«Come si impara davvero l’architettura?».
Sinora gli studenti mi hanno sentito parlare, ma noto che fremono per rivolgermi domande. “Non certo con un libro sottobraccio e il naso all’insù rivolto a modelli ideali”. Così vi risponderebbe Émile. L’architettura, come ogni arte che si misuri con la materia, non si studia soltanto: si pratica. Questo, almeno, è quanto ha sempre sostenuto chi conosce i cantieri meglio delle aule scolastiche. Per molto tempo, non si è fatto altrimenti: si apprendeva costruendo, o assistendo alla costruzione. E non era, forse, il metodo migliore?

«Come imparavano a costruire quelli che non viaggiavano come Émile, quelli che si limitavano a studiare sui libri secondo i metodi tradizionali?».
Non imparavano a costruire. Leggevano, fantasticavano. Immaginavano castelli… in aria. Progettavano edifici ineseguibili. Con il pretesto di preservare le tradizioni dell’arte aulica. Poi, stanchi di parlare e disegnare, inevitabilmente, costoro sono sempre finiti in un ufficio a svolgere compiti da addetti ai lavori, ma controvoglia. Via via hanno fanno carriera per anzianità fino a diventare Dirigenti comunali, di un Genio Civile o di una Soprintendenza. Disprezzando ciò che stanno facendo, perché si sono illusi e solo ora capiscono bene che l’architettura è tutta un’altra cosa.

«Ma allora, seguendo la via della pratica, si può davvero arrivare a padroneggiare la teoria, a concepire e realizzare opere vere, non solo utopie di carta?».
Sì, eccome. Perché la minima esperienza acquisita nel costruire una casa, o nel vederla sorgere, mattone dopo mattone, dalle fondamenta al tetto, diventa una chiave preziosa per capire ciò che lo studio astratto lascia in ombra. L’esperienza insegna a ragionare, a chiedersi il perché delle forme, delle scelte strutturali, degli equilibri necessari.

«Dunque, quello che a uno studente inesperto appare come puro capriccio formale, spesso si rivela, a chi conosce l’architettura pratica, una risposta esatta a necessità concrete».
Pochi giovani architetti italiani conoscono Daniele Donghi e ancora meno hanno letto qualche sua pagina. È ricordato soprattutto come autore del Manuale dell’architetto. L’opera, realizzata sulla falsariga del tedesco Baukunde des Architekten appare dal 1893 come pubblicazione a fascicoli periodici per divenire dal 1905 una serie di 10 volumi sui quali si formarono generazioni dei nostri architetti. Tuttavia, a me piace ricordare di Daniele Donghi il frutto delle sue lezioni universitarie che trasfondeva in un periodico, che ho letteralmente divorato. Si intitolava, non a caso, L’Architettura pratica.

«La pratica, piuttosto della teoria?».
Sono convinto che occorra partire dalla pratica per apprezzare davvero la teoria. Non il contrario. Per rimanere sul tema, Émile, negli scritti che sto esaminando proprio in questi giorni, scriveva che è un po’ come insegnare a un bambino a parlare. Non si comincia dalla grammatica, ma dalle parole pronunciate nel quotidiano per esprimere desideri e bisogni: fame, gioco, carezze. Solo dopo aver imparato a comunicare, si insegnano le regole. In età scolare. Così dovrebbe essere l’insegnamento dell’architettura: prima il contatto con la realtà dell’abitare, poi del costruire.

Non senza ironia, affermava che nella Francia dei suoi tempi l’insegnamento partiva dalla fine, e non dall’inizio. Si spingevano gli studenti a imitare modelli monumentali, privi delle basi pratiche necessarie a comprenderli. Insomma, il Partenone o le Terme di Caracalla, in mancanza delle prime nozioni pratiche, non sono che pure immagini.

«Il risultato?».
Esercizi scollegati dalla realtà, forme incomprese da chi le riproduce passivamente, perché nate da un’imitazione cieca, non da una consapevolezza vera. Dovremmo addestrare delle giovani menti al ragionamento e a prendere coscienza delle proprie carenze, anziché eccitare la loro vanità giovanile a proporre una nuova visione dell’architettura tratta inconsapevolmente da modelli teorici? Ieri come oggi le lusinghe sembrano valere molto.

 «Cosa proporresti per contro».
Lascio volentieri una risposta dotta agli accademici. Io mi limito a dire che costruire una semplice casa non è da poco. Persino un edificio modesto, come quelli che formano i borghi di provincia, affrontato con intelligenza, può insegnare quanto un esemplare monumento. Perché costruire – salvo alcune nozioni specialistiche che si possono sempre approfondire in seguito – è prima di tutto un esercizio di metodo, di ragionamento, di buon senso. E il buon senso, quello vero, è uno strumento che non si dovrebbe mai mettere da parte.

Esistono, purtroppo, scuole di architettura che disprezzano questa qualità naturale, ritenendola un freno all’immaginazione, alla creatività. Sono scuole di idealisti, come se ne trovano in pittura e in letteratura. Ma mentre in quei campi l’idealismo può anche essere innocuo, in architettura ha un costo. E quel costo, alla fine, si paga. In questa nostra professione, l’errore non resta sigillato in una pagina, ma si riversa nel territorio, che è una realtà tangibile sotto gli occhi di tutti.

«Non conta quanto importante sia un edificio?». 
Non dico questo; dico che un buon architetto si riconosce non dal numero di metri cubi di costruito che mette in opera, ma dalla qualità del pensiero che ha guidato ogni suo gesto. Le stesse facoltà – razionalità, precisione, attenzione – sono richieste nella costruzione di una villetta come nella realizzazione di un complesso edilizio estremamente articolato.

«Dunque potrò imparare molto osservando la costruzione della casa di mia sorella?». 
Certamente, ma solo se avrai la volontà di imparare. Perché in una casa, come in un palazzo, vedrai passare tutte le maestranze. Se capisci come è fatta e montata una singola porta, hai imparato ciò che conta. Non serve vederne mille, perché prima di contarne mille dovrai comunque costruire la prima. Non importa se le porte del Louvre sono più imponenti di quelle di casa vostra: se conoscete i principi, potrete capire anche quelle.”

«Qual è, dunque, il principio?».
Il principio è sempre lo stesso: la forma deve nascere dalla natura dei materiali e dalla funzione a cui ritenete di destinarli. Una porta di legno ben fatta è il risultato di questa logica. Una volta compresa, si può ammirare come altri abbiano declinato quei principi in modi ingegnosi e alternativi rispetto ai vostri. E solo allora, se si ha l’attitudine, si potrà cercare a propria volta una nuova forma mai adottata nel corso dei secoli. Senza quella iniziale comprensione, ogni proposta diventa sterile e fuorviante. Il metodo non è complicato: osservare, analizzare, trarre lezioni anche dagli errori del passato. In fondo, solo il confronto ci fa apprezzare ciò che funziona davvero.

Un vecchio architetto, quando Émile era giovane, gli disse una volta: «Ti posso solo insegnare cosa evitare. Quanto all’arte, all’inventiva, quelle le devi scoprire da solo. Se sei nato architetto, lo capirai. Se non lo sei, nessun esempio potrà mai darti il talento che non hai». Aveva ragione. Concordate con me? Perché è proprio lì, nell’equilibrio invisibile fra necessità e forma, che l’architettura rivela il suo segreto.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
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