
Le ultime pagine di Émile
Questa sera la casa sembra respirare con noi. Abbiamo deciso di non uscire. Lilli è sul divano, assorta davanti al televisore, le cuffie che la isolano dal resto del mondo. Io, nella poltrona che ho scelto come preferita, con il portatile sulle ginocchia. Rileggo gli appunti di Émile, le sue note che ho digitalizzate: righe che conosco ormai quasi a memoria. Il silenzio della sera restituisce quello strano sollievo che le case sembrano trasmettere quando tutto intorno si quieta… mentre la vita e la sua storia continua.
Il giorno seguente, accompagnate dallo stesso Victorien, Vivienne ed Éléonore incontrarono finalmente il falegname. Gli mostrarono i disegni, spiegarono misure e dettagli, lasciando che l’ingegnere, con la sua calma metodica, supervisionasse le stime dei materiali e dei costi. Ogni cosa fu redatta con cura, come il padre di Émile avrebbe voluto. Quando tornarono al castello, portavano con sé le informazioni utili e i preventivi, accompagnati dalle osservazioni tecniche che Victorien aveva avuto cura di compilare. Il padre di Émile non disse molto. Sfogliò le carte una per una, infine chiuse il fascicolo e annuì. Quel gesto, breve ma convinto, bastò a far capire la sua soddisfazione.
È proprio da questi piccoli gesti che si misura la professionalità di un architetto, di un ingegnere, la capacità delle maestranze – come il nostro falegname – il mestiere di quelli che si apprestano a compiere un lavoro ben condotto. Ogni progetto, prima di essere realizzato, deve essere compreso. La comprensione è il primo materiale da mettere in cantiere.
Seguendo questa lezione di vita, chiudo gli occhi e ascolto: dal giardino arriva un soffio d’aria, un rumore di passi lontani. Sono pagine digitalizzate che fanno da pendant con i volumi della grande libreria, che occupa un’intera parete e domina la stanza. I tomi rilegati, le enciclopedie, i vocabolari, le raccolte letterarie o scientifiche, sono come pietre di un muro costruito nel tempo. A volte, Lilli volge lo sguardo e mi sorride. Mi sorprendo a pensare di essermi immerso nei pensieri di Émile, in una dimensione che non appartiene più soltanto a me. Ogni pagina sembra apparentemente disposta con la stessa cura con cui Émile, nei suoi appunti, ordinava le idee.
Tutti i particolari della falegnameria dovrebbero essere stabiliti prima d’iniziare a costruire una casa, scriveva Émile con quella sua grafia minuta e ferma che non lascia spazio all’improvvisazione. La prima cosa da fare, in lavori di questo tipo, è la scelta dei materiali. Aveva ragione. Nulla nasce dal caso: l’orditura di un solaio di legno e nemmeno una porta o una finestra. Se trascurato, ogni elemento finirà col tradire l’opera intera.
Negli appunti, Émile aggiunge: il legno dev’essere completamente asciutto, segato da diversi anni.
Non vi è arte, in ciò, ma solo prudenza: solo così si può pretendere una solidità che resista alle stagioni e alle deformazioni. Il legno giovane, umido, che non ha avuto tempo di stagionare, si torce, si spacca, si piega. Noi invece – annota Émile con rammarico trattenuto – abbiamo avuto solo un breve preavviso, e non siamo riusciti a dedicarci a questa parte essenziale della nostra impresa.
Ogni riferimento pratico è sempre espresso con tono paziente. Non una parola superflua, nessuna lagnanza, ma la consapevolezza che la fretta – dettata nel suo caso dalla guerra – è la prima nemica della costruzione. Mentre nel nostro lavoro di falegnameria si deve impiegare solo legno sano e asciutto – continua Émile – non è meno necessario combinare le parti in base alla natura dei materiali e non violare le condizioni da essi imposte.
Un’affermazione apparentemente semplice, che tuttavia rivela un pensiero basilare: “la materia detta la forma”. Col Novecento razionalista si proseguirà dicendo che “la forma segue la funzione”. Principi che si contrappongono all’idea che la forma sia puramente estetica, sostenendo –suggerendo, proporrei io meno perentoriamente – che l’estetica dovrebbe essere subordinata alla funzionalità.
Per cui è inutile – o addirittura sacrilego – imporre al legno una condizione che non gli appartiene. Il legno va ascoltato, ribadisce Émile, ambientalista prima dei nostri anni fatui. Le tavole andranno segate secondo dimensioni precise, tramandate dall’usanza e dalla logica dei tronchi. Non si può pretendere da un albero ciò che la sua sezione non concede: una tavola è larga quanto il suo diametro, tolto l’alburno, e non oltre.
Quante volte lo ha ripetuto, indicando con la matita il bordo di un disegno, come a segnarne il confine corretto. Se si vogliono pannelli più ampi, occorre unirne due o più, ma anche in questo caso bisogna permettere al legno di respirare, di ritirarsi, di muoversi come un corpo vivo. Lasciate uno spazio di congiunzione – ammonisce Émile – altrimenti la tavola si fende.
Quando ogni pannello ha la larghezza naturale di una sola tavola, il restringimento avviene nella linguetta d’incastro e non compromette l’unione. Ma l’ignoranza docet. Queste linguette, tuttavia, devono essere robuste, proporzionate, capaci di reggere le tensioni. I falegnami sanno come fare, e non occorre aggiungere altro. Scrive, come chi si affida all’antica sapienza.
Poi, quasi per digressione, si sofferma sulle porte di un tempo. Nel secolo scorso, – annota – molte porte erano costruite con telai larghi, i cui pannelli misuravano quaranta o cinquanta centimetri: era la moda d’allora. Oggi quelle proporzioni sarebbero impensabili. Allora si usava legno stagionato da anni, abbattuto e segato solo dopo lunghe stagioni. Quei pannelli non si restringevano, non si deformavano. Osservate – scrive Émile– le porte del salone del castello: solo un pannello fra tutti è spaccato.
In una nota piena di malinconia aggiunge: Quel legno, quel sapere, quel tempo, oggi non esistono più. Non si può ottenere né per amore né per denaro. C’è un rimedio, è vero: se si desiderano ancora pannelli larghi, occorre ricorrere al sicomoro, che asciuga in fretta, non si spacca né si incurva contro vena. Ma anche questa è una soluzione imperfetta, di ripiego, precisa.
Il sicomoro è tenero, fragile, facile preda dei tarli. Soprattutto in campagna. Come se la campagna fosse il regno dove occorre pazienza. Le porte della nuova casa saranno dunque più sobrie: a soffietto o a battente singolo, alte non più di due metri. È inutile alzarle di più – insiste Émile– Porte troppo alte tendono a torcersi, chiudono male, e d’inverno lasciano passare un fiato gelido che invade le stanze. Ogni volta che si aprono, lasciano entrare tanta aria umida quanta ne basta per raffreddare la stanza, in proporzione con la smania di chi le ha realizzate.
Infine, si sofferma sui telai delle finestre. Seguiremo lo stesso principio – scrive – Eviteremo giunti obliqui e difettosi, avremo solo giunti squadrati. Per questo motivo disegna, accanto alla nota, lo schema di un telaio fisso, solido, con una barra che divide la luce della finestra. È un espediente ingegnoso: riduce la misura della vetratura e fa risparmiare denaro sull’uso di lastre troppo grandi e costose. Ogni anta, – aggiunge – deve avere tre cerniere e due piastre angolari, una in alto e una in basso, per impedire che il legno si deformi e che i giunti cedano al centro.
Il vetro, – osserva – non è un pannello che rinforza, ma un peso che deforma. È una verità semplice, ma reale: il vetro, pur nella sua trasparenza, esercita una forza silenziosa, e se il telaio non è perfettamente squadrato e rigido, lo piega, lo inflette. Il vetro non sostiene niente di come sembra. Solo una struttura solida, fedele alla geometria, può vincere la sua fragilità.
Terminano così gli appunti, con quella sobrietà che non lascia spazio all’enfasi. Chiudo il file, pensando a quanto la sua sapienza del costruire somigli alla sapienza del vivere: ascoltare la materia, rispettarne i limiti, non pretendere ciò che non può dare, ma trarne il meglio con pazienza e misura. È tutto scritto qui, tra una riga e quella successiva. E ora le righe sono finite.
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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