Questa volta siamo, non più a Courbevoie, ma in una via silenziosa del quartiere di Petit Montrouge, a due passi da una boulangerie che al mattino profuma di croissant e baguette croccanti, e quando la brezza spira nel verso giusto il buon odore di burro si sparge anche nelle case. All’interno del vialetto d’accesso, tra il verde e i fiori appaiono facciate sobrie, intonacate di grigio chiaro, finestre alte, e persiane che conservavano il velo del tempo. Nulla di straordinario. Una volta superata, però, la porta d’ingresso dell’appartamento, si ha la sensazione immediata di essere accolti in un luogo discreto, appartato. Ora che Lilli ed io lo stiamo abitando da qualche giorno, rispetto a quel pomeriggio in cui ci siamo venuti per la prima volta con Marcel e Anaïs, ci siamo convinti che questa loro casa non cerca affatto d’impressionare, ma di accogliere e farsi conoscere lentamente. Ogni dettaglio, sia pure ogni imperfezione, contribuisce a ricostruire un linguaggio fatto di nebbiose reminiscenze. Noi che ci staremo solo per pochi giorni siamo persuasi che finiremo per sentirci come a casa nostra.

I pavimenti in legno a spina di pesce conservano il calore di molte stagioni trascorse, e sotto la luce che filtra dalle ampie finestre disegnano riflessi dorati, come venature nel marmo. Il soffitto alto, incorniciato da stucchi in gesso, conferisce respiro e un’eleganza senza ostentazione. Le pareti, in tonalità terrose e polverose, mutano d’intensità con le ore: il grigio-verde del mattino si trasforma in beige rosato al tramonto, quando il sole entra di sbieco e si riflette in piccoli bagliori d’ambra sui metalli satinati delle lampade o sulle ceramiche smaltate disposte con cura sui ripiani. Per certi versi assomiglia alla luce naturale che entra generosa dalle finestre della nostra casa e s’infrange sulle superfici di legno o di cristallo.

Ho trascorso la mattinata a Creil per mettere a punto il progetto, ora anche Lilli è d’accordo a passare il pomeriggio e la serata in intimità, per assaporare questo singolare spazio domestico. Mi spiace, ma immancabilmente sta già preparando la cena. La cucina è piccola, ma luminosa, si apre sulla corte interna. Le mattonelle color crema mostrano qualche crepa lieve, e sul piano di marmo chiaro sono allineate tazze variopinte, bottiglie d’olio e d’aceto dalla forma stravagante, un vaso di fiori che Anaïs ha composto per l’accoglienza. Qui, il mattino ha sempre un odore riconoscibile – di caffè macinato e pane abbrustolito – e quando la finestra è socchiusa, lascia entrare il brusio discreto del quartiere: un clacson lontano, il passo di chi attraversa il vicolo, il canto di un merlo tra i comignoli: sarà davvero un merlo?

Io invece cerco libri, per questo mi sono appartato nel salotto. Sulle pareti, incorniciati con semplicità, si alternano stampe antiche, piccoli dipinti d’autore, schizzi di paesaggio e fotografie umaniste. Scatti dal sapore esistenzialista, che catturano la vita quotidiana dei parigini del dopoguerra. Nessun collezionismo, perché tutto parla invece di affezione e memoria. Le piante decorative introducono la natura in modo morbido, per addolcire i contorni del legno e delle stoffe. Per scherzare i nostri due ospiti hanno posto sul davanzale due piccole piante di pomodoro, profumatissime.

E poi, ovunque libri. Nelle scaffalature che ricoprono parte della stanza, sulle mensole dei caloriferi, sui tavolini. Ci sono pile ordinate persino accanto alle poltrone. Volumi d’arte, romanzi consumati, saggi con sottolineature e segnalibri improvvisati. È chiaro che la casa respira anche attraverso queste pagine, giacché la sua voce intima è fatta di carta e di inchiostro. Io ho un chiodo in testa: l’espressione mi pare d’averla scelta a proposito. Cerco volumi sulla guerra franco-prussiana del 1870. Cerco di Émile Zola La Débâcle oppure Les Soirées de Médan, che raccoglie i sei racconti firmati rispettivamente da Émile Zola, Guy de Maupassant, J.-K. Huysmans, Henry Céard, Léon Henniquee, Paul Alexis. Li trovo, non c’era da dubitarne. Avrò da leggere fino a tardi, prima di prendere sonno.

Per cominciare, apro il libro che è un resoconto romanzato della Disfatta. Chiamo Lilli perché segua con me alcuni brani che ho segnato con i miei bigliettini da visita. Chiamo con insistenza. Mi fa aspettare. Richiamo. Quando entra nel salotto, le faccio cenno di sedere e ascoltare.

  • Quell’alba grigia illuminava di tristezza infinita Bazeilles e Balan, sommersi in fondo ai prati, mentre una Sedan livida, una Sedan d’incubo o di lutto sorgeva all’orizzonte, spiccando sull’immenso scenario fosco delle foreste. E quando i soldati, passato Wadelincourt giunsero finalmente alla parte di Torcy, dovettero negoziare, supplicare, minacciare e quasi assediare la piazza per ottenere che il governatore calasse il ponte levatoio. Erano le cinque. Il 7° corpo entrò a Sedan ubbriaco di fame, di freddo e di stanchezza…

I soldati francesi si dispongono per fronteggiare un nemico che non sanno da quale parte apparirà.

  • Egli non aveva nessuna nozione di scienza strategica, ma aveva buon senso o tremava nel vedere quell’immenso triangolo di cui la Mosa formava uno dei lati, mentre gli altri due erano rappresentati al nord dal 7° corpo, all’est dal 1° ed il 25° occupava a Bazoilles, l’angolo estremo, tutti e tre dandosi le spalle ed aspettando, non si sapeva come e perché, un nemico che poteva giungere da tutte le parti. In mezzo, come in fondo ad un fosso, stava la città di Sedan, difesa da cannoni fuori uso, senza munizioni e senza viveri…

I generali francesi sono ormai convinti che occorra arrendersi al nemico, ma l’imperatore Napoleone III non vuole assolutamente firmare l’armistizio.

  • Ma come fu sulla via il generale Lebrun prese galoppo e nell’arrivare a Balan ebbe la fortuna di scorgere il generale Wimpfien. Questi aveva scritto pochi momenti prima all’imperatore: «Sire, venite a mettervi alla testa delle vostre truppe: reputeranno ad onore di aprirvi un varco tra le linee nemiche». L’imperatore fu preso da uno sdegno terribile alla sola parola armistizio. No, no! Non avrebbe firmato nulla, voleva battersi! Erano le tre e mezzo. E fu poco dopo che ebbe luogo un tentativo disperato ed eroico; un ultimo impeto per aprirsi un varco attraverso i bavaresi, muovendo ancora una volta sopra Bazeilles.  Nelle vie di Sedan, nei campi vicini, si mentiva per dare coraggio alle truppe, gridando: «Arriva Bazaine! Arriva Bazaine!». Questo era, dalla mattina in poi, il sogno di molti, e a ogni nuova batteria smascherata dai tedeschi credevano di udire il cannone dell’armata in soccorso da Metz. Si raccolsero circa milleduecento uomini, dei soldati sbandati di tutti i corpi, di tutte le armi, e la piccola colonna si slanciò gloriosamente a passo di corsa sulla via spazzata dalle scariche di mitragliatrici…

La disastrosa battaglia ha luogo nei pressi della cittadella di Sedan, in particolare a Bazeilles, dove gli scontri si svolgono strada per strada. Nel corso dei combattimenti, sull’altopiano del Calvario di Illy, la 1a Divisione di Cavalleria di Riserva al comando del Generale Jean-Auguste Margueritte si sacrifica nel tentativo di rompere l’accerchiamento dell’esercito francese da parte delle truppe tedesche. La resa firmata al Castello di Bellevue a Sedan determinerà la fine del Secondo Impero. L’imperatore è fatto prigioniero, assieme a circa 100.000 soldati francesi.

  • I convogli della casa imperiale, tutta quella coda di bagagli maledetti, erano rimasti in abbandono a Sedan, dietro i cespugli di lilla del sottoprefetto. Non si sapeva più come farli sparire, come toglierli dalla vista della povera gente che moriva di stenti, e quanto era stato abbandonato sembrava una sfida insolente, una ironia sanguinosa tra gli orrori della sconfitta, ed eccitava lo sdegno…

Ora l’esercito nemico concentra la sua attenzione sulla capitale. È ormai l’ultimo atto della guerra.

  • Il giorno dopo Sedan, I due eserciti tedeschi avevano diretto verso Parigi la loro fiumara d’uomini, l’esercito della Mosa, giungendo al nord della valle della Marna, quello del principe reale di Prussia, muovendo sopra Versailles, girando la valle al sud, dopo aver attraversato la Senna a Villeneuve-Saint-Georges.

All’improvviso Lilli lancia un grido. Rimango sorpreso per la sua partecipazione emotiva a queste pagine tragiche. Ma non è così, mi sto sbagliando. Si tratta della nostra cena che sta bruciando sul fuoco. Sono dispiaciuto e non so come farmi perdonare. Non voglio che Lilli si disperi e la prendo ridere a scherzare. «Era destino che uscissimo anche questa sera, dai!», dico. Così le propongo quel bistrot dove sono stato con Marcel. Lilli non lo conosce e di sicuro ci troverà qualcosa di stuzzicante. In strada commento che qui, nel quartiere di Petit Montrouge, non c’è nulla di straordinario, ma ogni angolo invita a passeggiare, a fermarsi, a osservare la bellezza del quotidiano, che si nasconde nelle pieghe dell’abitudine.

Più tardi, quando rientriamo, la città ha ridotto la sua frenesia. Le stanze dell’appartamento ci accolgono come un rifugio. Una in particolare, si trova in fondo al corridoio: è la camera da letto. È la stanza più intima. Un bell’Aubusson ricopre il pavimento di legno; il letto, basso, vestito di lino grigio e coperte di lana sottile, si staglia contro una parete chiara. Accanto, due lampade di ottone emettono una luce soffusa. Sul cassettone, un vassoio d’argento con profumi, una porcellana biscuit, e Les Soirées de Médan, che ho messo in evidenza prima di uscire. Lo apro e prendo a leggerlo. Guardo Lilli che s’è addormentata: è bella come la luna questa sera.

>>> Segue >>>


Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri