roberto Fioretto – Responsabile dell’Ufficio Comunicazione
roberto.fioretto@fondazionecariparo.it
 
Ufficio stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Ref. Simone Raddi simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Venezia, Museo Fortuny: inaugura oggi “Antonio Scaccabarozzi. Diafanés”

La mostra Antonio Scaccabarozzi. Diafanés al Museo Fortuny propone un intervento site-specific che mette in dialogo la ricerca pittorica analitica e concettuale di Scaccabarozzi con l’eredità di Mariano Fortuny, attraverso il tema della trasparenza come principio percettivo e conoscitivo. Le opere, spesso realizzate su polietilene e pensate come membrane diafane nello spazio, trasformano la pittura in esperienza fisica e sensoriale, coinvolgendo architettura e visitatore. Il progetto restituisce in modo inedito il legame dell’artista con Venezia e afferma il museo come luogo di sperimentazione tra memoria storica e contemporaneità.

ANTONIO SCACCABAROZZI.
DIAFANÉS
Museo Fortuny, Venezia
28 gennaio – 6 aprile 2026

A cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina

In collaborazione con Galleria Clivio e Archivio Antonio Scaccabarozzi

La mostra propone un intervento dedicato a una delle ricerche più rigorose e singolari dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, mettendo in relazione l’opera di Antonio Scaccabarozzi (1936–2008) con la figura e l’eredità di Mariano Fortuny. Il confronto, condotto per affinità strutturali più che per analogie formali, indaga una concezione condivisa dell’opera come spazio di attraversamento e di esperienza.

Conosciuto soprattutto per le ricerche pittoriche degli anni Settanta, in cui la componente del calcolo aritmetico si associa a cromie e dimensioni, Scaccabarozzi elabora un linguaggio visuale inedito che trova espressione in membrane traslucide e trasparenti — fogli di acetato o polietilene — capaci di creare luoghi di esplorazione. Opere che indagano le relazioni tra architettura, osservatore e lavoro artistico, esercitando un’influenza duratura su generazioni di artisti contemporanei.

Visionario inventore di tecniche destinate a rivoluzionare il rapporto tra paesaggio e corpo, tra antico e contemporaneo, Mariano Fortuny è riconosciuto per aver progettato forme straordinarie, come la plissettatura, mutando radicalmente l’idea stessa dell’abito. Entrambi possono essere considerati tessitori colti e attentissimi di opere diafane, affidate allo sguardo e all’esperienza del pubblico con la richiesta implicita di essere scrutate e attraversate, di essere viste attraverso le loro stratificazioni, in una contemplazione carica di poesia.

Il titolo Diafanés rimanda alla qualità dei corpi che si lasciano attraversare dalla luce e offre una chiave di lettura trasversale del progetto. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso circa venti opere, comprendendo due interventi in dialogo diretto con le collezioni permanenti del museo. Completano la mostra una sezione dedicata al rapporto tra la ricerca di Scaccabarozzi e il design contemporaneo, con una creazione della stilista Maria Calderara, e un progetto inclusivo rivolto a persone ipo e non vedenti, realizzato dall’Archivio Antonio Scaccabarozzi in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi di Milano. Il progetto è affiancato da attività di mediazione e da un public program interdisciplinare.

La mostra assume un ruolo inedito nel contesto veneziano per il legame storico dell’artista con la città: Scaccabarozzi fu rappresentato dalla Galleria del Cavallino, in dialogo con il milieu intellettuale del secondo dopoguerra. Oggi è protagonista, per la prima volta, di una mostra capace di restituire in modo organico la relazione tra la sua opera e Venezia. Le atmosfere acquoree e climatiche della città trovano una profonda risonanza nelle sue opere, caratterizzate da stratificazioni diafane, leggere e mutevoli, che indagano i gradi del visibile, la percezione e il rapporto tra individuo, ambiente e temporalità.

Esponente di una ricerca pittorica analitica e concettuale, Antonio Scaccabarozzi ha sviluppato in oltre quarant’anni di attività un linguaggio coerente e radicale, volto ad analizzare i fondamenti del visivo attraverso un’indagine fenomenologica e matematica del colore nello spazio dell’accadimento pittorico. Dopo le esperienze di area neo-concreta e programmata degli anni Sessanta e le ricerche analitiche degli anni Settanta, l’artista giunge a una piena maturità espressiva in un lavoro insieme concettuale e lirico, in cui il dipingere si configura come un confronto continuo tra misura e libertà, progetto e aleatorietà, calcolo ed emozione.

A partire dagli anni Ottanta, i cicli Quantità libere, Polietileni, Banchise ed Ekleipsis segnano un passaggio decisivo nella sua ricerca. L’adozione del foglio di polietilene come medium privilegiato trasforma la superficie pittorica in una membrana diafana, versatile ed eterea: non più semplice supporto, ma campo operativo in cui la pittura si ridefinisce come evento, processo e relazione nello spazio. Tagliato, piegato, stratificato, sagomato o lasciato floscio, il polietilene diventa opera autonoma, affrontando a un nuovo livello il problema della visione e del suo limite, del recto e verso della pittura, della sua estensione ambientale.

Come affermava lo stesso artista: «L’idea è di porre l’opera nella zona-limite di forze contrapposte, dove la tensione che si instaura fra la configurazione dell’oggetto e lo sguardo che l’oltrepassa carica questa idea di vitalità». In questa prospettiva, le opere esposte — sospese o adagiate nello spazio — instaurano una relazione attiva con l’architettura di Palazzo Fortuny e con il corpo del visitatore, chiamato a un’esperienza del vedere che si costruisce con l’attraversamento, lo spostamento e la durata.

Con Antonio Scaccabarozzi. Diafanés, il Museo Fortuny si conferma come luogo di ricerca e sperimentazione, offrendo al pubblico un percorso immersivo in cui memoria storica contemporanea dialogano, sollecitando una riflessione sui limiti e sulle potenzialità della percezione visiva.


Museo Fortuny
San Marco 3958
30124   Venezia
Tel. +39 041 5200995
fortuny.visitmuve.it

Facebook palazzofortunyVE
Instagram palazzofortuny_venezia
Twitter visitmuve_it

con il supporto di
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Roberta Barbaro roberta@studioesseci.net
Simone Raddi simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Il bianco e nero come misura del tempo

Novant’anni di fotografia tra rigore, sperimentazione e memoria. Dal Futurismo alle ricerche concettuali, dal Neorealismo al dialogo con i grandi maestri internazionali: Il bianco e nero è il secondo capitolo di I tempi dello sguardo, il progetto espositivo che ripercorre novant’anni di fotografia italiana. In scena a Milano, un percorso ampio e meditato che invita a rallentare e a guardare.

Il bianco e nero come misura del tempo

di Giulio Rinaldi
Commentatore – Experiences

MILANO | THE POOL NYC
16 GENNAIO | 28 FEBBRAIO 2026

A PALAZZO FAGNANI RONZONI: IL BIANCO E NERO

Un progetto che interroga lo sguardo
Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, The Pool NYC presenta a Palazzo Fagnani Ronzoni il secondo atto di I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti. Dopo l’episodio dedicato al colore, la rassegna sceglie il bianco e nero come terreno di confronto: non una nostalgia, ma una grammatica essenziale che attraversa epoche e linguaggi. Ottanta fotografie, ventotto autori italiani e internazionali, un arco storico che va dalle avanguardie al secondo Novecento, fino alle soglie del contemporaneo. I dati sono chiari; l’ambizione, altrettanto.

Dal Futurismo al Neorealismo: quando la forma diventa tempo
Il percorso prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, dove la fotografia sperimenta velocità e scomposizione come se l’immagine potesse trattenere l’energia del mondo moderno. Subito dopo, il Neorealismo di Alfredo Camisa riporta lo sguardo sulla realtà sociale, con un’idea di fotografia che è testimonianza e responsabilità. In mezzo, le prime ricerche formali di Mario De Biasi, che già anticipano una tensione tra cronaca e costruzione dell’immagine.

Giacomelli e Biasiucci: il bianco e nero come incisione
Due capitoli centrali segnano il cuore della mostra. Mario Giacomelli riduce colline e campi marchigiani a segni grafici: il paesaggio diventa una superficie incisa, come se la fotografia si facesse stampa. Antonio Biasiucci scava invece nella memoria del Sud, tra riti, oggetti e tracce della cultura contadina. Qui il bianco e nero è materia morale: luce e ombra come domande sull’identità collettiva, più che come risposte.

Dal quotidiano all’idea: l’immagine che pensa
In questa traiettoria si inserisce Franco Vaccari, che trasforma il banale in significativo e anticipa molte riflessioni sull’arte partecipativa e sulla fotografia come documento. Accanto a lui, Mario Cresci lavora sulla memoria e sull’identità, traducendo paesaggi e interni popolari in immagini sospese tra tradizione e mutamento. Luigi Erba procede per ripetizione e variazione: griglie sottili, segni minimi, uno spazio che si sfalda e rimanda a un reale ormai distante.

Il dialogo internazionale
La mostra non si chiude entro confini nazionali. Il confronto con autori come Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna e William Klein chiarisce un punto decisivo: il bianco e nero non è una scelta locale, ma una lingua comune, capace di tenere insieme rigore formale, ironia, astrazione e racconto del reale. È qui che la fotografia italiana mostra la propria statura internazionale, senza complessi né provincialismi.

Il tempo ritrovato della visione
Il titolo I tempi dello sguardo allude a una doppia urgenza. Da un lato, riconoscere come alcuni artisti abbiano segnato “un tempo” storico con il loro modo di vedere; dall’altro, sottrarsi all’eccesso di immagini del presente per recuperare una visione lenta, consapevole. Non è un caso che il progetto guardi anche all’esperienza di Viaggio in Italia, ideata da Luigi Ghirri: una fotografia che non consuma il mondo, ma lo interroga.

Una mostra come spazio pubblico
Durante il periodo di apertura, Palazzo Fagnani Ronzoni ospita incontri, talk, presentazioni di libri e serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia. La mostra diventa così un luogo di confronto, non un semplice contenitore. Ingresso libero, orari ampi: una scelta che ribadisce la vocazione pubblica del progetto.


Dati essenziali
Il bianco e nero
16 gennaio – 28 febbraio 2026
Milano, The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni, via Santa Maria Fulcorina 20
Inaugurazione: 15 gennaio 2026, ore 18.30
Orari: martedì–sabato 11.00–13.00 / 15.00–19.00
Ingresso libero

Artisti: Antonio Biasiucci, Alfredo Camisa, Giuseppe Cavalli, Franco Chiavacci, Mario Cresci, Mario De Biasi, Patrizia Della Porta, Renato Di Bosso, Mario Dondero, Luigi Erba, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Pino Musi, Enzo Obiso, Franco Vaccari, Luigi Veronesi, Egon Egone, Elliot Erwitt, Ralph Gibson, Arthur Gerlach, Jan Groover, Lucien Hervé, Horst P. Horst, Kennet Josephson, Michael Kenna, William Klein, Joost Schmidt, John Stewart, Silvio Wolf, Willy Zielke.


Orari: da martedì a sabato, 11.oo-13.00 – 15.00 – 19.00.
Ingresso libero
Informazioni: info@thepoolnewyorkcity.com
                        www.thepoolnewyorkcity.com
IG: @thepoolnyc
 
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Marta Pedroli | E. marta.pedroli@clp1968.it
T. + 39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Alla Fondazione Magnani-Rocca “Il Simbolismo in Italia”

Bellezza, mistero, ossessione. Una delle più grandi mostre mai dedicate al Simbolismo italiano. Più di 140 opere — dipinti, sculture, incisioni — rivelano al grande pubblico la stagione più visionaria dell’arte italiana tra Otto e Novecento: un capitolo che si sviluppò in dialogo serrato con una tendenza internazionale che muoveva da varie declinazioni del preraffaellismo e da una cultura francese e mitteleuropea che aveva in Gustave Moreau e Arnold Böcklin alcuni dei suoi principali riferimenti. Eppure la via italiana al Simbolismo seppe elaborare una propria fisionomia, riconoscibile nella convergenza tra istanze spirituali e la costante riflessione sul mito e sul paesaggio capace di tenere insieme tradizione e modernità.

Il Simbolismo in Italia
Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915
Fondazione Magnani-Rocca
Mamiano di Traversetolo – Parma
14 marzo – 28 giugno 2026

La natura come organismo vivente, il mito come esperienza perturbante, la figura femminile come presenza ambivalente, il paesaggio come spazio dell’interiorità, il segno grafico come veicolo dell’invisibile: sono i nuclei tematici delle sette sezioni della mostra, concepite per restituire tutta la complessità e l’ampiezza dell’immaginario simbolista italiano.

Nella celebre Villa dei Capolavori, una delle più importanti istituzioni artistiche italiane, sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo presso Parma, a pochi passi dalle sale che ospitano opere capitali di Monet, Renoir, Cézanne, Tiziano, Dürer, Goya, Canova, Morandi, Burri, dal 14 marzo al 28 giugno 2026 viene finalmente ricostruita la mappa di un movimento che trasformò il sogno, il mito e il mistero in linguaggio pittorico.

La mostra Il Simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915, curata da Francesco Parisi e Stefano Roffi, compie un’operazione critica necessaria: distingue gli artisti che elaborarono consapevolmente un lessico simbolista da quelli che aderirono occasionalmente a mode iconografiche. Ne emerge la ricostruzione filologica di un linguaggio autonomo, sviluppato in dialogo serrato con le ricerche europee ma dotato di caratteri propri.

Tra gli artisti in mostra: Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Gaetano Previati, Arnold Böcklin, Edward Burne-Jones, Franz von Stuck, Max Klinger, Domenico Morelli, Giulio Aristide Sartorio, Galileo Chini, Luigi Russolo, Leonardo Bistolfi, Adolfo Wildt, Giulio Bargellini, Adolfo De Carolis, Francesco Paolo Michetti, Plinio Nomellini, Emilio Longoni, Ettore Tito, Carlo Fornara, Duilio Cambellotti, Felice Carena, Alberto Martini, Cesare Saccaggi, Libero Andreotti, Ettore Ximenes, Mario De Maria, Mariano Fortuny.

Il percorso espositivo illumina le ragioni storiche di una ricezione più tarda rispetto a Francia, Belgio e area mitteleuropea, e documenta gli scambi decisivi: la permanenza di Arnold Böcklin a Firenze, il milieu preraffaellita attivo tra Roma e Firenze, i soggiorni di Max Klinger, l’influenza della colonia dei Deutsch-Römer. Ne emerge un quadro in cui l’Italia non è periferia, ma laboratorio di soluzioni formali elaborate in costante confronto con l’Europa.

“L’arte nuova non vuole rappresentare le cose, ma l’alone di mistero che le circonda. Non la realtà, ma il sogno della realtà; non il visibile, ma l’invisibile che nel visibile traspare” Angelo Conti, da La beata riva, 1900.

Sezione I — Alle soglie del Simbolismo: tra teoria e letteratura
Il contesto culturale degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, con le figure di D’Annunzio, Angelo Conti, Vittore Grubicy. Le prime esperienze pittoriche coerenti con la nuova sensibilità: Marius Pictor, Giuseppe Cellini, il gruppo di In Arte Libertas, gli esordi di Giulio Aristide Sartorio. In mostra l’Isaotta Guttadauro, esempio eminente della declinazione preraffaellita romana.

Sezione II — Dalla storia al simbolo
La pittura di storia in Italia veniva progressivamente rielaborata alla luce di una nuova sensibilità alimentata e da un rinnovato interesse per il mito. I soggetti dell’antico cessavano di essere trattati in chiave narrativa per assumere una dimensione evocativa e sacrale. In questo contesto si collocavano i percorsi di Francesco Netti, Cesare Maccari Domenico Morelli, Giulio Bargellini, Luigi Conconi.

Sezione III — Nei boschi e nei mari degli dei

L’universo panico e visionario che legò l’Italia alla cultura mitteleuropea attraverso la ricezione dell’opera di Arnold Böcklin, Max Klinger e Franz von Stuck. In mostra Abisso verde di Sartorio, tra i capolavori assoluti del Simbolismo italiano, insieme ai lavori di Discovolo, Plinio Nomellini, Edoardo Dalbono, Cesare Laurenti e gli stessi Böcklin, Klinger e von Stuck.

Sezione IV — Veleno, desiderio e redenzione. La visione femminile

La figura femminile nei suoi poli simbolisti: santa e peccatrice, angelo e demone, corpo spirituale e corpo seduttivo. Opere di Galileo Chini, Alberto Martini, Cesare Ferro, una rara prova giovanile di Marussig. Particolare rilievo assume la Salomé di Glauco Cambon, conservata per oltre trent’anni in Israele, torna ora per la prima volta in Italia.

Sezione V — Geografie dell’invisibile. Il paesaggio Il paesaggio diventa spazio mentale, proiezione di stati interiori. Dalle prime formulazioni del paysage d’âme fino ai divisionisti: Segantini, Longoni, Benvenuti.

Sezione VI — Il segno oscuro. L’illustrazione simbolista

Il disegno e le tecniche grafiche come ambiti di raffinatezza particolare. Opere di Alberto Martini, Costetti, Sartorio, Cambellotti.

Sezione VII — Ultime tendenze e sviluppi La persistenza del Simbolismo oltre il 1910. Opere di Ferenzona, Ferrazzi, Gabrielli, Crema: testimonianze di una sopravvivenza elaborata e personale.

Il Parco Romantico: un paesaggio dell’anima. La mostra si estende idealmente nel Parco Romantico che circonda la Villa dei Capolavori: dodici ettari di giardino all’inglese, giardino all’italiana e nuovo giardino contemporaneo ispirato al New Perennial Movement. Un paysage d’âme vivente, dove il visitatore può prolungare l’esperienza simbolista immerso in spazi di contemplazione e mistero. Luigi Magnani volle questo parco come estensione della sua sensibilità estetica: una visione in cui arte e natura, bellezza e tutela, si fondono in un’unica esperienza.

Prestiti prestigiosi. Le opere provengono da prestigiose istituzioni, tra cui la Presidenza della Repubblica Italiana, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, il Museo del Novecento di Milano, il Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, e importanti raccolte private. Un’occasione irripetibile. Molte delle opere in mostra provengono da collezioni private raramente accessibili: un’occasione unica per vedere riuniti capolavori che difficilmente torneranno insieme.

Catalogo e apparato scientifico. Il catalogo della mostra, curato da Francesco Parisi e Stefano Roffi, pubblicato da Dario Cimorelli Editore, costituisce un importante strumento critico sul Simbolismo italiano. Saggi di Alessandro Botta, Niccolò D’Agati, Mario Finazzi, Eugenia Querci, Sergio Rebora, Alessandra Tiddia, oltre ai contributi dei curatori.


LA FONDAZIONE MAGNANI-ROCCA La Fondazione Magnani-Rocca è una delle più importanti istituzioni artistiche d’Italia. La Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma, ospita la collezione d’arte di Luigi Magnani: opere di Tiziano, Dürer, Rubens, Goya, Canova, Monet, Renoir, Cézanne, Burri e la più significativa raccolta di lavori di Giorgio Morandi. Immersa nella campagna parmense, la Villa conserva il fascino della dimora di un grande collezionista, con arredi neoclassici e impero, circondata dal Parco Romantico con piante esotiche, alberi monumentali e i celebri pavoni bianchi e colorati, non a caso emblema del movimento simbolista.


Il Simbolismo in Italia.
Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915
Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma)
Quando 14 marzo – 28 giugno 2026
Aperto anche Lunedì di Pasqua, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno
Orari martedì-venerdì: 10-18 (biglietteria chiude alle 17), sabato, domenica e festivi: 10-19 (biglietteria chiude alle 18). Lunedì chiuso (aperto Lunedì di Pasqua)
Biglietti € 15 intero (valido anche per Raccolte permanenti e Parco Romantico), € 13 gruppi (minimo 15 persone), € 5 scuole e sotto i quattordici anni. Il biglietto comprende la visita agli Armadi segreti della Villa. Per meno di quindici persone non occorre prenotare; i biglietti si acquistano all’arrivo alla Fondazione.
Visite guidate per singoli e gruppi piccoli Sabato ore 16.30 | Domenica e festivi ore 11.30, 16, 17 costo € 20 (ingresso e guida). Prenotazione consigliata: prenotazioni@magnanirocca.it
Informazioni e prenotazioni gruppi Tel. 0521 848327 / 848148   prenotazioni@magnanirocca.it www.magnanirocca.it
Ristorante Tel. 0521 1627509 | WhatsApp 393 7685543 | marco@bstro.it
 
UFFICIO STAMPA Studio ESSECI — Simone Raddi
simone@studioesseci.net | tel. 049 663499 Cartella stampa e immagini: www.studioesseci.net
 
La mostra è realizzata grazie al contributo di:
FONDAZIONE CARIPARMA, CRÉDIT AGRICOLE ITALIA
Media partner: Gazzetta di Parma, Kreativehouse.
Con la collaborazione di: AXA XL Insurance e Aon S.p.a.
Angeli Cornici, Bstrò, Cavazzoni Associati, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

CHEAP presenta ICONS by David Lynch – In strada per celebrare un’icona

Il 20 gennaio 2026 ha segnato un anniversario simbolico: ottant’anni dalla nascita di David Lynch, regista, artista e visionario che ci ha lasciato un anno fa, ma che continua a vivere nei nostri incubi, nelle nostre ossessioni visive, nelle pieghe disturbanti dell’immaginario collettivo.

Per l’occasione, CHEAP torna in strada con una nuova affissione di poster: “ICONS Directed by David Lynch”, secondo capitolo del progetto ICONS, dedicato alle icone defunte e al nostro bisogno compulsivo di celebrarle, rimpiangerle, feticizzarne la scomparsa. ICONS è il progetto obituale di CHEAP: una call for posters che indaga la monossessione dei coccodrilli, il fanatismo verso i morti illustri, il culto del lutto di massa, che aveva debuttato nel 2023 omaggiando David Bowie.

ICONS Directed by David Lynch

CHEAP in strada per celebrare un’icona che continua a infestare i nostri sogni.

La seconda edizione di ICONS ha una regia precisa: David Lynch. Il suo immaginario permea i sogni, ma soprattutto gli incubi. Le sue galassie di personaggi, le atmosfere disturbanti, le narrazioni spezzate e ipnotiche hanno ossessionato generazioni di spettatori e di artistə visivə. A loro CHEAP ha chiesto di elaborare un lutto pubblico su poster, lasciandosi accompagnare – e perseguitare – dalle visioni lynchiane.

Alla call hanno risposto 431 poster da 14 paesi. CHEAP ne ha selezionati 77, che resteranno affissi per un mese nelle strade di Bologna, dal centro storico fino ai colli.

I manifesti attraversano linguaggi e tecniche: fumetto, illustrazione, fotografia, graphic design, tecniche miste. In strada prende forma un ritratto corale e frammentato di Lynch: il suo volto, i suoi personaggi, gli echi delle sue storie, i riverberi delle sue atmosfere cinematografiche. Paesaggi che sembrano usciti dai suoi incubi, omaggi alle visioni condivise con il pubblico, frammenti di una filmografia che continua a parlarci: da “Blue Velvet” a “Cuore Selvaggio”, “Eraserhead” e “The Elephant Man”, “Mulholland Drive” e “Lost Highways”, “Dune”, “Twin Peaks” – la filmografia completa, corredata da tutti i nostri incubi.

Nato nel 1946, David Lynch ha attraversato cinema, arti visive e musica come un esploratore dell’inconscio. Regista radicale e inclassificabile, ha costruito un linguaggio capace di unire quotidiano e perturbante, desiderio e violenza, sogno e trauma. Le sue opere non si spiegano: si abitano. E continuano a farlo anche dopo la sua scomparsa.

Con ICONS Directed by David Lynch, CHEAP porta in strada una celebrazione visiva, un atto d’amore e di ossessione, buona benzina per gli incendi futuri.


CONTATTI:
www.cheapfestival.it
www.instagram.com/cheapfestival
www.facebook.com/CHEAPfestival

UFFICIO STAMPA:
Daccapo Comunicazione
info@daccapocomunicazione.it
Marcello Farno / Ester Apa
Da Daccapo Comunicazione <info@daccapocomunicazione.it>

Agenda: presentato a Ca’ Rezzonico il programma 2026 della Fondazione Musei Civici di Venezia

Il programma 2026 della Fondazione Musei Civici di Venezia, presentato nel Salone da Ballo di Ca’ Rezzonico, restituisce l’immagine di un sistema culturale in ottimo stato di salute, in crescita per qualità dell’offerta, ampiezza delle proposte, investimenti strutturali e capacità di attrarre pubblici sempre più numerosi e diversificati. Con le sue 13 sedi, insieme a depositi, biblioteche, spazi, nuovi progetti e cantieri aperti, MUVE è sempre più protagonista nel suo ruolo di museo enciclopedico diffuso, che attraversa l’intero anno – e oltre – con un calendario di mostre, interventi permanenti e iniziative per la città.

Fondazione Musei Civici di Venezia
 
Agenda 2026:
mostre, incontri e nuovi spazi per la città

«I Musei Civici di Venezia sono una realtà viva, in crescita, capace di coniugare tutela e innovazione, grandi mostre e attenzione al territorio», dichiara Luigi Brugnaro, Sindaco di Venezia. «I risultati in termini di presenze, la qualità dei progetti e gli investimenti sulle sedi dimostrano che la cultura è un motore fondamentale per lo sviluppo della città, per la sua identità e per il suo futuro. La Fondazione in città si pone come motore di un sistema inclusivo che ha al centro l’arte in tutte le sue forme e risponde alle esigenze di tutti i visitatori che scelgono di varcare le porte dei suoi musei. Per essere vicini ai cittadini e ai turisti, i musei hanno programmi con orari prolungati e sono state istituite giornate ad ingresso gratuito dedicate ai residenti della città metropolitana, oltre che con servizi dedicati, come il dogsitting per esempio per i turisti. Si è deciso di puntare molto sui giovani e questa scommessa si è rivelata vincente: il concorso Artefici del nostro tempo è diventato un appuntamento importante per l’arte contemporanea, l’apertura dell’Emeroteca dell’Arte come luogo di scambio di letture e centro di studi di giovani artisti ha confermato la scelta del polo artistico in centro a Mestre. Scelta sicuramente vincente è il restauro delle Casermette a Forte Marghera che attraverso Muve diventerà un luogo sicuro per l’arte e i suoi giovani.

Un lavoro di squadra nei musei reso possibile da chi ci lavora tutti i giorni, per questo non smetterò mai di ringraziare per il lavoro che quotidianamente offrono a chi sceglie di ammirare le nostre meravigliose sale».

«Il 2026 è il risultato di un lavoro continuo di crescita e visione», sottolinea Mariacristina Gribaudi, Presidente della Fondazione Musei Civici di Venezia. «Crescono le proposte espositive, crescono le sedi, crescono i pubblici, sempre diversi e sempre più esigenti. Ma soprattutto cresce l’idea di museo come luogo aperto, inclusivo, produttivo di cultura e conoscenza, capace di parlare al presente senza perdere il legame con la propria storia. Questo significa, inevitabilmente, fermarsi un istante a osservare il percorso che ci ha portati fin qui. Per me, questo momento coincide anche con la conclusione di un mandato durato dieci anni: anni complessi e intensi, attraversati da trasformazioni profonde e da sfide che hanno messo alla prova il ruolo stesso di tutte le istituzioni culturali. Negli ultimi anni i Musei Civici di Venezia hanno ripensato il proprio ruolo, trasformandosi sempre più in spazi culturali dinamici, capaci di dialogare con un pubblico internazionale attraverso esperienze innovative, accessibili e supportate dalle nuove tecnologie. L’innovazione è diventata parte integrante della missione, così come la gestione attiva degli spazi culturali affidati dal Comune. Questa strategia ha dato risultati concreti: il 2025 si è chiuso con oltre 2,4 milioni di visitatori e una crescita costante, confermata dal +10,8% di presenze a dicembre, segno di una relazione solida e vitale con il pubblico e della rinnovata capacità dei Musei di raccontare la Venezia Metropolitana al mondo. Il futuro dei nostri musei dipenderà, dunque, dalla capacità di continuare a tenere aperto questo dialogo, con coraggio e capacità di innovazione».

Il 2026 consolida il ruolo di MUVE come sistema culturale integrato, che spazia dall’indagine archeologica – con la grande mostra a Palazzo Ducale dedicata a Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari – passando per la storia della Serenissima, delle civiltà veneziane e della laguna veneta, con il rinnovamento del percorso del Museo Correr, gli interventi di valorizzazione al Museo di Torcello e le ricerche del Museo di Storia Naturale; e poi ancora musica e teatro, l’arte delle “civiltà del Settecento” con i musei di Ca’ Rezzonico, il Museo di Palazzo Mocenigo e la Casa di Carlo Goldoni, fino alle esplorazioni del moderno, contemporaneo e attualità, con Jenny Saville a Ca’ Pesaro e Erwin Wurm al Museo Fortuny, al saper fare e alle nuove produzioni artistiche, rispondendo alle necessità della cultura, delle persone, dei visitatori, di tutti.

Il programma si sviluppa così tra grandi mostrenuovi allestimenti permanenti, valorizzazione delle collezioniampliamenti e importanti restauri, fino alla nascita di nuovi poli come MUVEC – Casa delle Contemporaneità a Mestre, il percorso verso il Grande Correr e l’ampliamento del Museo del Vetro, segnando un passaggio decisivo nella trasformazione dei musei civici in una rete sempre più connessa e accessibile.

Area Marciana

L’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale è sede della grande mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari (6 marzo – 29 settembre 2026, anteprima stampa 5 marzo) a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, focalizzata sul ruolo rivestito dalle acque nell’orizzonte del sacro sia del popolo etrusco che di quello veneto, con oltre 700 reperti provenienti da prestigiose istituzioni e musei nazionali. Il dialogo tra antico e contemporaneo trova casa nel “Museo della città”, il Museo Correr: nella Sala Quattro Porte con l’intervento di Bizhan Bassiri. Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico (27 febbraio – 30 giugno, anteprima stampa 26 gennaio) installazione ambientale di più opere concepite dall’artista iraniano per lo spazio. Le Sale Canoviane ospitano Dialoghi canoviani. Spiral Economy. Charrière and Canova (30 aprile – 22 novembre 2026) un dialogo tra l’artista franco-svizzero Julian Charrière e Antonio Canova che svelano la poesia della materialità.

Idee e progetti accompagnano i visitatori verso la nascita del “Grande Correr”, che aprirà nel 2027: un piano per il rinnovo del percorso espositivo al primo piano, attraverso Storia e Civiltà di Venezia, tra Stato, istituzioni, città, arti e che si integra con la restituzione dello spazio espositivo del secondo piano, attualmente in corso.

I musei del Moderno e Contemporaneo

È la Galleria d’arte Moderna Ca’ Pesaro ad inaugurare la stagione espositiva delle grandi monografiche e delle indagini dedicate ai protagonisti della pittura contemporanea: dal 28 marzo al 22 novembre 2026 (anteprima stampa 27 marzo 2026) il museo accoglie la prima, ampia esposizione a Venezia con Jenny Saville a Ca’ Pesaro, con una esposizione concepita per raccontare una delle voci più autorevoli dell’arte contemporanea, ripercorrendone la carriera dagli esordi negli anni Novanta fino ai giorni nostri, accanto a nuove opere realizzate per l’occasione.

Nelle giornate veneziane più intense per il pubblico del contemporaneo, nelle Sale Dom Pérignon al secondo piano di Ca’ Pesaro inaugura Hernan Bas. I visitatori (dal 7 maggio al 30 agosto 2026, anteprima stampa 6 maggio) con oltre trenta nuove opere esposte in un’installazione immersiva concepita appositamente per Ca’ Pesaro. Sempre nelle Sale Dom Pérignon il 2026 prosegue con progetti di valorizzazione di maestri legati alla ricerca sul territorio, che hanno deciso di lasciare alle collezioni civiche veneziane testimonianze della loro produzione; Gianmaria Potenza. Io, Venezia. Forma, luce, materia dal 3 ottobre al 22 novembre, un riconoscimento all’autore nell’anno del suo novantesimo compleanno; Omaggio a Silvio Gagno a cura di Sileno Salvagnini (dal 12 dicembre al 7 febbraio 2027) con una rassegna che ne descrive l’avventura artistica.

La stagione del Museo Fortuny apre con Diafanés e un tributo all’artista lombardo Antonio Scaccabarozzi, attraverso l’approfondimento di tre momenti centrali nella sua ricerca. A cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, con Associazione Archivio Antonio Scaccabarozzi e Galleria Clivio, la mostra è aperta dal 28 gennaio al 6 aprile 2026 (inaugurazione e anteprima stampa, 27 gennaio 2026).

Dal 6 maggio al 22 novembre 2026 (anteprima stampa 5 maggio) la casa – atelier di Mariano Fortuny ed Henriette Nigrin presenta, per la prima volta in Italia, un’ampia mostra monografica dedicata allo scultore austriaco Erwin Wurm: un’indagine sul suo lavoro e sul concetto stesso di scultura, dove vengono messe in discussione le nozioni di tempo, massa e superficie, astrazione e rappresentazione, tra questioni filosofiche, psicologiche e sociali essenziali, trattate con l’inconfondibile umorismo.

Parte delle attività per le celebrazioni per i 50 anni dalla nascita del Museo, prosegue l’indagine e la testimonianza del ruolo primario di Henriette Nigrin nella gestione dell’atelier tessile, con l’approfondimento e l’esposizione di tessuti per moda e arredamento.

Il 2026 è l’anno del restauro e della presentazione dell’album Ciel di Mariano Fortuny, un progetto visionario sugli studi degli effetti atmosferici e della luce.

I musei del Settecento

Un anno speciale per Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano che dal 7 marzo all’8 giugno, accoglie I Guardi della Collezione Gulbenkian, in un’esposizione che porta il nucleo di opere più preziose del museo portoghese a Venezia. Dipinti di Francesco Guardi databili tra il 1770 e 1790, in dialogo con disegni provenienti dal Gabinetto del Museo del Settecento Veneziano.

Nel corso dell’estate il museo presenta la Donazione Rubelli (dal 24 giugno al 7 settembre 2026), la collezione di disegni di Alessandro Favaretto Rubelli, fautore del successo dell’omonima impresa di tessuti e fine collezionista. Uno splendido, nuovo tassello che arricchisce le raccolte di grafica antica, con la donazione di disegni di artisti veneti tra Cinquecento e Settecento, con Canaletto, Giandomenico Tiepolo, Palma il Giovane, Sebastiano e Marco Ricci.  In autunno, dal 23 settembre 2026 all’11 gennaio 2027 Ca’ Rezzonico presenta Album Romantici, un’esposizione dedicata agli album di disegni ottocenteschi a conclusione del restauro di tre importanti pezzi, appartenuti ad altrettanti protagonisti della vita culturale veneziana del XIX secolo.

Punto di riferimento per la storia della moda, del tessuto, del costume e del profumo, dal 20 maggio all’8 novembre 2026 il Museo di Palazzo Mocenigo apre all’indagine dell’artista libanese Mouna Rebeiz con la mostra Le tarbouche. Quando un accessorio diventa simbolo, in cui il copricapo conico in lana o seta rossa, unicamente maschile, diventa elemento caratterizzante di nudi femminili. Infine, nelle sale del piano nobile della Casa di Carlo Goldoni, un nuovo allestimento illustra il teatro goldoniano attraverso dipinti e arredi settecenteschi, ricreando ambientazioni tratte dalle commedie dell’autore. Un percorso arricchito da un focus dedicato al teatro musicale, che nel Settecento raggiunse il suo massimo splendore.

Il Museo di Storia Naturale

Dopo un intenso anno dedicato, in modo particolare, all’indagine sulla Laguna Veneta – che sarà protagonista di due nuove sale nello spazio espositivo permanente – tra le principali attività 2026 di divulgazione e restituzione al pubblico il museo propone il progetto fotografico e di comunicazione scientifica Dentro e fuori dall’acqua. L’ambiente di marea dell’Alto Adriaticoun’esposizione in programma dal 5 giugno al 13 settembre 2026 a cura di Lorenzo Peter Castelletto e realizzato con Area protetta Marina di Miramare (WWF) e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica sperimentale, per svelare il “dietro le quinte” di un ambiente affascinante sospeso tra terra e mare.

I Musei delle Isole

Particolarmente significativo per il Museo del Vetro di Murano è la restituzione, tra la fine del 2026 e il 2027, del nuovo spazio museale, grazie agli interventi strutturali che permetteranno di rendere ancora più esaustivo il capitolo dedicato all’arte del vetro veneziano – e non solo – novecentesco e contemporaneo. Il nuovo padiglione di oltre 1300 metri quadrati, un tempo fabbrica di conterie, viene così accorpato alla sede principale del Museo per diventare spazio dedicato alle storie di fabbrica e di famiglia del XX secolo, alle donazioni di autori contemporanei e designer – tra cui la donazione del gallerista newyorkese Berry Friedman e della ditta Carlo Moretti – fino all’ultima sezione dedicata ai lampadari contemporanei. Tra le mostre temporanee in programma, oltre ai progetti connessi alla The Venice Glass Week, dal 12 giugno 2026 al 30 marzo 2027 il museo ospita l’esposizione Babelcon opere del noto artista muranese Marco Toso Borella.

A Burano, insieme alle molte attività educative, di formazione e diffusione dell’arte del merletto, torna per l’undicesima edizione il concorso Un merletto per Venezia, dedicato alla creatività contemporanea; come da tradizione, la premiazione è fissata per il 14 giugno, contestualmente all’apertura al pubblico della mostra I merletti delle Biennali (fino all’8 gennaio 2027). A pochi minuti da Burano, il Museo di Torcello arricchisce il presidio dei musei in laguna: collegandosi fisicamente alla rete dei musei delle isole e inserendosi, con la sezione archeologica, medievale e moderna, nel racconto della storia di Venezia, tra civiltà della laguna e storia del collezionismo, prologo della narrazione sviluppata nelle altre sedi.

MUVE a Mestre: spazi espositivi, progetti culturali e la nascita di un nuovo museo

L’attesa nella primavera del 2026 è con l’apertura del nuovo museo di arte contemporanea in città: MUVEC, la Casa delle Contemporaneità, che prende forma permanente al Centro Culturale Candiani, al termine di importanti lavori per ridisegnare struttura e funzioni dell’edificio. Un ingresso dedicato conduce al secondo piano e alla collezione permanente: una selezione di opere delle collezioni civiche di arte moderna e contemporanea di Ca’ Pesaro, con percorso dedicato all’arte dal 1948 a oggi. Il progetto invita a riflettere sul significato di arte contemporanea, mettendo in dialogo le principali esperienze internazionali transitate da Venezia e le ricerche artistiche sviluppatesi nel territorio.

Il percorso, articolato in 60 opere di oltre 50 artisti, si snoda in tre nuclei tematici, che attraversano le trasformazioni dell’arte e della società dal secondo dopoguerra al nuovo millennio, indagando i temi del corpo, della materia e della città come spazio di vita, dialogo e conflitto: CostruzioneRicostruzione e Decostruzione. Tre percorsi strutturati su due livelli di lettura complementari: l’arte internazionale, e le esperienze locali, che si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente.

Il terzo piano resta dedicato alle mostre temporanee, con un rinnovato spazio espositivo che valorizza le molte contemporaneità delle raccolte civiche, proseguendo il ciclo di mostre sui Maestri del Novecento – dal 26 settembre 2026 al 14 febbraio 2027 con Klimt, Schiele, Kokoshka e il corpo nell’arte contemporanea – e ospitando il Premio Mestre di Pittura, che nel 2026 celebra la sua decima edizione.

Verso un distretto culturale, artistico e creativo, MUVE a Mestre è impegnata nella programmazione dell‘Emeroteca dell’Arte, luogo di aggregazione per la cittadinanza, la comunità artistica e centro di produzione, con in 10 artisti residenti del Bando congiunto con Fondazione Bevilacqua La Masa, più i tre vincitori dei concorsi Artefici del Nostro Tempo e Premio Mestre di Pittura. Spazi di lavoro che si uniscono, in stretta continuità, ad opportunità espositive con le mostre che nascono nella nuova Casermetta Est di Forte Marghera: nuova sede per Artefici del nostro tempo, dal 20 giugno al 27 settembre 2026 e la mostra di fine residenza per gli artisti dell’Emeroteca dell’Arte con Bevilacqua La Masa, tra l’autunno del 2026 e la primavera del 2027, fino alle occasioni di connessioni e contaminazioni che nasceranno nella futura factory del Palaplip.



CONTATTI PER LA STAMPA

Fondazione Musei Civici di Venezia
Chiara Vedovetto 
con Alessandra Abbate 
press@fmcvenezia.it
www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa
 
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Roberta Barbaro
roberta@studioesseci.net  
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

L’Aquila: Inizia l’anno della cultura, ideato all’insegna della rinascita

L’Aquila inaugura il 2026 come Capitale italiana della Cultura. Non un evento isolato, ma il punto di arrivo – e insieme di rilancio – di un lungo percorso che intreccia ricostruzione, identità e visione del futuro. Un anno di cultura che parla all’Italia intera.

L’AQUILA 2026

di Elena Serra

Editorialista – Experiences

Un inizio solenne, carico di significati
Il 17 gennaio 2026 L’Aquila ha aperto ufficialmente il suo anno da Capitale italiana della Cultura. La cerimonia inaugurale, alla presenza del Presidente della Repubblica e delle principali autorità civili e culturali, non è stata una semplice celebrazione protocollare. È apparsa piuttosto come un atto pubblico di riconoscimento: alla città, alla sua storia recente, alla capacità di trasformare una ferita profonda in un progetto collettivo.

Il titolo di Capitale italiana della Cultura
Il riconoscimento assegnato a L’Aquila dal Ministero della Cultura si inserisce in un programma nazionale avviato nel 2015, pensato per valorizzare il patrimonio culturale come leva di sviluppo sostenibile. Ma nel caso aquilano il titolo assume un peso particolare. Qui la cultura non arriva come ornamento o vetrina, bensì come strumento di ricostruzione materiale e simbolica, come linguaggio comune capace di tenere insieme memoria e prospettiva.

Una città segnata dal sisma, ma non definita solo da esso
È impossibile parlare di L’Aquila senza evocare il terremoto del 2009. Ma ridurre l’identità della città a quell’evento sarebbe un errore. L’Aquila è storicamente un centro culturale rilevante dell’Italia centrale: città universitaria, luogo di stratificazioni artistiche e architettoniche, crocevia di tradizioni civili e religiose. Il sisma ha interrotto bruscamente questa continuità, ma non l’ha cancellata.

Ricostruire non è solo riedificare edifici
Negli anni successivi al terremoto, la ricostruzione è stata lunga, complessa, spesso contraddittoria. Accanto ai cantieri materiali si è aperta una questione più profonda: come restituire alla città un tessuto sociale, una vita culturale, una dimensione simbolica condivisa. L’Aquila 2026 nasce anche da qui, dalla consapevolezza che senza cultura non esiste vera rinascita urbana.

Un progetto culturale articolato e diffuso
Il programma dell’anno prevede oltre trecento iniziative tra mostre, spettacoli, concerti, incontri, progetti di ricerca, residenze artistiche e attività di partecipazione. Non si tratta di un calendario concentrato in pochi luoghi iconici, ma di una rete di eventi che coinvolge il centro storico, i quartieri, i borghi del territorio, i comuni del cratere. L’idea è quella di una capitale culturale diffusa, capace di superare la dicotomia tra centro e periferia.

La cultura come infrastruttura civile
Uno degli aspetti più rilevanti del progetto aquilano è la sua impostazione strutturale. L’anno della cultura non viene concepito come una parentesi, ma come un investimento di lungo periodo. Emblematica in questo senso è l’istituzione del primo Osservatorio culturale urbano in Italia, pensato per misurare l’impatto delle politiche culturali su coesione sociale, qualità della vita, attrattività territoriale. Un segnale chiaro: la cultura non come spesa, ma come infrastruttura.

Luoghi simbolo che tornano a vivere
Il 2026 accompagna e accelera la restituzione alla città di spazi culturali fondamentali. Il Teatro Comunale, il Teatro San Filippo, i complessi museali e gli edifici storici riaperti o restaurati diventano non solo contenitori di eventi, ma luoghi di riconnessione civica. La riapertura di questi spazi segna il ritorno di una quotidianità culturale, fatta non solo di grandi appuntamenti, ma di fruizione costante.

Il ruolo del MUNDA e dei musei
Il Museo Nazionale d’Abruzzo, tornato nella sede del Forte Spagnolo, rappresenta uno dei nodi centrali di questo processo. La sua presenza rafforza l’idea di una città che recupera il proprio patrimonio come risorsa viva. Musei, archivi, biblioteche diventano presidi di continuità, luoghi in cui la memoria dialoga con il presente.

Tradizione e contemporaneità
L’Aquila 2026 non rinuncia alle proprie tradizioni. La Perdonanza Celestiniana, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale, trova nell’anno della cultura una risonanza nuova. Non come rievocazione folkloristica, ma come pratica di senso: un rito che parla di perdono, comunità, responsabilità collettiva, temi sorprendentemente attuali in un contesto globale segnato da fratture e conflitti.

Una città che si racconta con linguaggi nuovi
Accanto alla tradizione, il programma valorizza linguaggi contemporanei: installazioni luminose, performance urbane, arti digitali, progetti partecipativi. L’inaugurazione stessa, con eventi diffusi nel centro storico e interventi visivi di grande impatto, ha mostrato la volontà di parlare a pubblici diversi, di superare l’idea elitaria della cultura senza rinunciare alla qualità.

Il coinvolgimento della comunità
Uno dei punti più delicati – e più promettenti – del progetto riguarda il coinvolgimento diretto dei cittadini. Associazioni, università, scuole, operatori culturali locali sono chiamati non solo a ospitare eventi, ma a co-progettarli. È qui che si gioca una parte decisiva della scommessa: fare in modo che L’Aquila 2026 non sia percepita come qualcosa “calato dall’alto”, ma come un processo condiviso.

L’Aquila nel contesto nazionale
Essere Capitale italiana della Cultura significa anche assumere una responsabilità simbolica nei confronti del Paese. L’Aquila diventa un caso di studio: può la cultura contribuire davvero alla rigenerazione di una città ferita? Può produrre effetti duraturi, oltre l’anno celebrativo? Il 2026 aquilano si inserisce così in un dibattito più ampio sul ruolo delle politiche culturali in Italia.

Oltre il 2026
La sfida più grande comincia proprio ora. Perché un anno di cultura abbia senso, deve lasciare tracce: competenze, reti, spazi attivi, pubblico consapevole. L’Aquila sembra aver impostato il lavoro in questa direzione, puntando sulla continuità e non sull’eccezione. Se il progetto riuscirà, il 2026 non sarà ricordato come un apice isolato, ma come un passaggio decisivo.

Una rinascita che riguarda tutti
L’Aquila 2026 non è solo la storia di una città che rinasce. È una riflessione aperta sul rapporto tra cultura e comunità, tra memoria e futuro, tra istituzioni e cittadini. In un’Italia che spesso fatica a pensare la cultura come bene comune, l’esperienza aquilana propone una domanda semplice e radicale: che cosa siamo disposti a ricostruire, davvero, quando diciamo di voler ripartire?


Redazione Experiences

Roma: al Museo dell’Ara Pacis l’Impressionismo visto attraverso lo sguardo dell’America

Un grande museo americano è arrivato a Roma con una selezione di opere che raccontano l’Impressionismo non come mito isolato, ma come inizio di una lunga trasformazione. Una mostra che parla di pittura, di collezionismo e di modernità, vista attraverso lo sguardo dell’America sul cuore artistico dell’Europa.

IMPRESSIONISMO E OLTRE
Capolavori dal Detroit Institute of Arts all’Ara Pacis


di Giulio Rinaldi
Cronaca – Experiences

Un arrivo che racconta una storia più ampia
La mostra Impressionismo e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts, ospitata al Museo dell’Ara Pacis, non è soltanto una rassegna di dipinti celebri. È, prima di tutto, il racconto di un passaggio storico: quello in cui l’arte europea dell’Ottocento e del primo Novecento diventa patrimonio globale, attraversando l’Atlantico e trovando negli Stati Uniti un nuovo terreno di accoglienza, studio e valorizzazione.

Il Detroit Institute of Arts e la nascita di una grande collezione
Il Detroit Institute of Arts è uno dei musei americani che più precocemente hanno compreso l’importanza dell’arte moderna europea. A partire dai primi decenni del Novecento, Detroit investe in modo sistematico su artisti che in Europa non erano ancora unanimemente riconosciuti come “classici”. Questa lungimiranza si inserisce in un contesto preciso: una città industriale in piena espansione, simbolo dell’America produttiva, che sceglie di affiancare allo sviluppo economico una forte ambizione culturale.

L’Impressionismo come frattura e non come stile decorativo
Il cuore della mostra è dedicato all’Impressionismo, presentato non come parentesi elegante della storia dell’arte, ma come rottura profonda con la tradizione accademica. Le opere di Claude Monet, Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir e Camille Pissarro restituiscono l’idea di una pittura che rinuncia alla narrazione storica e mitologica per concentrarsi sull’esperienza visiva immediata. La luce, il movimento, la vita quotidiana diventano i veri protagonisti.

Parigi, laboratorio della modernità
Dietro queste opere c’è una città che cambia. La Parigi di fine Ottocento è un organismo in trasformazione, attraversato da nuovi boulevard, stazioni ferroviarie, caffè, teatri. Gli impressionisti non dipingono soltanto ciò che vedono: registrano una nuova percezione del tempo e dello spazio. Degas osserva il corpo umano come una macchina in movimento, Monet dissolve le forme nella vibrazione luminosa, Renoir racconta la socialità borghese senza idealizzarla.

La pittura come cronaca del presente
Uno degli aspetti più interessanti del percorso è la restituzione dell’Impressionismo come forma di cronaca. Non c’è evasione, non c’è nostalgia. C’è la volontà di raccontare il presente così com’è, con i suoi ritmi accelerati e le sue contraddizioni. In questo senso, la mostra invita a rileggere l’Impressionismo come uno dei primi linguaggi veramente moderni, capace di parlare a un pubblico ampio senza rinunciare alla complessità.

Oltre l’Impressionismo: il bisogno di struttura
Il titolo della mostra non si esaurisce nella parola “Impressionismo”. Vi aggiunge “oltre”, che è parte sostanziale del racconto. Il percorso accompagna il visitatore verso quegli artisti che, partendo dalle conquiste impressioniste, sentono l’esigenza di una maggiore solidità formale. È qui che emerge la figura di Paul Cézanne, il cui lavoro segna un punto di non ritorno nella storia dell’arte.

Cézanne e la nascita della pittura moderna
Nei dipinti di Cézanne la realtà non viene più soltanto osservata, ma costruita. La natura si organizza in volumi, la composizione diventa un problema mentale prima che visivo. È da questa tensione che nasceranno le avanguardie del Novecento, dal Cubismo in avanti. La presenza di Cézanne in mostra chiarisce come l’Impressionismo sia un punto di partenza.

Van Gogh e l’urgenza espressiva
Accanto a Cézanne, la figura di Vincent van Gogh introduce un’altra direzione fondamentale. Qui la pittura si carica di tensione emotiva, il colore diventa espressione di un conflitto interiore. Van Gogh non osserva il mondo: lo attraversa, lo trasforma, lo rende linguaggio. La sua presenza nella collezione di Detroit testimonia la capacità del museo di riconoscere, molto presto, il valore di una ricerca radicale.

Il collezionismo americano come progetto culturale
Uno dei fili conduttori più solidi della mostra è il racconto del collezionismo americano come progetto consapevole. Le opere non arrivano negli Stati Uniti per caso. Sono il frutto di scelte precise, sostenute da direttori museali, critici e collezionisti che vedono nell’arte europea moderna un patrimonio da preservare e studiare. In molti casi, l’America si dimostra più pronta dell’Europa stessa a riconoscere la portata rivoluzionaria di questi artisti.

Detroit, industria e cultura
Il legame tra Detroit e questa collezione è tutt’altro che secondario. Capitale dell’industria automobilistica, città simbolo del lavoro e della produzione, Detroit costruisce attraverso il suo museo un’identità culturale che va oltre l’immaginario industriale. Il Detroit Institute of Arts diventa così un luogo di educazione civica, accessibile, profondamente radicato nella comunità.

Una mostra senza effetti speciali
Allestita negli spazi contemporanei dell’Ara Pacis, la mostra evita soluzioni spettacolari. Il percorso è chiaro, leggibile, affidato alla forza delle opere e alla loro sequenza storica. È una scelta coerente con l’impianto dell’esposizione: non stupire, ma spiegare; non accumulare, ma costruire un discorso.

Roma come luogo di rilettura
Vedere questi capolavori a Roma aggiunge un ulteriore livello di lettura. La città, con la sua stratificazione storica, diventa uno sfondo silenzioso che amplifica il senso di continuità e rottura. L’Impressionismo, nato come gesto di ribellione, entra in dialogo con una capitale che da secoli riflette sul rapporto tra tradizione e innovazione.

L’eredità di una rivoluzione lenta
A oltre cent’anni di distanza, l’Impressionismo continua a parlare al presente. Non solo per la sua immediatezza visiva, ma per ciò che ha messo in moto: una nuova idea di artista, di pubblico, di museo. La mostra dell’Ara Pacis restituisce questa eredità senza retorica, mostrando come da una rivoluzione silenziosa sia nata gran parte della cultura visiva contemporanea.

Un’occasione di lettura lunga
Impressionismo e oltre è una mostra che chiede tempo. Non promette scorciatoie, ma offre strumenti di comprensione. Ed è forse questo il suo merito maggiore: ricordare che l’arte non è solo emozione immediata, ma anche storia, scelta, responsabilità culturale.


Un momento della presentazione

Scheda informativa

Mostra
Impressionismo e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts

Sede
Museo dell’Ara Pacis
Lungotevere in Augusta, Roma

Opere in mostra
Selezione di dipinti provenienti dal Detroit Institute of Arts, con opere di Claude Monet, Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir, Camille Pissarro, Paul Cézanne, Vincent van Gogh e altri protagonisti della pittura tra Otto e primo Novecento.

Periodo
Mostra temporanea
4 dicembre 2025 – 3 maggio 2026

Orari
Da martedì a domenica
ore 9.30 – 19.30
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Chiuso il lunedì
(orari festivi soggetti a variazioni)

Biglietti
Intero e ridotto secondo le tariffe del museo
Biglietti cumulativi e riduzioni disponibili per residenti, studenti e gruppi
Prenotazione consigliata nei fine settimana

Catalogo
Catalogo ufficiale disponibile in sede, con saggi critici e apparati storico-artistici sulle opere e sulla collezione del Detroit Institute of Arts.

Informazioni e prenotazioni
Sito ufficiale del Museo dell’Ara Pacis
Circuiti di biglietteria autorizzati


Redazione Experiences

Rimandare la discussione significa accettare che le fragilità diventino destino

La cultura non è un settore accessorio, ma una infrastruttura che incide su economia e democrazia. In Europa questa consapevolezza avanza a fatica; in Italia, e soprattutto nel Mezzogiorno, resta ancora irrisolta. Da qui presto prenderà avvio un nuovo ciclo di Experiences, che sposta lo sguardo dalle cornici ai nodi strutturali.

Perché la cultura è diventata una questione politica

di Sergio Bertolami
Direttore – Experiences

C’è un equivoco di fondo che attraversa il dibattito europeo sulla cultura da almeno trent’anni: l’idea che la cultura sia una conseguenza dello sviluppo, e non una delle sue condizioni. Questo equivoco ha prodotto politiche intermittenti, finanziamenti episodici, grandi eventi senza continuità e territori incapaci di trasformare il patrimonio in progetto.

Il ciclo di Experiences è nato per mettere in discussione questo automatismo. Non per difendere la cultura in quanto tale, ma per osservarne gli effetti reali: economici, sociali, democratici. Perché è lì, e solo lì, che la cultura smette di essere un valore astratto e diventa una forza misurabile.

I dati europei sono chiari. Secondo Eurostat e Commissione Europea, i settori culturali e creativi contribuiscono a circa il 4,4% del PIL dell’Unione e impiegano oltre 7 milioni di persone. Ma questi numeri, da soli, dicono poco. La questione decisiva non è quanto la cultura produce, ma come e dove lo fa.

I casi più interessanti non coincidono quasi mai con le capitali storiche. Negli ultimi quindici anni, i processi più solidi di rigenerazione culturale si sono sviluppati in città medie e territori periferici: Bilbao, prima che diventasse un modello inflazionato; Eindhoven, che ha legato design, tecnologia e formazione; Lille, che ha investito su cultura e coesione dopo la crisi industriale; Leipzig, che ha trasformato spazi dismessi in ecosistemi creativi stabili. In tutti questi casi, la cultura ha funzionato non come attrazione, ma come architettura di sistema.

La differenza è semplice e brutale: dove la cultura è stata pensata come infrastruttura – fatta di spazi, competenze, lavoro, continuità amministrativa – ha prodotto sviluppo. Dove è stata usata come evento o come brand, ha lasciato poco o nulla una volta spenti i riflettori.

Questo vale anche per le politiche europee. Il programma delle Capitali Europee della Cultura, che abbiamo analizzato nei primi articoli, è stato efficace solo quando ha inciso su governance urbana, formazione, reti territoriali. Dove è rimasto confinato alla programmazione culturale annuale, ha avuto effetti effimeri. Non è un giudizio ideologico: è una constatazione.

Il nodo centrale è il lavoro culturale. L’Europa continua a produrre competenze di alto livello – curatori, progettisti, ricercatori, operatori culturali – senza offrire loro condizioni di stabilità. La cultura è celebrata come motore di innovazione, ma chi la rende possibile vive spesso in una condizione di precarietà strutturale. Questo non è sostenibile nel lungo periodo. Una cultura senza lavoro stabile diventa fragile, ricattabile, prudente.

Le conseguenze non sono solo economiche. Sono democratiche.
Dove la cultura è debole, il dibattito pubblico si semplifica. Il linguaggio si impoverisce. Il conflitto viene rimosso o radicalizzato. Non è un caso che la crisi della partecipazione democratica proceda di pari passo con la marginalizzazione delle istituzioni culturali come spazi di confronto reale.

La cultura, quando funziona, non produce solo consenso. Produce capacità critica. Ed è proprio questa funzione che oggi viene tollerata sempre meno. Si chiede alla cultura di includere, di non disturbare, di essere accessibile, di non dividere. Il risultato è una neutralizzazione progressiva dei linguaggi, che abbiamo osservato nel quarto articolo di questo ciclo.

A questo punto il discorso non può che considerare l’Italia. Perché l’Italia è il paese europeo in cui la distanza tra potenziale culturale e risultato sistemico è più ampia. Non per mancanza di patrimonio, tutt’altro, ma per assenza di struttura. La cultura italiana continua a essere trattata come una rendita naturale, non come una politica pubblica.

Il divario diventa drammatico se si guarda al Mezzogiorno. Qui le problematiche storiche – frammentazione amministrativa, debolezza istituzionale, dipendenza dal finanziamento straordinario – hanno impedito alla cultura di diventare infrastruttura. Troppo spesso è stata ridotta a compensazione simbolica: festival al posto di servizi, eventi al posto di lavoro, retorica identitaria al posto di progettazione.

Eppure, proprio nel Sud esistono esperienze che dimostrano il contrario: Matera, prima e dopo il 2019; alcune reti museali pugliesi; esperienze di rigenerazione culturale in Sicilia e Campania che funzionano quando sono sostenute nel tempo. Il problema non è la mancanza di esempi, ma il loro isolamento. Mancano politiche che li rendano replicabili, trasferibili, strutturali.

È qui che Experiences intende concentrare la propria attenzione.
Dopo aver ricostruito il quadro europeo, il passo successivo è inevitabile: interrogare l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, non come eccezione folkloristica, ma come cartina di tornasole delle contraddizioni europee.

Se la cultura è davvero un’infrastruttura, allora il modo in cui un paese la tratta rivela la qualità della sua democrazia e la serietà del suo progetto di sviluppo. Continuare a tergiversare e rimandare questa discussione significa accettare che le fragilità diventino destino. Il lavoro vero comincia adesso non domani.


Direzione Experiences

Economia, democrazia e il prezzo dell’indifferenza culturale

La cultura europea non è solo un fatto simbolico: produce effetti economici, modella il lavoro, incide sulla qualità democratica. Ignorarla come infrastruttura significa pagare un prezzo alto, in termini di sviluppo e di coesione civile.

Quando la cultura decide il futuro

di Lorenzo Bianchi
Editorialista – Experiences

Ogni volta che si parla di cultura in Europa come di un lusso, si commette un errore di prospettiva.
La cultura non è ciò che viene dopo l’economia, ma ciò che la rende possibile nel lungo periodo. Non è un ornamento della democrazia, ma uno dei suoi presupposti. Eppure, continua a essere trattata come una variabile accessoria, utile finché non crea problemi. Le conseguenze di questa rimozione sono già visibili. Non solo nel sottofinanziamento cronico del settore culturale, ma nella fragilità del lavoro creativo, nella precarizzazione delle competenze, nella perdita di fiducia tra istituzioni e cittadini. Dove la cultura viene ridotta a intrattenimento o a leva turistica, l’economia diventa estrattiva e la democrazia superficiale.

La cultura è una delle poche economie che producono valore senza esaurire la risorsa.
Al contrario, la accrescono. Formazione, ricerca, creatività, patrimonio, mediazione culturale generano capitale umano, attrattività territoriale, innovazione diffusa. Ma questo valore non è immediatamente misurabile, e per questo viene spesso ignorato nelle decisioni politiche.

Il lavoro culturale è il primo indicatore di questa contraddizione.
Professionisti altamente formati, essenziali per il funzionamento dei sistemi culturali europei, vivono spesso in condizioni di instabilità cronica. Non per mancanza di domanda, ma per assenza di visione. Quando la cultura non è riconosciuta come infrastruttura, il lavoro che la sostiene diventa invisibile.

C’è poi una conseguenza meno evidente, ma più profonda: l’impoverimento del dibattito democratico.
La cultura è il luogo in cui una società impara a confrontarsi con il dissenso, la complessità, l’ambiguità. Quando questo spazio si restringe, il confronto si semplifica, si polarizza, si irrigidisce. La democrazia perde spessore, diventa reattiva invece che deliberativa.

Negli ultimi anni l’Europa ha delegato alla cultura un compito impossibile.
Le ha chiesto di includere senza dividere, di criticare senza disturbare, di essere accessibile senza essere banale. Il risultato è una cultura spesso prudente, talvolta autoreferenziale, incapace di incidere davvero sulle scelte collettive. Eppure, i momenti di maggiore vitalità democratica europea coincidono quasi sempre con fasi di forte investimento culturale. Dopoguerra, anni Sessanta, allargamento a Est: in tutti questi passaggi la cultura ha avuto un ruolo centrale nel rielaborare identità, valori, conflitti. Non come voce unitaria, ma come spazio di pluralità.

Oggi questa funzione è più necessaria che mai.
Le disuguaglianze crescono, la fiducia nelle istituzioni diminuisce, le narrazioni semplici guadagnano terreno. In questo contesto, la cultura può ancora offrire strumenti di comprensione, non soluzioni facili. Ma solo se viene messa nelle condizioni di farlo.

Questo implica una scelta politica chiara.
Trattare la cultura come infrastruttura significa finanziarla con continuità, proteggerne il lavoro, accettarne il potenziale conflittuale. Significa riconoscere che una società senza cultura critica può forse crescere nel breve periodo, ma si indebolisce nel lungo. Il prezzo dell’indifferenza culturale non è immediato, ma cumulativo. Si paga in perdita di competenze, in impoverimento del linguaggio pubblico, in riduzione della partecipazione. Si paga quando la complessità viene sostituita dallo slogan, quando la paura prende il posto del confronto.

L’Europa è arrivata a un punto di scelta.
Può continuare a considerare la cultura come un settore tra gli altri, o può riconoscerla per ciò che è: un’infrastruttura democratica ed economica essenziale. Non una garanzia di consenso, ma una condizione di possibilità. Se la cultura non decide il futuro, lo farà qualcun altro al suo posto. E raramente sarà qualcuno interessato alla complessità, alla pluralità, alla responsabilità.


Redazione Experiences