Berlino 1917: Dada arriva nella capitale della crisi

Il movimento dadaista trova in Germania uno dei suoi centri più turbolenti a partire dal 1917, quando Richard Huelsenbeck rientra a Berlino da Zurigo, dove aveva partecipato alla nascita del gruppo al Cabaret Voltaire. Nella capitale tedesca trova un ambiente pronto alla ribellione artistica e politica: qui operano già Franz Jung e Raoul Hausmann, animatori della rivista Die Freie Strasse, un periodico che mescola arte, politica e critica sociale nel clima febbrile della Germania del dopoguerra.

Attorno a loro si aggregano figure eccentriche e provocatorie. Tra queste Johannes Baader, architetto e performer dalle imprevedibili uscite pubbliche, che si autoproclama “Oberdada”, una sorta di capo supremo del movimento. Nel gruppo entra anche George Grosz, destinato a diventare uno dei più feroci interpreti della satira politica nella Germania di Weimar. Poco dopo, nel 1919, si trasferisce a Berlino Hans Richter, artista proveniente dall’esperienza espressionista che diventerà un importante cineasta d’avanguardia e più tardi direttore della rivista G, dedicata alle nuove ricerche artistiche.

Il Dada berlinese assume presto un carattere più aggressivo e politicizzato rispetto alla fase svizzera. L’arte diventa uno strumento di critica sociale, un modo per denunciare la brutalità della guerra, la corruzione della società borghese e l’ipocrisia delle istituzioni culturali.

Il fotomontaggio: la cronaca dentro l’opera

Tra le tecniche più innovative sperimentate dal gruppo berlinese emergono il collage e soprattutto il fotomontaggio. Quest’ultimo, secondo una tradizione diffusa tra gli storici dell’arte, sarebbe stato inventato nel 1916 da George Grosz insieme a John Heartfield.

Il fotomontaggio introduce nell’opera frammenti diretti della realtà: fotografie di giornale, ritagli tipografici, immagini pubblicitarie. L’opera diventa un campo di collisione tra elementi presi dalla vita quotidiana. Attraverso questa tecnica, l’arte abbandona ogni pretesa di armonia formale per trasformarsi in un dispositivo di comunicazione immediata.

L’immagine fotografica consente di raccontare la cronaca urbana con una forza narrativa inedita. All’interno dello stesso quadro convivono prospettive diverse, quasi una traduzione visiva della visione multipla ricercata da cubisti e futuristi. Ma mentre queste avanguardie erano ancora legate alla pittura, i dadaisti incorporano direttamente la realtà stessa nell’opera.

Il risultato è una rappresentazione frammentaria ma sorprendentemente efficace della vita metropolitana: traffico, pubblicità, politica, giornali, slogan. Non è un caso che il linguaggio del fotomontaggio anticipi quello della grafica pubblicitaria moderna, che negli anni Venti invaderà le città europee con grandi manifesti e cartelloni luminosi capaci di occupare intere facciate urbane.

Kurt Schwitters e la poetica dei materiali poveri

Se il Dada berlinese spinge verso l’antiarte e la provocazione politica, la figura di Kurt Schwitters rappresenta un caso a parte. Attivo soprattutto ad Hannover, Schwitters mantiene un rapporto più complesso e quasi classico con l’idea di arte.

Il suo lavoro nasce dall’assemblaggio di oggetti raccolti per strada: pezzi di cartone, spago, biglietti, dépliant, frammenti di legno, piccoli oggetti domestici. Tutto può essere recuperato e trasformato in materiale estetico. In questo senso Schwitters anticipa di decenni le pratiche artistiche del riuso e dell’arte povera.

La sua opera più famosa è il Merzbau, una sorta di scultura-architettura realizzata all’interno del proprio studio. Si tratta di un’opera in continua trasformazione, una struttura che cresce progressivamente occupando lo spazio domestico come una caverna artificiale.

Quando Hans Richter visita Schwitters nel 1925 rimane colpito da quella costruzione sorprendente: un intreccio di cavità e volumi che comprimono ed espandono lo spazio come un organismo vivente. All’interno della struttura si aprono numerose nicchie dedicate a persone care o ad artisti amici – Hans Arp, El Lissitzky, Theo van Doesburg, Kazimir Malevič, Ludwig Mies van der Rohe e lo stesso Richter.

Ogni cavità contiene oggetti personali, piccoli ricordi o reliquie eccentriche: disegni, ciocche di capelli, un ponte dentale, perfino una bottiglia di urina. Nel 1928, quando Richter torna a visitare il Merzbau, l’opera è cambiata: molte nicchie sono state murate e la struttura è diventata più fluida e curvilinea. Le memorie, osserva Richter, sembrano ora sepolte nelle profondità della costruzione, come elementi dell’inconscio.

Schwitters non si limita alle arti visive. Scrive poesie sonore, compone le celebri Ursonate, organizza performance e dirige la rivista Merz, il cui nome deriva casualmente da un frammento della parola “Commerzbank”. Dietro l’apparente eccentricità si nasconde però una mente metodica e disciplinata, capace di intuire con largo anticipo l’importanza estetica dei materiali poveri e della cultura urbana.

Dada tra propaganda e provocazione

Schwitters è anche un instancabile divulgatore. Nel 1922 intraprende un vero e proprio tour artistico attraverso la Germania insieme a Theo e Nelly van Doesburg, Raoul Hausmann, Hans Arp e Tristan Tzara per promuovere il Dadaismo. Successivamente il viaggio prosegue nei Paesi Bassi con i soli van Doesburg.

Il movimento nel frattempo si espande anche oltre la Germania. Uno degli artisti più visionari è Max Ernst, autore di collage onirici che uniscono suggestioni dadaiste e atmosfere metafisiche ispirate alla pittura di Giorgio de Chirico. Le sue immagini sembrano emergere direttamente dall’inconscio, anticipando alcune tematiche che diventeranno centrali nel surrealismo.

Parigi e la frattura con Breton

Nel 1921 Max Ernst si trasferisce a Parigi, dove il dadaismo trova un terreno fertile. Nella capitale francese si è formato un gruppo energico attorno a Tristan Tzara, giunto dalla Svizzera nel 1919. Tra i protagonisti figurano André Breton, Paul Éluard, Louis Aragon, Philippe Soupault, Jean Crotti, Francis Picabia e Benjamin Péret.

Il gruppo organizza numerose manifestazioni pubbliche, spesso provocatorie e talvolta caotiche, alcune delle quali finiscono in vere e proprie risse. Tuttavia all’interno del movimento crescono rapidamente tensioni personali e divergenze teoriche.

La figura più ambiziosa è André Breton, che aspira alla leadership del gruppo. Breton ritiene che il nichilismo dadaista non possa costituire un progetto artistico duraturo. Secondo lui il movimento dovrebbe evolvere verso una ricerca più strutturata, capace di trasformare la ribellione in metodo creativo. Per farlo propone di utilizzare anche gli strumenti della psicoanalisi freudiana, che permettono di indagare e organizzare le pulsioni dell’inconscio.

Il congresso del 1922 e la fine di Dada

Lo scontro tra Breton e Tzara esplode nel 1922 durante il Congrès international pour la détermination des directives et la défense de l’esprit moderne. All’incontro partecipano figure di primo piano dell’avanguardia europea, tra cui Fernand Léger, che sta elaborando una nuova estetica influenzata dalla macchina e dall’industria, e il teorico purista Amédée Ozenfant.

Breton attacca pubblicamente Tzara accusandolo di essere un impostore in cerca di pubblicità. La polemica si accende rapidamente, alimentata da articoli di stampa e da serate pubbliche in cui le due fazioni difendono le proprie posizioni. Gli incontri degenerano spesso in scontri fisici: volano insulti, schiaffi e pugni.

Il movimento dadaista, fondato sulla negazione di ogni regola e sulla dissoluzione dell’arte nella vita quotidiana, non riesce a sopravvivere a questa crisi interna.

Dopo Dada: verso la Nuova Oggettività

La fine di Dada coincide con un cambiamento più ampio nel clima culturale europeo. Dopo gli anni della distruzione e della protesta radicale emerge una nuova esigenza di ordine e razionalità.

In pittura Pablo Picasso avvia la sua fase classicista; in Italia nascono esperienze come Valori Plastici e il movimento Novecento; in Germania prende forma la Neue Sachlichkeit, la Nuova Oggettività.

Il termine viene consacrato ufficialmente nella mostra organizzata a Berlino nel 1925 dal critico Gustav Hartlaub. Il movimento si articola in due tendenze principali: una corrente verista, attiva soprattutto tra Berlino e Dresda, e una più classicista, legata all’ambiente di Monaco.

Nonostante le differenze, gli artisti della Nuova Oggettività condividono alcuni tratti comuni: l’attenzione analitica alla realtà, la predilezione per figure immobili e quasi teatrali, una dimensione enigmatica dell’immagine e una resa pittorica fredda, nitida, spesso metallica.

L’espressione Neue Sachlichkeit conoscerà presto una diffusione ben oltre la pittura. Critici, scrittori e architetti la utilizzeranno per descrivere un nuovo atteggiamento culturale fondato sulla precisione, sulla funzionalità e sull’abbandono delle forme decorative superflue.

Dopo gli anni tumultuosi delle avanguardie, l’Europa artistica entra così in una nuova fase: meno rivoluzionaria, ma forse più consapevole delle proprie responsabilità di fronte alla modernità.


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