Rothko a Firenze: la grande mostra tra esperienza spirituale e macchina culturale

Un evento che permette immersione e contemplazione, ma che solleva una domanda inevitabile: è ancora possibile incontrare davvero Rothko oggi, o lo stiamo trasformando in un rituale culturale perfettamente confezionato? Una delle mostre più importanti del 2026 porta a Firenze oltre settanta opere di Mark Rothko. Un progetto ambizioso che intreccia arte, architettura e spiritualità, ma che mette alla prova il modo in cui oggi guardiamo l’arte contemporanea.


di Andrea Montesi

C’è sempre un momento, davanti a una grande mostra, in cui bisogna smettere di ripetere parole di comodo e cominciare a farsi una domanda più incisiva: serve davvero? La retrospettiva dedicata a Mark Rothko a Palazzo Strozzi – dal 14 marzo al 23 agosto 2026 – è arrivata con tutte le credenziali del grande evento. Oltre settanta opere, prestiti dai principali musei internazionali, un progetto curatoriale costruito per essere definitivo . È, senza dubbio, una delle esposizioni più attese dell’anno. Ma proprio per questo non può essere accolta con l’automatismo che accompagna ormai ogni grande operazione culturale.

Perché Rothko non è un artista neutro. Non è un autore che si attraversa con leggerezza, né uno di quelli che si prestano alla narrazione facile. Le sue tele non raccontano: impongono una condizione. Il colore non rappresenta qualcosa, ma accade davanti allo spettatore, lo coinvolge, lo mette in crisi. È un’esperienza che ha a che fare più con il tempo che con la visione, più con il silenzio che con l’informazione.

E allora il punto non è tanto la qualità della mostra – che sarà inevitabilmente alta – quanto la sua necessità. Negli ultimi anni il sistema espositivo ha costruito una grammatica precisa: grandi nomi, grandi prestiti, grandi numeri. È una macchina perfetta, capace di produrre eventi solidi, coerenti, spesso impeccabili. Ma proprio questa perfezione rischia di diventare il limite. Perché Rothko, per funzionare, ha bisogno di una frattura. Di uno spazio che non sia completamente controllato.

Il progetto fiorentino prova a rispondere a questa esigenza attraverso un’idea forte: mettere in dialogo Rothko con la città del Rinascimento. Non è una scelta decorativa. Rothko, nei suoi viaggi italiani, aveva trovato proprio a Firenze una delle matrici più profonde della sua ricerca. Gli affreschi di Beato Angelico, l’architettura della Biblioteca Laurenziana, la tensione tra misura e spiritualità . Non cercava modelli, ma condizioni. Cercava un modo per trasformare la pittura in spazio mentale.

È un’intuizione decisiva. Ma è anche un terreno scivoloso. Perché ogni dialogo tra epoche rischia di diventare un dispositivo retorico. Funziona sulla carta, convince nel racconto, ma non sempre regge nell’esperienza. Accostare Rothko a Firenze significa evocare una continuità tra passato e contemporaneo che non è affatto scontata. Significa suggerire che esista una linea diretta tra il silenzio degli affreschi rinascimentali e quello delle grandi campiture cromatiche del Novecento.

Ma quel silenzio non è lo stesso. Nel Rinascimento è ordine, misura, costruzione. In Rothko è tensione, instabilità, a volte persino angoscia. È una spiritualità senza dogma, senza architettura di riferimento, senza consolazione. E qui emerge il rischio più grande della mostra: trasformare questa tensione in armonia, questa inquietudine in contemplazione.

Il percorso espositivo promette di attraversare tutta la carriera dell’artista, dagli esordi figurativi agli anni della piena astrazione . Una scelta inevitabile, quasi obbligata. Ma Rothko non è un autore che si lascia raccontare per tappe. Non è una storia lineare. È piuttosto un progressivo svuotamento, una riduzione che porta la pittura a confrontarsi con i suoi limiti estremi. Ridurre questo processo a una sequenza ordinata significa, in parte, neutralizzarlo.

C’è poi un altro elemento che non può essere ignorato: il pubblico. Le mostre contemporanee sono pensate per essere attraversate, non abitate. Il tempo medio di permanenza davanti a un’opera è minimo. La fruizione è veloce, frammentata, spesso distratta. E Rothko, al contrario, richiede una disponibilità radicale. Non basta guardare. Bisogna restare.

Il comunicato insiste sulla dimensione immersiva, sulla costruzione di ambienti che favoriscano l’interazione personale con le opere . È un’intenzione chiara. Ma oggi la parola immersivo è diventata ambigua. Troppo spesso coincide con spettacolo, con coinvolgimento sensoriale, con esperienza guidata. Rothko, invece, chiede l’opposto. Non vuole accompagnare lo spettatore, ma lasciarlo solo. Se questa solitudine non si realizza, tutto il resto perde senso.

C’è infine la questione più sottile, ma forse più decisiva: la trasformazione dell’opera in evento. Quando un artista entra nel circuito delle grandi mostre internazionali, inevitabilmente cambia statuto. Diventa parte di un sistema che lo valorizza, lo protegge, lo diffonde. Ma allo stesso tempo lo rende prevedibile. Lo inserisce in una logica di consumo culturale che tende a livellare le differenze.

Rothko è uno degli artisti che più resistono a questa trasformazione. O meglio, che dovrebbero resistere. Perché la sua pittura nasce contro l’idea stessa di consumo. Non offre risposte, non produce immagini facilmente condivisibili, non si presta alla spettacolarizzazione. Eppure, proprio per questo, è continuamente esposta al rischio di essere fraintesa.

La mostra di Palazzo Strozzi si muove su questo crinale. Da una parte la volontà di restituire la complessità dell’artista, il suo rapporto con lo spazio, con la luce, con la dimensione spirituale dell’arte. Dall’altra la necessità di costruire un evento accessibile, comprensibile, capace di attrarre un pubblico ampio. Non è una contraddizione risolvibile. È una tensione.

E forse è proprio qui che si gioca la riuscita dell’operazione. Non nella qualità delle opere, che è fuori discussione. Non nell’allestimento, che sarà certamente curato. Ma nella capacità di lasciare aperta questa tensione, di non chiuderla in una narrazione rassicurante. Perché Rothko non è rassicurante.

Se la mostra riuscirà a creare uno spazio in cui lo spettatore possa davvero confrontarsi con il colore, con il tempo, con il proprio sguardo, allora sarà un’esperienza necessaria. Non solo importante, ma inevitabile. Se invece si limiterà a confermare ciò che già sappiamo, a ripetere ciò che già è stato detto, a offrire un’esperienza ben costruita ma prevedibile, allora resterà un grande evento. E niente di più. E in fondo, per Rothko, questo sarebbe il vero fallimento.


Nostalgia del Sud. Quando l’Italia era il sogno degli artisti tedeschi

Ad Ascona, una mostra indaga il fascino esercitato dal Belpaese su una generazione di autori germanofoni tra Otto e Novecento. Tra paesaggi, mito e modernità, emerge il ritratto di un’Europa in dialogo.

Conosci il paese dove fioriscono i limoni?
Tra le foglie scure splende l’arancio d’oro,
Una dolce brezza spira dal cielo azzurro,
Quieto sta il mirto e alto cresce l’alloro.
Lo conosci tu?
Là, là
Vorrei con te, o mio diletto, andare!

Johann Wolfgang von Goethe

Nostalgia del sud
Artisti tedeschi in Italia 1865-1915

di Andrea Valenti
Arte, mostre, fotografia, atmosfere

Dal 26 aprile al 26 agosto 2026, il Museo Castello San Materno di Ascona accoglie Nostalgia del Sud. Artisti tedeschi in Italia 1865-1915, un’esposizione che riunisce quaranta opere – tra dipinti, incisioni, disegni e sculture – firmate da quattordici artisti di area germanofona. Curata da Harald Flebig e sostenuta dalla Fondazione per la cultura Kurt e Barbara Alten, la mostra restituisce un capitolo significativo della storia culturale europea: quello del viaggio in Italia come esperienza formativa, estetica ed esistenziale.

Il mito dell’Italia tra arte e desiderio

“Conosci il paese dove fioriscono i limoni?”: il celebre verso di Johann Wolfgang von Goethe, evocato nel percorso espositivo, sintetizza l’attrazione esercitata dall’Italia su intere generazioni di artisti del Nord Europa. Tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il Belpaese si affermò infatti come una meta privilegiata, capace di offrire non solo un patrimonio artistico e architettonico senza pari, ma anche una qualità della luce, dei paesaggi e della vita quotidiana percepita come alternativa alle tensioni industriali e politiche che attraversavano le regioni oltre le Alpi.

L’Italia diventava così uno spazio simbolico prima ancora che geografico: luogo di ritorno alle origini della cultura occidentale, ma anche laboratorio di rinnovamento linguistico. Per molti artisti, il viaggio a sud rappresentava una sorta di rito di passaggio, una sospensione dalle regole accademiche e un’apertura verso nuove possibilità espressive.

Una generazione tra accademia e sperimentazione

Le opere in mostra – tutte provenienti da un’importante collezione privata tedesca e presentate per la prima volta al pubblico – documentano la varietà di approcci adottati da questi autori. Lontani dalle Accademie dei loro paesi d’origine, essi trovarono in Italia un contesto più libero, capace di stimolare la ricerca individuale e il confronto diretto con la tradizione.

Tra i protagonisti spiccano figure come Otto Greiner e Sigmund Lipinsky, pittori e incisori che rielaborarono in chiave moderna temi classici, intrecciando suggestioni simboliste e riferimenti alla mitologia. Accanto a loro, il pittore ungherese Adolf Hirémy-Hirschl propone una visione intensamente narrativa e teatrale, in cui il passato viene reinterpretato attraverso una sensibilità contemporanea.

Non meno significativo è il contributo di Oswald Achenbach, tra i principali esponenti della scuola paesaggistica di Düsseldorf, e dell’acquerellista austriaco Ludwig Passini. Entrambi furono profondamente colpiti dalla varietà dei paesaggi italiani: dalle vedute urbane di Venezia e Roma alle atmosfere luminose del Golfo di Napoli. Le loro opere restituiscono un’Italia concreta e insieme idealizzata, sospesa tra osservazione diretta e costruzione poetica.

Paesaggio, vita quotidiana e identità culturale

Uno degli aspetti più interessanti della mostra è il modo in cui questi artisti guardano alla vita quotidiana delle comunità locali. Contadini, pescatori, scene di mercato o scorci di vita urbana diventano soggetti privilegiati, osservati con uno sguardo che oscilla tra documentazione e fascinazione.

Questa attenzione per l’“autenticità” del vivere italiano si inserisce in un più ampio contesto europeo, segnato dalla nostalgia per un mondo percepito come più semplice e armonioso. In opposizione alla crescente industrializzazione del Nord, il Sud assume i tratti di un luogo ancora integro, dove il rapporto tra uomo e natura appare più diretto.

Tuttavia, non si tratta di una rappresentazione ingenua o puramente idilliaca. In molti casi, queste immagini rivelano una consapevolezza critica, una tensione tra realtà e mito che riflette le trasformazioni culturali dell’epoca.

Un crocevia di relazioni e influenze

Il soggiorno in Italia non fu soltanto un’esperienza individuale, ma anche un’occasione di incontro e scambio. Gli artisti germanofoni si inserirono attivamente nella scena culturale locale, intrecciando rapporti con colleghi italiani, mecenati e collezionisti, e partecipando alle principali esposizioni.

Questa dimensione relazionale emerge con forza nel percorso espositivo, che evidenzia come l’Italia fosse un vero e proprio crocevia internazionale. Qui si confrontavano tradizioni diverse, si sperimentavano nuovi linguaggi e si ridefinivano i confini dell’arte moderna.

Accanto ai nomi già citati, la mostra include anche artisti come Anton von Werner, Adolph von Menzel e lo scultore August Gaul, testimoni di una pluralità di sguardi e di esperienze che contribuiscono a delineare un panorama ricco e articolato.

Una mostra che parla al presente

Pur concentrandosi su un periodo storico ben definito – dal 1865 allo scoppio della Prima guerra mondiale – Nostalgia del Sud offre spunti di riflessione che risuonano anche oggi. Il tema del viaggio come occasione di conoscenza e trasformazione, così come quello del dialogo tra culture, appare quanto mai attuale in un’epoca segnata da nuove forme di mobilità e da rinnovate tensioni identitarie.

Allo stesso tempo, la mostra invita a interrogarsi sul concetto stesso di “Sud”, inteso non solo come luogo geografico, ma come costruzione culturale, spazio dell’immaginazione e del desiderio. Un’idea che continua a esercitare un fascino persistente, capace di attraversare epoche e linguaggi.

Un catalogo per approfondire

Ad accompagnare l’esposizione, un catalogo pubblicato da Wienand Verlag di Colonia, curato da Harald Flebig e Ilse Ruch, raccoglie contributi di studiosi internazionali tra cui Emanuele Bardazzi, Manuel Carrera, Sarah Kinzel, Alexander Kunkel, Susanne Scherrer e Julia Tietz. Uno strumento prezioso per approfondire i temi della mostra e per collocare le opere in un più ampio contesto storico e critico.

Con Nostalgia del Sud, il Museo Castello San Materno propone dunque non solo un viaggio nella storia dell’arte, ma anche una riflessione sul potere delle immagini di costruire visioni condivise. Un invito a guardare l’Italia – e l’Europa – attraverso gli occhi di chi, più di un secolo fa, vi cercava bellezza, libertà e ispirazione.


NOSTALGIA DEL SUD. Artisti tedeschi in Italia 1865-1915
Ascona, Museo Castello San Materno
26 aprile – 26 agosto 2026
 
Orari:
da giovedì a sabato, 10.00 — 12.00; 14.00 — 17.00
domenica e festivi, 14.00 — 16.00
 
Ingresso:
intero: 7 Franchi svizzeri; ridotto: 5 Franchi svizzeri
 
Informazioni:
T. +41 91 7598160/40; E. museosanmaterno@ascona.ch
 
Sito internet: www.museoascona.ch
 
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Marta Pedroli E. marta.pedroli@clp1968.it | T. + 39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Pericoli tra pietra e visione: a Cemmo il tempo si fa pittura

“Tullio Pericoli. Terre rupestri e Terremobili” – Cemmo di Capo di Ponte (BS) –
installation view – photo credit Davide Bassanesi

Alla Pieve di San Siro, nel cuore della Valle Camonica, Tullio Pericoli mette in dialogo arte contemporanea e incisioni rupestri. Una mostra intensa e misurata, dove il segno arcaico si trasforma in racconto del presente. Un dialogo millenario tra segno e paesaggio.

Pericoli tra pietra e visione: a Cemmo il tempo si fa pittura

di Andrea Valenti
Redazione Arte – Sezione Mostre

Nel silenzio austero della Pieve di San Siro a Cemmo, uno degli edifici romanici più suggestivi della Valle Camonica, prende forma un confronto serrato tra epoche lontane. Dal 28 marzo al 17 maggio 2026, la mostra Terre rupestri e Terremobili porta nella navata antica lo sguardo e la mano di Tullio Pericoli, pittore e disegnatore tra i più riconoscibili del panorama italiano contemporaneo.

Il progetto nasce da una tensione precisa: rileggere il patrimonio millenario delle incisioni rupestri – cuore del primo sito UNESCO italiano – attraverso una sensibilità attuale, capace di coglierne non solo la forma, ma l’energia simbolica e la persistente vitalità. Non si tratta di una semplice citazione archeologica, ma di un attraversamento. Pericoli osserva, assorbe e restituisce, trasformando quei segni primordiali in una lingua pittorica mobile, inquieta, profondamente contemporanea.

Le “Terremobili”: paesaggi instabili del presente

Al centro della mostra si collocano 31 oli su tela, costruiti a partire dall’incontro dell’artista con i graffiti dell’età del Ferro, in particolare con la celebre mappa di Bedolina. Da questo confronto nasce la serie delle “Terremobili”, un termine che suggerisce instabilità e mutazione, evocando scenari naturali fragili, attraversati da tensioni profonde.

Le opere si presentano come superfici vibranti, in cui il segno non è mai statico ma continuamente in trasformazione. Linee, tracciati e campiture cromatiche si intrecciano dando vita a composizioni che sembrano oscillare tra memoria e visione. Il riferimento al segno rupestre non è mai illustrativo: è piuttosto un principio generativo, un alfabeto antico che si riattiva nel presente.

In questa dinamica si inserisce una riflessione più ampia, che tocca anche il nostro tempo: quei segni lontani entrano in risonanza con immagini contemporanee, talvolta drammatiche, suggerendo una continuità tra passato e attualità. La terra, da sempre superficie di incisione e racconto, diventa qui luogo di trasformazione e crisi.

Un allestimento che ascolta lo spazio

Uno degli aspetti più riusciti dell’esposizione è la sua capacità di inserirsi nella Pieve senza alterarne l’identità. L’allestimento, volutamente essenziale, rinuncia a ogni elemento invasivo per lasciare che siano le opere a emergere in relazione diretta con la pietra e la luce.

Le strutture espositive sono leggere, quasi invisibili. Nulla interrompe la percezione dello spazio sacro: al contrario, la mostra sembra adattarsi al ritmo architettonico della chiesa, instaurando un dialogo silenzioso ma costante. In questo equilibrio, la pittura di Pericoli non si impone, ma si accorda al luogo.

Fondamentale è anche il ruolo della luce. Un sistema illuminotecnico calibrato con precisione costruisce una narrazione visiva fatta di chiaroscuri e accenti puntuali. La luce non invade, ma rivela: esalta le superfici, sottolinea i dettagli, guida lo sguardo senza mai distrarlo. È un elemento attivo, che contribuisce a rendere l’esperienza di visita intima e contemplativa.

Un’esperienza immersiva tra visione e racconto

A completare il percorso espositivo, una videoproiezione sull’abside amplifica la dimensione narrativa del progetto. Le immagini dialogano con l’architettura, trasformando lo spazio in una sorta di racconto visivo continuo, dove pittura e luce si intrecciano.

La mostra si configura così come un’esperienza stratificata, in cui il visitatore è chiamato a muoversi tra livelli diversi: quello storico, legato al contesto della Valle Camonica; quello artistico, costruito dalla ricerca di Pericoli; e quello percettivo, che si attiva nella relazione diretta con lo spazio.

Non è un percorso didascalico, ma un invito all’ascolto. Le opere non spiegano, ma suggeriscono. Non illustrano, ma evocano. E proprio in questa sospensione tra visibile e invisibile si gioca la forza dell’intero progetto.

Un progetto corale radicato nel territorio

Promossa dall’Associazione culturale d’ADA in collaborazione con l’artista, la mostra si inserisce in una rete di relazioni che coinvolge istituzioni, fondazioni e realtà locali. Il sostegno di enti pubblici e privati, insieme alla partecipazione di partner culturali, testimonia la volontà di costruire un dialogo ampio tra arte, territorio e comunità.

Durante i fine settimana, il pubblico può usufruire di accompagnamenti critici affidati a giovani studiose di storia dell’arte, mentre visite guidate più articolate collegano la mostra al Parco archeologico di Seradina e Bedolina e al Museo della Preistoria (MUPRE). Un sistema integrato che rafforza il legame tra l’intervento contemporaneo e il contesto archeologico.

Anche il catalogo, pubblicato da Moebius con un saggio critico di Salvatore Settis, contribuisce a delineare il quadro teorico dell’iniziativa, offrendo strumenti di approfondimento per una lettura più consapevole.

Tra memoria e attualità, la persistenza del segno

Terre rupestri e Terremobili è, in definitiva, una mostra che lavora sul tempo. Non in senso lineare, ma come stratificazione. Il passato non è distante, ma continuamente riattivato; il presente non è isolato, ma attraversato da memorie profonde.

Pericoli costruisce un ponte tra questi piani, utilizzando il segno come elemento di continuità. Un segno che nasce dalla pietra, ma si muove, cambia, si trasforma. E che, nel farlo, ci interroga: su ciò che resta, su ciò che muta, su ciò che siamo ancora in grado di vedere.

In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, la mostra invita a rallentare. A osservare. A riconoscere, nei segni più antichi, qualcosa che continua a parlarci.


TULLIO PERICOLI. Terre rupestri e Terremobili
Cemmo di Capo di Ponte (BS), Pieve di San Siro (via Pieve di San Siro)
28 marzo – 17 maggio 2026
Orari
Sabato e domenica, 10.00-19.00
Gli altri giorni, su prenotazione
 
Ingresso gratuito
 
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Ilenia Rubino E. ilenia.rubino@clp1968.it
T. + 39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Hokusai e l’enigma dell’Onda: quando il Giappone parla all’Europa

Una mostra a Lecco indaga il segreto compositivo e simbolico dell’immagine più celebre dell’arte giapponese. Tra geometria, natura e influenze occidentali, emerge un dialogo inatteso tra culture lontane.

Hokusai e l’enigma dell’Onda: quando il Giappone parla all’Europa

di Marta Bellomi
Arte e storia dell’arte

C’è un’immagine che, più di ogni altra, ha saputo attraversare confini geografici e culturali fino a diventare un’icona universale: La grande onda al largo di Kanagawa. Non è soltanto una xilografia giapponese dell’Ottocento, ma un segno riconoscibile ovunque, capace di parlare a sensibilità diverse senza perdere la propria identità. È proprio da questo enigma visivo e culturale che prende avvio la mostra Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa, allestita dal 21 marzo al 27 settembre 2026 al Palazzo delle Paure di Lecco.

L’esposizione, curata da Paolo Linetti con un intervento di Simona Bartolena, riunisce un nucleo significativo di opere del maestro giapponese Katsushika Hokusai (1760–1849), proponendo non solo un percorso storico-artistico, ma una vera e propria indagine sulle ragioni profonde del suo successo globale.

La grammatica nascosta dell’immagine

Il cuore della mostra ruota attorno alla celebre Onda, ma la prospettiva adottata è tutt’altro che celebrativa. L’attenzione si concentra piuttosto sulla sua costruzione interna: un sistema di linee, angoli e proporzioni che risponde a principi armonici sorprendentemente vicini alla tradizione occidentale.

Secondo le ricerche di Linetti, Hokusai avrebbe utilizzato veri e propri schemi geometrici per organizzare le sue composizioni. Due di questi modelli, rinvenuti nel 2021, vengono esposti come chiave interpretativa per comprendere il funzionamento interno delle immagini. Non si tratta di semplici intuizioni artistiche, ma di una struttura rigorosa che trasforma la rappresentazione della natura in un linguaggio universale.

È forse qui che si annida il segreto dell’Onda: nella sua capacità di essere insieme spontanea e costruita, immediata e calcolata, orientale nella sensibilità ma leggibile anche attraverso categorie visive occidentali.

L’acqua come forma del mondo

La scelta di Lecco come sede della mostra non è casuale. Città d’acqua, affacciata su uno dei paesaggi più celebri della letteratura italiana, offre un contesto ideale per riflettere su un elemento che in Hokusai diventa protagonista assoluto.

L’acqua, nelle sue opere, non è mai semplice sfondo. È materia viva, forza in movimento, simbolo di trasformazione. Dalle cascate impetuose alle onde in tempesta, fino alle superfici più calme e distese, Hokusai ne coglie ogni variazione, traducendola in segno grafico.

La mostra segue questa evoluzione, soffermandosi in particolare sui dettagli: i riccioli della schiuma, le masse fluide, le linee di tensione che attraversano le composizioni. Elementi apparentemente decorativi che, in realtà, rivelano un’attenzione quasi scientifica al comportamento dell’acqua.

Due onde, due visioni del mondo

Accanto alla celebre Onda di Kanagawa, il percorso espositivo presenta anche opere meno note ma altrettanto significative, come Il Fuji visto dal mare, tratto dalla serie delle Cento vedute del monte Fuji (1834–1835).

Qui l’acqua cambia volto: non più forza distruttiva, ma presenza pacificata, quasi meditativa. La composizione si distende, il ritmo si fa più lento, e la natura appare in equilibrio con lo sguardo umano. Le due immagini, poste idealmente in dialogo, delineano una doppia lettura del mondo: da un lato la potenza incontrollabile, dall’altro l’armonia possibile.

È in questo contrasto che si misura la complessità di Hokusai, artista capace di tenere insieme tensione e quiete, caos e ordine, senza mai ridurre l’una all’altra.

Il Giappone visto dall’Europa

Uno dei capitoli più interessanti della mostra riguarda l’influenza dell’arte giapponese sull’Occidente. A partire dalla metà dell’Ottocento, il fenomeno del Giapponismo investe l’Europa, modificando profondamente il gusto e il linguaggio degli artisti.

Le stampe ukiyo-e, con le loro composizioni asimmetriche, l’uso del colore piatto e la libertà dello sguardo, offrono un’alternativa radicale ai modelli accademici. Pittori come Monet, Van Gogh, Whistler o Toulouse-Lautrec ne colgono immediatamente le potenzialità, integrandole nelle proprie ricerche.

La mostra ricostruisce questo passaggio attraverso una sezione dedicata, evidenziando come l’incontro con l’estetica giapponese abbia contribuito alla nascita della modernità artistica europea. Non si tratta di una semplice influenza, ma di un vero e proprio scambio, in cui le immagini viaggiano e si trasformano.

Un dialogo contemporaneo

A chiudere il percorso, una presenza contemporanea: l’opera Omaggio a Hokusai di Armando Fettolini, inserita nella sezione sul Giapponismo. Non è un semplice tributo, ma un tentativo di riattivare quel dialogo tra passato e presente che attraversa tutta la mostra.

Accanto, una sala video con un filmato a cura di Simona Bartolena accompagna il visitatore in un approfondimento narrativo e didattico, rendendo accessibili anche i passaggi più complessi.

Una mostra che interroga lo sguardo

Più che una retrospettiva, quella di Lecco è una mostra che pone domande. Perché un’immagine nata nel Giappone del XIX secolo continua a parlarci oggi? Quali meccanismi visivi la rendono così potente? E cosa succede quando due culture, apparentemente distanti, si riconoscono in uno stesso linguaggio?

Forse la risposta sta proprio in quella “onda” che dà il titolo all’esposizione: una forma che non si ferma, che attraversa il tempo e lo spazio, che muta senza perdere la propria identità.


Note essenziali

Mostra: Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa
Sede: Palazzo delle Paure, Lecco
Date: 21 marzo – 27 settembre 2026
Orari: martedì 10–14; mercoledì–domenica 10–18; lunedì chiuso
Biglietti: intero €12; ridotto €8; bambini/scuole €5; cumulativo €15
A cura di: Paolo Linetti, con intervento di Simona Bartolena
Produzione: ViDi cultural e Ponte43, con Comune di Lecco e Sistema Museale Urbano Lecchese
Patrocinio: Consolato Generale del Giappone a Milano

Catalogo: edizioni ViDi cultural


Informazioni
Tel. 0341 286729
palazzopaure@comune.lecco.it | www.vidicultural.com
 
Ufficio stampa Comune di Lecco
Anna Rosa | ufficio.stampa@comune.lecco.it
 
Ufficio stampa ViDi
CLP Relazioni Pubbliche
Marta Pedroli | marta.pedroli@clp1968.it
T. +39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Andy Warhol, l’arte come specchio del consumo

Dalla pubblicità alla celebrità, dalla serialità alla morte: Andy Warhol ha trasformato l’arte in un dispositivo di osservazione del mondo contemporaneo. Non più rappresentazione, ma riflesso lucido e implacabile della società dei consumi.

Andy Warhol, l’arte come specchio del consumo

di Luca Ferraris
Cultura contemporanea e design

ANDY WARHOL
Ladies and Gentlemen
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 marzo – 19 luglio 2026

Quando si parla di Andy Warhol, il rischio è sempre lo stesso: ridurre la sua opera a un repertorio di immagini iconiche – le lattine di zuppa, Marilyn, Elvis – che sembrano ormai appartenere più alla cultura visiva collettiva che alla storia dell’arte. Eppure Warhol è stato qualcosa di più radicale: non ha semplicemente rappresentato il suo tempo, lo ha decodificato.

Nato a Pittsburgh nel 1928, Warhol si forma come illustratore pubblicitario. Questo dettaglio non è marginale: è proprio nel linguaggio della pubblicità che apprende la logica della ripetizione, dell’impatto immediato, della riconoscibilità. Quando negli anni Sessanta entra nella scena artistica newyorkese, porta con sé un’idea nuova: l’arte può parlare la stessa lingua del mercato.

La nascita della Pop Art americana

Il passaggio decisivo avviene con la Pop Art. Se in Europa il movimento mantiene un legame critico con la cultura di massa, negli Stati Uniti – e in particolare con Warhol – assume una forma più ambigua. Le celebri Campbell’s Soup Cans (1962) non denunciano il consumismo: lo replicano, lo espongono, lo rendono visibile.

Warhol non giudica, non interpreta. Si limita a mostrare. Ed è proprio questa apparente neutralità a risultare destabilizzante. L’arte, fino a quel momento, aveva sempre cercato una distanza dal quotidiano; Warhol, al contrario, la annulla. Il supermercato entra nel museo senza filtri.

Serialità e riproduzione: l’opera come prodotto

Uno degli aspetti più innovativi del suo lavoro è l’uso della serialità. Attraverso la tecnica della serigrafia, Warhol riproduce immagini in sequenza, spesso con variazioni minime di colore o di contrasto. Il risultato è una riflessione implicita sul concetto stesso di originalità.

In un mondo dominato dalla riproducibilità tecnica, l’opera unica perde centralità. Warhol lo comprende prima di molti teorici: l’arte non è più un oggetto irripetibile, ma un’immagine che può circolare, moltiplicarsi, consumarsi.

Le sue serie dedicate a Marilyn Monroe sono emblematiche: il volto dell’attrice diventa un’icona ripetuta fino all’usura, un simulacro che sopravvive alla persona reale. La celebrità si trasforma in superficie.

La Factory: laboratorio e spettacolo

Attorno a Warhol nasce un vero e proprio sistema produttivo: la Factory. Più che uno studio, è un ambiente ibrido, a metà tra laboratorio artistico e luogo di aggregazione sociale. Qui si incontrano artisti, musicisti, attori, outsider. Tutto diventa materiale creativo.

La Factory anticipa molte dinamiche contemporanee: la collaborazione diffusa, la contaminazione tra linguaggi, la costruzione dell’identità artistica come performance. Warhol stesso diventa un personaggio, una figura pubblica costruita con la stessa attenzione riservata alle sue opere.

Celebrità, media e ossessione per la visibilità

Warhol è tra i primi a intuire il potere dei media nella costruzione del mito. La sua celebre frase sui “quindici minuti di celebrità” non è solo una provocazione: è una diagnosi. In un sistema dominato dalla visibilità, la fama diventa effimera e replicabile.

Le sue opere dedicate a incidenti, sedie elettriche, disastri, mostrano l’altra faccia di questo meccanismo: la tragedia trasformata in immagine, consumata rapidamente e poi sostituita da un’altra. Anche la morte diventa spettacolo.

Un’eredità ancora attuale

A distanza di decenni, il lavoro di Warhol continua a interrogare il presente. In un’epoca dominata dai social media, dalla riproduzione infinita delle immagini, dalla costruzione dell’identità digitale, le sue intuizioni appaiono sorprendentemente profetiche.

Warhol non ha semplicemente anticipato il nostro tempo: ne ha messo a nudo i meccanismi fondamentali. Ha mostrato come il valore si sposti dall’oggetto all’immagine, dalla realtà alla sua rappresentazione.

Oltre l’icona

Ridurre Warhol a un simbolo della Pop Art significa non coglierne la complessità. La sua opera non è un elogio del consumismo, né una sua critica esplicita. È piuttosto un dispositivo di osservazione: uno specchio che restituisce l’immagine della società senza deformarla, ma proprio per questo senza attenuarne le contraddizioni.

In questo senso, Warhol resta uno degli artisti più lucidi del Novecento. Non perché abbia fornito risposte, ma perché ha saputo porre le domande giuste — e lasciarle aperte.


Andy Warhol. Ladies and Gentlemen
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 marzo – 19 luglio 2026
 
Mostra a cura di
Chiara Vorrasi
 
Organizzata da
Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara
www.palazzodiamanti.it
 
Ufficio Stampa
Studio Esseci
Simone Raddi, simone@studioesseci.net
tel. +39 049 663499

Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Redazione Experiences

Il volto delle donne. Arte, politica e cittadinanza nella storia della Repubblica

Al Senato della Repubblica una mostra intreccia due percorsi raramente messi in dialogo: la grande tradizione delle artiste italiane e il ruolo delle Madri Costituenti. Un racconto che attraversa cinque secoli di storia per interrogare l’identità civile del Paese.

A sinistra: Elizabeth Vigée Le Brun, Autoritratto, 1790, olio su tela, 59 x 42 cm, Roma, Accademia Nazionale di San Luca
Al centro: Sofonisba Anguissola (1535-1625), Autoritratto alla spinetta, 1555 circa, olio su tela, 56,3 x 48 cm, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte
A destra: Elizabeth Vigée Le Brun, Ritratto della figlia, 1792, olio su tela, cm 45 x 35, Bologna, Pinacoteca Nazionale

Il volto delle donne. Arte, politica e cittadinanza nella storia della Repubblica

di Chiara Vassallo
storia dell’arte e politiche culturali

Una mostra simbolica nel cuore delle istituzioni

C’è un luogo che più di ogni altro, in Italia, rappresenta la storia della nostra democrazia: Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica. È qui che si svolge la mostra “Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti”, promossa dal Senato insieme al Ministero della Cultura e organizzata dai Musei Nazionali di Perugia.

L’esposizione, aperta dal 6 marzo al 7 giugno 2026, nasce nel contesto delle celebrazioni per gli ottant’anni della Repubblica italiana e si propone di raccontare una storia spesso rimasta in secondo piano: quella delle donne che, in ambiti diversi, hanno contribuito a costruire l’identità culturale e politica del Paese.

Il percorso compie un gesto curatoriale semplice ma efficace. Da una parte riunisce opere di alcune delle più importanti artiste italiane tra il Quattrocento e l’Ottocento; dall’altra ricostruisce il ruolo delle ventuno donne elette all’Assemblea Costituente nel 1946. Due storie lontane nel tempo ma accomunate da una stessa domanda: come si costruisce, passo dopo passo, lo spazio pubblico delle donne.

Le artiste: una genealogia spesso dimenticata

Uno degli aspetti più sorprendenti della mostra è la qualità del nucleo artistico. Per la prima volta negli spazi del Senato vengono presentate opere di alcune protagoniste della pittura italiana tra Rinascimento e primo Ottocento.

Tra i nomi più noti figura Artemisia Gentileschi, oggi riconosciuta come una delle grandi voci del Barocco europeo. La sua vicenda artistica e personale – segnata da una straordinaria determinazione professionale in un ambiente dominato dagli uomini – è diventata negli ultimi decenni il simbolo di una riscoperta critica delle artiste dimenticate.

Accanto a lei compaiono figure come Sofonisba Anguissola, raffinata ritrattista attiva tra Italia e Spagna, e Lavinia Fontana, tra le prime pittrici professioniste della storia europea. La loro presenza testimonia come, già nel pieno del Rinascimento, alcune donne riuscissero a conquistare uno spazio nella pratica artistica, spesso grazie al sostegno di famiglie colte o di corti illuminate.

Il percorso arriva poi al Settecento con Rosalba Carriera, celebre per i suoi ritratti a pastello che conquistarono l’aristocrazia europea e contribuirono a definire il gusto rococò. Le sue opere raccontano un momento in cui la presenza femminile nella pittura diventa più visibile, anche grazie alla crescente circolazione delle opere e al sistema internazionale delle corti.

La mostra non si limita a presentare capolavori isolati. Il filo conduttore è piuttosto una genealogia: un racconto che evidenzia come, sebbene in condizioni spesso marginali, le donne abbiano partecipato attivamente alla costruzione della cultura figurativa europea.

Dalle artiste alle Madri Costituenti

Il secondo asse del percorso porta il visitatore in un tempo molto più vicino: quello della nascita della Repubblica.

Nel 1946, per la prima volta nella storia italiana, le donne partecipano alle elezioni politiche e vengono elette all’Assemblea Costituente. Sono ventuno, provenienti da diversi partiti e tradizioni culturali, e il loro contributo si rivela decisivo nella definizione dei principi fondamentali della nuova democrazia.

La mostra dedica una sezione documentaria a queste figure, ricordando il ruolo di protagoniste come Nilde Iotti, destinata a diventare la prima donna presidente della Camera dei deputati, oppure Teresa Mattei, la più giovane tra le costituenti, impegnata nella definizione dei diritti civili e dell’uguaglianza tra i sessi.

Attraverso fotografie, documenti e materiali d’archivio, il visitatore può seguire il lavoro di queste donne nei mesi in cui prende forma la Costituzione della Repubblica Italiana. Non si tratta di una presenza simbolica: molte di loro intervengono direttamente nella scrittura di articoli fondamentali, in particolare quelli dedicati alla parità giuridica e al ruolo della famiglia nella nuova società repubblicana.

Il dialogo tra arte e politica diventa qui particolarmente suggestivo. Se le pittrici dei secoli passati hanno dovuto conquistare uno spazio nel sistema artistico, le Madri Costituenti hanno invece contribuito a definire le regole stesse della cittadinanza democratica.

Un racconto della Repubblica attraverso i volti

Il titolo della mostra – Il volto delle donne – suggerisce una chiave di lettura precisa. Il volto è innanzitutto un tema figurativo, centrale nella tradizione del ritratto; ma è anche una metafora della rappresentanza politica e dell’identità civile.

Il percorso espositivo mette così in relazione due dimensioni della presenza femminile nella storia italiana: quella simbolica, legata alla rappresentazione artistica, e quella concreta, legata alla partecipazione alla vita pubblica.

Il risultato è un racconto stratificato, che attraversa cinque secoli di storia e mostra come l’emancipazione femminile non sia stata il frutto di un singolo momento, ma il risultato di un processo lungo e spesso discontinuo.

Un dialogo tra memoria e presente

La scelta di ospitare questa mostra proprio al Senato non è casuale. Negli ultimi anni molte istituzioni culturali italiane hanno avviato progetti dedicati alla riscoperta delle artiste e alla valorizzazione delle figure femminili nella storia nazionale.

In questo caso, tuttavia, il contesto istituzionale conferisce al progetto un significato particolare. Non si tratta solo di un’esposizione d’arte, ma di una riflessione sulla memoria civile della Repubblica.

Le opere e i documenti presentati ricordano che l’ingresso delle donne nella sfera pubblica è stato un processo complesso, fatto di conquiste graduali e spesso di invisibilità storica. Raccontarlo oggi, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, significa restituire una parte essenziale della nostra storia collettiva.


Note essenziali

Mostra: Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti
Sede: Palazzo Madama, Roma
Promotori: Senato della Repubblica e Ministero della Cultura
Organizzazione: Musei Nazionali di Perugia
Date: 6 marzo – 7 giugno 2026
Tema: il contributo delle donne alla cultura e alla nascita della Repubblica italiana attraverso arte, documenti e testimonianze storiche.


INFORMAZIONI
IL VOLTO DELLE DONNE
80 anni di Repubblica: storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti
Roma, Palazzo Madama
6 marzo 2026 – 7 giugno 2026
 
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Redazione Experiences

Escher conquista Parigi: oltre 200.000 visitatori per il maestro delle illusioni

In meno di tre mesi, la prima grande mostra dedicata a M.C. Escher nella Capitale francese, a La Monnaie de Paris, ha superato la straordinaria soglia dei 200.000 visitatori, trasformandosi in uno degli eventi culturali più celebrati della stagione parigina.

Un debutto che ha conquistato pubblico e critica, consacrando l’universo visionario del genio olandese come protagonista assoluto della scena artistica internazionale. Un successo che porta la firma di Arthemisia che si conferma player di punta a livello internazionale nella produzione e organizzazione di grandi mostre d’arte.

Escher conquista Parigi: oltre 200.000 visitatori per il maestro delle illusioni

di Serena Galimberti
arti visive e storia dell’arte contemporanea

Alla Monnaie de Paris la grande retrospettiva dedicata a M.C. Escher si impone come uno degli eventi culturali più visitati della stagione parigina. In meno di tre mesi l’universo visionario dell’artista olandese ha attirato oltre 200.000 persone, confermando il fascino senza tempo delle sue architetture impossibili e delle sue illusioni percettive.

Parigi non è una città facile da sorprendere. Tra musei storici, grandi mostre e un calendario culturale fitto durante tutto l’anno, l’offerta artistica della capitale francese è tra le più competitive al mondo. Eppure la grande esposizione dedicata a Maurits Cornelis Escher, ospitata negli spazi monumentali della Monnaie de Paris, è riuscita nell’impresa di distinguersi, registrando oltre 200.000 visitatori in meno di tre mesi e imponendosi come uno degli appuntamenti più frequentati della stagione.

Un risultato che testimonia quanto l’opera dell’artista olandese continui a parlare al pubblico contemporaneo. Le sue incisioni, costruite su prospettive paradossali, trasformazioni infinite e giochi matematici, non appartengono soltanto alla storia dell’arte grafica del Novecento: sono diventate una sorta di linguaggio universale, capace di coinvolgere studiosi, curiosi e nuove generazioni.

L’esposizione, aperta dal 15 novembre 2025 al 1° marzo 2026, rappresenta infatti la prima grande mostra parigina dedicata all’artista olandese e si presenta come un’immersione completa nel suo universo visionario.

Un artista tra due mondi

Escher è una figura difficile da collocare nella storia dell’arte. Nato nel 1898 a Leeuwarden, nei Paesi Bassi, è noto soprattutto per le sue incisioni che sfidano la percezione: scale che salgono e scendono contemporaneamente, architetture impossibili, superfici che si trasformano senza fine.

La sua opera nasce dall’incontro tra due mondi apparentemente lontani: arte e matematica.

Le sue composizioni, fatte di tassellazioni, metamorfosi e paradossi geometrici, non sono soltanto esercizi di virtuosismo grafico. Sono riflessioni profonde sul modo in cui percepiamo lo spazio, sul rapporto tra ordine e infinito, tra logica e immaginazione.

Per questo il lavoro di Escher ha affascinato non solo storici dell’arte, ma anche matematici, architetti e scienziati. Le sue immagini sono diventate una sorta di laboratorio visivo in cui la geometria si trasforma in poesia.

Dai paesaggi italiani alle illusioni ottiche

La mostra parigina segue l’intera evoluzione dell’artista. Le prime sale raccontano gli anni della formazione alla Scuola di Architettura e Arti decorative di Haarlem, dove Escher studia incisione sotto la guida di Samuel Jessurun de Mesquita. Qui impara le tecniche che resteranno centrali nella sua produzione: xilografia, linoleografia, litografia.

Una sezione fondamentale è dedicata al periodo italiano, quando l’artista vive a Roma tra il 1923 e il 1935. In questi anni viaggia molto, attraversando l’Italia e il Mediterraneo. Disegna paesaggi, monasteri, città e scogliere che poi trasforma in incisioni di grande precisione.

Opere come Il chiostro di Monreale, le vedute di Roma o i paesaggi della Corsica mostrano un artista ancora legato alla realtà naturale, ma già attratto da prospettive insolite e da composizioni geometriche. Sono i primi segnali di una ricerca che presto lo porterà altrove.

La rivelazione dell’Alhambra

Una svolta decisiva arriva nel 1936, quando Escher visita nuovamente l’Alhambra di Granada. I motivi ornamentali dell’architettura islamica — figure che si ripetono all’infinito senza lasciare spazi vuoti — lo colpiscono profondamente.

Da quel momento inizia uno studio sistematico delle tassellazioni, ovvero delle suddivisioni del piano in forme che si incastrano perfettamente tra loro.

Nascono così alcune delle sue immagini più celebri: composizioni in cui pesci diventano uccelli, lucertole si trasformano in poligoni e figure geometriche si animano improvvisamente. In queste metamorfosi il confine tra mondo naturale e struttura matematica si dissolve.

Le architetture dell’impossibile

Negli anni Quaranta e Cinquanta Escher spinge la sua ricerca ancora oltre. L’interesse per la matematica lo conduce a studiare superfici topologiche, solidi geometrici e strutture paradossali. Le sue incisioni diventano veri e propri esperimenti visivi.

Opere come Relativity, Belvedere, Ascending and Descending o Waterfall mostrano ambienti apparentemente plausibili ma in realtà impossibili. Scale che si rincorrono in circuiti infiniti, edifici dove la gravità cambia direzione, mondi dove l’interno e l’esterno si confondono. Guardarle significa accettare una vertigine: quella di un universo dove le leggi dello spazio non sono più certe.

Una mostra pensata come esperienza

L’allestimento alla Monnaie de Paris è stato concepito non solo come una sequenza di opere, ma come una vera esperienza immersiva. Accanto alle incisioni originali, il percorso include installazioni interattive, video e dispositivi didattici che aiutano a comprendere i principi visivi alla base delle immagini di Escher.

Tra le installazioni più suggestive figurano:

  • Relativity Installation, che altera la percezione delle proporzioni;
  • Mirror Installation, dove i riflessi si moltiplicano all’infinito;
  • Optical Installation, dedicata ai giochi percettivi;
  • Spherical Selfie Installation, ispirata alla celebre Hand with Reflecting Sphere.

Il risultato è una mostra capace di parlare a pubblici diversi: studiosi, famiglie, studenti, appassionati di arte e scienza.

Un artista diventato icona

Negli anni Sessanta le immagini di Escher entrarono nella cultura popolare grazie al movimento hippie e alla grafica psichedelica. Poster, copertine musicali e riviste contribuirono a diffondere le sue immagini in tutto il mondo.

Da allora la sua influenza non si è mai interrotta. Architetti, designer, musicisti e cineasti continuano a trovare nelle sue opere una fonte inesauribile di idee. Oggi le sue architetture impossibili sembrano quasi anticipare i mondi virtuali e le simulazioni digitali.

Il paradosso di Escher

Escher non appartiene davvero a nessuna scuola. Non è un surrealista, anche se i suoi mondi sembrano usciti da un sogno. Non è un matematico, anche se i matematici lo considerano uno dei loro.

È un artista che ha costruito un linguaggio unico, dove la precisione dell’incisione incontra l’immaginazione. Forse è per questo che le sue opere continuano a esercitare un fascino così potente: perché ci ricordano che la realtà non è sempre ciò che sembra. E che, a volte, basta cambiare punto di vista per scoprire un universo completamente nuovo.


Note essenziali

Mostra: M.C. Escher
Luogo: Monnaie de Paris, Parigi
Periodo: 15 novembre 2025 – 1 marzo 2026
Visitatori registrati: oltre 200.000 in meno di tre mesi Cs chiusura_Escher Parigi
Produzione e organizzazione: Arthemisia e Fever
Curatori: Federico Giudiceandrea, Jean-Hubert Martin
Collaborazioni: M.C. Escher Foundation, M.C. Escher Heritage, Maurits
Patrocinio: Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi


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