
Un capitolo nuovo
C’è un’aria incerta stamane nello studio di Rue du Faubourg Saint-Antoine. L’aria del giorno dopo. Come se si fosse chiuso un capitolo e ora bisogna iniziarne uno nuovo. Avevamo messo in programma di dedicare le mattine al progetto di Marcel, ora che finalmente abbiamo fissato i punti fermi, e nel pomeriggio soffermarci sulla storia del progetto di Émile anche dopo la sua scomparsa. Descrivere – per quel che conosco – la volontà incrollabile di Vivienne di portare a compimento il progetto come lui aveva previsto. Con ciò, mentre ci accomodiamo nella sala disegno, dove si trovano i computer e ci attende una giovane disegnatrice dal sorriso luminoso, Eulalie e Alizée continuano a farmi domande alle quali non mi sottraggo affatto. In breve, abbiamo continuato a parlare delle vicende legate alla costruzione della casa, piuttosto che lavorare al nuovo progetto di Marcel.
La guerra era finita, lasciando dietro di sé una lunga scia di devastazione. Émile e Vivienne erano ragazzi quando si conobbero. Credevano di sapere cos’è la vita – come tutti i giovani – e forse avevano ragione. Avevano vissuto insieme i loro anni di luce, gli anni più limpidi. Poi Émile non c’è stato più, ma Vivienne ha voluto tenerla ugualmente la casa. L’ha finita. Non è stato facile per lei. Era frutto della nostalgia? della fedeltà? Era il passato, che la legava alle sue radici. Da questo momento era anche il presente e il futuro. «Gli alberi crescono, nonostante tutto», annota Éléonore con tristezza. E davvero, in quei mesi, sembrava che natura e uomini si fossero dati appuntamento per rimettere in qualche modo ordine. Un istinto di conservazione spingeva a raddoppiare gli sforzi per riparare l’imponente rovina.
Trovo scritto: chi avesse attraversato la Francia nei mesi di febbraio e marzo del 1871 avrebbe potuto paragonare il paese a un formicaio turbato dal passo di un incauto passante. Chi fosse tornato lì il giorno dopo, le tracce convulse erano scomparse. Le città rinascevano lentamente, le campagne si popolavano di nuovo di voci, e ognuno cercava di ricostruire, con la tenacia di chi ha perduto tutto. I francesi avevano impresso nella memoria il disastro. Ma a fine marzo, le notizie che arrivavano da Parigi sconvolsero anche il castello. I giornali parlavano di tumulti, di un popolo che non voleva più supinamente obbedire.
«La Commune de Paris», esclamano quasi all’unisono, Eulalie e Alizée. E aggiungono con dovizia di particolari: «Tra il 18 marzo e il 28 maggio 1871, Parigi visse come in un sogno febbrile. Dopo la sconfitta contro la Prussia, il 4 settembre 1870, la città aveva imposto la caduta di Napoleone III e la nascita della Repubblica, sperando in riforme e in una riscossa militare. Ma quando il governo provvisorio deluse le attese e l’Assemblea nazionale, eletta l’8 febbraio 1871, impose la pace, la città insorse. Il 18 marzo, il popolo cacciò Thiers, che aveva tentato di disarmare la Guardia Nazionale, e il 26 marzo elesse un proprio governo cittadino, abolendo il Parlamento.
Sventolava la bandiera rossa. La Comune abolì l’esercito permanente e armò i cittadini; proclamò l’istruzione laica e gratuita, rese elettivi e revocabili i magistrati, fissò salari paritari per i funzionari pubblici e favorì le cooperative dei lavoratori. Ma l’utopia durò poco. L’opera della Comune fu interrotta dalla reazione del governo e dell’Assemblea nazionale, stabiliti a Versailles. In aprile l’esercito di Mac-Mahon riconquistò la città. Il 21 maggio 1871 Parigi fu presa d’assalto: ventimila comunardi caddero in una sola settimana, la semaine sanglante, una settimana di sangue. Altri vennero deportati o costretti all’esilio».
Quando a marzo del 1871 la Comune prese forma, – continuo io – tutto sembrò possibile. Il desiderio di libertà lasciava in second’ordine la fame e la paura della guerra passata. Ma tutto precipitò. Seguirono condanne e deportazioni, come avete ricordato, mentre migliaia di parigini fuggirono all’estero. Alizée… Eulalie… sapete chi c’era fra loro? Jules Dalou, l’autore della Marianne, la scultura in bronzo di Place de la Nation, che otto anni dopo – quando il clima politico era ormai cambiato – gli fu commissionata dal Municipio di Parigi per celebrare il centenario della Rivoluzione Francese.
«Abbiamo le insurrezioni nel DNA!», commenta orgogliosamente Eulalie.
La Parigi di Dalou non era soltanto la città dei boulevards voluti dal Barone Haussmann, ma una patria morale, da difendere persino nei vicoli anneriti dal fumo delle barricate. La storia di Dalou fu simile a quella di molti altri artisti, che si trovarono coinvolti in quella corrente impetuosa di utopia. Gustave Courbet, che stava per essere eletto alla Federazione degli Artisti della Comune, chiamò Dalou e lo fece nominare amministratore provvisorio aggiunto del Museo del Louvre, accanto a Henry Barbet de Jouy. Immaginate la scena: mentre la città bruciava e i cannoni tuonavano per le strade, Dalou camminava tra le sale del museo, non per ammirare le opere, ma per salvarle. Gli era stato affidato il compito di proteggere le collezioni dai vandalismi, di impedire che la furia della rivolta o della vendetta cancellasse secoli di bellezza. Per compiere meglio il suo dovere, a metà maggio si trasferì con moglie e figlia dentro al Louvre stesso.
Ma la semaine sanglante spazzò via ogni illusione e, come molti altri, anche Dalou finì in esilio. A luglio lasciò Parigi per fuggire con la famiglia in Inghilterra. Furono accolti da un vecchio amico dei tempi della Petite École, Alphonse Legros, pittore e incisore come lui. In terra straniera, Dalou ricominciò. Non aveva più la sua città, ma aveva conservato la sua arte: e quella, per uno scultore, rappresenta radici e memoria insieme. Radici e memoria, come quelle conservate da Vivienne, solo che lei non poté ricominciare col suo Émile.
Mi fermo un attimo, guardando le espressioni di partecipazione ed empatia delle mie due equilibrate amiche. Sapete… Eulalie… Alizée… in quei giorni tutto poteva finire, eppure qualcuno pensava ancora a costruire. Il padre di Émile, uomo giusto e rispettato, non si lasciò abbattere. I villaggi circostanti erano inquieti, ma il castello restava un punto fermo. Mastro Bernard e il falegname Le Blanc vennero a chiedergli di riprendere i lavori. «Se mancano i soldi, faticheremo in cambio di pane e zuppa, aspettando giorni migliori», dissero.
E così fu. In effetti, Il padre di Émile, per i sacrifici imposti dalla guerra, non aveva a disposizione risorse sufficienti per pagare salari regolari. Mancavano i mezzi, ma non la volontà. Il massimo che poteva concedere erano le provviste, così organizzò un deposito vicino al cantiere: combustibile per le lampade, pasta, farina, verdure, pancetta, carne fresca due volte alla settimana. Ogni operaio avrebbe ricevuto razioni proporzionate al numero dei familiari. Tutto veniva registrato, valutato al costo di produzione, da saldare in futuro, quando il lavoro avrebbe dato i suoi frutti. Una mezza dozzina di operai, provenienti dai paesi vicini, non accettò l’accordo; gli altri restarono, fiduciosi.
Il padre di Émile, con l’aiuto di Vivienne ed Éléonore, prese in mano la contabilità. In piedi alle cinque del mattino, percorreva a cavallo i sentieri dal castello al mulino, dal mulino ai villaggi vicini, dai villaggi di nuovo al castello. Tornava impolverato, ma con lo sguardo limpido. Ogni sera, dopo il tramonto, rendeva conto alla famiglia riunita su quanto era stato distribuito e annotava ogni spesa in un quaderno ordinato, che portava con sé come un libro di preghiere. L’uomo segnato dal dolore per il figlio perduto stava trovando nel lavoro una forma di riscatto.
Alla fine di maggio, nessuno avrebbe riconosciuto in lui lo stesso padre smarrito dei mesi precedenti. Una mattina disse a Vivienne: «Dovrai andare a Pontoise, perché qui non abbiamo falegnami in grado di eseguire fedelmente il lavoro. Ti accompagnerà Éléonore. Vi metterò in contatto con un bravo falegname che risiede lì e prenderai accordi con lui, ma prima dobbiamo essere preparati valutando i dettagli necessari». Poi sorrise, come chi affida un compito che vale più di mille parole.
E qui, care le mie Eulalie e Alizée, possiamo fare una pausa. Andiamo a prendere una tazza di caffè. Questa volta ve lo offro io. Il bar lo sceglierete voi.
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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