A Spoleto Marco una mostra mette in relazione Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini

Alla Rocca Albornoz una mostra mette in relazione Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini attraverso opere storiche, documenti, installazioni e un percorso che riflette sul ruolo del poeta nella società contemporanea, all’interno del Festival dei Due Mondi.

Non tutte le mostre raccontano una storia conclusa. Alcune riaprono un dialogo che sembrava appartenere al passato e lo restituiscono al presente. È ciò che accade con “PPP – Pound Poesia Pasolini”, il progetto di Marco Nereo Rotelli che invita a rileggere due protagonisti del Novecento come interlocutori ancora capaci di interrogare il nostro tempo.


Fino al 13 settembre 2026 la Rocca Albornoz – Museo Nazionale del Ducato di Spoleto ospita PPP – Pound Poesia Pasolini, mostra personale di Marco Nereo Rotelli organizzata dai Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali Umbria e dalla Fondazione Festival dei Due Mondi, con la collaborazione dell’Albornoz Palace Hotel di Spoleto. L’esposizione riunisce una selezione di opere storiche dedicate a Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini, costruendo un itinerario che intreccia memoria, poesia, arti visive e riflessione civile.
L’idea curatoriale prende avvio da un episodio diventato emblematico della cultura italiana: l’incontro fra Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini, documentato nel 1967 dalle telecamere della Rai. Quel colloquio, oggi considerato uno dei momenti più significativi del dialogo intellettuale del secondo Novecento, rappresenta il fulcro dell’intero progetto espositivo. Il visitatore può riviverlo grazie al filmato conservato dalle Teche Rai, mentre il reading di Davide Rondoni amplia quella conversazione trasformandola in un confronto ancora aperto sulle responsabilità della parola poetica.

La mostra evita qualsiasi intento celebrativo. Rotelli utilizza invece il rapporto tra Pound e Pasolini per interrogare la condizione dell’intellettuale contemporaneo, la libertà del pensiero, il peso delle persecuzioni ideologiche e giudiziarie e la capacità della poesia di sopravvivere ai conflitti della storia. È una prospettiva coerente con il percorso dell’artista veneziano, che da decenni lavora sul dialogo tra parola, luce e spazio pubblico, sviluppando interventi permanenti e installazioni in musei, città e siti monumentali internazionali.

Tra le opere più significative figurano tre grandi lastre d’acciaio sulle quali sono riportate le sentenze processuali contro Pier Paolo Pasolini. Questi lavori furono presentati per la prima volta alla Biennale Arte di Venezia del 2001, nella mostra Platea dell’Umanità diretta da Harald Szeemann, all’interno dell’installazione Bunker Poetico. Ancora oggi mantengono intatta la loro forza simbolica, trasformando documenti giudiziari in materia artistica e ricordando quanto la vicenda di Pasolini sia stata segnata da un continuo confronto con il potere e con i meccanismi della marginalizzazione culturale.

Accanto a queste opere trovano spazio le storiche Porte poetiche, dedicate a Ezra Pound e realizzate nell’ambito del progetto Promenade der Poesie a Merano e al castello di Brunnenburg, luogo nel quale il poeta americano trascorse parte della propria vita. Le porte riportano versi poetici e assumono il valore di soglie simboliche: attraversarle significa compiere un viaggio nella conoscenza, facendo della poesia un’esperienza fisica oltre che intellettuale.

La scelta di Spoleto non è casuale. Il Festival dei Due Mondi, fondato nel 1958 da Gian Carlo Menotti, nasce proprio come luogo d’incontro tra culture europee e americane, vocazione che dialoga naturalmente con la figura di Pound, poeta statunitense profondamente legato all’Italia, e con quella di Pasolini, autore capace di attraversare linguaggi diversi – poesia, narrativa, cinema, teatro e saggistica – mantenendo sempre uno sguardo critico sulla società contemporanea.

Esiste inoltre un legame storico preciso che rende la sede ancora più significativa. A Spoleto, durante la Settimana della Poesia organizzata nel 1965 da Gian Carlo Menotti, avvenne un incontro destinato a modificare profondamente il giudizio di Pasolini nei confronti di Pound. Da quella occasione nacque un rapporto di maggiore comprensione reciproca, destinato a trovare piena espressione nel celebre colloquio filmato due anni dopo. La mostra recupera quella vicenda non come semplice episodio biografico, ma come esempio della capacità del dialogo culturale di superare pregiudizi e contrapposizioni.

Il progetto espositivo prosegue idealmente anche oltre le sale della Rocca. L’inaugurazione è stata accompagnata da una lettura di Davide Rondoni dedicata ai due poeti, costruita attorno ai temi dell’incontro, dell’amore e del confronto tra culture e generazioni. Il percorso si concluderà invece l’8 settembre con il finissage affidato al Piccolo Museo della Poesia, che porterà a Spoleto autori internazionali chiamati a riflettere sul medesimo tema dell’incontro come occasione di libertà e conoscenza.

Nel corso dell’inaugurazione, inoltre, il presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, Federico Mollicone, ha conferito a Marco Nereo Rotelli e a Davide Rondoni la Medaglia della Camera dei Deputati, riconoscendo il valore culturale dell’iniziativa e del lavoro svolto dai due protagonisti.

Più che raccontare Pound e Pasolini, PPP – Pound Poesia Pasolini restituisce la loro presenza come domanda ancora aperta. In un’epoca nella quale il dibattito pubblico tende spesso alla semplificazione, la mostra ricorda come la poesia possa continuare a essere uno spazio di confronto, attraversamento e libertà. È forse proprio questa la sua attualità più profonda: dimostrare che le parole, quando riescono a trasformarsi in esperienza condivisa, non appartengono mai soltanto al passato.


Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali Umbria
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Articolo a cura della Redazione Experiences

Al Museo Nazionale del Ducato di Spoleto la mostra “Dario Fo pittore: le macchine teatrali”

A Spoleto una mostra racconta il laboratorio creativo del Nobel attraverso fondali, bozzetti e macchine sceniche che trasformano la pittura in azione teatrale

Non tutte le idee prendono forma con le parole. Alcune nascono da un segno, da un colore, da una superficie dipinta che anticipa il movimento degli attori. È questo il punto di vista scelto dalla mostra dedicata a Dario Fo, che restituisce al pubblico una delle dimensioni meno note, ma più decisive, della sua attività artistica.


Esiste un momento, prima ancora che il sipario si apra, in cui il teatro prende forma sulla carta. È il territorio del disegno, della pittura, della costruzione dello spazio scenico. Proprio da questa prospettiva prende avvio “Dario Fo pittore: le macchine teatrali”, allestita alla Rocca Albornoz – Museo Nazionale del Ducato di Spoleto, dove resterà aperta fino al 25 aprile 2027. Curata da Stefano Bertea e Mattea Fo, l’esposizione inaugura il programma umbro delle celebrazioni dedicate al centenario della nascita del Premio Nobel per la Letteratura del 1997, riportando l’attenzione su un aspetto fondamentale della sua ricerca creativa: la pittura come motore dell’invenzione teatrale.

L’iniziativa è promossa dalla Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali e dalla Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, insieme ai Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali dell’Umbria, alla Regione Umbria, al Festival dei Due Mondi di Spoleto e alla Fondazione Dario Fo e Franca Rame ETS, con la collaborazione della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Veneto e del Trentino-Alto Adige e dell’Archivio di Stato di Verona. L’appuntamento si inserisce inoltre nel cartellone del Festival dei Due Mondi, luogo particolarmente significativo nella biografia artistica di Fo: proprio a Spoleto, nel 1999, debuttò infatti Lu Santo Jullare Francesco, il cui grande fondale scenico viene ora nuovamente esposto dopo ventisette anni.

La mostra propone una lettura del lavoro di Fo che supera la tradizionale distinzione tra arti visive e teatro. Per il drammaturgo lombardo, infatti, la pittura non costituiva un’attività parallela alla scrittura o alla regia, ma ne rappresentava una componente essenziale. Disegnare significava progettare lo spettacolo, definire i ritmi della narrazione, costruire lo spazio nel quale gli attori avrebbero agito. Fondali, bozzetti, arazzi scenografici e sagome mobili non erano semplici elementi decorativi, bensì strumenti drammaturgici destinati a partecipare attivamente alla costruzione della scena.

Il percorso espositivo attraversa oltre mezzo secolo di produzione artistica e teatrale, riunendo materiali provenienti da quattro spettacoli emblematici: Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), Mamma! I Sanculotti! (1993), Lu Santo Jullare Francesco (1999) e La figlia del Papa (2014). L’evoluzione delle cosiddette “macchine teatrali” emerge con particolare chiarezza: dagli arazzi scenografici degli anni Sessanta ai grandi fondali ispirati ai canovacci illustrati dei cantastorie medievali, fino alle sagome carrellate degli ultimi allestimenti, che trasformano la scenografia in un organismo dinamico capace di dialogare con gli interpreti.

Questa attenzione al valore narrativo dell’immagine affonda le radici nella formazione stessa di Dario Fo. Prima ancora di essere universalmente riconosciuto come autore, attore e regista, Fo studiò pittura e arti figurative all’Accademia di Brera e sviluppò un linguaggio visivo fortemente influenzato dall’arte popolare, dall’affresco medievale, dalla satira illustrata e dalla tradizione dei giullari. Nel suo teatro convivono riferimenti alla cultura figurativa europea, alla pittura murale, ai cartelloni narrativi e alle tecniche della comunicazione popolare, in una sintesi che rende inseparabili parola, gesto e immagine.

Il concetto di “macchina teatrale”, al centro della mostra, richiama anche una lunga tradizione della storia dello spettacolo. Dal teatro rinascimentale alle scenografie barocche, il termine indicava i dispositivi capaci di produrre illusioni prospettiche, cambi di scena ed effetti spettacolari. Fo ne offre una reinterpretazione personale: la macchina non è più soltanto un meccanismo tecnico, ma un sistema creativo nel quale pittura, narrazione e regia si fondono in un unico progetto. Il fondale diventa protagonista dell’azione, mentre le figure dipinte contribuiscono a definire il ritmo e il significato della rappresentazione.

A cento anni dalla nascita di Dario Fo (1926-2016), questa esposizione restituisce così un’immagine più completa di uno dei maggiori protagonisti della cultura italiana del Novecento. Premio Nobel, autore, attore, regista, scenografo e pittore, Fo ha costruito un linguaggio artistico capace di attraversare discipline differenti senza mai separarle realmente. La mostra di Spoleto invita a osservare proprio questo laboratorio creativo, dove ogni spettacolo nasce prima sulla superficie di un foglio e soltanto dopo raggiunge il palcoscenico. Un percorso che permette di comprendere come, nel suo lavoro, la pittura non illustrasse il teatro, ma ne costituisse l’origine stessa, continuando ancora oggi a suggerire nuove chiavi di lettura della sua eredità culturale.


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Articolo a cura della Redazione Experiences

Van Gogh e gli italiani a Parigi: come rileggere la stagione dei grandi ritrattisti italiani

L’Arlesiana torna protagonista a Perugia in un dialogo con la ritrattistica italiana del secondo Ottocento

Ci sono opere che continuano a cambiare significato ogni volta che vengono osservate accanto a nuovi interlocutori. È ciò che accade a L’Arlesiana di Vincent van Gogh, che alla Galleria Nazionale dell’Umbria diventa il punto di partenza per rileggere la stagione dei grandi ritrattisti italiani attivi tra la seconda metà dell’Ottocento e la Parigi dell’Impressionismo.


Dal 2 luglio al 27 settembre 2026 la Galleria Nazionale dell’Umbria dedica un nuovo appuntamento al ciclo “Un capolavoro a Perugia”, accogliendo uno dei prestiti più significativi concessi dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma: L’Arlesiana, il celebre ritratto di Madame Ginoux realizzato da Vincent van Gogh durante gli ultimi mesi della sua attività artistica. La mostra, curata da Costantino D’Orazio e Aurora Roscini Vitali, propone però molto più dell’esposizione di un capolavoro: costruisce un confronto tra la sensibilità del pittore olandese e quella degli artisti italiani che, negli stessi decenni, guardarono a Parigi come al principale laboratorio della modernità.

L’iniziativa si inserisce nel percorso inaugurato dal museo nel 2024 con le mostre-dossier dedicate prima a Gustav Klimt e successivamente ad Amedeo Modigliani. La formula resta la stessa: concentrare l’attenzione su una singola opera di eccezionale rilievo, accompagnandola con strumenti di approfondimento storico e con un allestimento capace di restituirne la complessità artistica e culturale. Anche questa volta il visitatore viene introdotto al dipinto attraverso un ambiente preliminare dedicato al contesto storico-critico e da uno spazio immersivo che ripercorre, mediante videoproiezioni, gli aspetti fondamentali della ricerca di Van Gogh.

La protagonista della mostra è Madame Ginoux, proprietaria del Café de la Gare di Arles, figura familiare nell’universo di Van Gogh e già ritratta in più occasioni. La versione conservata dalla GNAMC appartiene al periodo trascorso dall’artista nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence tra il 1889 e il 1890. Utilizzando un disegno lasciato da Paul Gauguin prima della sua improvvisa partenza da Arles, Van Gogh rielabora il soggetto trasformandolo in un’immagine di intensa partecipazione emotiva. Il ritratto non restituisce soltanto le sembianze della donna, ma diventa un luogo di memoria, riflessione e ricerca interiore, confermando come il genere del ritratto rappresentasse per l’artista uno strumento privilegiato di indagine psicologica.

Attorno a questo nucleo si sviluppa un dialogo con sedici opere provenienti dal Museo dell’Ottocento della Fondazione Di Persio-Pallotta di Pescara. Il percorso ricostruisce l’evoluzione della ritrattistica femminile italiana nella seconda metà del XIX secolo, mettendo in relazione Van Gogh con alcuni protagonisti della pittura nazionale come Gioacchino Toma, Saverio Altamura, Silvestro Lega, Antonio Mancini, Mosè Bianchi e Niccolò Cannicci. A questi si affiancano Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini, gli artisti italiani che seppero interpretare più direttamente l’atmosfera della Belle Époque parigina, contribuendo a definire un linguaggio pittorico capace di dialogare con il Realismo e con l’Impressionismo senza rinunciare a una propria identità.

Il confronto suggerito dalla mostra evita ogni ricerca di somiglianze forzate. Al contrario, mette in evidenza come percorsi artistici differenti possano condividere alcune domande fondamentali sulla rappresentazione della persona. Nei ritratti selezionati la figura femminile supera infatti la semplice funzione di ritratto sociale o borghese, trasformandosi in uno spazio dove emergono malinconia, introspezione, dignità quotidiana e complessità psicologica, indipendentemente dall’appartenenza sociale delle protagoniste.

La scelta di porre Van Gogh al centro di questa riflessione acquista ulteriore significato se si considera il ruolo esercitato da Parigi negli anni Ottanta dell’Ottocento. Pur non appartenendo formalmente al gruppo impressionista, l’artista olandese assimilò nella capitale francese le innovazioni cromatiche e luministiche che avrebbero trasformato radicalmente il suo linguaggio. Parallelamente, numerosi pittori italiani trovarono nella città il luogo ideale per confrontarsi con le nuove tendenze europee, dando vita a una stagione di fecondi scambi culturali che contribuì a rinnovare anche la pittura italiana.

Ad accompagnare la mostra è il catalogo pubblicato da Moebius, nel quale i saggi dei curatori approfondiscono rispettivamente il significato dell’Arlesiana e il rapporto, reale e culturale, tra gli artisti italiani e la Parigi della fine del XIX secolo. Completa il volume un contributo di Alessandra Migliorati dedicato all’evoluzione della rappresentazione femminile nel secondo Ottocento, ampliando ulteriormente la prospettiva storico-artistica dell’esposizione.

Più che una semplice esposizione monografica, Van Gogh e gli italiani a Parigi propone dunque una riflessione sulla circolazione delle idee nell’Europa di fine Ottocento e sulla capacità del ritratto di raccontare, attraverso i volti, le trasformazioni culturali di un’intera epoca. È proprio in questo dialogo tra esperienze diverse che l’Arlesiana continua ancora oggi a rivelare nuove possibilità di lettura, confermando la straordinaria attualità dello sguardo di Vincent van Gogh.


Uffici stampa
Ilaria Batassa ilaria.batassa@cultura.gov.it
Clara Cervia clara.cervia@clp1968.it
Articolo a cura della Redazione Experiences

Luigi Ghirri e Gianni Celati. Lo sguardo condiviso che ha cambiato il racconto del paesaggio italiano

Al MAMbo di Bologna una mostra ripercorre l’intenso dialogo tra fotografia, letteratura e cinema nato dall’incontro fra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Ottantuno fotografie, tre film e un catalogo raccontano una delle collaborazioni più fertili della cultura italiana contemporanea.

Più che una mostra fotografica, è il racconto di un’amicizia intellettuale che ha trasformato il modo di osservare il paesaggio. Al centro non ci sono monumenti o vedute spettacolari, ma il valore culturale dell’ordinario, dei luoghi marginali e delle persone comuni.


Il paesaggio non è soltanto ciò che si vede. È il modo in cui impariamo a guardarlo. Quando Luigi Ghirri impugnava la macchina fotografica e Gianni Celati prendeva appunti durante gli stessi viaggi lungo il Po, stavano costruendo una delle riflessioni più originali sul territorio italiano del secondo Novecento. La mostra del MAMbo riporta oggi alla luce quella conversazione silenziosa tra immagini, parole e cinema, restituendone tutta la forza culturale. Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna dedica a questo dialogo creativo la mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli e allestita nella Project Room del museo. Il progetto, sostenuto da Strategia Fotografia 2025 della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e realizzato in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri, ricostruisce una stagione artistica fondamentale attraverso fotografie, materiali cinematografici e documentazione d’archivio.

La figura di Luigi Ghirri (1943-1992) occupa un posto centrale nella fotografia europea del secondo Novecento. La sua ricerca ha contribuito a superare la tradizionale distinzione tra documentazione e interpretazione, restituendo dignità poetica ai paesaggi quotidiani, ai margini urbani, alle periferie e agli spazi apparentemente anonimi. Parallelamente Gianni Celati (1937-2022), scrittore, traduttore, critico e successivamente regista, elaborava una forma narrativa capace di osservare il territorio senza retorica, facendo dell’erranza e dell’attenzione ai dettagli un metodo di conoscenza.

La mostra concentra l’attenzione sulla serie Blu infinito, composta da 81 fotografie realizzate da Ghirri tra il 1989 e il 1991 durante la preparazione e le riprese di Strada provinciale delle anime, primo lungometraggio diretto da Celati. Si tratta dell’ultimo importante lavoro fotografico dell’autore emiliano prima della sua prematura scomparsa e rappresenta un momento di svolta nella sua produzione. Alla consueta attenzione verso il paesaggio si affianca infatti una presenza più intensa della figura umana: amici, studenti, scrittori e familiari dello stesso Celati diventano protagonisti di un viaggio che attraversa Ferrara, le Valli di Comacchio e il Delta del Po, trasformando un semplice itinerario in un racconto collettivo fatto di incontri, attese e silenzi.

L’origine di questo percorso risale al successo del libro Verso la foce, pubblicato nel 1989 da Gianni Celati. Quel volume, oggi considerato uno dei testi fondamentali della letteratura italiana contemporanea sul paesaggio, proponeva un modo completamente nuovo di osservare la Pianura Padana, lontano sia dal pittoresco sia dalla denuncia sociale. Il film nasce proprio come naturale prosecuzione cinematografica di quell’esperienza narrativa, mentre Ghirri accompagna ogni fase della lavorazione con il proprio sguardo fotografico.

Strada provinciale delle anime, girato tra il 1989 e il 1991 dalla casa di produzione Pierrot e la Rosa con il sostegno di Rai Tre, racconta il viaggio di un gruppo eterogeneo di persone che accompagna alcuni anziani parenti di Celati a vedere il mare per la prima volta. Lungo il percorso il paesaggio diventa protagonista tanto quanto i viaggiatori. Appunti, taccuini, schemi di regia e materiali preparatori conservati nel Fondo Celati testimoniano un lungo lavoro di osservazione che coinvolse anche Ghirri durante mesi di sopralluoghi, confermando quanto profonda fosse la sintonia tra i due autori.

L’esposizione amplia questo racconto mettendo in dialogo la serie fotografica con altri due documentari firmati da Celati. Il mondo di Luigi Ghirri (1998) costituisce un ritratto affettuoso del fotografo attraverso i suoi luoghi, i libri, gli oggetti e il suo particolare modo di abitare il paesaggio, mentre Case sparse. Visioni di case che crollano (2003) prosegue idealmente una ricerca avviata insieme all’amico, riflettendo sulla scomparsa dell’architettura rurale e sulla trasformazione del territorio padano sotto la pressione della modernità.

Questi lavori rappresentano anche una pagina importante della storia del documentario italiano. La casa di produzione Pierrot e la Rosa, nata alla fine degli anni Settanta nell’ambiente del DAMS bolognese grazie a Luca Buelli, Paolo Muran e Lamberto Borsetti, contribuì infatti allo sviluppo di un cinema del reale capace di fondere osservazione, ricerca antropologica e sperimentazione narrativa, influenzando profondamente la produzione documentaristica italiana degli anni successivi.

Ciò che rende ancora oggi attuale il dialogo tra Ghirri e Celati è la loro comune idea di paesaggio. Per entrambi esso non coincide con una veduta spettacolare, ma con un’esperienza vissuta. Le fotografie di Ghirri attribuiscono valore estetico agli elementi più ordinari dell’esistente, mentre Celati costruisce narrazioni che ricompongono frammenti dispersi della realtà senza imporre interpretazioni definitive. È un invito a rallentare lo sguardo, ad accettare l’incertezza e a riconoscere nella normalità una dimensione poetica spesso invisibile.

Questa prospettiva ha avuto un’influenza significativa anche sul dibattito culturale e fotografico italiano. La ricerca di Ghirri dialoga idealmente con esperienze come Viaggio in Italia del 1984, volume che contribuì a ridefinire la fotografia di paesaggio nazionale, mentre la riflessione di Celati sul territorio ha influenzato numerosi scrittori, documentaristi e studiosi interessati ai temi della memoria, dell’identità dei luoghi e della trasformazione delle periferie.

A completare il progetto espositivo è il catalogo bilingue pubblicato da Danilo Montanari Editore (dal quale è stata tratta la copertina di questo articolo), curato da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli. Il volume raccoglie le immagini della serie Blu infinito e approfondisce il rapporto tra i due autori attraverso contributi di Marco Sironi, Gabriele Gimmelli e Corrado Confalonieri, oltre a un’intervista di Giulia Pezzoli a Luca Buelli che ricostruisce il contesto culturale in cui nacque questa straordinaria collaborazione artistica.

Per chi conosce già Luigi Ghirri e Gianni Celati, la mostra rappresenta l’occasione per osservare da vicino il laboratorio creativo di un sodalizio che ha lasciato un segno profondo nella cultura italiana. Per chi invece si avvicina oggi al loro lavoro, costituisce un invito a riscoprire un’idea di paesaggio fondata sull’attenzione, sull’ascolto e sulla capacità di riconoscere il valore delle cose comuni. In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini, quel loro sguardo paziente continua a offrire una lezione sorprendentemente attuale.


Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Caravaggio Forever: Marco Tamburro e il coraggio di guardare la realtà

Dal 16 luglio al 23 agosto Palazzo Bonaparte ospita oltre quaranta opere inedite dell’artista umbro dedicate al dialogo con Michelangelo Merisi. Un percorso che mette a confronto due epoche diverse, unite dalla stessa esigenza: raccontare l’uomo senza idealizzarlo.

Non è una mostra dedicata a Caravaggio nel senso tradizionale del termine. È un confronto con il suo sguardo. Marco Tamburro sceglie di misurarsi con l’eredità del maestro lombardo non attraverso la citazione, ma interrogando il presente con la stessa radicale attenzione alla realtà.


Caravaggio non compare in nessuna delle tele di Marco Tamburro. Eppure la sua presenza attraversa l’intero percorso espositivo. Non nelle composizioni, nei soggetti o nelle iconografie che hanno reso celebre Michelangelo Merisi, ma nel modo di osservare il mondo. È da questa idea prende forma Caravaggio Forever, la mostra che Palazzo Bonaparte presenta a Roma dal 16 luglio al 23 agosto, riunendo oltre quaranta opere inedite dell’artista e proponendo un dialogo che supera la semplice celebrazione per trasformarsi in una riflessione sul ruolo della pittura contemporanea.
Curata da Giulia Silvia Ghia e prodotta da Arthemisia, l’esposizione nasce da un interrogativo preciso: che cosa significa, oggi, guardare la realtà con lo stesso coraggio che rese Caravaggio uno dei più grandi innovatori della storia dell’arte? La risposta di Tamburro non passa attraverso l’imitazione dei capolavori seicenteschi. Le sue opere scelgono un’altra strada, condividendo con il maestro lombardo un atteggiamento, prima ancora che un linguaggio: raccontare l’uomo nella sua autenticità, senza attenuare inquietudini, fragilità e contraddizioni.

È questa la vera eredità di Caravaggio. Tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento il pittore rivoluzionò la cultura figurativa europea non soltanto grazie all’uso spettacolare della luce, ma soprattutto perché sostituì gli ideali astratti con persone reali. I suoi modelli provenivano dalle strade di Roma, i volti erano quelli della gente comune, i corpi mostravano imperfezioni che fino ad allora la pittura tendeva a nascondere. Quel naturalismo, sostenuto da un uso drammatico del chiaroscuro, modificò profondamente il linguaggio artistico del tempo e influenzò generazioni di pittori in tutta Europa.

Tamburro raccoglie questa lezione trasportandola nel XXI secolo. Le sue tele parlano di città, periferie, relazioni, trasformazioni sociali e solitudini contemporanee. La luce continua a essere protagonista, ma diventa uno strumento espressivo capace di mettere in risalto tensioni psicologiche e dinamiche urbane. Non c’è alcun desiderio di reinterpretare le opere di Caravaggio, bensì di condividere con lui una medesima urgenza narrativa: rendere visibile ciò che spesso rimane ai margini dello sguardo collettivo.

Roma rappresenta il luogo naturale di questo confronto. È la città in cui Caravaggio realizzò alcune delle opere che cambiarono definitivamente la storia della pittura occidentale, dalle tele della Cappella Contarelli ai dipinti di Santa Maria del Popolo. Ed è la città nella quale Marco Tamburro vive e sviluppa oggi la propria ricerca. In questo spazio simbolico passato e presente finiscono così per sovrapporsi, dimostrando come il linguaggio dell’arte continui a rinnovarsi senza recidere il rapporto con la propria tradizione.

L’allestimento accompagna il visitatore in un percorso immersivo che affianca le opere a un documentario realizzato da Giovanni Storaro sul lavoro di Tamburro e a una selezione di documenti dedicati alla vita di Caravaggio e al sistema delle committenze che ne accompagnò l’attività. Ne emerge un racconto che non riguarda soltanto la biografia del Merisi, ma anche la rete di mecenati, collezionisti e istituzioni che rese possibile una delle più significative rivoluzioni artistiche dell’età moderna. La pittura dialoga così con la storia, offrendo gli strumenti per comprendere come ogni innovazione nasca sempre all’interno di un preciso contesto culturale.

L’iniziativa conferma inoltre il percorso intrapreso da Arthemisia, che negli ultimi anni ha affiancato alle grandi mostre dedicate ai maestri del passato un’attenzione crescente verso gli artisti contemporanei. L’obiettivo è costruire un dialogo continuo tra patrimonio storico e ricerca attuale, evitando di relegare l’arte classica a semplice memoria e riconoscendole invece la capacità di continuare a interrogare il presente. In questa prospettiva, Caravaggio Forever non propone un confronto tra due artisti lontani nel tempo, ma tra due modi di osservare la realtà accomunati dalla ricerca della verità umana.

Nato a Perugia nel 1974, Marco Tamburro si è formato tra l’Istituto d’Arte della sua città, l’Accademia di Belle Arti di Brera e quella di Roma. La sua ricerca pone al centro la condizione dell’uomo contemporaneo e il rapporto con l’ambiente urbano, sviluppando un linguaggio pittorico caratterizzato da forte intensità espressiva. Dal 2019 dirige nella capitale Factory Studio 8, laboratorio dedicato alla produzione artistica e agli scambi internazionali. Le sue opere sono state esposte in importanti istituzioni italiane e straniere, tra cui MAXXI e MACRO di Roma, Palazzo Medici Riccardi di Firenze, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, la Biennale di Venezia e sedi espositive negli Stati Uniti e in Germania.

L’ingresso alla mostra è gratuito. L’esposizione è prodotta e organizzata da Arthemisia con il patrocinio del Ministero per gli Affari esteri ed europei di Malta, dell’Ambasciata di Malta in Italia e dell’Accademia di Belle Arti di Roma, con la partecipazione del Ministero della Cultura, dell’Archivio di Stato di Roma, della Fondazione Banco di Napoli e del GAMM Game Museum. La direzione artistica è affidata a Marco Tamburro, la cura a Giulia Silvia Ghia e il catalogo è pubblicato da Moebius.

Credo che questa apertura sia più in linea con il taglio di Experiences: entra subito nel cuore della notizia, evita formule generiche e costruisce un incipit che appartiene a questa mostra e non potrebbe essere riciclato per un altro articolo.


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Monet torna a teatro: un viaggio di emozioni nel centenario della sua scomparsa

Marco Goldin inaugura una nuova stagione del racconto culturale con Monet. Una vita a colori, uno spettacolo che intreccia parole, musica e immagini per ripercorrere la vicenda umana e artistica del padre dell’Impressionismo. Accanto alla tournée prende forma anche un innovativo progetto di comunicazione, pensato per avvicinare un pubblico sempre più ampio all’opera del grande maestro francese.

Non sempre l’arte ha bisogno di essere spiegata. Talvolta basta lasciarsi attraversare da ciò che suscita. È da questa convinzione che nasce un progetto teatrale e culturale dedicato a Claude Monet, nel centenario della sua morte, capace di trasformare la conoscenza in esperienza e la divulgazione in partecipazione emotiva.


Il 2026 segna il centenario della scomparsa di Claude Monet, avvenuta il 5 dicembre 1926 nella sua casa di Giverny. A distanza di un secolo, il pittore che ha rivoluzionato la percezione della luce e del paesaggio continua a esercitare un’influenza profonda non soltanto sulla storia dell’arte, ma anche sull’immaginario contemporaneo. È in questo contesto che nasce Monet. Una vita a colori, il nuovo spettacolo teatrale scritto e diretto da Marco Goldin, destinato a debuttare il 17 ottobre al Teatro Sociale di Mantova, prima della prima nazionale prevista il 20 ottobre a Udine. Critico d’arte, curatore di grandi mostre e fondatore di Linea d’ombra nel 1996, Goldin ha dedicato oltre trent’anni di studi al maestro francese, organizzando esposizioni che hanno contribuito in modo significativo alla diffusione dell’Impressionismo in Italia. Con questo nuovo lavoro porta quella lunga esperienza fuori dai musei, scegliendo il teatro come luogo in cui immagini, musica e narrazione possano fondersi in un racconto unitario.

Lo spettacolo, della durata di circa novanta minuti, è costruito in sei momenti che seguono l’intero percorso creativo di Monet. Si parte dagli anni giovanili trascorsi tra la foresta di Fontainebleau e le coste della Normandia, dove il giovane artista sviluppò quella sensibilità per la luce naturale destinata a cambiare la pittura europea. Il racconto prosegue attraverso l’esperienza di Argenteuil e Vétheuil, luoghi simbolo della stagione impressionista, fino ai viaggi a Bordighera, nei Paesi Bassi e in Norvegia, ai soggiorni londinesi e veneziani e infine alla lunga stagione di Giverny, dove nacquero le celebri serie dedicate alle ninfee e al ponte giapponese.

Il percorso biografico coincide con l’evoluzione di un linguaggio pittorico che ha modificato il modo di osservare la realtà. Monet fu tra i protagonisti della prima mostra impressionista del 1874, organizzata nello studio del fotografo Nadar a Parigi. Proprio da uno dei dipinti esposti, Impression, soleil levant, il critico Louis Leroy coniò ironicamente il termine “impressionisti”, destinato a identificare uno dei movimenti più influenti della storia dell’arte. La ricerca di Monet si concentrò sull’osservazione delle variazioni atmosferiche e luminose, portandolo a dipingere più volte lo stesso soggetto in condizioni differenti, come dimostrano le celebri serie dedicate ai covoni di fieno, ai pioppi, alla Cattedrale di Rouen e alle ninfee.

Accanto alla parola, nello spettacolo assume un ruolo essenziale la musica. Sul palco Goldin è accompagnato dal pianista e compositore Remo Anzovino, autore delle musiche originali, e dalla violoncellista e cantante Daniela Savoldi. La componente sonora non accompagna semplicemente il racconto, ma contribuisce a costruire un dialogo continuo con le immagini, trasformando la narrazione in un’esperienza immersiva.

Anche l’allestimento scenico è concepito per amplificare questa dimensione. La scenografia, firmata dallo stesso Goldin, utilizza piattaforme rotanti per i musicisti, ledwall curvi bifacciali e un grande schermo sul quale scorrono video e animazioni realizzati da Luca Attilii, Federico Pelle e Geremia Vinattieri. L’obiettivo non è ricostruire semplicemente le opere del pittore, ma creare uno spazio visivo capace di accompagnare il pubblico dentro i luoghi e le atmosfere che hanno alimentato la sua ricerca artistica.

Accanto allo spettacolo prende forma anche un progetto di comunicazione che rappresenta una significativa novità nel panorama culturale italiano. Linea d’ombra ha infatti scelto di abbandonare il modello tradizionale della promozione teatrale, affidandosi a una strategia sviluppata insieme all’agenzia Tale di Mirano. Il principio da cui prende avvio è sintetizzato in una frase semplice quanto efficace: «Monet non si racconta soltanto. Si sente».

L’idea è quella di spostare il baricentro dalla spiegazione all’esperienza emotiva. Invece di limitarsi a fornire informazioni storiche o didascaliche, il progetto punta a dare voce alle sensazioni che molti spettatori provano davanti ai dipinti dell’artista. Nascono così trailer, video, podcast, newsletter e contenuti digitali che vedono Goldin protagonista di un racconto in prima persona, costruito non come una lezione d’arte, ma come una condivisione di passione e memoria.

Il piano editoriale, sviluppato da giugno a dicembre 2026, si articola in sette rubriche narrative. “Sentire” apre il dialogo con il pubblico sul rapporto emotivo con la pittura di Monet; “Avvicinarsi” racconta il percorso trentennale di Goldin dedicato all’artista; “Comporre” documenta la nascita dello spettacolo; “Rappresentare” dà spazio ai musicisti; “Approfondire” propone una serie di video-podcast dedicati ai luoghi fondamentali della vita di Monet, da Fontainebleau ad Argenteuil, dalla Normandia a Bordighera, da Londra a Giverny; “Taccuini” pubblica pagine autentiche dei quaderni di viaggio del critico; infine “Esserci” raccoglierà le testimonianze del pubblico durante la tournée.

Si tratta di un’impostazione che riflette una trasformazione più ampia della comunicazione culturale. Oggi il coinvolgimento del pubblico passa sempre più attraverso linguaggi narrativi capaci di integrare contenuti scientificamente rigorosi con strumenti digitali e forme di partecipazione emotiva. Musei, fondazioni e istituzioni culturali internazionali stanno progressivamente adottando strategie che privilegiano il racconto e l’esperienza condivisa rispetto alla sola divulgazione, nel tentativo di intercettare anche chi normalmente resta distante dai circuiti artistici tradizionali.

L’obiettivo dichiarato del progetto va infatti oltre il successo della tournée. Linea d’ombra intende ampliare stabilmente il pubblico interessato all’arte, sfruttando l’occasione del centenario di Monet per costruire un rapporto duraturo con nuovi spettatori. In questa prospettiva, lo spettacolo diventa il punto di partenza di un percorso culturale destinato a proseguire anche oltre il 2026, trasformando l’anniversario in un’occasione di educazione permanente allo sguardo e alla sensibilità estetica.

Dopo Mantova e Udine, Monet. Una vita a colori raggiungerà numerose città italiane, tra cui Milano, Verona, Genova, Torino, Bologna, Cascina, Firenze, Roma, Fermo, Parma, Bergamo, Pescara e Napoli. Una seconda parte della tournée è già prevista tra la fine di febbraio e l’inizio di maggio 2027, confermando la volontà di trasformare il progetto “Monet 100” in un appuntamento destinato ad accompagnare il pubblico ben oltre le celebrazioni del centenario.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Novecento italiano, la collezione Generali apre le sue porte a Palazzo Bonaparte

Oltre cinquanta capolavori raccontano un secolo di arte, società e identità nazionale. A Roma una mostra rende finalmente accessibile uno dei più importanti patrimoni artistici custoditi da un’impresa privata, con un ospite d’eccezione: Le tre età di Gustav Klimt.

Esistono collezioni d’arte che, pur custodendo opere celebri, rimangono quasi invisibili al grande pubblico. La mostra allestita a Palazzo Bonaparte porta finalmente alla luce uno dei più significativi patrimoni corporate europei, trasformandolo in un racconto del Novecento italiano attraverso alcuni dei suoi protagonisti più rappresentativi.


Dal 14 luglio al 23 agosto 2026 Palazzo Bonaparte, nel cuore di Roma, ospita “Novecento italiano. Opere dalla collezione Generali”, un’esposizione che offre al pubblico un’occasione rara: ammirare oltre cinquanta opere provenienti dalla prestigiosa collezione del Gruppo Generali, normalmente conservata al di fuori dei tradizionali circuiti museali. L’iniziativa rappresenta uno degli appuntamenti culturali più significativi dell’estate romana e consente di osservare da vicino un patrimonio artistico che testimonia non soltanto la storia dell’arte italiana del XX secolo, ma anche il rapporto sempre più stretto tra impresa, cultura e responsabilità sociale.

Negli ultimi decenni le collezioni aziendali hanno assunto un ruolo crescente nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio artistico. In Europa numerose grandi imprese hanno investito nella costruzione di raccolte permanenti, non soltanto come espressione di prestigio, ma anche come strumenti di conservazione, ricerca e divulgazione culturale. La collezione Generali si inserisce in questo panorama come una delle più autorevoli esperienze italiane, distinguendosi per la qualità scientifica delle acquisizioni e per la coerenza del progetto culturale sviluppato nel tempo.

La raccolta prende forma all’inizio degli anni Ottanta seguendo un’impostazione allora tutt’altro che scontata. L’obiettivo non era arredare sedi istituzionali con opere di pregio, bensì costruire un corpus capace di raccontare l’evoluzione della società italiana attraverso la produzione artistica del Novecento. È una prospettiva che considera l’arte come documento storico oltre che come espressione estetica, trasformando la collezione in uno strumento di lettura delle trasformazioni politiche, economiche e culturali che hanno segnato il secolo scorso.

L’esposizione nasce inoltre per celebrare il decimo anniversario di Generali Valore Cultura, il programma avviato da Generali Italia nel 2016 con l’obiettivo di rendere il patrimonio culturale accessibile a un pubblico sempre più ampio. In dieci anni il progetto ha coinvolto oltre sette milioni di persone attraverso iniziative diffuse sul territorio nazionale, promuovendo inclusione, partecipazione e condivisione come principi fondamentali dell’attività culturale. Non è casuale che la celebrazione si svolga proprio a Palazzo Bonaparte, edificio storico di proprietà del Gruppo Generali e sede del primo Spazio Valore Cultura, oggi simbolo dell’impegno dell’azienda nella promozione dell’arte. L’ingresso gratuito rafforza ulteriormente questa scelta di apertura verso tutti i visitatori.

Il percorso espositivo attraversa alcune delle stagioni più importanti dell’arte italiana del Novecento. Dalle sperimentazioni futuriste alle atmosfere sospese della Metafisica, dal Realismo Magico fino alla Scuola Romana e alle esperienze della figurazione del secondo dopoguerra, la mostra costruisce un itinerario nel quale le opere dialogano tra loro attraverso grandi temi comuni: il progresso, il rapporto con il paesaggio, la memoria, la costruzione dell’identità, il corpo umano, la quotidianità e le profonde trasformazioni della società contemporanea. Più che una successione cronologica, il visitatore incontra un racconto culturale nel quale l’arte diventa specchio dei cambiamenti collettivi.

Tra gli autori presenti figurano alcuni dei protagonisti assoluti del Novecento italiano. Umberto Boccioni rappresenta la tensione verso la modernità e il dinamismo del Futurismo; Giorgio de Chirico introduce gli enigmi della Metafisica che influenzeranno profondamente il Surrealismo europeo; Gino Severini testimonia il dialogo continuo tra Italia e Francia nelle avanguardie; Felice Casorati, Antonio Donghi e Ubaldo Oppi raccontano il recupero della classicità e della misura che caratterizza il cosiddetto Realismo Magico; Filippo de Pisis restituisce invece una pittura lirica e intimista, mentre artisti come Mario Sironi, Massimo Campigli, Alberto Savinio, Fausto Pirandello ed Emanuele Cavalli ampliano ulteriormente il panorama di una stagione artistica straordinariamente ricca e articolata.

Ad arricchire il percorso arriva un prestito eccezionale: Le tre età di Gustav Klimt, concesso dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Il dipinto, realizzato tra il 1905 e il 1908 durante la piena maturità dell’artista viennese, è una delle opere simbolo della Secessione Viennese e riflette, attraverso le figure della bambina, della madre e dell’anziana, sul ciclo dell’esistenza umana. La sua presenza introduce un significativo dialogo tra la cultura figurativa italiana e il grande scenario europeo di inizio Novecento, ricordando come i movimenti artistici del continente siano stati caratterizzati da continui scambi di idee, linguaggi e sensibilità.

La mostra è curata da Costantino D’Orazio ed è prodotta e organizzata da Arthemisia, realtà che negli ultimi anni ha contribuito in modo decisivo alla diffusione delle grandi esposizioni temporanee in Italia. L’iniziativa gode del patrocinio del Ministero della Cultura, della Regione Lazio e di Roma Capitale, con il sostegno del Gruppo Generali attraverso il programma Valore Cultura. Main partner è la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, insieme a Fondazione Cultura e Arte e Poema, mentre ARTE Generali partecipa come sponsor tecnico, confermando l’attenzione crescente verso la tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico.

“Novecento italiano. Opere dalla collezione Generali” dimostra come una collezione d’impresa possa trasformarsi in un autentico bene collettivo quando viene condivisa con il pubblico. La mostra non propone soltanto una sequenza di capolavori, ma invita a riflettere sul modo in cui l’arte ha raccontato un secolo di trasformazioni sociali, economiche e culturali, restituendo un’immagine complessa dell’identità italiana. È un viaggio nella memoria del Paese che conferma come il patrimonio custodito fuori dai musei possa diventare, se valorizzato con competenza, uno straordinario strumento di conoscenza e partecipazione.


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Fan Ho, il poeta della luce. Torino riscopre il grande narratore fotografico di Hong Kong

A Palazzo Falletti di Barolo la prima grande mostra italiana dedicata al maestro della street photography asiatica. Cento immagini raccontano una città sospesa tra modernità, memoria e rigorosa ricerca formale.

Ci sono città che sembrano vivere soprattutto nelle immagini che le hanno raccontate. Per Hong Kong, una parte consistente di questa memoria visiva porta la firma di Fan Ho, autore capace di trasformare la quotidianità urbana in un linguaggio universale fatto di luce, geometria e presenza umana.


Dal 11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027 Palazzo Falletti di Barolo a Torino ospita “Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong”, la prima grande mostra italiana dedicata al fotografo cinese, considerato una delle figure più autorevoli della street photography asiatica del Novecento. Curata da Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom e prodotta da Ares in collaborazione con Blue Lotus Gallery di Hong Kong, l’esposizione raccoglie cento fotografie, prevalentemente in bianco e nero, che ripercorrono l’intera parabola artistica dell’autore.
Nato a Shanghai nel 1931 e trasferitosi con la famiglia a Hong Kong nel 1949, Fan Ho arrivò nella colonia britannica in un momento di profonde trasformazioni sociali. La città stava vivendo una crescita tumultuosa, alimentata dall’immigrazione proveniente dalla Cina continentale, e si preparava a diventare uno dei principali poli economici dell’Asia. In questo scenario in rapida evoluzione, il giovane fotografo costruì una visione personale che evitava tanto il semplice documento quanto la cronaca sociale più esplicita.

Le sue fotografie raccontano mercati, vicoli, tram, moli portuali, bambini che giocano, lavoratori, venditori ambulanti e passanti anonimi. Tuttavia, il vero soggetto delle sue immagini non è soltanto la città, ma il rapporto tra l’essere umano e lo spazio urbano. Ogni figura appare immersa in un equilibrio quasi teatrale, dove la luce modella l’architettura e le ombre diventano parte integrante della composizione.

Fan Ho sosteneva che ogni fotografia fosse “una piccola finestra attraverso cui vedere e sentire ciò che il fotografo ha visto e provato”. Questa concezione, profondamente umanistica, spiega la capacità delle sue opere di superare la dimensione documentaria per assumere un valore universale. Le persone ritratte non sono semplici comparse della vita cittadina, ma diventano protagoniste silenziose di immagini che parlano di lavoro, attesa, solitudine, speranza e resilienza.

Il linguaggio visivo di Fan Ho nasce dall’incontro tra cultura orientale, fotografia occidentale e sensibilità cinematografica. Pur operando nell’ambito della street photography, il fotografo non inseguiva esclusivamente l’istante decisivo teorizzato da Henri Cartier-Bresson, al quale è stato spesso accostato tanto da essere soprannominato il “Cartier-Bresson dell’Oriente”. Ogni scatto era invece il risultato di una costruzione estremamente rigorosa, nella quale linee prospettiche, architetture, scale, binari, muri e fasci luminosi venivano organizzati secondo principi quasi pittorici.

La luce rappresenta probabilmente l’elemento più riconoscibile della sua ricerca. Controluce intensi, chiaroscuri profondi, nebbie, fumo e raggi solari che attraversano gli edifici trasformano la città in uno spazio sospeso, quasi metafisico. Le silhouette emergono dal buio come presenze senza tempo, mentre le superfici architettoniche assumono una forza grafica che avvicina molte immagini all’astrazione.

A differenza di molti fotografi di strada, Fan Ho attribuiva un ruolo fondamentale anche al lavoro svolto dopo lo scatto. La camera oscura costituiva una seconda fase creativa, durante la quale interveniva sul negativo attraverso ritagli e regolazioni tonali per eliminare elementi superflui, rafforzare l’equilibrio compositivo e accentuare la tensione visiva. Questa pratica, oggi assimilabile alla post-produzione digitale, era per lui parte integrante del processo artistico.

La mostra torinese presenta alcune delle opere più celebri dell’autore. Immagini come Approaching Shadow e Street Scene sintetizzano perfettamente il suo linguaggio, mentre fotografie quali Pattern, A Play of Light and Shadow, Different Directions e Controversy evidenziano il continuo dialogo tra fotografia documentaria e ricerca formale. Verticali e orizzontali si rincorrono come partiture musicali, le strade diventano palcoscenici e i binari si trasformano in strutture geometriche essenziali.

L’importanza di Fan Ho va oltre la qualità estetica delle sue immagini. Le sue fotografie costituiscono oggi una delle testimonianze più preziose della Hong Kong degli anni Cinquanta e Sessanta, prima della radicale trasformazione urbanistica che avrebbe modificato il volto della città. Il suo archivio è quindi insieme opera d’arte e memoria collettiva, capace di documentare un mondo ormai scomparso senza rinunciare a una forte tensione poetica.

La sua produzione fotografica si concentrò soprattutto in gioventù, quando non aveva ancora compiuto trent’anni. Successivamente intraprese una lunga carriera nel cinema come attore e regista, trasferendo sul grande schermo quella stessa attenzione per l’inquadratura, il ritmo e la costruzione visiva che aveva caratterizzato le sue fotografie. Nel corso della vita ottenne circa trecento riconoscimenti internazionali e fu inserito per otto volte dalla Photographic Society of America tra i dieci migliori fotografi del mondo. Oggi le sue opere sono conservate in importanti collezioni internazionali, tra cui M+ e Hong Kong Heritage Museum, la Bibliothèque nationale de France, il San Francisco Museum of Modern Art e il Santa Barbara Museum of Art.

La sede della mostra aggiunge ulteriore valore all’iniziativa. Palazzo Falletti di Barolo, una delle più significative dimore storiche torinesi, conserva ancora oggi il fascino del grande salotto culturale del Risorgimento voluto dai marchesi Tancredi e Giulia di Barolo. L’incontro tra questo luogo della memoria italiana e le fotografie di Fan Ho crea un dialogo inedito tra due patrimoni culturali apparentemente lontani ma accomunati dalla capacità di raccontare il proprio tempo attraverso immagini e architetture.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo pubblicato da Dario Cimorelli Editore e rappresenta un’occasione rara per avvicinarsi a uno degli autori che hanno maggiormente contribuito a ridefinire il linguaggio della fotografia urbana del Novecento. Le sue immagini continuano a dialogare con il presente perché mostrano come la città possa essere osservata non soltanto come spazio fisico, ma come luogo di emozioni, relazioni e memoria, dove ogni raggio di luce e ogni ombra raccontano qualcosa della condizione umana.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Kandinsky torna a Roma: a Palazzo Bonaparte il viaggio dentro la rivoluzione dell’astrazione

Oltre settanta capolavori dal Centre Pompidou raccontano il percorso umano e artistico del maestro russo. Un’esposizione che ripercorre la nascita dell’arte astratta e restituisce il ruolo di figure decisive come Gabriele Münter e Nina Kandinsky.

Per oltre un quarto di secolo Roma ha atteso il ritorno di Vassily Kandinsky. Dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027, Palazzo Bonaparte ospita una delle più importanti mostre dell’anno, offrendo un’occasione rara per seguire da vicino l’evoluzione di un artista che ha cambiato definitivamente il modo di concepire la pittura.


Per molti visitatori sarà un incontro, per altri un ritorno. In entrambi i casi, la mostra che Palazzo Bonaparte dedica a Vassily Kandinsky offre qualcosa di più di una semplice retrospettiva: ricostruisce il momento in cui la pittura smise di descrivere il mondo per provare a renderne visibili le emozioni. Dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027, oltre settanta opere provenienti in gran parte dal Centre Pompidou di Parigi ripercorrono la vicenda artistica e umana del maestro russo, protagonista di una delle svolte decisive dell’arte del Novecento.
L’esposizione, visitabile dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027, è prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi ed è curata da Angela Lampe, conservatrice delle collezioni moderne del Musée national d’art moderne, con la consulenza scientifica ed editoriale di Francesca Villanti. Oltre settanta opere provenienti dal museo parigino e da altre raccolte internazionali accompagnano il visitatore attraverso l’intera vicenda artistica e personale del pittore russo.

La collaborazione con il Centre Pompidou assume un significato particolare. L’istituzione francese custodisce infatti il più importante nucleo di opere di Kandinsky esistente al mondo, costituito anche grazie al lascito della moglie Nina Kandinsky. La temporanea chiusura del museo parigino per i lavori di ristrutturazione rende possibile un prestito eccezionale di capolavori che difficilmente lasciano abitualmente la Francia, trasformando Roma in uno dei principali poli internazionali dedicati alla riscoperta dell’artista.

Nato a Mosca nel 1866, Kandinsky non sembrava destinato a una carriera artistica. Dopo gli studi in Giurisprudenza ed Economia politica presso l’Università di Mosca intraprese una promettente attività accademica, ma attorno ai trent’anni decise di cambiare completamente vita. Si trasferì a Monaco di Baviera, allora uno dei centri più dinamici della cultura europea, scegliendo di dedicarsi interamente alla pittura. Una decisione radicale destinata a modificare il corso dell’arte contemporanea.

Due esperienze contribuirono in maniera decisiva alla sua maturazione. La prima fu l’incontro con i “Covoni” di Claude Monet, che gli rivelarono come il colore potesse prevalere sulla descrizione fedele della realtà. La seconda nacque dall’ascolto del “Lohengrin” di Richard Wagner al Teatro Bol’šoj di Mosca. In quell’occasione Kandinsky intuì che anche la pittura avrebbe potuto agire come la musica, senza necessariamente rappresentare oggetti riconoscibili, ma suscitando emozioni profonde attraverso forme, linee e colori.

Queste riflessioni trovarono una prima sistemazione teorica nel celebre saggio “Lo spirituale nell’arte”, pubblicato nel 1911, testo fondamentale dell’estetica moderna nel quale l’artista elaborò la propria teoria della corrispondenza tra colori, emozioni e dimensione interiore. La pittura, secondo Kandinsky, non doveva limitarsi a riprodurre il mondo visibile, ma diventare espressione diretta della vita spirituale.

Lo stesso anno nacque il gruppo Der Blaue Reiter, fondato insieme a Franz Marc e animato anche dalla presenza di Gabriele Münter, August Macke, Paul Klee e altri protagonisti dell’Espressionismo tedesco. Il movimento pose al centro della ricerca artistica la libertà espressiva, il valore simbolico del colore e la dimensione emotiva dell’opera, preparando il terreno alla definitiva affermazione dell’astrazione.

Il percorso espositivo dedica ampio spazio proprio a questa stagione decisiva, presentando opere che testimoniano il progressivo abbandono della figurazione. Tra i capolavori esposti figurano lavori come L’Arco nero del 1912 e Gelb-Rot-Blau del 1925, quest’ultima considerata una delle sintesi più alte della sua maturità artistica, nella quale equilibrio geometrico e armonia cromatica costruiscono una composizione dalla struttura quasi musicale.

La mostra segue poi tutte le principali tappe della vita dell’artista: gli anni monacensi, il ritorno nella Russia rivoluzionaria dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, l’attività culturale svolta nella nuova realtà sovietica e il successivo approdo al Bauhaus nel 1921. All’interno della celebre scuola tedesca Kandinsky approfondì ulteriormente le relazioni tra geometria, percezione visiva e struttura compositiva, influenzando profondamente il dialogo tra arte, architettura e design che avrebbe caratterizzato buona parte del Novecento.

La chiusura del Bauhaus imposta dal regime nazista nel 1933 lo costrinse a trasferirsi definitivamente a Parigi, dove visse fino alla morte nel 1944. Anche nell’ultima fase della sua produzione continuò a sperimentare nuove forme, dando vita a composizioni sempre più libere, ricche di riferimenti organici e biomorfici, anticipando sensibilità che sarebbero emerse pienamente soltanto nel secondo dopoguerra.

Uno degli aspetti più interessanti dell’esposizione romana è la scelta di valorizzare figure rimaste a lungo ai margini della narrazione ufficiale. Per la prima volta trovano spazio alcune opere di Gabriele Münter, artista di grande personalità e compagna di Kandinsky per oltre dieci anni. La loro relazione rappresentò uno dei momenti più fecondi della nascita dell’Espressionismo tedesco e dell’astrazione europea. Münter non fu soltanto una presenza affettiva, ma una protagonista autonoma della ricerca artistica, oggi pienamente riconosciuta dalla critica.

Accanto a lei emerge anche il ruolo di Nina Kandinsky, seconda moglie dell’artista e instancabile custode della sua memoria. Il suo impegno nella conservazione dell’opera del maestro e la donazione effettuata al Centre Pompidou hanno consentito la formazione della più importante raccolta kandinskiana oggi esistente, rendendo possibile anche iniziative espositive come quella romana.

L’allestimento non si limita ai dipinti. Documenti, fotografie, oggetti personali e materiali provenienti dalla Bibliothèque Kandinsky restituiscono il profilo dell’uomo oltre che dell’artista, mentre approfondimenti dedicati alle sue teorie sul rapporto tra musica, forma e colore aiutano il pubblico a comprendere la complessità del suo pensiero. Completa il percorso una sala immersiva progettata appositamente per accompagnare il visitatore all’interno dell’universo cromatico e geometrico dell’autore.

La mostra conferma inoltre il ruolo di Palazzo Bonaparte come uno dei principali spazi espositivi italiani dedicati alle grandi rassegne internazionali. Grazie alla collaborazione tra istituzioni museali, enti culturali e partner pubblici e privati, Roma si propone ancora una volta come luogo privilegiato di incontro tra il grande pubblico e i capolavori della storia dell’arte.

Più che una retrospettiva, l’esposizione rappresenta un viaggio dentro una delle trasformazioni culturali più profonde del secolo scorso. Attraverso il percorso di Kandinsky emerge infatti la nascita di una nuova idea di pittura, capace di emanciparsi dalla rappresentazione del reale per parlare direttamente alla sensibilità dello spettatore. Una rivoluzione che continua ancora oggi a influenzare artisti, designer, architetti e studiosi della cultura visiva, ricordando come il linguaggio delle forme e dei colori possa attraversare il tempo senza perdere la propria forza espressiva.


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

FUTURAMA, quando il futuro era una promessa

Al MAN di Nuoro una mostra racconta come il Novecento abbia immaginato il domani, dalle utopie tecnologiche della corsa allo spazio fino alle inquietudini dell’ipermodernità

Per gran parte del Novecento il futuro non era un’incognita, ma una destinazione. La mostra “FUTURAMA. Nostalgia di futuro”, ospitata dal MAN di Nuoro, ripercorre quella stagione di fiducia nel progresso, interrogandosi su ciò che oggi resta di quell’immaginario e sul bisogno di tornare a progettare il domani con consapevolezza.


Ci sono epoche in cui il futuro sembra arrivare con naturalezza, quasi fosse la conseguenza inevitabile del presente. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta questa convinzione attraversò l’arte, il design, l’architettura, la moda e perfino i giocattoli, trasformando la tecnologia in un simbolo di emancipazione e benessere. È proprio da questa stagione di entusiasmo che prende avvio FUTURAMA. Nostalgia di futuro, la mostra che il MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro presenta dal 4 luglio al 15 novembre 2026, a cura di Chiara Gatti ed Elisabetta Masala in collaborazione con Storyville. L’esposizione conclude un percorso iniziato con SENSORAMA e proseguito con DIORAMA, dedicato alle modalità attraverso cui l’essere umano interpreta il rapporto con la realtà, l’ambiente e il tempo.

Il titolo richiama volutamente uno degli eventi più celebri della cultura americana del Novecento: Futurama, la spettacolare installazione realizzata dalla General Motors per la New York World’s Fair del 1939. Ideata dal designer industriale Norman Bel Geddes, offriva ai visitatori un volo immaginario sopra le metropoli del futuro, attraversate da autostrade sopraelevate, quartieri ordinati e città costruite attorno all’automobile. Oltre cinque milioni di persone visitarono quell’allestimento, che trasformò il progresso tecnologico in un’esperienza immersiva e contribuì a consolidare l’idea che il domani sarebbe stato inevitabilmente migliore del presente. La mostra nuorese utilizza quella visione come punto di partenza per interrogarsi su come il futuro sia stato immaginato, rappresentato e, infine, rimesso in discussione.

Il secondo dopoguerra alimentò infatti una fiducia senza precedenti nella scienza e nella tecnica. La ricostruzione economica, l’espansione industriale, l’energia nucleare, la diffusione dell’elettronica e i primi passi dell’informatica sembravano destinati ad aprire una nuova fase della storia umana. A rafforzare questa percezione contribuì la corsa allo spazio, divenuta il simbolo stesso della modernità.

In questo clima nacquero alcune delle esperienze artistiche più innovative del Novecento italiano. Lucio Fontana fu tra i primi a comprendere che la conquista del cosmo non avrebbe modificato soltanto la tecnologia, ma anche il modo di pensare l’arte. Già nel secondo Manifesto dello Spazialismo del 1948 il gruppo immaginava artisti capaci di osservare la Terra “dall’alto”, ispirandosi alle prime fotografie realizzate nel 1946 dai razzi V2 utilizzati dagli Stati Uniti per la ricerca scientifica. Quelle immagini, pubblicate nel 1947, cambiarono radicalmente la percezione dello spazio e alimentarono una nuova sensibilità estetica.

Da questa intuizione nacquero i celebri Concetti spaziali, le superfici perforate che aprivano letteralmente la pittura verso una dimensione infinita. Fontana immaginava un’arte fatta di luce, energia e ambiente, anticipando molti linguaggi dell’arte contemporanea. Attorno a lui si sviluppò un’intera stagione di sperimentazioni che coinvolse artisti come Giulio Turcato, Gino Marotta, Gianni Colombo, Agostino Bonalumi, Getulio Alviani, Paolo Scheggi e Piero Gilardi, molti dei quali presenti nell’esposizione del MAN.

La mostra racconta come quella fiducia nel progresso abbia investito ogni ambito della cultura materiale. I nuovi polimeri, il metacrilato e le materie plastiche entrarono nelle opere d’arte così come negli oggetti di design. Gli interni domestici si trasformarono in ambienti modulari, leggeri e flessibili, mentre la moda adottava geometrie essenziali e materiali sintetici, immaginando un’eleganza quasi astronautica. Non è un caso che il percorso espositivo comprenda anche una sezione dedicata al design degli anni Sessanta e una selezione di abiti curata da Michela Gattermayer, a testimonianza del dialogo continuo tra ricerca artistica, progetto industriale e cultura del consumo.

Parallelamente, la fantascienza usciva dai romanzi per diventare un fenomeno di massa. Le collane editoriali come Urania, rappresentate in mostra attraverso materiali provenienti dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, contribuirono a diffondere l’idea di un futuro abitato da robot, città automatizzate e viaggi interplanetari. Anche i primi robot giocattolo giapponesi degli anni Cinquanta traducevano in forma ludica questa fiducia nella macchina, anticipando l’immaginario dei grandi protagonisti dell’animazione nipponica degli anni successivi.

La corsa allo spazio costituì naturalmente uno dei motori principali di questa trasformazione culturale. Il lancio dello Sputnik nel 1957, il volo di Jurij Gagarin nel 1961 e l’intera competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica modificarono profondamente l’immaginario collettivo. Le fotografie della Terra osservata dall’orbita e i racconti dei primi astronauti offrirono agli artisti una prospettiva completamente nuova. Fontana tradusse quella percezione in ambienti di luce e installazioni al neon; Giulio Turcato sviluppò le celebri Superfici lunari; Enrico Baj reagì con ironia attraverso il Manifesto dell’arte interplanetaria, opponendo la fantasia dell’arte al tecnicismo della conquista spaziale. Anche Mario Schifano, Fabio Mauri, Sergio Lombardo e Franco Angeli elaborarono linguaggi differenti per riflettere sulle implicazioni politiche e simboliche della nuova era cosmica.

Accanto all’entusiasmo, tuttavia, cominciavano ad affiorare le prime inquietudini. Se inizialmente la tecnologia appariva come uno strumento di liberazione dal lavoro, dalla fatica e persino dai limiti biologici dell’uomo, con il passare dei decenni emersero anche i costi ambientali e sociali dello sviluppo industriale. La crescita urbana incontrollata, il consumo delle risorse, le nuove forme di alienazione e le disuguaglianze produssero una revisione critica delle grandi narrazioni del progresso. Artisti come Piero Gilardi intercettarono precocemente queste contraddizioni, aprendo la strada a una riflessione ecologica che oggi appare sorprendentemente attuale.

La mostra individua proprio in questo passaggio il momento in cui il futuro smette di essere una certezza condivisa per trasformarsi in un territorio ambiguo. Alla fiducia modernista subentrano le distopie, mentre il presente è segnato da crisi economiche, guerre, pandemie, cambiamenti climatici e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide. È il contesto che i curatori definiscono “ipermodernità”: una condizione nella quale l’accelerazione continua produce contemporaneamente entusiasmo e spaesamento, innovazione e perdita di punti di riferimento.

Da qui nasce il concetto di “nostalgia di futuro”, che dà il titolo all’esposizione. Non si tratta della nostalgia del passato, ma del rimpianto per un’epoca nella quale esisteva ancora la convinzione che il domani potesse essere costruito collettivamente. Il futuro non era percepito come una minaccia, bensì come un progetto comune.

Attraverso oltre venti protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento – da Lucio Fontana a Mario Schifano, da Gino Marotta a Gianni Colombo, da Pino Pascali a Giulio Turcato, fino ai fratelli Castiglioni e a Grazia Varisco – FUTURAMA propone così una riflessione che supera la semplice ricostruzione storica. L’obiettivo non è celebrare un’età dell’oro della modernità, ma comprendere come l’immaginario del futuro abbia influenzato il modo di progettare, abitare e interpretare il mondo. In un presente dominato dall’incertezza, la mostra invita a recuperare quella capacità di immaginazione critica che, più della tecnologia stessa, rappresenta forse il lascito più prezioso del Novecento.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences