La cucina pensata per Creil era grande abbastanza per soddisfare una casa come la loro, dove non si facevano feste e ricevimenti smodati, ma semplici incontri familiari. Una cucina che possedeva un carattere che, fin dall’inizio aveva affascinato Vivienne ed Éléonore.

Il pavimento era in piastrelle di terracotta, così robuste da sopportare il transito continuo del personale domestico. Le pareti, invece, erano rivestite fino a mezza altezza da mattonelle bianche smaltate – un lusso moderato, scelto non per estetica ma per igiene – e terminate sopra da un intonaco color crema che conservava la luce con discrezione.

Al centro della stanza troneggiava un grande tavolo da lavoro in quercia, dalle gambe quadrate e dal ripiano liscio, che negli anni si farà sempre più levigato per impasti, tagli e passate di strofinacci umidi. Era l’unico mobile che Vivienne e la loro cuoca, Madame Rouvière, si contendevano spesso: la prima per impastare dolci, la seconda per preparare i pasti quotidiani con la precisione e la fierezza di chi cucina da una vita.

Il vero fulcro della cucina era però la stufa a carbone, una robusta e ingombrante cuisinière nera con cerchi mobili e un forno basso dai bordi in ghisa. Arrivava da Parigi, prodotta da una delle fabbriche specializzate della capitale – quasi certamente Godin o De Dietrich (ma in verità dovrei verificarlo) – e rappresentava la modernità più avanzata che una casa come quella potesse permettersi.

Sulla superficie della stufa si allineavano: una caffettiera in rame con manico in legno; casseruole di ferro smaltato blu; pentole alte con il fondo consumato dal peso dei piatti quotidiani; una teiera di alluminio, materiale allora considerato moderno, quasi futuristico di cui le due donne andavano orgogliose.

La stufa era alimentata ogni mattina da Jeanne, la giovane domestica venuta da una fattoria vicino Clermont. Jeanne si svegliava prima dell’alba, ravvivava le braci e apriva leggermente la serranda dell’aria per ottenere una fiamma più viva. Quel rumore – il crepitare del carbone sfiorato dal metallo – era il suono della casa che apriva la giornata, prima ancora dei passi o del tintinnio delle stoviglie.

Una cucina piena di utensili manuali: perché di macchine a quel tempo manco a parlarne. La cucina conservava, infatti, tutti gli strumenti tradizionali che anticipavano la nascita dei nostri elettrodomestici moderni: fruste manuali in filo metallico intrecciato; grandi mestoli di legno di faggio; taglieri robusti con tracce di anni di lavoro; un tritacarne a manovella, che Jeanne usava con forza sorprendente; una ghigliottina per le verdure, dispositivo semplice ma efficiente; piccoli stampi in rame per i dolci, lucidi grazie alla pazienza di Madame Rouvière.

Su di una mensola c’era anche il macinacaffè in legno, con il cassetto via via consumato agli angoli. Éléonore diceva spesso che quel macinacaffè aveva un’anima: infatti, il profumo del caffè appena macinato tornava a impregnare la stanza ogni mattina, definendo una sorta di rituale domestico.

Tra gli anni Ottanta e Novanta, fecero timida comparsa due oggetti inconsueti. La “machine à battre”, in altre parole, una frusta a rotella azionata a manovella, invenzione d’importazione americana che un negozio di Parigi presentava come un prodigio. Vivienne l’acquistò per pura curiosità. Madame Rouvière ne diffidava: “Le meringhe si fanno con il polso, non con le macchine”, ripeteva, ma alla fine imparò a usarla quando c’erano molti ospiti o quando Gaspard voleva per merenda i suoi blancs battus spumosi, la préparation du gâteau roulé, la sua torta di formaggio cremoso, arrotolata e tagliata a fettine.

Per non ingenerare confusione c’è subito da chiarire che il Gaspard di cui racconto non è il Gaspard che ho conosciuto io in Place des Vosges, bensì suo padre. Ecco perché in casa quando Anaïs e Marcel ne parlano oggi distinguono fra Gaspard l’aînée (il maggiore) e Gaspard le cadet (il minore), ma alla fine tutti dicono più semplicemente Gaspard père e Gaspard fils.

Il secondo marchingegno, dopo la machine à battre era il piccolo réchauffeur a spirito, una sorta di primitivo scaldavivande portatile, utile per mantenere calde salse e tisane. Era un aggeggio semplice, quasi rudimentale, ma apriva alla casa un nuovo modo di servire il cibo con una certa eleganza. Non c’erano, dunque, altri meccanismi che noi chiamiamo elettrodomestici: l’elettricità in casa sarebbe arrivata solo anni dopo, e comunque l’idea stessa di un apparecchio motorizzato sembrava ancora fantascienza.

Una particolarità distingueva questa cucina appartenente a due persone colte come Vivienne ed Éléonore: i libri di ricette quali compagni fedeli. In un angolo protetto da una piccola mensola, erano conservati tre libri fondamentali. Le Livre de Cuisine de Madame de Saint-Ange, pubblicato qualche anno più tardi nella sua forma definitiva, ma disponibile già in fascicoli e versioni più elementari: un riferimento imprescindibile. La Cuisinière Bourgeoise, un classico, molto amato da Madame Rouvière: raccoglieva piatti francesi solidi, familiari, perfetti per i pranzi della domenica. Le Trésor des Gourmands, un libro meno diffuso, pieno di dolci, creme, confetture e pasticcini. Era la lettura preferita di Éléonore, che amava preparare dessert per suo nipotino Gaspard: soprattutto madeleines, financiers e piccole tartelettes au citron.

Gaspard, da bambino, si arrampicava su una sedia per osservare la zia mescolare l’impasto. Burro e scorza di limone era la sua infanzia condensata nei profumi. Dobbiamo dire, per la verità, che Vivienne ed Éléonore non erano padrone di casa distanti. Vivevano la cucina insieme al personale, trasformando quella stanza in un luogo di conversazione e risate. Madame Rouvière, la cuoca – di poche parole, severissima sulla pulizia delle stoviglie, ma affettuosa con Gaspard – diceva che un bambino che cresce tra gli odori buoni sarebbe diventato un adulto sereno. Jeanne, la domestica giovane, era la prima ad alzarsi e l’ultima a coricarsi. Aveva mani energiche e una memoria sorprendente per le ricette. Sapeva fare un brodo perfetto à la paysanne e un gratin di patate che Gaspard giudicava migliore, addirittura, di qualunque dolce. Cosa che metteva allegria a Éléonore.

La cucina era il regno di queste donne: conversavano mentre lavoravano, scambiandosi opinioni sulle novità che Vivienne portava da Parigi, o ridendo delle influenze inglesi che filtravano perfino nelle strisce copritavolo o nelle pannocchie di legno da fare rosicchiare al gatto per giocare.

Ogni giorno, la cucina si svegliava con una liturgia precisa: il rumore del carbone; la lama del coltello sul tagliere; il bubbolio del caffè; il pane caldo avvolto nel telo; Gaspard che s’intrufolava con la scusa di assaggiare una madeleine calda; le due “zie” che conversavano su qualche articolo letto la sera prima. Era una stanza viva, organizzata, piena della concretezza delle mani femminili che la abitavano.

E mentre il resto della casa, piano piano, assorbiva le influenze dell’Arts and Crafts e poi dell’Art Nouveau, la cucina rimaneva un mondo a sé: più antico, ma anche più vero. Uno spazio dove modernità e tradizione s’intrecciavano senza sforzo, perché la vita – quella quotidiana, fatta di cibo, gesti, utensili – sapeva sempre trovare il suo equilibrio.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
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