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  • SI Fest 2026, trentacinque anni di fotografia e uno sguardo che continua a resistere

    SI Fest 2026, trentacinque anni di fotografia e uno sguardo che continua a resistere

    A Savignano sul Rubicone il festival fotografico più longevo d’Italia torna con “Still Standing”, un invito a restare in piedi e continuare a guardare il mondo attraverso le storie di chi resiste ogni giorno

    La trentacinquesima edizione del SI Fest rinnova la propria vocazione di osservatorio sulla contemporaneità. Tra grandi autori internazionali e nuove progettualità dedicate ai più giovani, la fotografia si conferma un linguaggio capace di raccontare fragilità, trasformazioni e speranze.


    Ci sono momenti in cui la fotografia sembra rallentare il tempo e consentire di osservare ciò che altrimenti sfuggirebbe allo sguardo. È da questa consapevolezza che prende forma la trentacinquesima edizione del SI Fest di Savignano sul Rubicone, il festival di fotografia più longevo d’Italia, nato nel 1992 e diventato nel corso degli anni uno dei principali punti di riferimento per la cultura dell’immagine nel nostro Paese. L’appuntamento del 2026 si svolgerà dall’11 al 13 settembre, con le mostre visitabili anche nei due fine settimana successivi, il 19 e 20 e il 26 e 27 settembre. Organizzato da Savignano Immagini, il festival conferma la propria identità di luogo di ricerca e riflessione, dove la fotografia viene intesa non come semplice produzione di immagini, ma come strumento di conoscenza e di interpretazione della realtà.

    Il titolo scelto per questa edizione è “Still Standing”, letteralmente “Ancora in piedi”. Più che uno slogan, è un manifesto programmatico. In un’epoca segnata da cambiamenti rapidi, instabilità geopolitiche, emergenze climatiche e trasformazioni sociali e identitarie, la fotografia viene proposta come un esercizio di resistenza e di condivisione, un punto di appoggio capace di restare saldo nel presente.

    Sotto la direzione artistica di Manila Camarini, il festival prosegue il percorso avviato nell’edizione precedente, continuando la sua ricognizione geografica e umana del mondo contemporaneo. Lo sguardo, però, si avvicina ulteriormente alle persone, concentrandosi su uomini e donne che affrontano direttamente le criticità del nostro tempo e che, spesso lontano dai riflettori, continuano a resistere con dignità e tenacia.

    “Still Standing” diventa così l’affermazione di chi sceglie di non arretrare, di chi rivendica la propria presenza nonostante le difficoltà. La fotografia, in questa prospettiva, assume il compito di rendere visibili esistenze e idee che rischierebbero di rimanere ai margini. I confini si spostano, gli equilibri si modificano e le visioni cambiano, ma il gesto fotografico continua a conservare la propria funzione essenziale: osservare, testimoniare e mettere in relazione.

    Il programma riunisce autori che appartengono a generazioni e sensibilità differenti. Tra i protagonisti figurano Robin de Puy, Christopher Anderson, Mario Cresci, Andi Gáldi Vinkó, Olga Sokal, Alba Zari, Robbie Lawrence e il compianto Lars Tunbjörk. I loro lavori conducono il pubblico attraverso esperienze di comunità, forme silenziose di resistenza e vicende personali di sopravvivenza, intrecciando l’urgenza dell’attualità con la possibilità di uno sguardo aperto alla speranza.

    La presenza di Mario Cresci e Alba Zari evidenzia inoltre la capacità del SI Fest di tenere insieme esperienze molto diverse della fotografia contemporanea. Cresci è tra i protagonisti della ricerca fotografica italiana dagli anni Sessanta, autore di un’opera che attraversa antropologia visiva, sperimentazione e indagine del paesaggio culturale. Zari, tra le voci più interessanti della generazione più giovane, lavora invece sul rapporto tra immagini, memoria e identità, esplorando il confine tra archivio personale e racconto collettivo.

    Nell’ultimo fine settimana di apertura, dal 25 al 27 settembre, il festival si arricchisce inoltre di una nuova sezione dedicata alle giovani generazioni. Nasce infatti SI FEST KIDS, festival di fotografia e foto-illustrazione per bambini e ragazzi ideato da Sabir Editore e diretto artisticamente da Giorgio Arcari. A Palazzo Vendemini – Biblioteca comunale prenderà forma un programma di mostre, laboratori, incontri e conferenze raccolto sotto il titolo “Hic sunt Leones. Fuori dalle mappe, in cerca di bellezza”.

    A trentacinque anni dalla sua nascita, il SI Fest continua dunque a interrogare il presente attraverso le immagini. Lo fa riaffermando una convinzione che accompagna la storia stessa della fotografia documentaria: rimanere in piedi significa, prima di tutto, continuare a guardare.


    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Le voci nascoste dei borghi diventano arte: artisti in residenza italiani e giapponesi dialogano con il territorio

    Le voci nascoste dei borghi diventano arte: artisti in residenza italiani e giapponesi dialogano con il territorio

    A Feroleto Antico e al Mulino delle Fate quattro giorni di residenze, incontri e opere partecipative tra Calabria, Giappone e Nepal

    Dal 27 al 30 giugno 2026 il borgo di Feroleto Antico e l’Antico Mulino delle Fate di Lamezia Terme ospitano la seconda edizione di “Le Voci dei Luoghi”, progetto internazionale che mette al centro la memoria dei territori e il dialogo tra culture. Artisti, comunità e giovani partecipano a un percorso in cui l’arte contemporanea diventa strumento di ascolto e di relazione.


    Ci sono luoghi che sembrano silenziosi, ma custodiscono storie, memorie e identità in attesa di essere raccontate. Da questa idea nasce la seconda edizione di “Le Voci dei Luoghi – Le memorie invisibili dei luoghi trovano voce”, in programma dal 27 al 30 giugno 2026 a Feroleto Antico e all’Antico Mulino delle Fate di Lamezia Terme.

    Il progetto è stato ideato dall’artista calabrese Savina Tarsitano e dall’artista e professore emerito giapponese Takuya Kaneda dell’Otsuma Women’s University di Tokyo, con la collaborazione del Comune di Feroleto Antico, della Pro Loco, del Festival del Solstizio, del Mulino delle Fate e dell’intera comunità locale. Al centro dell’iniziativa vi è l’idea che l’arte possa diventare una pratica di ascolto e di cura, capace di restituire voce a territori spesso considerati marginali e di trasformarli in luoghi di confronto internazionale.

    La manifestazione segna il ritorno di un gruppo di artisti giapponesi in Calabria e consolida un dialogo culturale costruito negli anni tra comunità geograficamente lontane ma accomunate dal desiderio di mettere in relazione memoria, patrimonio e paesaggio. Gli artisti coinvolti – Takuya Kaneda, Savina Tarsitano, Makiko Sato, Asuka Ishii, Chie Yazaki, Kaoru Shibuta, Marco Barberio e Davide Carnevale – non sono semplici ospiti, ma veri co-abitanti dei luoghi, chiamati a condividere il tempo della residenza, ad ascoltare le storie del territorio e a trasformarle in esperienze artistiche partecipative.

    La pratica della residenza artistica, oggi diffusa in tutto il mondo, nasce proprio dall’esigenza di superare il concetto dell’artista isolato nello studio e di favorire invece una relazione diretta con il contesto sociale e ambientale. In questa prospettiva, piccoli centri e aree rurali diventano laboratori di sperimentazione culturale e di rigenerazione simbolica, capaci di produrre nuove narrazioni del territorio.

    Il programma si aprirà il 27 giugno nella Sala Consiliare del Comune di Feroleto Antico con la partecipazione di Fabio Aiello, fondatore dell’Antico Mulino delle Fate, dello scrittore Francesco Bevilacqua, degli ideatori del progetto Savina Tarsitano e Takuya Kaneda, di Marco Rialti del Festival del Solstizio e dei rappresentanti delle istituzioni locali. Seguirà una passeggiata nel borgo alla scoperta delle grandi tele di Kids’ Guernica e delle opere realizzate dagli artisti in residenza. La giornata si concluderà al Frantoio di Palazzo Cosentino con l’apertura della mostra “Il Mondo di Tsumeyo. La voce che non si spezza”, dedicata al centenario della nascita dell’artista giapponese Tsumeyo e già presentata a Tokyo e Kathmandu prima del successivo approdo in India.

    Il 28 giugno il Mulino delle Fate ospiterà un intervento di Land Art che prevede la piantumazione di ciliegi Sakura per dare vita a un’opera a forma di cuore. Il gesto simbolico unisce Giappone, Nepal e Calabria in un’unica geografia affettiva e si collega al gemellaggio con il villaggio di Mulabari, in Nepal, dove verranno invece piantati ulivi calabresi come segno di pace e amicizia tra comunità lontane.

    Il giorno successivo, al Centro Sportivo di Feroleto Scalo, bambini, ragazzi e cittadini saranno protagonisti di un workshop dedicato a Kids’ Guernica e al Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto e Cittadellarte. Insieme realizzeranno una nuova Tela della Pace destinata a entrare in dialogo con altre esperienze internazionali.

    Il progetto Kids’ Guernica, nato in Giappone nel 1995 e ispirato al celebre dipinto di Pablo Picasso, coinvolge bambini e giovani nella creazione di grandi tele collettive dedicate alla pace, alla solidarietà e alla convivenza tra i popoli. In oltre trent’anni di attività ha dato vita a più di settecento opere esposte in oltre quaranta Paesi, ricevendo nel 2020 il riconoscimento “Gernika per la Pace”. Le tele esposte a Feroleto Antico dialogheranno inoltre con il Terzo Paradiso, il simbolo ideato da Michelangelo Pistoletto per rappresentare l’incontro tra natura e artificio e la ricerca di un nuovo equilibrio responsabile tra esseri umani, ambiente e tecnologia.

    Il 30 giugno la manifestazione si concluderà con una passeggiata nei luoghi del progetto e con un incontro finale tra artisti e comunità, occasione per condividere esperienze e immaginare prospettive future.

    Più che un semplice evento espositivo, “Le Voci dei Luoghi” si presenta come un’esperienza collettiva che riconosce nei piccoli borghi un patrimonio di memorie e relazioni ancora capace di generare visioni nuove. In un tempo segnato da mobilità e frammentazione, il progetto calabrese propone un modello culturale fondato sulla partecipazione, sull’incontro tra generazioni e sul dialogo tra mondi apparentemente lontani, dimostrando come l’arte possa ancora diventare uno strumento concreto di connessione e di cura dei territori.


    Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Un viaggio immersivo dove storia, archeologia e tecnologia si incontrano

    Un viaggio immersivo dove storia, archeologia e tecnologia si incontrano

    Cleopatra, oltre il mito
    A Milano una mostra immersiva racconta la vera storia dell’ultima regina d’Egitto

    Dal 12 novembre 2026 al 28 gennaio 2027 il CityOval Milano ospita “Cleopatra: The Truth”, un progetto che intreccia archeologia, tecnologia e narrazione visiva per restituire al pubblico il profilo storico di Cleopatra VII, liberandolo dalle interpretazioni leggendarie che ne hanno accompagnato la memoria per oltre duemila anni.


    Quando si pronuncia il nome di Cleopatra, l’immaginario collettivo richiama immediatamente la seduttrice fatale, la protagonista delle pagine di Plutarco, delle tragedie di Shakespeare e di un’ininterrotta tradizione cinematografica che culmina nell’interpretazione di Elizabeth Taylor. Eppure la figura di Cleopatra VII Filopatore, ultima sovrana della dinastia tolemaica, è assai più complessa. Fu una donna di straordinaria formazione culturale, una raffinata diplomatica e una leader politica impegnata a difendere l’indipendenza dell’Egitto in uno dei momenti più turbolenti del Mediterraneo antico.
    Proprio a questa dimensione storica è dedicata “Cleopatra: The Truth”, la mostra immersiva che aprirà al pubblico al CityOval Milano dal 12 novembre 2026 al 28 gennaio 2027. Il progetto propone un viaggio nel quale ricerca scientifica, ambientazioni digitali e linguaggi contemporanei convergono in un’esperienza narrativa pensata per un pubblico ampio e trasversale.

    L’esposizione ripercorre la vita, il regno e l’eredità di Cleopatra attraverso le più recenti acquisizioni della ricerca archeologica. Al centro vi sono le indagini condotte a Taposiris Magna dagli studiosi Zahi Hawass e Kathleen Martinez, due tra i maggiori esperti internazionali dell’Egitto tolemaico. Da oltre vent’anni i loro scavi e le loro ricerche stanno alimentando nuove ipotesi sulla vita della sovrana e sulla possibile localizzazione della sua sepoltura, contribuendo a riconsiderarne il ruolo storico.

    La mostra nasce con l’intenzione di tradurre queste evidenze scientifiche in un racconto accessibile e coinvolgente. L’immersività non viene concepita come semplice proiezione di immagini, ma come esperienza di attraversamento e partecipazione. I visitatori sono chiamati a seguire indizi, a compiere scoperte e a costruire un rapporto diretto con la storia, trasformandosi in protagonisti del proprio percorso di conoscenza.

    Ideata e sviluppata da NPG Entertainment, l’esposizione rappresenta il primo grande progetto della società nata dall’incontro tra la capacità produttiva di Next Group e la visione creativa di Pepper’s Ghost. L’obiettivo è sperimentare nuove forme di narrazione esperienziale, nelle quali il patrimonio culturale viene raccontato attraverso strumenti tecnologici e linguaggi capaci di dialogare con il pubblico contemporaneo.

    La sede scelta per l’iniziativa è il CityOval Milano, spazio dedicato a grandi eventi, mostre ed esperienze immersive all’interno del quartiere CityLife. L’edificio, interamente riqualificato da Generali, costituisce una cornice particolarmente adatta a un progetto che ambisce a coniugare rigore scientifico, innovazione tecnologica e coinvolgimento emotivo.

    Il sostegno di Generali si inserisce in una più ampia politica di promozione della cultura come strumento di partecipazione e crescita sociale. In questo contesto, le esperienze immersive e le narrazioni digitali sono considerate nuove modalità per avvicinare un pubblico sempre più vasto a temi storici complessi, trasformando la conoscenza in un’esperienza condivisa.

    “Cleopatra: The Truth” si colloca così in una tendenza ormai consolidata nel panorama museale internazionale, dove la tecnologia non sostituisce il sapere scientifico, ma ne amplia le possibilità di comunicazione. Il risultato è un progetto che invita a guardare oltre i cliché e le rappresentazioni romanzate per riscoprire la figura di Cleopatra nella sua dimensione autentica: non soltanto icona di fascino e mistero, ma sovrana, stratega e protagonista di uno dei capitoli più significativi della storia del Mediterraneo antico.


    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Ottanta fotografie per raccontare il Novecento al JMUSEO di Jesolo

    Ottanta fotografie per raccontare il Novecento al JMUSEO di Jesolo

    ELLIOTT ERWITT. ICONSOttanta fotografie per raccontare il Novecento tra ironia, storia e umanità al JMUSEO di Jesolo

    Dal 13 giugno al 18 ottobre 2026 il JMUSEO di Jesolo dedica una grande retrospettiva a Elliott Erwitt, maestro della fotografia del Novecento. Ottanta immagini iconiche ripercorrono lo sguardo di un autore capace di trasformare il quotidiano in racconto universale e l’ironia in una forma di poesia visiva.


    La fotografia di Elliott Erwitt possiede una qualità rara: riesce a essere immediatamente riconoscibile pur sfuggendo a qualsiasi formula. È uno sguardo che osserva il mondo con leggerezza e profondità insieme, trovando nell’istante fugace la capacità di raccontare la condizione umana. A uno dei grandi protagonisti della fotografia internazionale, il JMUSEO di Jesolo dedica la mostra Elliott Erwitt. Icons, aperta dal 13 giugno al 18 ottobre 2026 e curata da Biba Giacchetti.
    L’esposizione presenta ottanta immagini tra le più celebri dell’autore franco-americano, molte delle quali sono entrate stabilmente nell’immaginario collettivo. Promossa dal Comune di Jesolo e dal JMuseo in collaborazione con Orion57 e Bridgeconsultingpro, la rassegna si sviluppa come un viaggio attraverso la storia del Novecento, i suoi protagonisti e i suoi momenti più ordinari, osservati con quella sottile vena ironica che costituisce la cifra più autentica di Erwitt.

    Nato a Parigi nel 1928 da una famiglia di emigrati russi, Elliott Erwitt trascorse parte dell’infanzia a Milano prima di trasferirsi negli Stati Uniti allo scoppio della Seconda guerra mondiale. L’incontro con figure decisive della fotografia americana, da Edward Steichen a Robert Capa e Roy Stryker, orientò definitivamente il suo percorso professionale. Entrato nel 1953 nella Magnum Photos su invito dello stesso Capa, ne sarebbe diventato presidente nel 1968, contribuendo a consolidare il ruolo della celebre agenzia fondata nel dopoguerra come punto di riferimento del fotogiornalismo internazionale.

    Il percorso espositivo di Jesolo restituisce l’ampiezza del suo repertorio. Ci sono i ritratti di grandi personalità della politica, della cultura e dello spettacolo: Ernesto Che Guevara, Fidel Castro, Jack Kerouac, Marlene Dietrich, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger e Marilyn Monroe, colta durante le riprese di Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder. Accanto a queste immagini compaiono fotografie che documentano episodi cruciali del secolo scorso, dal funerale di John Fitzgerald Kennedy al celebre confronto tra Richard Nixon e Nikita Krusciov, fissato in uno scatto divenuto emblematico della tensione politica della Guerra fredda.

    Eppure il nucleo più originale dell’opera di Erwitt risiede spesso nelle situazioni apparentemente minori. Sono le scene di strada, i gesti involontari, gli incontri fortuiti e soprattutto i cani, tra i suoi soggetti prediletti. L’autore li fotografava spesso dal loro stesso punto di vista, lasciando intravedere soltanto le scarpe o le gambe dei proprietari. In queste immagini si manifesta la sua capacità di cogliere il lato buffo e imprevedibile dell’esistenza, spesso ricorrendo a piccoli espedienti per ottenere dagli animali reazioni del tutto spontanee.

    Tra le opere esposte figurano alcune delle immagini più amate dal pubblico internazionale. California Kiss, il bacio rubato riflesso nello specchietto retrovisore di un’automobile, è diventato una delle fotografie romantiche per eccellenza del Novecento. Allo stesso modo, Umbrella Jump, con la silhouette di un uomo che salta con l’ombrello davanti alla Tour Eiffel e a una coppia di innamorati, sintetizza il rapporto speciale di Erwitt con Parigi, città natale e scenario di alcuni dei suoi scatti più celebri. Vi sono poi immagini più intime, come quella della figlia neonata osservata dalla madre e dal gatto di casa, testimonianza di uno sguardo capace di alternare il registro pubblico a quello privato con straordinaria naturalezza.

    La mostra assume inoltre un significato particolare poiché si inserisce nelle celebrazioni del bicentenario della prima fotografia della storia, la celebre Vista dalla finestra a Le Gras realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce. Due secoli dopo quella prima immagine fissata su una superficie sensibile, le fotografie di Erwitt testimoniano quanto il mezzo fotografico abbia saputo evolversi fino a diventare un linguaggio universale capace di raccontare epoche, sentimenti e trasformazioni sociali.

    A completare il percorso sono alcuni autoritratti nei quali il fotografo rivolge a se stesso la medesima ironia con cui ha osservato il mondo. È forse proprio in questa autoironia che si coglie l’essenza della sua opera: la convinzione che la fotografia non debba spiegare la realtà ma insegnare a guardarla con maggiore curiosità, indulgenza e meraviglia.

    Ad accogliere la retrospettiva è il JMUSEO, il nuovo polo espositivo di Jesolo progettato dallo Studio Architetti Mar. La struttura, caratterizzata da una distintiva geometria triangolare e sviluppata su quattro piani, è stata concepita come uno spazio aperto alla contemporaneità, in cui esposizioni, eventi e attività culturali dialogano con la città. Il grande lucernario e la terrazza panoramica che unisce idealmente mare e laguna contribuiscono a definire un luogo pensato non soltanto come museo, ma come centro di aggregazione e di produzione culturale permanente.

    Con Elliott Erwitt. Icons, Jesolo propone così non solo una grande mostra fotografica, ma anche un’occasione per rileggere il Novecento attraverso l’occhio di un autore che ha fatto dell’osservazione una vera forma d’arte, dimostrando come, dietro un sorriso o un dettaglio apparentemente insignificante, possa nascondersi un’intera visione del mondo.


    Ufficio stampa del Comune di Jesolo
    Ufficio stampa mostra: CLP Relazioni Pubbliche
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Italia Settanta. Quando arte, moda e design ridisegnarono il Paese

    Italia Settanta. Quando arte, moda e design ridisegnarono il Paese

    A Gorizia e Gradisca d’Isonzo un doppio percorso espositivo racconta gli anni Settanta come stagione di sperimentazione e cambiamento, tra creatività diffusa, nuovi linguaggi e nascita del Made in Italy contemporaneo.

    Una mostra dedicata a un decennio inquieto e innovativo, in cui le arti visive, il design industriale e la moda si influenzarono reciprocamente, dando forma a nuovi modi di abitare, vestire e immaginare il mondo.


    Dal 27 giugno al 29 novembre 2026, Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia ospita la mostra “Italia Settanta. La creatività come antidoto. Arte Moda Design”, nuovo capitolo del percorso espositivo promosso da ERPAC FVG dedicato alle trasformazioni della società italiana del secondo dopoguerra. Dopo gli approfondimenti sugli anni Cinquanta e Sessanta, l’attenzione si concentra ora sul decennio forse più complesso e contraddittorio della storia repubblicana, attraversato da tensioni politiche e sociali ma anche da una straordinaria vitalità creativa.
    La mostra, curata da Raffaella Sgubin, Carla Cerutti, Lorenzo Michelli ed Enrico Minio Capucci e allestita dallo Studio Roberto Festi, assume come chiave di lettura il dialogo tra arte, moda e design. Negli anni Settanta questi ambiti non procedono separatamente: si osservano, si contaminano e si alimentano a vicenda, riflettendo un’epoca nella quale vengono messi in discussione i modelli consolidati della produzione culturale e della vita quotidiana.

    Nelle arti visive il decennio coincide con la fine di un’unica direzione di ricerca e con la proliferazione di linguaggi differenti. Le pratiche concettuali si affiancano alle riflessioni sul medium pittorico, mentre installazioni e interventi ambientali ridefiniscono il rapporto tra opera e spazio. La mostra mette in relazione figure come Alberto Burri e Afro con artisti quali Gino De Dominicis, Giorgio Griffa, Rodolfo Aricò, Marco Gastini, Getulio Alviani, Carlo Ciussi e Lucio Saffaro, senza trascurare la dimensione relazionale e ambientale evocata dall’opera di Michelangelo Pistoletto e l’energia citazionista di Ugo Nespolo.

    Anche la moda vive una trasformazione profonda. L’alta sartoria cede progressivamente il passo al prêt-à-porter e la figura dello stilista sostituisce quella tradizionale del sarto d’atelier. Milano diventa il nuovo centro della moda italiana e il Made in Italy assume una dimensione industriale senza rinunciare alla qualità progettuale. Walter Albini contribuisce a definire la nuova identità professionale dello stilista, mentre Roberto Capucci sperimenta un dialogo inedito tra tessuto e materia con il suo cappotto-scultura Cretto. Missoni porta nella maglieria un uso rivoluzionario del colore e della geometria, Giorgio Armani introduce la giacca destrutturata destinata a diventare uno dei simboli dell’eleganza contemporanea ed Elio Fiorucci intercetta l’immaginario delle giovani generazioni trasformando jeans e abbigliamento unisex in fenomeni globali di costume.

    Il design, dal canto suo, attraversa una stagione di eccezionale inventiva. L’industria sperimenta nuovi materiali, in particolare le materie plastiche, e ridefinisce il concetto stesso di oggetto domestico. La poltrona Joe di De Pas, D’Urbino e Lomazzi, ispirata al guantone del campione di baseball Joe DiMaggio, diventa emblema di un design ironico e anticonvenzionale. La Divisumma 18 di Mario Bellini per Olivetti testimonia invece la ricerca di una sintesi tra tecnologia, ergonomia e innovazione formale, mentre la lampada Valigia di Ettore Sottsass esprime l’idea di un abitare mobile e flessibile. Intorno a queste esperienze ruotano figure centrali del design italiano come Joe Colombo, Vico Magistretti, Achille Castiglioni, Richard Sapper e Gae Aulenti.

    Accanto alla produzione industriale emerge però una tensione opposta: il desiderio di recuperare la dimensione artigianale, l’autoproduzione e il rapporto con materiali semplici e naturali. In questa prospettiva si collocano le ricerche di Enzo Mari e le sculture-arredo di Mario Ceroli, mentre il lavoro di Gabriella Crespi rappresenta un caso autonomo di raffinato alto artigianato, oggi particolarmente ricercato dal collezionismo internazionale. Sul finire del decennio fanno la loro comparsa le prime istanze postmoderne che troveranno espressione nello Studio Alchimia di Alessandro e Adriana Guerriero e, pochi anni più tardi, nell’avventura del gruppo Memphis fondato da Ettore Sottsass nel 1981.

    Parallelamente, a Gradisca d’Isonzo, la Galleria Regionale d’Arte Contemporanea “Luigi Spazzapan” propone il progetto “FVG Settanta. Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70”, costruito attraverso mostre, incontri, pubblicazioni e attività di ricerca. Il percorso nasce da un’approfondita indagine archivistica condotta presso istituzioni pubbliche e private del territorio, tra cui il Museo Revoltella, Casa Zanussi, la Galleria Plurima e lo Studio Tommaseo, con l’obiettivo di ricostruire il panorama artistico regionale e il ruolo svolto dal Friuli Venezia Giulia nei processi di rinnovamento culturale del periodo.

    L’iniziativa prende avvio con “Per una nuova Galleria” dal 27 giugno al 20 luglio, dedicata alle origini della Galleria Spazzapan, e prosegue con “Nuovi modelli di ricerca”, in programma dal 23 luglio al 29 novembre, che organizza opere e documenti secondo nuclei geografici e tematici, trasformando il museo in una vera e propria memoria visiva degli anni Settanta. Tra gli appuntamenti figurano anche la presentazione della donazione di Sergio Pausig e un ciclo di incontri che culminerà il 15 gennaio 2027 con le celebrazioni del cinquantesimo anniversario della fondazione della Galleria.

    Le due esposizioni propongono dunque una lettura degli anni Settanta che va oltre la semplice ricostruzione storica. Attraverso opere d’arte, abiti, oggetti e documenti emerge un decennio che ha ridefinito il rapporto tra creatività e vita quotidiana, ponendo le basi di molti aspetti del presente. La creatività, suggerisce il titolo della mostra, si rivela davvero un antidoto: uno strumento con cui una società attraversata dalle crisi seppe immaginare nuovi linguaggi e nuovi modi di abitare il proprio tempo.


    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Umberto Eco e il nome delle cose – A dieci anni dalla scomparsa

    Umberto Eco e il nome delle cose – A dieci anni dalla scomparsa

    Roma dedica un ampio progetto espositivo e di studio al grande intellettuale italiano tra semiotica, memoria, Medioevo e sfide della comunicazione contemporanea

    Non soltanto uno scrittore di fama mondiale, ma un interprete del nostro tempo. Nel decennale della morte di Umberto Eco, Palazzo Firenze a Roma ospita un articolato percorso tra convegni, mostra, teatro e cinema per ripercorrere il pensiero e l’eredità culturale di uno dei più influenti intellettuali europei del Novecento e del nuovo millennio.


    A dieci anni dalla morte di Umberto Eco, avvenuta nel febbraio 2016, la Società Dante Alighieri e la Fondazione Umberto Eco, con la produzione di Arthemisia, promuovono a Roma il progetto «Umberto Eco e il nome delle cose. Segni, realtà e interpretazione». L’iniziativa, ospitata a Palazzo Firenze dal 23 giugno 2026, propone una ricognizione ampia e multidisciplinare dell’opera e della biografia intellettuale del semiologo, romanziere, saggista e studioso che ha contribuito in modo decisivo a ridefinire il rapporto tra linguaggio, cultura di massa e interpretazione.
    La figura di Eco occupa un posto centrale nella cultura contemporanea. Nato ad Alessandria nel 1932, formatosi all’Università di Torino, ha attraversato più di mezzo secolo di dibattito culturale, dalla riflessione sull’estetica medievale agli studi sulla comunicazione di massa, dalla teoria semiotica alla narrativa. Il suo nome è indissolubilmente legato a opere come Opera aperta, Apocalittici e integrati e il romanzo Il nome della rosa, tradotto in decine di lingue e divenuto un fenomeno editoriale mondiale.

    Ad aprire il programma, il 23 giugno alle 17.30, sarà un convegno inaugurale coordinato dall’editorialista del Corriere della Sera Paolo Conti. I lavori saranno introdotti da Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri, e da Stefano Eco, presidente della Fondazione Umberto Eco. Il percorso di riflessione affronta alcuni dei nuclei fondamentali del pensiero echiano: la storia delle idee, la semiotica, i processi di costruzione della memoria, i meccanismi dell’interpretazione, il tema delle fake news e della comunicazione, il rapporto con il Medioevo e le implicazioni dell’innovazione tecnologica.

    Il confronto si arricchisce degli interventi degli scrittori Roberto Cotroneo e Gianrico Carofiglio e di tre dialoghi tra studiosi di diverse discipline. Fabio Ciracì e Cristina Marras affrontano i temi filosofici e culturali dell’opera di Eco; Anna Maria Lorusso e Isabella Pezzini approfondiscono la riflessione semiotica; Tommaso di Carpegna Falconieri e Francesca Roversi Monaco si soffermano sul rapporto tra ricerca storica e immaginario medievale. Francesca Tancini presenta inoltre il progetto di riallestimento della Biblioteca Moderna Umberto Eco, destinata a trovare sede presso l’Università di Bologna.

    La mostra che segue il convegno offre una prospettiva complementare, restituendo il carattere poliedrico dell’intellettuale. Tra i materiali esposti figurano le tavole originali realizzate da Milo Manara per l’edizione illustrata de Il nome della rosa e alcuni elementi scenografici creati da Dante Ferretti per l’omonimo film diretto nel 1986 da Jean-Jacques Annaud, oggi considerato uno dei più celebri adattamenti cinematografici di un’opera letteraria contemporanea.

    L’esposizione documenta anche i rapporti di Eco con il Gruppo 63, il movimento di neoavanguardia nato a Palermo nel 1963 che riunì scrittori, poeti e critici impegnati a rinnovare i linguaggi letterari italiani. Non mancano testimonianze delle collaborazioni con artisti e intellettuali come Eugenio Carmi, Enrico Baj e Tullio Pericoli, figure che, in modi differenti, condivisero con Eco l’interesse per l’ibridazione dei linguaggi e per il dialogo tra arti visive e riflessione teorica.

    L’allestimento è concepito secondo criteri inclusivi. Tra gli elementi più significativi compare il plastico della celebre biblioteca-labirinto, realizzato dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona, istituzione da anni impegnata nella sperimentazione di percorsi espositivi accessibili. Una sezione multimediale raccoglie inoltre video e registrazioni provenienti dall’Archivio storico della Presidenza della Repubblica, da Rai Teche e dalla Radiotelevisione svizzera, offrendo al pubblico la possibilità di riascoltare la voce di Eco e di ripercorrerne la presenza nel dibattito pubblico.

    La giornata inaugurale si conclude nel giardino di Palazzo Firenze con un’azione teatrale affidata a Irene Giancontieri e Riccardo Rampazzo, allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, diretti da Mattia Spedicato. I due interpreti riportano in scena Le interviste impossibili – Umberto Eco incontra Beatrice, testo del 1975 che testimonia l’ironia e il gusto per il paradosso di uno studioso capace di attraversare con naturalezza filosofia, letteratura e divulgazione. La registrazione della performance entrerà poi a far parte del percorso espositivo.

    Il programma prosegue il 9 luglio con la proiezione del documentario Umberto Eco – La biblioteca del mondo, realizzato nel 2022 da Davide Ferrario. Il film prende le mosse dall’imponente biblioteca personale dello scrittore, composta da decine di migliaia di volumi e spesso descritta da Eco non come una raccolta di libri già letti, ma come uno strumento di ricerca e di conoscenza, un archivio del possibile e dell’ignoto.

    Il progetto romano è reso possibile grazie alla collaborazione di importanti istituzioni culturali e archivistiche, tra cui l’Archivio Storico Olivetti, la Biblioteca Centrale Palazzo Sormani di Milano, la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, la Fondazione Archivio Pirelli, l’Università degli Studi di Milano e l’Università di Pavia. Un intreccio di competenze che riflette perfettamente la natura del lascito di Umberto Eco: una rete di saperi che continua a interrogare il presente, invitando a leggere i segni del mondo con spirito critico e con la consapevolezza che il significato delle cose non è mai dato una volta per tutte, ma nasce dall’incessante esercizio dell’interpretazione.


    Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Chagall a Vercelli. La città perduta e la memoria ritrovata nell’universo del grande maestro del Novecento

    Chagall a Vercelli. La città perduta e la memoria ritrovata nell’universo del grande maestro del Novecento

    Dal 13 ottobre 2026 lo Spazio ARCA di Vercelli ospita una grande mostra dedicata a Marc Chagall. Circa cinquanta opere ripercorrono il rapporto tra memoria, sradicamento e identità, restituendo l’attualità di un artista che trasformò l’esilio in una potente geografia interiore.

    La mostra racconta Chagall non come pittore della nostalgia, ma come interprete della condizione umana contemporanea. Attraverso dipinti, autoritratti e confronti con altri artisti del Novecento, il percorso espositivo riflette sul tema universale della perdita e sulla capacità dell’arte di custodire ciò che la storia cancella.


    Dal 13 ottobre 2026 al 29 marzo 2027, l’Ex Chiesa di San Marco – Spazio ARCA di Vercelli accoglie una grande mostra dedicata a Marc Chagall, uno degli artisti più riconoscibili e influenti del Novecento. Il progetto espositivo, promosso dal Comune di Vercelli e realizzato da Arthemisia in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Iannaccone, propone un itinerario attraverso circa cinquanta opere che ricostruiscono la complessa vicenda umana e creativa del maestro nato a Vitebsk nel 1887 e scomparso a Saint-Paul-de-Vence nel 1985.
    L’esposizione invita a entrare nel cuore della pittura di Chagall partendo da un tema centrale della sua esistenza: la perdita della patria. L’artista fu costretto a separarsi definitivamente dalla sua città natale nel 1922 e vide poi Vitebsk cancellata dalla violenza della Seconda guerra mondiale, quando l’esercito tedesco la distrusse nel 1941. Di fronte a questa duplice frattura, Chagall non si rifugiò nella nostalgia, ma elaborò un paesaggio interiore capace di preservare luoghi, persone e tradizioni, trasformando la memoria in un inesauribile motore creativo.

    La mostra interpreta questa dimensione come una vera e propria “città interiore”, un’architettura della memoria che accompagna il visitatore attraverso l’intera produzione dell’artista. In un presente segnato da conflitti, migrazioni e mutamenti climatici, la ricerca di un luogo in cui mettere radici assume una risonanza particolarmente attuale. La vicenda personale di Chagall cessa così di appartenere soltanto al XX secolo e diventa una chiave di lettura delle inquietudini contemporanee.

    Il percorso riunisce opere emblematiche come Villagio Russo del 1929, Ritratto di Vava del 1953-56, Gli innamorati con l’asino blu del 1955 circa e Il gallo viola, realizzato tra il 1966 e il 1972. Nei dipinti compaiono i temi ricorrenti dell’universo chagalliano: gli innamorati sospesi, gli animali della fattoria, i fiori, gli acrobati del circo. Sono immagini che assumono un valore simbolico e diventano metafore di un mondo fragile e transitorio, espressioni di una resilienza che supera la semplice dimensione autobiografica per assumere un significato universale.

    L’esposizione segue il ripetersi ciclico dei motivi figurativi lungo l’intera carriera dell’artista, dalle prime esperienze fino alle opere della maturità, mettendo in discussione la lettura tradizionale di Chagall come semplice cantore di un folklore perduto. La sua pittura emerge invece come il tentativo costante di ricostruire una patria mentale, uno spazio immaginario in cui l’identità possa sopravvivere alle devastazioni della storia. A scandire questo viaggio sono anche diversi autoritratti, che rendono la presenza del pittore una sorta di guida personale all’interno della sua stessa vicenda umana e artistica.

    Ad ampliare il racconto contribuisce inoltre una sezione curata da Daniele Fenaroli, che presenta opere di artisti italiani contemporanei di Chagall provenienti dalla Collezione Giuseppe Iannaccone. Il dialogo tra questi lavori e quelli del maestro bielorusso offre una prospettiva più ampia sulla sensibilità del Novecento e sulle molteplici risposte che gli artisti hanno dato ai grandi sconvolgimenti del secolo.

    Curata da Paul Schneiter, la mostra rappresenta la seconda tappa di un progetto pluriennale pensato per rafforzare la presenza di Vercelli nel panorama culturale internazionale. Al tempo stesso riafferma il valore dell’arte come strumento di comprensione del presente, ricordando come la memoria, anche quando sembra perduta, possa continuare a vivere nelle immagini e diventare una risorsa per interpretare il nostro tempo.


    Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Sebastião Salgado, lo sguardo che ha raccontato il dolore del mondo e la bellezza della Terra

    Sebastião Salgado, lo sguardo che ha raccontato il dolore del mondo e la bellezza della Terra

    A Bassano del Grappa la prima grande retrospettiva italiana dedicata al fotografo brasiliano ripercorre cinquant’anni di lavoro, dalle miniere di Serra Pelada alle terre incontaminate di Genesis

    Oltre 160 fotografie per raccontare l’intera parabola creativa di Sebastião Salgado, maestro della fotografia contemporanea scomparso nel 2025. Dal 24 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 il Museo Civico di Bassano del Grappa ospita una mostra che restituisce il senso complessivo di un’opera capace di coniugare denuncia sociale, rigore formale e coscienza ecologica.


    La grande fotografia internazionale torna protagonista a Bassano del Grappa. Dopo le mostre dedicate a Ruth Orkin, Dorothea Lange e Brassaï, il Museo Civico della città veneta propone dal 24 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 una retrospettiva interamente dedicata a Sebastião Salgado, uno degli autori che più profondamente hanno modificato il modo di guardare il mondo attraverso l’immagine fotografica. La mostra, intitolata Sebastião Salgado. Fotografie della collezione Maison Européenne de la Photographie, Parigi, rappresenta la prima esposizione italiana a ricostruire in maniera completa l’intera vicenda artistica del fotografo brasiliano, scomparso nel 2025.

    Promossa dal Comune e dai Musei Civici di Bassano del Grappa insieme alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi e a Silvana Editoriale, con il patrocinio della Regione del Veneto, l’esposizione si inserisce in un momento particolarmente significativo per la città, impegnata nel percorso di candidatura a Capitale italiana della Cultura 2029 e nel ritorno del Cavallo colossale di Antonio Canova.

    Nato nel 1944 nello stato brasiliano di Minas Gerais, Salgado non proveniva dal mondo dell’arte. Laureato in economia, iniziò a fotografare quasi per caso nei primi anni Settanta, abbandonando progressivamente la carriera di economista per dedicarsi completamente all’immagine. Da quel momento la fotografia diventò per lui uno strumento di conoscenza e testimonianza, capace di raccontare le grandi trasformazioni sociali del pianeta, le migrazioni, il lavoro umano, i conflitti e, negli ultimi decenni, la necessità di preservare gli ecosistemi ancora intatti.

    Curata da Pascal Hoël, responsabile delle collezioni della Maison Européenne de la Photographie, la rassegna riunisce oltre 160 fotografie e segue un andamento cronologico che consente di leggere il percorso creativo dell’autore nella sua interezza. La collaborazione tra Salgado e la MEP affonda le radici negli anni Ottanta e si è consolidata nel tempo fino alla donazione, nel 2018, di 105 opere da parte di Sebastião e di Lélia Wanick Salgado, compagna di vita e figura centrale nell’organizzazione e nella progettazione dei suoi lavori editoriali ed espositivi.

    La prima sezione dell’esposizione attraversa i primi venticinque anni di attività del fotografo e comprende alcune delle serie più celebri della fotografia contemporanea. Other Americas documenta le culture contadine e indigene dell’America Latina; Sahel racconta la devastazione delle carestie africane; Serra Pelada Gold Mine – Brazil restituisce le impressionanti immagini della gigantesca miniera d’oro brasiliana, trasformata in un formicaio umano di lavoratori e speranze infrante. Seguono Workers, straordinaria indagine sulla fatica del lavoro manuale nel mondo industriale e preindustriale, Kuwait, dedicata agli incendi dei pozzi petroliferi dopo la guerra del Golfo, e le serie Exodus e Children of the Exodus, che affrontano il tema delle migrazioni e degli sfollamenti di massa.

    Sono immagini che hanno segnato la memoria visiva degli ultimi decenni del Novecento. In esse il bianco e nero assume una forza quasi scultorea e l’estetica non attenua il dramma, ma lo rende ancora più evidente. È proprio questa capacità di tenere insieme etica ed estetica che ha reso il lavoro di Salgado immediatamente riconoscibile e universalmente apprezzato.

    La seconda parte della mostra è interamente dedicata a Genesis, il progetto al quale il fotografo lavorò per oltre sette anni e che segna una svolta decisiva nella sua ricerca. Dopo aver osservato per decenni le ferite dell’umanità, Salgado rivolse il proprio sguardo verso i luoghi della Terra ancora preservati dall’intervento umano: foreste tropicali, deserti, ghiacciai, montagne e comunità indigene. Ne nacque un vasto affresco fotografico che celebra la bellezza e la fragilità del pianeta e che, al tempo stesso, costituisce un potente appello alla tutela ambientale.

    Questa conversione ecologica non fu soltanto artistica. Insieme a Lélia Wanick Salgado, il fotografo promosse in Brasile l’Instituto Terra, un progetto di riforestazione e recupero ambientale che ha contribuito alla rinascita di una vasta area della Mata Atlântica. La sua opera fotografica e il suo impegno civile finirono così per convergere in un’unica riflessione sul destino condiviso dell’umanità e sul rapporto tra l’uomo e la natura.

    A Bassano del Grappa questa sintesi prende forma in un percorso di rara intensità emotiva. La mostra restituisce infatti l’idea di un autore che ha attraversato cinquant’anni di storia contemporanea mantenendo uno sguardo coerente e profondamente umano. Come lo stesso Salgado ebbe a dire, «tutto quello che ho fatto, nell’insieme, è lo specchio della mia vita».

    L’esposizione è accompagnata da un catalogo bilingue italiano e inglese pubblicato da Silvana Editoriale e da un articolato programma didattico destinato ai diversi pubblici. Sono inoltre previsti due appuntamenti cinematografici dedicati alla proiezione del documentario Il sale della terra, diretto da Wim Wenders e da Juliano Ribeiro Salgado, premiato al Festival di Cannes nel 2014 e considerato uno dei ritratti più intensi mai dedicati a un fotografo contemporaneo.

    Con questa ampia retrospettiva, Bassano del Grappa conferma la propria vocazione a diventare un punto di riferimento per la fotografia d’autore. Ma soprattutto offre l’occasione di rileggere l’opera di un artista che ha saputo fare della fotografia non soltanto un mezzo espressivo, ma un modo di interrogare la coscienza del nostro tempo, invitando a guardare con attenzione tanto le ferite del mondo quanto la sua irriducibile bellezza.


    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Bhutan, 108 Chorten per la pace che coinvolgerà quarantamila volontari

    Bhutan, 108 Chorten per la pace che coinvolgerà quarantamila volontari

    Nella futura Gelephu Mindfulness City, il Regno del Bhutan prepara un’impresa senza precedenti: l’innalzamento simultaneo di 108 Chorten lungo dodici chilometri di territorio. Un’iniziativa che unisce spiritualità, partecipazione collettiva e visione culturale in un tempo segnato da tensioni globali.

    Il 1° novembre 2026 il Bhutan realizzerà uno dei più ambiziosi progetti spirituali della sua storia recente. Nella Gelephu Mindfulness City saranno eretti contemporaneamente 108 Chorten, monumenti sacri del Buddhismo, come offerta collettiva dedicata alla pace, alla compassione e alla memoria. L’iniziativa coinvolgerà decine di migliaia di volontari e rappresenta uno degli interventi simbolici più significativi promossi dal piccolo regno himalayano negli ultimi anni.


    Il Bhutan ha annunciato ufficialmente che il 1° novembre 2026 vedrà la realizzazione del cosiddetto Project 108, un vasto programma che prevede l’innalzamento simultaneo di 108 Chorten all’interno della Gelephu Mindfulness City, il nuovo centro urbano in fase di sviluppo nel sud del Paese. L’annuncio è stato reso pubblico da Sua Maestà Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, Re del Bhutan, durante le celebrazioni per il suo quarantaseiesimo compleanno. L’intervento interesserà un percorso di circa dodici chilometri che costeggia il fiume Mao. I monumenti, alti quindici metri ciascuno, saranno collocati a intervalli regolari di 108 metri l’uno dall’altro, creando una lunga sequenza architettonica e simbolica nel paesaggio della futura città. La scelta del luogo non è casuale. Gelephu Mindfulness City rappresenta infatti uno dei progetti strategici più importanti del Bhutan contemporaneo, concepito per integrare sviluppo economico, sostenibilità ambientale e valori spirituali.

    Nel linguaggio buddhista himalayano il termine Chorten corrisponde allo stupa, una struttura monumentale che custodisce reliquie, testi sacri e oggetti rituali. Il tipo scelto per il Project 108 è il Jangchub Chorten, noto anche come Stupa dell’Illuminazione. Si tratta della forma che celebra il raggiungimento dell’Illuminazione da parte del Buddha ed è considerata la più importante tra le otto tipologie tradizionali di stupa presenti nell’iconografia buddhista. All’interno di queste costruzioni vengono collocati zungs, cioè testi sacri, preghiere, formule rituali e benedizioni che, secondo la tradizione, continuano a diffondere benefici spirituali a tutti coloro che entrano in contatto con il monumento.

    Il significato dell’iniziativa va ben oltre l’aspetto architettonico. Gli organizzatori hanno chiarito che il progetto non nasce come dimostrazione di capacità costruttiva né come attrazione spettacolare. L’obiettivo è offrire un gesto collettivo rivolto al mondo in un periodo caratterizzato da conflitti, instabilità e incertezze. Secondo Dasho Tashi Dorji, responsabile della Spiritual Workstream della Gelephu Mindfulness City Authority, l’erezione di un Chorten rappresenta uno degli atti più meritori nella tradizione buddhista e il Project 108 intende trasformare questo gesto individuale in un’offerta condivisa a beneficio dell’intera umanità.

    Particolarmente significativa è la scelta del numero 108. Nelle tradizioni buddhiste esso possiede una forte valenza simbolica ed è associato alle 108 afflizioni o oscuramenti mentali che ostacolano la piena realizzazione spirituale dell’individuo. La purificazione di queste condizioni rappresenta uno dei percorsi fondamentali verso la compassione e la consapevolezza. Il numero ricorre inoltre in numerosi aspetti della cultura asiatica, dai rosari buddhisti e induisti alle pratiche meditative. Anche in ambito matematico e astronomico il 108 ha suscitato interesse per alcune sue ricorrenze numeriche e proporzionali, contribuendo ad alimentarne il valore simbolico nel corso dei secoli.

    La realizzazione del progetto richiederà uno sforzo organizzativo eccezionale. Per consentire l’innalzamento simultaneo delle strutture in un solo giorno saranno mobilitati circa 40.000 volontari distribuiti nei 108 siti individuati. Le fondazioni e tutte le opere preparatorie verranno completate nei mesi precedenti, mentre il 1° novembre 2026 sarà dedicato esclusivamente all’elevazione delle strutture esterne.

    Da tempo migliaia di persone sono già impegnate nelle attività preliminari. Il lavoro viene svolto secondo il principio dello zhabto, una pratica tradizionale bhutanese di servizio comunitario volontario che unisce cooperazione civile e valore spirituale. Partecipano monaci, studenti, agricoltori, professionisti e membri della diaspora bhutanese residente all’estero. In questo contesto il lavoro manuale non è considerato soltanto una necessità organizzativa, ma una forma di partecipazione spirituale e di responsabilità condivisa verso la collettività.

    Il Bhutan, spesso citato a livello internazionale per la sua attenzione al concetto di Felicità Interna Lorda, continua così a proporre un modello di sviluppo che cerca di integrare crescita economica, tutela ambientale e dimensione spirituale. Il Project 108 si inserisce pienamente in questa visione, trasformando un’iniziativa religiosa in un grande esercizio di partecipazione civile.

    Gli organizzatori hanno inoltre aperto il progetto al sostegno internazionale. Singoli cittadini, famiglie, comunità, istituzioni e organizzazioni buddhiste di tutto il mondo possono contribuire alla realizzazione dei Chorten attraverso offerte individuali o collettive. Ogni monumento può essere sostenuto da specifiche sponsorizzazioni, mentre ulteriori contributi vengono raccolti attraverso una piattaforma dedicata.

    Quando il 1° novembre 2026 i 108 Chorten sorgeranno contemporaneamente lungo il fiume Mao, il risultato non sarà soltanto un nuovo complesso monumentale. Sarà soprattutto la manifestazione visibile di una scelta culturale e spirituale che affida alla cooperazione, alla memoria e alla pace il compito di lasciare un segno duraturo nel paesaggio e nella coscienza collettiva.


    Da Cecilia Sandroni <comunicazione@italienspr.com>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Giorgio Morandi conquista Shanghai

    Giorgio Morandi conquista Shanghai

    La più grande mostra mai organizzata all’estero sul maestro bolognese porta in Cina oltre 140 opere e rilancia il ruolo di Bologna come centro internazionale della diplomazia culturale

    Dal 17 giugno al 28 ottobre 2026 il Museum of Art Pudong di Shanghai ospita la più ampia retrospettiva mai realizzata fuori dall’Italia dedicata a Giorgio Morandi. Un progetto che unisce ricerca scientifica, relazioni internazionali e valorizzazione del patrimonio culturale bolognese, offrendo al pubblico cinese una lettura completa dell’opera di uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento.


    Dal 17 giugno al 28 ottobre 2026 il Museum of Art Pudong di Shanghai presenta Giorgio Morandi. Solo (乔治·莫兰迪:独白), la più importante mostra mai realizzata all’estero dedicata al pittore bolognese e la prima grande retrospettiva monografica dell’artista organizzata in Cina. L’esposizione rappresenta un passaggio significativo nel percorso di internazionalizzazione del patrimonio culturale di Bologna e conferma l’interesse crescente che il pubblico asiatico nutre nei confronti di uno dei maestri più influenti dell’arte italiana del Novecento.
    L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra il Comune di Bologna, il Museo Morandi, il MAMbo e il Museum of Art Pudong, all’interno di una più ampia strategia di diplomazia culturale che utilizza il patrimonio artistico come strumento di dialogo tra Paesi e tradizioni differenti. In questo contesto, la figura di Morandi assume un valore simbolico particolare: un artista profondamente radicato nella sua città e, allo stesso tempo, universalmente riconosciuto per la capacità di trasformare soggetti quotidiani in una riflessione sul tempo, sullo spazio e sulla percezione.

    Curata da Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo e del Museo Morandi, insieme a Francesco D’Arelli, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai, la mostra riunisce oltre 140 opere tra dipinti, incisioni, acquerelli e disegni. Il percorso espositivo offre una visione complessiva dell’intera vicenda artistica morandiana, presentando capolavori raramente esposti fuori dall’Italia e numerose opere mai mostrate prima in Cina. Accanto ai lavori più noti trovano spazio documenti, oggetti appartenuti all’artista e materiali provenienti da Casa Morandi e dal Museo Morandi, contribuendo a restituire non soltanto il risultato finale della sua ricerca, ma anche il metodo e l’ambiente in cui essa si è sviluppata.

    Il titolo Solo sintetizza efficacemente l’impostazione curatoriale. La mostra non propone confronti con altri artisti né percorsi paralleli. Morandi occupa da solo l’intero spazio espositivo, in una sorta di “assolo” visivo che richiama la concentrazione e il rigore della sua ricerca. L’idea riflette una caratteristica essenziale della sua opera: la capacità di costruire un universo complesso a partire da un repertorio limitato di oggetti e forme.

    Nato a Bologna nel 1890 e scomparso nel 1964, Giorgio Morandi trascorse quasi tutta la propria esistenza tra lo studio di via Fondazza e la casa di Grizzana, oggi Grizzana Morandi, sull’Appennino bolognese. La sua produzione si sviluppò attorno a pochi soggetti ricorrenti – bottiglie, scatole, vasi, paesaggi e fiori – che vennero osservati e reinterpretati attraverso variazioni minime ma continue. Questo metodo rigoroso, spesso definito ascetico dalla critica, ha influenzato generazioni di artisti e continua a essere studiato in tutto il mondo. Pur vivendo lontano dai principali centri internazionali dell’avanguardia, Morandi riuscì a costruire un linguaggio autonomo che dialogava con la pittura metafisica, con la tradizione italiana e con alcune ricerche europee contemporanee senza mai aderire completamente a nessuna corrente.

    L’esposizione di Shanghai si articola in 35 sezioni e comprende materiali di particolare rilevanza storica. Tra questi figurano il torchio originale utilizzato dall’artista per le incisioni, presentato per la prima volta fuori da Bologna, opere restaurate per l’occasione, documenti d’archivio e fotografie realizzate da Gianni Berengo Gardin dedicate agli studi di Bologna e Grizzana. Un film prodotto appositamente per la mostra dal regista Germano Maccioni accompagna inoltre il visitatore nei luoghi morandiani, ricostruendo il rapporto dell’artista con la città e con il territorio che ne ha alimentato l’immaginario.

    Particolarmente significativo è il riferimento ai luoghi della formazione e della vita quotidiana di Morandi. L’itinerario evocato dal film comprende l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove insegnò tecniche dell’incisione dal 1930 al 1956, la Pinacoteca Nazionale, che frequentava abitualmente per studiare la pittura bolognese del Seicento, e la casa di via Fondazza, oggi visitabile come museo. Si tratta di elementi che aiutano a comprendere come la dimensione apparentemente appartata dell’artista fosse in realtà alimentata da un dialogo costante con la storia dell’arte e con la tradizione figurativa italiana.

    Il progetto introduce anche un dialogo con il presente grazie alla presenza di un lavoro dell’artista britannica Tacita Dean, testimonianza della persistente influenza esercitata da Morandi sulla ricerca contemporanea. Negli ultimi decenni, infatti, il pittore bolognese è stato oggetto di attenzione da parte di numerosi artisti internazionali, attratti dalla sua capacità di esplorare il rapporto tra forma, luce e spazio attraverso un linguaggio essenziale.

    Un ruolo importante è svolto dall’allestimento progettato da Aldo Cibic e dal suo studio. Gli ambienti sono stati concepiti come spazi raccolti e immersivi, nei quali la luce diffusa e l’assenza di effetti spettacolari favoriscono una relazione diretta con le opere. L’obiettivo è restituire al visitatore quella dimensione di concentrazione e silenzio che costituisce uno degli aspetti più caratteristici della pittura morandiana.

    La scelta di Shanghai non è casuale. Negli ultimi anni l’interesse cinese verso Morandi è cresciuto in modo costante, coinvolgendo studiosi, collezionisti e istituzioni museali. Diversi osservatori hanno sottolineato le affinità tra la sensibilità dell’artista e alcuni principi della tradizione estetica orientale, come l’attenzione al vuoto, all’equilibrio compositivo e alla contemplazione. In questo senso, la mostra non rappresenta soltanto un’importante operazione espositiva, ma anche un terreno di confronto tra culture visive differenti che condividono una comune attenzione all’essenziale.

    A ospitare l’esposizione è il Museum of Art Pudong, inaugurato nel 2021 e progettato da Jean Nouvel. Situato lungo il fiume Huangpu, il museo si è rapidamente imposto come uno dei principali poli culturali dell’Asia grazie a collaborazioni con istituzioni di primo piano come la Galleria Borghese, le Gallerie degli Uffizi, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Musée d’Orsay e il Musée du Louvre.

    L’iniziativa si inserisce infine in un programma più ampio di valorizzazione internazionale dell’eredità morandiana che proseguirà successivamente in Asia con una tappa prevista a Seoul. Attraverso questa strategia, Bologna rafforza il proprio ruolo di custode dell’opera di Morandi e consolida la presenza dell’artista nei grandi circuiti museali internazionali. La mostra di Shanghai diventa così non soltanto una retrospettiva di eccezionale rilievo, ma anche un esempio concreto di come il patrimonio culturale possa trasformarsi in uno strumento di relazione, conoscenza e cooperazione tra Paesi lontani.


    Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Milano, Palazzo Reale dedica una grande antologica a uno dei maestri del secondo Novecento

    Milano, Palazzo Reale dedica una grande antologica a uno dei maestri del secondo Novecento

    Da Milano al mito, dalla memoria alla dissoluzione dell’immagine: oltre settant’anni di ricerca artistica raccontati in una mostra che ripercorre l’intera vicenda creativa di Mario Raciti, protagonista appartato ma centrale della pittura italiana contemporanea.

    Palazzo Reale di Milano rende omaggio a Mario Raciti con una vasta retrospettiva che attraversa oltre sette decenni di attività. Circa cento opere raccontano l’evoluzione di un linguaggio pittorico sospeso tra visione, poesia e interrogazione esistenziale, confermando il ruolo dell’artista milanese tra le figure più significative del secondo Novecento italiano.


    Dal 1° luglio al 20 settembre 2026 Palazzo Reale di Milano ospita “Mario Raciti. Opere 1952-2025”, una grande mostra antologica curata da Luca Pietro Nicoletti che ripercorre l’intera parabola creativa dell’artista milanese, dalle prove giovanili degli anni Cinquanta fino ai lavori più recenti. L’esposizione, promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, si inserisce nel programma dedicato ai “Maestri a Milano”, il ciclo che negli ultimi anni ha celebrato figure come Ruggero Savinio, Grazia Varisco e Valerio Adami. L’ingresso sarà gratuito per tutta la durata della manifestazione.

    La mostra rappresenta anche un ritorno simbolico alle origini. Nato a Milano nel 1934, Raciti ha costruito nella città il proprio percorso umano e professionale, intrecciando rapporti con alcuni protagonisti della cultura italiana del secondo Novecento. Dopo una laurea in giurisprudenza e l’avvio della professione forense, nei primi anni Sessanta decide di dedicarsi completamente alla pittura, scelta che segna l’inizio di una ricerca destinata a svilupparsi lungo oltre mezzo secolo di attività.

    Per comprendere la sua opera occorre tornare alla Milano del dopoguerra, uno dei principali laboratori culturali europei. In quegli anni la città vede convivere le esperienze dell’astrazione, dell’informale e delle nuove avanguardie, mentre gallerie, editori e riviste alimentano un confronto continuo tra arti visive, letteratura e filosofia. È in questo clima che Raciti incontra personalità decisive come il poeta Roberto Sanesi e l’editore Vanni Scheiwiller. Il dialogo con Sanesi contribuisce ad ampliare l’orizzonte poetico della sua pittura, mentre Scheiwiller pubblica nel 1970 la prima monografia dedicata all’artista, sancendone la crescente rilevanza nel panorama nazionale.

    La formazione culturale di Raciti si nutre di riferimenti che vanno ben oltre la pittura. Le letture di Rainer Maria Rilke, Friedrich Hölderlin, Johann Wolfgang Goethe e Robert Musil si intrecciano a una profonda passione musicale che comprende Richard Wagner, Gustav Mahler e Franz Schubert. Da questi universi nasce una pittura che non cerca la descrizione del reale, ma una dimensione ulteriore, un territorio mentale in cui memoria, percezione e tensione spirituale convivono.

    La critica ha spesso collocato Raciti nell’ambito del post-informale, una definizione che individua gli artisti capaci di raccogliere l’eredità dell’Informale europeo senza rinunciare a una costruzione più meditata dell’immagine. Nel suo caso, tuttavia, la componente lirica assume un ruolo centrale. Le superfici pittoriche non si limitano a registrare gesti o materie, ma diventano luoghi di apparizioni, tracce e presenze che sembrano emergere da una dimensione nascosta.

    Un passaggio importante della sua carriera avviene negli anni Settanta, quando entra a far parte della Galleria Morone di Enzo Spadon accanto a figure come Claudio Olivieri, Valentino Vago ed Enrico Della Torre. In quel contesto prende forma una delle esperienze più significative della pittura milanese del periodo, caratterizzata da una ricerca sul colore, sulla luce e sulla percezione che si sviluppa al di fuori delle logiche più spettacolari dell’arte contemporanea.

    Nel tempo le sue opere entrano nelle raccolte di importanti istituzioni pubbliche e private. Lavori di Raciti sono oggi conservati nelle collezioni di Intesa Sanpaolo, nelle raccolte del MART di Rovereto, allo CSAC dell’Università di Parma e in storiche collezioni private che hanno contribuito alla diffusione dell’arte italiana del secondo Novecento.

    Il rapporto con Milano trova una consacrazione decisiva nel 1988, quando il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea gli dedica una grande mostra personale. In quell’occasione la direttrice Mercedes Garberi acquisisce trentasei opere destinate alle collezioni civiche. Oggi quel nucleo, conservato al Museo del Novecento, costituisce uno dei punti focali della retrospettiva di Palazzo Reale.

    L’esposizione presenta circa cento opere provenienti dal Museo del Novecento, dal MART e da collezioni private, offrendo una lettura completa dell’evoluzione del suo linguaggio. Il percorso si apre con le figurazioni emblematiche degli anni Sessanta e prosegue con le celebri Presenze-assenze degli anni Settanta, dove la pittura si fa sempre più rarefatta e allusiva. Seguono le Mitologie degli anni Ottanta e i Misteri degli anni Novanta, cicli nei quali il riferimento simbolico si intreccia a una crescente riflessione sul destino umano.

    Nel nuovo secolo la ricerca di Raciti si orienta verso esiti ancora più complessi. L’immagine tende progressivamente a dissolversi, lasciando emergere interrogativi sul dolore, sulla trascendenza e sulla difficoltà della comunicazione. Ne sono testimonianza le opere dedicate alla crocifissione, il ciclo Why appartenente a I fiori del Profondo e le serie più recenti Una o due figure e Fonti. In questi lavori il fiore, elemento ricorrente nella sua iconografia, perde la sua dimensione ornamentale e diventa segno di distanza, ferita, impossibilità dell’incontro.

    La mostra milanese arriva dopo una serie di importanti tappe espositive che hanno contribuito a consolidare la conoscenza dell’opera di Raciti, dalle rassegne di Palazzo Sarcinelli a Conegliano e Palazzo Magnani a Reggio Emilia fino alla grande esposizione del MART di Rovereto. Un percorso culminato nel 2023 con la pubblicazione del catalogo ragionato dell’opera pittorica, strumento fondamentale per lo studio e la valorizzazione del suo lavoro.

    Più che una semplice retrospettiva, l’iniziativa di Palazzo Reale offre l’occasione per rileggere la vicenda di un artista che ha attraversato le trasformazioni dell’arte italiana mantenendo una posizione autonoma e riconoscibile. In un’epoca spesso dominata dall’immagine immediata e dal rumore visivo, la pittura di Mario Raciti continua a interrogare il silenzio, l’assenza e il mistero, proponendo una riflessione sulla fragilità dell’esperienza umana che conserva oggi una sorprendente attualità.


    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Festa della Musica a Palazzo Farnese, una notte tra elettronica e dialogo culturale

    Festa della Musica a Palazzo Farnese, una notte tra elettronica e dialogo culturale

    Nel cuore dell’Ambasciata di Francia a Roma torna l’appuntamento che unisce la tradizione francese della Fête de la Musique alle nuove frontiere della club culture europea. Sul palco Kompromat, Whitemary e lo showcase Ex Aequa per una serata gratuita dedicata alle sonorità elettroniche contemporanee.

    La Festa della Musica trasforma ancora una volta il cortile rinascimentale di Palazzo Farnese in uno spazio aperto all’incontro tra linguaggi musicali, sperimentazione e scambio culturale. Un evento che conferma il ruolo della musica come strumento di dialogo tra Francia e Italia e come linguaggio capace di coinvolgere nuove generazioni di pubblico.


    Venerdì 19 giugno il cortile di Palazzo Farnese, sede dell’Ambasciata di Francia in Italia, si trasformerà per una sera in una grande pista da ballo a cielo aperto. Dalle 19 alle 00.30, la terza edizione romana della Festa della Musica porterà nel cuore della capitale alcune delle espressioni più interessanti della scena elettronica contemporanea grazie alla collaborazione tra l’Ambasciata di Francia, Institut Français Italia e Spring Attitude Festival. L’ingresso sarà gratuito, con registrazione obbligatoria.
    L’iniziativa affonda le proprie radici nella storica Fête de la Musique, manifestazione nata in Francia nel 1985 per volontà del Ministero della Cultura francese. L’idea, semplice ma rivoluzionaria, era quella di celebrare il solstizio d’estate attraverso concerti diffusi e gratuiti negli spazi pubblici. In pochi decenni il progetto è diventato un fenomeno internazionale, coinvolgendo centinaia di città in Europa e nel mondo e contribuendo a ridefinire il rapporto tra musica, cittadinanza e spazio urbano.

    A Roma l’evento trova una cornice particolarmente significativa. Palazzo Farnese, uno dei massimi capolavori dell’architettura rinascimentale italiana, realizzato nel corso del Cinquecento con il contributo di Antonio da Sangallo il Giovane e Michelangelo, apre nuovamente il proprio cortile monumentale a una proposta culturale che guarda al presente. Il contrasto tra la monumentalità storica dell’edificio e le sonorità elettroniche contemporanee rappresenta uno degli elementi più interessanti dell’iniziativa, capace di mettere in dialogo patrimonio e innovazione.

    Il programma musicale di quest’anno è costruito attorno a tre protagonisti che rappresentano differenti percorsi della cultura elettronica europea. Al centro della serata ci sarà il live dei Kompromat, progetto nato dall’incontro tra il produttore francese Vitalic e Rebeka Warrior, musicista e performer nota per il suo lavoro con Sexy Sushi e Mansfield.TYA. Il duo ha conquistato negli ultimi anni un ruolo di primo piano nella scena continentale grazie a una proposta che intreccia techno, EBM, new wave e suggestioni post-punk, dando vita a un immaginario sonoro intenso e riconoscibile. La loro presenza a Roma rappresenta uno degli appuntamenti più attesi della stagione estiva per gli appassionati di musica elettronica.

    Accanto a loro salirà sul palco Whitemary, tra le figure più originali della nuova scena italiana. Cantautrice, produttrice e DJ, l’artista romana ha costruito negli anni un linguaggio personale in cui convivono scrittura pop, ricerca sonora e sensibilità clubbing. Il suo lavoro si colloca in una generazione di musicisti che hanno superato le tradizionali separazioni tra concerto, performance elettronica e cultura del dancefloor, contribuendo a ridefinire il panorama musicale indipendente italiano.

    Completa il programma uno showcase curato da Ex Aequa, progetto dedicato alla promozione dell’inclusione e della parità di opportunità nel settore della musica elettronica. Negli ultimi anni il tema della rappresentanza e dell’accesso alle professioni creative è diventato centrale all’interno della cultura club europea, e iniziative come Ex Aequa si inseriscono in un più ampio movimento volto a rendere il settore più aperto, diversificato e sostenibile.

    La collaborazione con Spring Attitude Festival conferma inoltre il ruolo sempre più rilevante che il festival romano ha assunto nel panorama culturale nazionale. Nato per esplorare le connessioni tra musica contemporanea, arti digitali e innovazione, Spring Attitude si è affermato come uno dei principali punti di riferimento italiani per la ricerca elettronica e le nuove culture urbane. La partnership con l’Institut Français Italia rafforza una relazione culturale consolidata tra i due Paesi, fondata non soltanto sulla valorizzazione del patrimonio storico ma anche sulla promozione delle espressioni artistiche più attuali.

    Nelle precedenti edizioni, il palco franco-italiano di Palazzo Farnese ha ospitato artisti come La Femme, Cosmo, Carmen Consoli, Vitalic e NTO, contribuendo a costruire una programmazione capace di attraversare generi e pubblici differenti. La scelta di puntare oggi sulle traiettorie più innovative dell’elettronica conferma la volontà di intercettare le trasformazioni in atto nella musica contemporanea e di dialogare con una comunità creativa sempre più internazionale.

    L’ambasciatrice di Francia in Italia Anne-Marie Descôtes ha sottolineato come l’attenzione verso la scena elettronica franco-italiana rappresenti un modo concreto per avvicinare un pubblico giovane e creativo, evidenziando il crescente entusiasmo con cui Roma ha accolto le precedenti edizioni dell’iniziativa.

    La manifestazione si inserisce inoltre nel progetto Ambasciata Verde, programma volto a promuovere pratiche sostenibili e a ridurre l’impatto energetico degli eventi culturali. Con il sostegno di Edison e il contributo di partner privati e istituzionali, la serata propone dunque un modello che unisce spettacolo, responsabilità ambientale e cooperazione culturale internazionale.

    Per una notte, il cortile di Palazzo Farnese tornerà così a essere uno spazio di incontro tra storia e contemporaneità. Un luogo simbolico della diplomazia culturale europea che, attraverso la musica elettronica, si apre alla città e alle sue energie creative, trasformando una tradizione nata in Francia oltre quarant’anni fa in un’esperienza condivisa nel cuore di Roma.


    Da FAM Press <info@fampress.it>
    Articolo a cura della Redazione Experiences