
Il petit salon: intimità e musica
Émile immaginava che anche la sala da biliardo sarebbe stata circondata da una boiserie in rovere grezzo. Il fatto è che la sala da biliardo non fu mai realizzata. Vivienne ed Éléonore, donne colte, borghesi, autonome nel gusto e nelle letture, avrebbero potuto tranquillamente avere un biliardo in casa o giocare come facevano quando erano ospiti in qualche salotto borghese di Parigi o di Creil. Ma non erano affatto interessate. Ecco, dunque, che al posto della sala da biliardo preferirono un luogo dove intimità e musica potessero allietare pomeriggi e serate. Realizzarono un petit salon, affacciato sul fronte in cui, ogni tanto, potevano osservare il vecchio castagno sotto il quale discorrevano da ragazze. Presto il petit salon divenne il luogo preferito delle due donne. Qui la luce entrava dolce, si diffondeva ovunque e rendeva la stanza un rifugio perfetto per la lettura pomeridiana o per le conversazioni serali. Qui, più che altrove, la loro inclinazione verso il gusto inglese prese forma con naturalezza.
Nei primi anni, quando il denaro era poco e la prudenza molta, il petit salon fu arredato con un’essenzialità quasi monastica. Le pareti vennero coperte da un tessuto in cotone grezzo, color avena, tirato su telai sottili che correvano lungo tutto il perimetro della stanza. La scelta aveva più ragioni: migliorava l’acustica, tratteneva il calore e – forse soprattutto per Éléonore – introduceva un elemento di tattilità che la pittura murale non avrebbe mai potuto offrire.
Il pavimento era lo stesso rovere trattato a olio del salon, ma qui appariva più chiaro, quasi dorato. Vivienne sosteneva che ogni stanza doveva avere un proprio tono di “voce”: il salon parlava con gravità, la sala da pranzo con ordine; il petit salon, invece, doveva suggerire intimità.
Il mobilio iniziale era ridotto al minimo. Tre gli elementi base. Un piccolo scrittoio che si rifaceva alle incisioni inglesi e per questo lo chiamavano writing desk. Per la verità l’avevano acquistato da un rigattiere di Parigi, con struttura semplice e ferramenta in ferro battuto, realizzato secondo i modelli che circolavano negli atelier meno allineati al gusto del Secondo Impero. Due poltroncine imbottite in lana scozzese, dai braccioli arrotondati e dalle gambe quasi tozze, ricordavano alle due donne qualche interno londinese fotografato su una vecchia Illustrated London News. Uno scaffale a giorno, in rovere, con bordi appena smussati, fatto fare da un falegname di Chantilly che aveva una predilezione per le linee rette e per le finiture poco invadenti.
Accanto a questo ambiente, la piccola stanza con finestroni verso il giardino venne adattata, sin dai primi mesi, a serra così com’era destinata nei disegni di Émile: vasi di felci, piante d’acqua, piccoli agrumi, qualche iris che Éléonore tentava di coltivare con una cura quasi scientifica. Ma la stanza vetrata era troppo piccola, per rispondere alle fantasie botaniche delle due giovani donne. Quindi si ripromisero di costruire nel giardino sul retro, che cominciava prendere forma, una serra più grande, che da subito denominarono Orangerie.
Fu proprio in questa stanza, nel petit salon, che trovò posto l’oggetto più caro a Éléonore: il pianoforte verticale, acquistato con sacrificio ma senza rimpianti. Lo strumento – legno scuro, linee pulite, ferramenta essenziale – evocava una dignità semplice, lontana dai pianoforti decorati alla moda imperiale. Le sue note, nelle sere più tranquille, diventavano un elemento vivo dell’arredo.
Dal petit salon si accedeva allo studio di Émile, che da subito fu destinato a biblioteca. Era una stanza più raccolta, con il suo carattere misurato ma autorevole. Una grande libreria a tutta parete, in rovere scuro, ospitava i vecchi volumi di storia, di architettura, di scienze naturali, ma anche qualche edizione preziosa che Vivienne aveva recuperato da rigattieri parigini.
La stanza era il contrappunto necessario agli ambienti più socializzanti della casa: ordine, quiete, odore di carta, nessuna concessione al decorativo. Tuttavia, nel decennio successivo, anche qui entrarono due piccoli segni della nascente Arte Nuova: un portalettere in ferro battuto dalle curve leggere e un paralume in vetro acidato che restituiva ombre più dinamiche sulle pagine dei libri.
Nel 1874, dunque, l’arredo era quanto mai essenziale, ma il suo ordine sembrava già promettere un indirizzo preciso, un futuro diverso dal resto delle case parigine dell’epoca ovattate e straboccanti di mobili e imbottiti.
Col passare degli anni, furono i libri e le riviste a trasformare il petit salon prima ancora dell’arredo. Vivienne tornava spesso da Parigi con riviste arrotolate sotto il braccio: L’Artiste, la Gazette des Beaux-Arts, talvolta qualche numero di L’Illustration. Le due donne le sfogliavano la sera, sedute vicine, commentando gli interni dei collezionisti che cominciavano a reinterpretare l’ambiente domestico con un gusto meno sovraccarico.
Erano affascinate da quelle fotografie o incisioni che mostravano tavoli in rovere non lucidato, scaffali a giorno, pareti trattate con tinte naturali. Vivienne, con un sorriso, osservava che Londra sembrava sempre un passo avanti nella ricerca della sobrietà; Éléonore, più incline all’analisi, citava i saggi di Ruskin sulla sincerità del lavoro manuale.
Queste letture influenzarono direttamente la stanza: il cotone grezzo delle pareti venne sostituito da una carta color sabbia, con un motivo leggerissimo di foglie e tralci, stampato da un piccolo produttore dei dintorni di Beauvais.
La writing desk venne affiancata da una sedia in rovere chiaro, dal sedile impagliato, che richiamava modelli inglesi degli anni Sessanta dell’Ottocento. Su di uno scaffale comparvero ceramiche smaltate in verde e blu, ispirate ai nuovi orientamenti delle manifatture britanniche, ma realizzate da giovani ceramisti francesi influenzati dalle stesse idee.
Nella stanza si aggiunse anche un tappeto tessuto a mano: non era costoso, ma aveva colori naturali e un motivo geometrico semplice, quasi un eco delle produzioni inglesi che anticipavano i manufatti di Morris. In qualche senso era il primo respiro del movimento che prese il nome di Arts and Crafts.
All’alba degli anni Ottanta, infatti, alcuni manufatti inglesi iniziarono ad arrivare anche a Parigi. Certo, non erano accessibili a tutti, ma nelle botteghe più colte si trovavano carte da parati importate, piccoli pezzi di legno tornito, libri illustrati della Kelmscott Press, e perfino piccoli oggetti in metallo lavorato a mano.
Fu Éléonore, più impulsiva e più sensibile alla novità, a introdurre i primi due veri simboli della nuova estetica. Uno era un paralume in seta naturale color crema, dalla forma semplice, appoggiato su una lampada con base in ottone brunito che una piccola bottega parigina dichiarava “in stile nouveau anglais”. Non era un oggetto inglese autentico, ma ne emanava lo spirito.
Il secondo era un piccolo mobiletto verticale, acquistato dopo molta esitazione: cassetti stretti, ferramenta in ferro battuto, pannelli laterali decorati da un motivo minimo di foglie d’acqua. Il disegno era chiaramente ispirato alle prime opere di Édouard Lièvre, riprodotte e commentate nelle riviste d’arte. Eppure, in quella semplicità organica si poteva già intuire qualcosa che, un decennio dopo, avrebbe preso forma nelle officine di Nancy.
Fu allora che la stanza cambiò definitivamente. Non nella sua composizione, ma nel suo respiro. Le due donne notarono che la luce assumeva un carattere diverso, più morbido, più caldo. Il cotto delle ceramiche, il rovere chiaro, il ferro battuto appena brunito, il tessuto naturale delle sedute: tutto concorreva a un’armonia mai cercata eppure raggiunta.
Vivienne, un pomeriggio d’inizio settembre, disse che quel piccolo salotto sembrava “una stanza inglese visitata da una sensibilità francese”, e che questo le sembrava il punto più interessante della loro ricerca. Éléonore rise soddisfatta, aggiungendo che forse Creil non era poi così lontana da Chelsea, se si sapeva guardare con gli occhi giusti.
La stanza, così com’era nel 1889, non apparteneva più al mondo del 1874. Era diventata un piccolo laboratorio di gusto, un crocevia tra tradizione e desiderio. Un preludio, ancora inconsapevole, alle forme più libere e vegetali che, di lì a poco, avrebbero rivoluzionato gli interni francesi.
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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