Lilli ed io siamo di nuovo a casa e ci ritroviamo a commentare la strana sensazione che negli ultimi mesi le parti si siano invertite. Lo Stretto di Messina sembra diventato il luogo delle vacanze, mentre Parigi quello del lavoro: un paradosso che esprimo sorridendo. Scherzo, naturalmente, ma neanche troppo. Parigi è diventata per me un’officina permanente: progetti, verifiche, preventivi, idee che nascono su di un foglio e si concretizzano appena il tempo di voltarsi. Perché quest’ultima settimana è stata intensa come poche: con Eulalie e Alizée abbiamo finalmente “quadrato” il progetto della “maison en acier et en verre”, come la chiamiamo fra noi: la casa di acciaio e vetro. Un’architettura che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata un’idea di fantasia, perché a prima vista irrealizzabile.

Ora, abbiamo contattato, visitato e scelto, le aziende che lavoreranno per realizzare il progetto esecutivo. Ognuna di esse è un piccolo universo, con la sua filosofia e la sua estetica. Tecnici solleciti ci hanno fatto toccare con mano lamiere di acciaio che paiono piegate dal vento e pareti di vetro a opacità controllata che sembrano far calare la nebbia all’istante, una nebbia colorata, a volerlo. Abbiamo perlustrato atelier e showroom alla ricerca dei materiali di rivestimento e delle più recenti novità di mercato.

Abbiamo discusso con Marcel i tempi di realizzazione in relazione alle sue esigenze. Marcel ci aiuta a collegare tutto: tempi, fornitori, logistica. Ha quella sua consueta precisione tranquilla, che riesce a trasformare l’imprevedibile in un piano comprensibile. Insieme abbiamo verificato ogni dettaglio come se il cantiere fosse già iniziato. E non ci vorrà molto tempo perché prenda vita davvero.

L’ultimo giorno, prima del nostro rientro, ci ritroviamo tutti insieme, come accade ogni volta. È un saluto, che si trasforma inevitabilmente in una cena, con quella allegra confusione di voci sovrapposte e bicchieri che tintinnano. Ma l’appuntamento è fissato già dal pomeriggio. Marcel inaspettatamente mi porge le chiavi della sua auto: «Guida tu», dice.

Deve avere letto la mia esitazione, perché aggiunge con una leggerezza che non ammette repliche: «Dovrai abituarti al traffico della città, se pensi di trasferirti a Parigi».

Lilli ed io non ne abbiamo mai parlato seriamente. O forse, semplicemente, non abbiamo mai voluto affrontare la questione.  Marcel insiste: «Dove la trovi altrove una mostra come quella su Hockney, se non a Parigi?». Solo allora capiamo tutti dove siamo diretti. Hockney mi infonde forza d’animo da quando ho letto che, vittima di un leggero ictus una decina d’anni fa, ha confessato in un’intervista di aver pensato: «Se riesco ancora a disegnare, ce la farò» e infatti è stato così. Mi piace chi non si abbandona mai alla rassegnazione e continua sempre a farcela, perché non smette mai di ricominciare da capo. Per Hockney dipingere e disegnare sono parte integrante della sua identità.

Lasciamo l’auto in un parcheggio a Neuilly-sur-Seine e a piedi ci incamminiamo verso la Fondation Louis Vuitton. L’edificio emerge tra gli alberi del Bois de Boulogne come una nave incagliata nella luce. Le grandi vele di vetro progettate da Frank Gehry sembrano gonfiarsi di vento, piegarsi, vibrare. È difficile non restare colpiti da questa architettura che sembra muoversi pur restando immobile. Lilli cammina accanto a me, regolando il passo sul mio, mentre la luce filtra tra le fronde degli alberi: ogni tanto mi guarda e sorride. Come faceva da ragazza.

Nei pressi dell’ingresso ci attende Alizée. A cena ci saranno pure Eulalie e Claude. Poco dopo arriva Stéphane, elegante col suo cappotto color tabacco, e due amici che lo accompagnano spesso alle mostre. Stéphane, da gallerista, entra alla Fondation come se attraversasse il corridoio di casa sua. «Vi prometto una visita speciale», dice con un mezzo sorriso. E infatti ha organizzato tutto: un incaricato ci accompagnerà nella visita alle sale.

Entriamo. Una corrente d’aria tiepida e il profumo dei pannelli ci accolgono. Le prime sale sono dedicate agli esordi di Hockney. I colori, più sobri rispetto alle produzioni recenti, mostrano già quella freschezza che sembra spuntare direttamente dalla mano dell’artista. Davanti a Portrait of My Father, un dipinto del 1955, Alizée si avvicina fino quasi a sfiorare la cornice. «C’è un compostezza, direi una moralità, che commuove», sussurra.

Proseguiamo. Una sala curva introduce la California, e con essa le piscine. A Bigger Splash ci colpisce come una folata improvvisa. La superficie blu vibra appena. Il tuffo non si vede, ma si sente. «È come una calma che esplode», esclama Anaïs, inclinando la testa per coglierne una diversa prospettiva. Ma anche altri dipinti riflettono la fascinazione dell’artista per il tema della piscina, un elemento ricorrente nella sua produzione. Un dipinto iconico è Portrait of an Artist (Pool with Two Figures 1972). Non vorrei farvi scorrere le sale come nelle pagine di un catalogo, perché qui se ne contano 400. Ci sono anche i celebri doppi ritratti, tra cui Mr and Mrs Clark and Percy (1970/71) e Christopher Isherwood and Don Bachardy (1968).

Nel grande salone dalle pareti blu intenso, i ritratti sono appesi come le tessere di un mosaico: amici, conoscenti, parenti, in posa ognuno su di una sedia diversa. Alcuni sorridono appena, altri hanno la compostezza di una fotografia ufficiale, altri ancora sembrano colti in un istante di esitazione. Come se Hockney fosse diventato davvero un fotografo.

Un fotografo en plein air, come nella grande sala dedicata ai paesaggi dello Yorkshire e della Normandia. I quadri sono appesi in sequenza ordinata. I pannelli si susseguono, sotto la luce degli spot dosata con una precisione assoluta: campi gialli, strade che serpeggiano nella campagna, alberi dai rami intrecciati come dei pensieri aggrovigliati. Un ragazzo sta immobile, rapito, davanti a una serie di dodici tele. Marcel gli passa accanto e ammirato gli dice sottovoce: «È come vedere l’aria, non è vero?».

Più avanti, nella sala immersiva, ci sdraiammo sui grandi cuscini scuri. Intorno a noi le proiezioni scorrono sulle pareti e sul pavimento, trasformando il nostro campo visivo in un paesaggio mentale. Alberi rosso corallo, colonne blu notte, strade che si dilatavano come sogni, un’eco visiva che ricorda le riflessioni di Hockney sulla percezione: noi vediamo con la memoria.

Lilli mi prende la mano. «Ecco perché ti piace Parigi», sussurra. «Perché qui puoi ancora sorprenderti».

Come accade spesso alle mostre, si finisce per incontrare qualcuno che conosce qualcuno. Questa volta è un amico di Stéphane, vestito con una ricercatezza quasi teatrale. Gestisce un ristorante più che chic. «Dovete assolutamente venire questa sera», ci dice con un tono che non ammette rifiuti. Come se non bastasse aggiunge: «La prossima settimana siete miei ospiti per un evento privato. Una serata irripetibile». Lilli ed io ci guardiamo: non potremo esserci, ovviamente. Ma questo invito è l’ennesima conferma di ciò che Marcel sostiene: «Dove la trovi un’altra città come Parigi che vive giorno e notte senza interruzione?».

Quando usciamo, la luce del tardo pomeriggio attraversa le vele trasparenti della Fondation, spargendo riflessi dorati sul selciato. Ripenso alle parole che Hockney usa spesso nelle sue lettere per accomiatarsi: «Amate la vita».

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
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