Il cielo non è uno dei migliori. Alla fine di aprile quel suo grigiore precede la pioggia. Sul retro della grande casa di Creil, l’aria odora di terra umida e di legno invecchiato. Eulalie e Alizée camminano accanto a me, allegre. Azzarderei entusiaste. Marcel ieri pomeriggio ha dato il via libera alla seconda versione del progetto e, con prontezza, su idea di Anaïs, ci ha pure affidato il disegno del giardino. Uno spazio ampio, che attualmente si perde nella campagna di proprietà. Un tempo con scrupolo assiduo erano Vivienne ed Éléonore ad occuparsene, ora il giardino è ridotto a un labirinto di erbe alte e cespugli inselvatichiti.

Tra i resti di un vialetto sconnesso e una fontana otturata e annerita dal muschio, si intuisce ancora una sua grazia perduta. Gli alberi secolari resistono come sentinelle, ma il giardino è ormai un luogo di memorie più che di vita. Eppure, basta poco per intravedere la sua rinascita: il nostro sguardo comincia a ridisegnarlo.

Eulalie scatta fotografie, inquadrando le prospettive possibili; Alizée, inginocchiata su di un muretto, traccia a matita qualche schizzo, ha il vento nei capelli. Io parlo, come al solito, raccontando loro la visione che sta prendendo forma. Daremo vita a un luogo capace di restituire intimità e meraviglia alla famiglia di Marcel e di Anaïs, ma anche di stupire gli ospiti che ne varcheranno la soglia.

Accanto alla villa, nel suo angolo riparato fra gli alberi, eleveremo la nuova costruzione in acciaio e vetro. Un rifugio per lo spirito, immerso nella natura, dove la luce si muove libera, scorrendo sulla sua superfice come fosse quella dell’acqua. A Eulalie e Alizée la mia narrazione ha ricordato la “Farnsworth House” di Ludwig Mies van der Rohe. Lo ammetto, ma aggiungo: «La domanda è se vi interessa di più che una casa sia effettivamente una casa o che sia fatta di acciaio, vetro, cemento o aria calda». Mi guardano, non afferrano subito, se non quando dico loro che sto citando Rudolf Schindler. Il suo capolavoro, la “Kings Road House”, m’è girato in testa a lungo. Il nostro progetto non ricorderà direttamente né Mies, né Schindler, ma ne coglieremo lo spirito: la fusione tra interno ed esterno, l’apertura dello spazio e la penetrazione della luce e della natura.

il giardino diventerà parte integrante della nuova casa. La distinzione tra interno ed esterno scomparirà. Ci saranno poche pareti. Saranno sottili e suddivideranno lo spazio. Ma a differenza dei capolavori di Mies o di Schindler, la nostra casa riserverà una sorpresa: “Les parois en verre a Opacité Contrôlée”. Pannelli intelligenti, capaci di passare da totale trasparenza a un bianco lattiginoso con un solo impulso di corrente. Una tecnologia discreta, quasi magica. Basterà un telecomando o un interruttore, e le pareti vetrate diventeranno uno schermo di opacità graduale, proteggendo chi vi si troverà all’interno come in una bolla di sapone. Niente tende, solo più o meno luce.

Camminando fra le sterpaglie, spiego alle mie giovani amiche la sequenza delle linee architettoniche, le proporzioni, i materiali. Le loro domande, i loro commenti, la loro curiosità, danno ritmo ad un dialogo intrecciato. A un certo punto, Eulalie si ferma accanto a un edificio semi-diroccato: l’Orangerie, di cui ci ha parlato Anaïs. Nell’Ottocento vi svernavano le piante d’agrumi, allineate le une alle altre sotto le vetrate appannate. Ora, non s’avverte più il loro profumo, perché ne restano solo mura screpolate e vetri incrinati, ma l’eco del passato è ancora lì.

Ne faremo un padiglione per la convivialità, propongono le ragazze: un giardino d’inverno contemporaneo, capace di accogliere luci, piante e conversazioni; un luogo in cui la trasparenza del vetro si fonde con il calore della materia viva. «Un posto dove anche la pioggia sembri musica», esclama Alizée sorridendo. E alle sue parole, le prime gocce iniziano a cadere, come se le avesse chiamate. Gocce sottili, persistenti, come una carezza gentile. Raccogliamo i taccuini, le macchine fotografiche, e ci affrettiamo verso la villa. Dalla veranda, mentre l’acqua scivola sui vetri, il giardino di sterpaglie ci pare diverso: come se, già in questo momento, sapessimo come farlo tornare a vivere.

Le prime gocce si sono fatte insistenti, tintinnano sulle foglie e sui ferri battuti. Quando la porta si richiude alle nostre spalle, e saliamo la scaletta per rientrare nel petit salon, ci avvolge un silenzio ovattato, tagliato appena dallo scricchiolio del parquet. L’interno odora di cera e di un tempo passato. Le persiane semichiuse lasciano filtrare una luce pallida, che cade obliqua sui mobili. Sul tavolo della sala, Eulalie posa la sua macchina fotografica, mentre Alizée siede alla finestra del bovindo e inizia a sfogliare il suo taccuino di schizzi e me li mostra.

«Questa casa sembra addormentata da decenni, se non fosse per i restauratori che ci lavorano la mattina», mormora, quasi parlando a sé stessa. «Eppure», rispondo, «basta poco perché si risvegli. Questa casa è come una persona: quando qualcuno la guarda davvero, mi pare che reagisca».

Eulalie ironizza, togliendosi la giacca bagnata: «Allora abbiamo già cominciato il lavoro».

Ha ragione. C’è qualcosa di intimo, quasi rituale, oggi: la curiosità, la complicità, l’entusiasmo di chi intravede la forma prima che esista. Che bel gruppo, penso fra me e me.

Sul grande tavolo intarsiato apro la planimetria. Le linee tracciate a matita si riflettono nei vetri della finestra, come se fossero due versioni differenti dello stesso disegno. Parlo della nuova casa: delle sue proporzioni, dei pilastri in acciaio, del modo in cui la luce attraverserà le superfici. Eulalie mi interrompe: «E l’Orangerie? Come la immagini?»

«Non come un semplice restauro,» rispondo. «Ma come un gesto di continuità. Un giardino d’inverno che parli la lingua di oggi: vetro, acciaio, luce, profumi. Piante di agrumi come un tempo, aranci, limoni, ma anche essenze aromatiche, alberi nani, magari un piccolo specchio d’acqua. Un luogo da visitare lentamente».

Alizée che prende sempre appunti alza lo sguardo. «Forse potremmo pensare a un sistema di luci che reagisca ai suoni, o al ritmo della pioggia. Qualcosa che renda visibile il passaggio del tempo».

La pioggia, intanto, sembra avere preso più forza, battendo sul vetro rigato di gocce. Il giardino, oltre il riflesso delle nostre sagome, si perde in una foschia argentea.

Rimaniamo un momento in silenzio, come se ognuno di noi vedesse sin da ora ciò che sarà almeno il progetto architettonico. Perché quello botanico lo cureranno Lilli e Anaïs, che sono ambedue naturaliste. Poi Eulalie, quasi per istinto – l’istinto di chi è affascinato dalle immagini – scatta una foto del vetro rigato d’acqua, dove la luce del lampadario e il profilo degli alberi si fondono e, volgendosi verso di noi, ci assicura a mezza voce: «È già un progetto».

Annuisco. Forse lo è davvero: una casa, quella storica, che si fonde con il nuovo edificio tutto vetri.  E col giardino, anzi con i giardini – quello all’ingresso e quello sul retro – che cominciano a prendere forma, non sulla schermata di AutoCAD, ma nello sguardo di coloro che come noi prefigurano il cambiamento.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri