
Il secondo studio di progetto
Ho esordito così, con le parole che Émile annota nel suo quaderno d’appunti. «Vorrei far capire che in architettura bisogna essere sinceri, prendere coscienza di ogni cosa e di ogni fatto attraverso lo studio e il lavoro, non lasciare nulla al caso, esaminare tutto, non nascondere niente, né a sé stessi, né agli altri…». Nella sala riunioni dalla vetrata colorata regna un silenzio denso, vibrante.
Sono tutti qui per ascoltarmi, seduti. Eulalie e Alizée, che mi ospitano nel loro studio, composte sui morbidi divani colore avorio, seguono ogni mio gesto con grande concentrazione. Marcel, nell’angolo in fondo, defilato, non si concede distrazioni. Anaïs e Lilli, appoggiate ai braccioli delle poltrone, mi osservavano con una curiosità trattenuta e affettuosa.
Io, invece, ho preso posto al grande tavolo Tulip di Eero Saarinen, un ovale bianco che sembra galleggiare nella penombra. Sopra il tavolo, il mio inseparabile MacBook Air: sottile, lucido come una lama, veloce come una scheggia. Mi basterà un solo clic, per visualizzare all’istante i contenuti della presentazione sullo schermo. L’oggetto magico è un minuscolo pulsante wireless click-share agganciato al portatile. La lavagna elettronica, dalla risoluzione nitidissima, con un solo tocco è comparsa dietro un pannello scorrevole, la stanza si è tinta di riflessi cobalto, le luci si sono abbassate. È giunto il momento di dare inizio al mio ragionamento.
«Vi starete chiedendo perché ho voluto riprendere questo progetto una seconda volta, quando la prima versione aveva, in sostanza, già convinto tutti. Il motivo è molto semplice. Ho seguito le parole di Émile: esaminare tutto, non nascondere niente. Ho cercato di immaginare la vista dal bow window della sala da biliardo, o quantomeno da quella che per Émile doveva essere la sala del bigliardo. E all’improvviso… m’è sorto un dubbio.
Non posso sapere se il grande castagno che vedete in fondo al parco sia davvero quello sotto cui Vivienne ed Éléonore trascorrevano i loro pomeriggi parlando. Vorrei crederlo. So tuttavia, per certo, che una volta realizzati i nuovi padiglioni vetrati che abbiamo progettati, nonostante tutte le trasparenze di cui s’è parlato, quell’albero non lo scorgeremo affatto.

Come vedete nella diapositiva, rispetto alla precedente versione di progetto, ho capovolto i volumi, orientandoli sul retro… e quasi per incanto tutto ciò che avevo in mente si è materializzato. Vi assicuro, niente andrà perduto delle ore di lavoro impiegate finora. Rimangono i tre padiglioni, in questa proposta raggiungibili immediatamente dalla veranda della casa ottocentesca. Ovverosia rimangono il living, il pranzo e infine la cucina e i servizi. Ma sorprendentemente la casa si apre… su di una corte molto più ampia.

La casa si rivela al primo sguardo, ma non si lascia mai del tutto afferrare. È una forma lasciata a mezz’aria, limpida e silenziosa, che si offre alla luce e al paesaggio con la naturalezza di un organismo vivente. Le pareti vetrate, dal pavimento al soffitto, annullano i confini, lasciando che la natura entri all’interno o che l’interno si espanda verso l’esterno. Due piattaforme sottili – una per il pavimento, l’altra per la copertura – racchiudono uno spazio di pura aria e trasparenza, uno spazio sorretto da una struttura d’acciaio dipinta di bianco che ne accentua l’orizzontalità e la leggerezza.
Sollevata da terra su pilastri d’acciaio, la casa fluttua oltre un metro sopra il suolo, come se la gravità fosse stata sospesa. La sua fragilità apparente è una forma di resistenza: un modo per affermare che si può vivere in equilibrio tra la terra e il cielo. Il piccolo poggio che la precede funge da soglia, da cerniera tra il terreno e lo spazio abitativo. Come una rampa leggera conduce alla casa, inducendo lo sguardo a un’esperienza diversa: quella di un’architettura che non chiude, ma accoglie.
All’interno non ci sono stanze tradizionali, perché tutto si apre, s’intreccia, si lascia attraversare. I setti murari, in ceramica dai motivi geometrici introducono un ritmo, una misura. Intorno, lo spazio si organizza in modo fluido, suggerendo funzioni più che delimitarle. L’area di soggiorno, quella del pranzo e infine il padiglione comprensivo di cucina e servizi. Gli spazi riservati ai servizi o alle funzioni tecniche scompaiono nell’ultimo dei tre padiglioni, l’unico non interamente vetrato. Tutto il resto è uno spazio unico, privo di pilastri, definito soltanto dalla luce e dall’aria.
In questa proposta, il confine tra interno ed esterno non esiste più. Gli ambienti di vita dialogano con il giardino, che diventa parte integrante della casa. Le pareti vetrate, sottili intermezzi, scorreranno su appositi binari con facilità per aprirsi del tutto. Il moto diverrà continuo, come un respiro condiviso fra architettura e natura. Ogni visuale convergerà verso un punto di quiete, un centro immobile in cui lo spazio diventa risonanza e raccoglie suoni, vibrazioni, odori, memorie, come un’eco remota. Questo centro è la casa del XIX secolo, quella che abbiamo restaurato per preservare i ricordi che ancora porta con sé.
Ma, anche nella massima trasparenza, vorremmo lasciare un margine d’ombra. Perché una casa conserva sempre il suo mistero. Un residuo dell’invisibile, che nessuna architettura potrà mai rivelare del tutto. Forse è proprio questo il suo segreto: abitare la soglia tra ciò che si mostra e ciò che si tace, tra il visibile e l’invisibile, tra la luce e la materia.
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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