
La strada per Pontoise
Entriamo nel privé tiepido e appartato di un caffè lungo il Faubourg Saint-Antoine. La porta, che lentamente si richiude con un suono ovattato, interrompe il brusio sommesso della sala vetrata all’ingresso del locale, che già s’intravede dal marciapiede. Subito ci avvolge una luce bassa, calda, che sembra filtrare più dallo scorrere del tempo che dalle lampade. Sulle pareti, un velluto bruno si alterna all’intonaco antico. Eulalie e Alizée siedono su di un divano capitonné di pelle ambrata, profondo e consumato, con una imbottitura gonfia che racconta il passaggio di chissà quante conversazioni. È uno divano Chesterfield, che mi aspetterei di trovare in un club di Londra, ma qui assume un tono quasi teatrale. Intorno a noi, tavolini rotondi di marmo bianco riflettono il bagliore di fiammelle, che ardono in piccole ciotole; il loro bordo lucido contrasta con il calore morbido della pelle.
Dietro di noi, una lavagna nera elenca i vini che accompagneranno il menu di questa sera in una grafia elegante e disordinata, come se fosse stata scritta di fretta da un barman distratto. Sopra il divano, quadri incorniciati dorano le ombre, e un grande specchio moltiplica il luccichio delle ciotole. Dipinti moderni, colorati, montati in cornici dorate, ma discrete.
«Questo caffè è una pausa tra due epoche, – così lo definisce Alizée – quasi una parentesi che ci accoglie». Fuori, oltre la grande vetrata la città scorre con i suoi rumori e i suoi passanti, ma qui dentro anche le nostre voci sembrano più dolci. Si respira una Parigi che non esiste più: quella dei bistrot dove si parlava di pittura e di rivoluzioni, con il fumo delle sigarette che saliva lento tra una frase e un sorriso: un velo che spesso nascondeva realtà. Al giorno d’oggi, sul muro un cartello ribadisce in doppia lingua «No smoking/Fumer est interdit».
Ci servono subito, e con “savoir faire”. Sul tavolo accanto, una meraviglia di dolci: brioche dorate, madeleine ancora tiepide, crostate di limone e meringa, torte scure di cioccolato e nocciole, e piccoli cannelés dal cuore tenero. Tutto disposto con una semplicità che mostra eleganza. Siamo soli al momento, perché il privé si anima soltanto dal pomeriggio. Possiamo continuare a parlare senza il timore di disturbare.
Ne approfitto. Era un mattino limpido, ma ancora umido, quando Vivienne e Éléonore partirono di buon’ora, con la loro carrozza leggera che scricchiolava sulle strade ancora semivuote. Le avrebbe portate, fino alla via postale, la rotta delle diligenze, che raccoglieva viaggiatori, commercianti e funzionari in transito verso Parigi o la Normandia. Il padre di Émile le osservò dalla terrazza del castello finché il sentiero curvò verso il bosco, inghiottendole tra i faggi. Avevano con loro una borsa di cuoio, i disegni arrotolati, e un quaderno di Émile che Vivienne portava con sé come un amuleto.
«Fortunatamente conosco un falegname a Pontoise – aveva spiegato il padre di Émile – Ha una scorta di legno ben stagionato e di buona qualità, da cui non è molto disposto a separarsi, visto che lo conserva per lavori speciali; ma ce ne darà un po’, grazie all’amicizia con papà Bernard che gli ha reso qualche favore». Sarebbe stato abbastanza più facile per lui, il padre di Émile, scrivere al falegname e chiedergli di venire al castello, ma intendeva prima sapere come l’artigiano avrebbe gestito il lavoro. Per questo aveva dato ampie istruzioni alle due giovani donne. Istruzioni che avevano dovuto ripetere più volte per memorizzarle. Éléonore, al solito – come fai tu Alizée – annotava ogni cosa le sembrasse importante. Al falegname avrebbero mostrati i progetti che indicavano il numero delle aperture, la disposizione delle porte, le superfici dei pavimenti per il parquet, l’estensione delle boiserie, dei lambris, delle modanature.
«Andrete, dunque, a Pontoise – precisò il padre di Émile – Visionati i disegni il falegname fisserà i suoi prezzi. Porterete il preventivo. Spero, inoltre, di potere contattare prima della vostra partenza un nostro cugino architetto, Eugène, che vive a Parigi, ma ci vorrà qualche giorno prima di avere una sua risposta. Se lo farà, sarà in grado di aiutarci in tutto ciò di cui avremo bisogno».
Vi rendete conto, Alizée, Eulalie, che a quell’epoca Pontoise non era dietro l’angolo. Sono oggi quaranta chilometri buoni, ma le strade di campagna all’epoca erano tutt’altro che agevoli. Ogni viaggio diventava una piccola impresa. Attraversarono campi appena mietuti, villaggi con le imposte ancora chiuse, ponti di pietra scivolosi di rugiada. Il paesaggio era pieno di segni della ricostruzione: impalcature intorno ai mulini, muri freschi di calce. Persino carri di fieno per gli animali da tiro.
Vivienne teneva gli occhi fissi sulla strada, ma ogni tanto riapriva il quaderno e rileggeva qualche riga degli appunti di Émile: «Il legno è una materia viva. Va rispettato, come si rispetta una persona: conoscendone i limiti, assecondandone il carattere».
Quelle parole le davano forza. Le ripeteva a sé stessa: mentre la carrozza sussultava per la strada sconnessa e i cavalli rallentavano per il passo. Ogni tanto si rivolgeva a Éléonore, come se potesse seguire le pagine che lei stava leggendo con gli occhi: «Un giorno ho capito che costruire non significa solo alzare muri, ma custodire la memoria di chi li ha pensati».
A metà strada fecero sosta in un piccolo borgo. L’osteria aveva il pavimento di mattoni irregolari e un camino annerito. Ordinarono qualcosa di pronto, che fu messo in tavola con un pezzo di pane e burro e una caraffa d’acqua; niente vino, solo una caraffa d’acqua. Il locandiere chiese notizie di Parigi; non si parlava d’altro. La guerra, la Comune, le deportazioni. Ma Vivienne e Éléonore risposero meno che niente: avevano imparato che certe questioni si tacciono, come certi segreti di famiglia. Ripartirono nel primo pomeriggio. Quando raggiunsero Pontoise, il sole cadeva basso, disegnando ombre lunghe sui portoni di case e botteghe. La città sembrava immobile. Il cielo, quella sera, era chiaro come una lastra d’argento, e l’aria portava un odore di terra asciutta e di legna. Dopo giorni di pioggia, la campagna respirava una quiete nuova: le strade erano ancora umide. La diligenza si fermò davanti al portico dell’Hôtel de la Poste, e il rumore dei finimenti, il nitrito dei cavalli e lo scricchiolio delle ruote annunciarono ai viaggiatori che la corsa era finita.
Le due giovani signore avvolte in mantelli chiari furono aiutate a scendere. La loro eleganza cittadina – i guanti di capretto, il nastro di seta, il profumo discreto di violette – contrastava con l’atmosfera schietta di quel luogo di provincia. Alla stazione delle carrozze trovarono, con loro sorpresa, un ingegnere, Monsieur Victorien, dello studio del cugino Eugène, l’importante architetto parigino. Le aspettava, “come concordato” chissà con chi. Victorien, un signore distinto, alto, con il cappello a cilindro, era ancora giovane, sebbene i suoi capelli corti stessero diventando grigi. La carnagione abbronzata, l’occhio penetrante e il naso aquilino conferivano alla sua fisionomia un’aria marziale. Il cugino Eugène – non so molto di più su di lui, se non che era una personalità di primo piano qui a Parigi – provava una particolare ammirazione per il padre di Émile e ne stimava il carattere forte e deciso, dote che avevano in comune. Spesso condividevano entrambi la medesima opinione. Forse per questo aveva inviato prontamente un suo ingegnere di fiducia. Aveva il compito di accompagnare ed assistere le due giovani donne dal falegname, accertandosi che nulla fosse lasciato al caso. Ora, di sicuro, potevano contare su di un valido aiuto.
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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