
Che differenza c’è fra architetti e ingegneri?
Pontoise, all’epoca, era un importante centro amministrativo e commerciale della regione dell’Île-de-France. La città si trovava in posizione strategica – sull’Oise e a poca distanza dalla capitale – e nel XIX secolo divenne un nodo ferroviario e una tappa naturale per chi viaggiava da o verso Parigi. Alberghi locali, come gli Hôtel de la Poste, (se erano un punto di sosta delle diligenze) o gli Hôtel du Grand Cerf” (gli Hôtel del Gran Cervo, nome tipico del momento), offrivano camere arredate con gusto sobrio ma confortevole, ristoranti con cucina tradizionale, e servizi di rimessa per carrozze e cavalli.
L’Hôtel de la Poste di Pontoise, in particolare, era noto per la sua rispettabile modestia. Aveva ospitato, negli anni, mercanti e funzionari diretti a Rouen, qualche aristocratico in incognito, qualche coppia di amanti clandestini, e artisti in cerca di quiete e ispirazione. Le camere migliori, al piano superiore, avevano letti di noce tirati a cera, lenzuola bianchissime e caminetti accesi al crepuscolo. Al piano terreno, invece, la grande sala da pranzo univa viandanti di ogni genere: commercianti, commessi viaggiatori, ufficiali in licenza e, talvolta, qualche gentildonna di passaggio. È quel che si leggeva su quotidiani e riviste illustrate.
Il portiere accolse i tre nuovi ospiti – l’ingegner Victorien, Vivienne e Éléonore – con un inchino cerimonioso. Dietro di lui, la luce accogliente dell’Hôtel si allargava fino alla soglia: un chiarore di lampade a olio e caminetti accesi, che invitava a entrare. Dalla rimessa accanto giungeva il rumore delle carrucole, il nitrito dei cavalli, il profumo del fieno asciutto. Era una sera tranquilla, di quelle che preannunciano la fine dell’inverno e lasciano già intuire la dolcezza della primavera.
All’interno, l’Hôtel de la Poste offriva il consueto mélange di comfort e semplicità: pareti color ocra, travi di legno scuro, tende chiare mosse dalle persone in cerca di un posto libero. Nella sala da pranzo, i viaggiatori sedevano ai tavoli apparecchiati con ricercata semplicità, e il tintinnio dei bicchieri si confondeva con quello metallico dei vassoi e delle posate. Le bottiglie di vino riflettevano i bagliori rossi del fuoco del camino. Sulle tavole l’odore di pane caldo si mescolava a quello di arrosto e cipolla caramellata.
Il “gruppo parigino” – così chiamavano i passeggeri che avevano viaggiato nella stessa carrozza di Vivienne ed Éléonore – fu fatto accomodare accanto alle finestre. Cambiatosi per la cena, Victorien, impeccabile nel suo abito scuro e con una cravatta perfettamente annodata, ordinò con voce calma e sicura. Sedeva in compagnia delle due giovani signore elegantemente vestite. Una, Éléonore, portava un abito di seta blu con un nastro color malva al collo. L’altra, Vivienne, un completo di velluto nero che metteva in risalto la sua vedovanza. Entrambe tenevano i guanti sulle ginocchia e parlavano sottovoce, quasi timorose di disturbare la quiete provinciale che le circondava.
Il cameriere – con un’eccessiva premura – si muoveva tra i tavoli con un rispetto insolito, consapevole della distinzione dei nuovi ospiti. Servì a Victorien una zuppa di cipolle fumante, alle signore una zuppa chiara di verdure; per tutti un arrosto dorato, e una bottiglia di Bordeaux, che l’ingegnere assaggiò con un cenno di approvazione.
Il piccolo gruppo attirava ogni sguardo. I viaggiatori dei tavoli vicini – un commerciante di vini, due artigiani e un impiegato ferroviario – osservavano con curiosità trattenuta, colpiti dalla compostezza di quei modi, dal tono basso della conversazione, dall’eleganza dei gesti.
Durante la cena, Victorien le tempestò di domande: desiderava sapere come la famiglia avesse superato le difficoltà degli ultimi mesi, com’era la nuova casa, a che punto fossero i lavori, quanti operai impiegassero, come procedesse il cantiere. Vivienne ed Éléonore rispondevano con compostezza, facendo del loro meglio per dare l’impressione di una perfetta padronanza di ogni dettaglio, come se dovessero rappresentare la solidità dell’intera famiglia davanti a questo estraneo venuto da Parigi.
Poi Victorien si soffermò su di un fatto del tutto inatteso: conosceva Émile e lo aveva incontrato di recente, ma solo per un momento. «Passava con i suoi soldati, diretto ad un ponte poco distante dal mio. Un uomo energico, sicuro di sé, che sapeva spiegare con chiarezza disarmante quello che occorreva fare per facilitare il transito delle nostre truppe. Eravamo compagni di studi, un tempo. Ricordo che esitava tra le due strade: diventare architetto o ingegnere. Aveva le doti per entrambi. Io ho scelto di fare l’ingegnere di Ponts et Chaussées».
Éléonore, che non perdeva mai l’occasione di chiedere ciò che altri avrebbero taciuto, colse subito la palla al balzo: «E qual è, di preciso, la differenza tra un architetto e un ingegnere?». Victorien sorrise, come se la domanda l’avesse divertito.
«Non è una domanda semplice, Madame. Ma forse una piccola storia può rendere l’idea. C’erano una volta due gemelli veramente identici. Si somigliavano tanto che nemmeno la madre riusciva a distinguerli. Lavoravano come muratori, con uguale abilità. Un giorno, il padre che aveva un’impresuccia – uomo pratico, ma di mente ristretta – decise che quattro mani avrebbero prodotto di più se avessero lavorato separatamente. Così divise i figli: a uno affidò i lavori di fondazione, all’altro quelli di elevazione. Obbedirono, ma da allora cominciarono a criticarsi a vicenda. Uno diceva che le fondamenta non erano solide, l’altro che le murature non erano stabili. Alla fine, si separarono e ciascuno, col passare del tempo, dimenticò il mestiere dell’altro. Nessuno dei due, da solo, riuscì più a costruire una casa per intero».
La conversazione era misurata, il tono elegante. Intorno, gli altri viaggiatori li osservavano come se fossero una rarità. Le risate che negli altri giorni avrebbero animato la sala, s’erano fatte più riguardose. La presenza di quelle due giovani donne, educate e raffinate, di quell’ingegnere che si esprimeva con grande signorilità, avevano come imposto un diverso ritmo alla serata. Nessuno dei presenti aveva nulla in comune con loro. Le due giovani donne si scambiarono un sorriso discreto, come se quella spiegazione avesse qualcosa di vagamente incomprensibile.
Vivienne obiettò con un lieve sorriso: «Ho capito il senso del racconto. Ma allora, perché questa separazione illogica tra ingegneri e architetti, ancora oggi? Non dovrebbero svolgere, in fondo, la stessa professione? Un buon ingegnere potrebbe essere anche un buon architetto, e viceversa. Lei in quanto ingegnere civile costruisce ponti, canali, argini; mentre il mio Émile era nato per elevare palazzi e teatri. Ma tutto dovrebbe appartenere allo stesso sapere: l’arte del costruire».
Victorien annuì e con un’espressione riflessiva rispose: «Avete ragione, Madame. Ma il mondo, col tempo, ha deciso che arte e scienza non potessero abitare nella stessa mente. Agli architetti si è detto: “Siate artisti, curate la forma, la fantasia, i mutamenti”. Agli ingegneri, invece: “Pensate solo al calcolo, alla materia, alla resistenza. Occuparvi solo della scienza e delle sue applicazioni. La forma, il bello, non riguarda voi; lasciatela agli artisti che sognano ad occhi aperti, ma sono incapaci di ragionare su come tirare su un edificio!” Da allora i ponti sono diventati solidi, ancora più solidi, ma muti, non parlano più con le città e la gente. E i palazzi? Sono diventati ancora più belli, ma fragili, perché le facciate ricche di ornamenti rivestono le strutture, ma non ne fanno parte… L’arte del costruire e l’arte dell’immaginare si sono separate, come i due fratelli della mia storia. Quel loro padre dalle idee ristrette sembra che continui a vivere ancora tra noi».
S’interruppe un istante, guardando le due signore negli occhi: «Capisco che possa apparirvi confuso, ma non abbiate fretta. Ci vuole tempo per comprendere come si uniscano i princìpi delle cose. La mente giovane è fatta di cassetti vuoti. Ogni idea nuova, ogni esperienza, deve essere riposta in un cassetto, e lì resterà chissà per quanto, pronta per essere usata quando servirà. Ma ricordate: i cassetti vanno tenuti aperti, soprattutto quando si è giovani. Dopo, le serrature arrugginiscono e nei cassetti si accumula solo polvere o, peggio, cianfrusaglie inutili. Apriteli, dunque, e lasciate che le idee vi si depositino da sole».
Dalla finestra accanto al loro tavolo si vedevano le colline di Pontoise, sagome nel silenzio, e un carro che risaliva lento la strada verso la città. Le giovani donne, stanche ma serene, guardarono fuori, mentre Victorien le osservava con un impercettibile sorriso, quasi paterno. E dire che non era molto più anziano di loro. Quando, dopo il dessert, la cena si concluse, il locandiere in persona – un uomo massiccio, con un grembiule bianco e le mani ancora odorose di vino e spezie – con voce gentile si offrì di accompagnarli fino alla scala di legno che saliva al piano superiore. Victorien, lo ringraziò in tono formale. Poi si alzò e aiutò le signore a indossare i loro scialli.
Le camere li attendevano con le imposte chiuse, il fuoco acceso nel camino e una brocca d’acqua limpida sul tavolo di noce. Dalla finestra filtrava un barlume di luna, e un alito di vento che passava tra le persiane. Di sotto, nella sala ormai spenta, rimaneva solo il crepitio della brace che andava a estinguersi e l’eco lontana delle voci che svanivano con il sonno dei viaggiatori. La notte li avvolse tutti lentamente.
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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