Percorrere un edificio dalle fondamenta al tetto equivale a seguirne la storia silenziosa, una narrazione fatta di materiali, metodi costruttivi, soluzioni ingegnose, spesso trascuratezze. Se tutto ciò vi interessa, leggetelo di seguito, altrimenti passate oltre. Ma per la verità dovreste sapere che ogni muro, ogni fessura, ogni alone di umidità racconta qualcosa sulla qualità del lavoro svolto e sulle scelte fatte dai costruttori del passato. A volte si tratta di ingenuità, altre di compromessi. Più raramente, di consapevole perizia.

Ne è convinto Émile, quando annota questi concetti. Sorge il dubbio sul perché lo faccia. Si riferisce al vecchio castello di suo padre: dal momento che non lo abiterà mai, forse pensa di restaurarlo, in quanto bene di famiglia. Oppure potrebbe essere l’esatto contrario: sta prendendo in considerazione di tornare sui suoi passi, cioè non costruire più la nuova casa e rendere pienamente efficiente la vecchia struttura che ha visto anni di storia passare di generazione in generazione. La verità indiscutibile è che oggi la casa sul poggio esiste, quindi la risposta è tutta qui, al di là di qualsiasi perplessità abbia avuto. Sicuramente, leggere queste carte è interessante. Hanno un contenuto tecnico. Non aggiungono nulla a quanto già conosciamo, ma forniscono l’acume con il quale Émile è consono operare.

In questo suo sopralluogo, inizia dalle cantine. Qui, l’umidità ha preso il sopravvento: il muro rivolto verso il cortile trasuda acqua, e tra le pietre le giunture sono ormai consumate. La malta è caduta, in parte dilavata, in parte corrosa. Due errori ne sono la causa. Primo, all’epoca della costruzione non si è pensato a isolare la muratura dall’esterno, lasciando che l’acqua piovana si infiltrasse fino in profondità, senza alcun freno. Secondo, si è impiegata una malta di scarsa qualità, del tutto priva di calce idraulica, inadatta a resistere in ambienti umidi. La differenza tra i tipi di calce, in questo contesto, non è dettaglio da specialisti, ma elemento cruciale che sicuramente coloro che possiedono una vecchia casa dovrebbero considerare.

Esistono due grandi categorie di calce: quella “grassa” – che si ottiene dalla cottura di calcari compatti, spesso affioranti – e la calce idraulica, ricavata dalla cottura di pietre provenienti da strati di calcare regolarmente frammisti ad argille, come quelle del Lias (Giurassico). La prima, una volta spenta, è morbida, adesiva, si mescola con facilità e forma una malta che lentamente indurisce all’aria. Con il tempo, si fa resistente e tenace, ma per natura resterà vulnerabile all’acqua: a contatto con l’umidità si ammorbidisce, si scioglie, perde coesione. Per lungo tempo fu l’unico tipo di legante impiegato nelle costruzioni.

La calce idraulica, invece, ha una virtù opposta, quasi miracolosa: più l’ambiente è umido, più la sua presa si rafforza. È la sovrana delle costruzioni sommerse, dei ponti, dei moli, delle fondamenta interrate. Quando manca il calcare di Lias, si può fabbricare una calce idraulica artificiale mescolando una quantità ben dosata di argilla al calcare comune: non è meno efficace, se la preparazione è accurata.

Con questa calce si producono i calcestruzzi, ossia impasti di malta e ghiaia dura, ben amalgamati e pressati in appositi scavi. Se la calce è buona e il dosaggio corretto, si ottiene una massa compatta, solida come roccia, simile ai conglomerati naturali. Il vantaggio è duplice: resistenza meccanica e impermeabilità. L’acqua fatica a penetrare in queste masse, e di conseguenza il fenomeno della percolazione – la lenta risalita dell’umidità dal suolo verso l’interno degli edifici – viene efficacemente contrastato.

Se le murature umide del castello fossero state costruite con calcestruzzo a base di calce idraulica, le fughe tra le pietre si presenterebbero compatte, e nulla avrebbe ceduto al passaggio del tempo. Invece, la malta si è dissolta, le pietre si sono disposte in modo instabile, e da lì in poi l’intera struttura ha cominciato a soffrire. È così che nascono le crepe nelle facciate: fratture che si tentano invano di colmare con lo stucco, mentre la causa profonda – l’instabilità dei muri portanti – rimane irrisolta.

Salendo al piano terra, Émile trova un’altra traccia visibile dell’umidità ascendente: sulle pareti, come batuffoli di cotone, si vedono efflorescenze biancastre. È salnitro. Questo sale si forma all’interno della pietra, veicolato dall’umidità che proviene dal terreno e cristallizza in superficie. È un nemico silenzioso: corrode la muratura, disgrega gli intonaci e distrugge ogni tentativo di pittura o rivestimento decorativo. Alcuni cementi detti “mastici” cercano di opporsi a questo processo, ma la loro efficacia è momentanea. Dopo poco, si sfaldano, formando croste friabili che si staccano dalle pareti. La soluzione, ancora una volta, sta nella prevenzione.

In edilizia, soprattutto nelle case di campagna, è essenziale impedire all’umidità del suolo di risalire lungo i muri. Si è provato, nel tempo, a interporre strati di pece. Ma questo sistema si è rivelato inadeguato: la pece non indurisce abbastanza da resistere alla pressione dell’edificio e finisce per trasudare o reagire con la calce, perdendo efficacia. Un metodo molto più affidabile consiste nel posare, tra i primi corsi di muratura, uno strato di ardesia. Questo materiale, denso e compatto, interrompe la risalita capillare dell’acqua, fungendo da vera barriera impermeabile. L’umidità si ferma, bloccata al livello del terreno, e le pareti superiori restano asciutte.

Ma non sono solo le infiltrazioni a compromettere la stabilità delle strutture. Basterebbe guardare il muro nel cortile, lungo la facciata: al livello del primo piano presenta una deformazione visibile, un rigonfiamento verso l’esterno. Il suo piano verticale si è piegato, come spinto da una forza che agisce dall’interno. Da dove viene questa spinta? Non c’è un arco, né una volta, né una forza obliqua. La causa è il pavimento. A prima vista può sembrare strano: un elemento orizzontale che spinge lateralmente? Eppure, è proprio così.

Un tempo, per costruire un solaio, si posavano grosse travi da parete a parete. Su queste si appoggiavano travetti più leggeri, poi si stendeva uno strato di terra, sabbia, ghiaia, e infine una colata di malta su cui poggiavano le piastrelle. Il risultato era un pavimento pesantissimo. Ora, una trave di legno – per quanto robusta – col tempo si flette sotto il proprio peso e sotto il carico che sostiene. La sua curvatura, anche minima, genera una forza orizzontale che si scarica sulle pareti d’appoggio. Più la trave si flette, più spinge. Se, per limitare la sua deformazione, sono stati inseriti puntoni verticali – spesso in legno – questi agiscono come leve: e quanto più sono alti, tanto maggiore è la spinta trasmessa alla muratura. È questa pressione, lenta ma continua, che nel tempo deforma i muri, li piega verso l’esterno, li fessura.

Così, in un castello o in una vecchia casa rurale, molti sono gli indizi di errori antichi o di accortezze non conosciute o dimenticate. Studiare questi segni con attenzione significa imparare non solo a costruire meglio, ma anche a leggere con occhi nuovi la materia viva dell’architettura.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
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