Quando la casa di Creil fu completata, almeno nella sua struttura principale, le camere da letto rappresentarono per Vivienne ed Éléonore non solo un luogo di riposo, ma uno spazio intimo dove raccogliere la parte più fragile e preziosa della loro quotidianità. Erano due suite vere e proprie, concepite con la stessa cura che avevano riservato al salon e al petit salon. Se il resto della casa parlava di idee, quelle stanze parlavano di persone.

Nella sua stanza, Vivienne si svegliava prima di tutti gli altri, ma rimaneva a letto a pensare. A chi, se non a Émile? Era una suite silenziosa, in cui la luce dettava il tono del giorno. Il sole del mattino entrava dalle due grandi finestre rendendo d’oro il parquet di rovere biondo. Le pareti erano rivestite da una tinta chiara, un avorio appena velato, scelta per amplificare la luce, ma senza eccessi.

Al centro della grande stanza, un tappeto tessuto a mano, dai toni freddi, ricordava in parte i modelli scozzesi che Vivienne aveva ammirato nelle illustrazioni britanniche. Sopra il letto in legno di quercia, dalle linee semplici, pendeva una tela di paesaggio acquistata anni prima a Montmartre: un campo d’erba alta e sullo sfondo l’inizio della boscaglia.

Il letto aveva una testiera alta, moderatamente curvata, priva di orpelli. Ai lati, due piccoli tavolini – non comodini nel senso moderno del termine – con piani in marmo chiaro e gambe dritte, lasciavano posto solo ai libri di cui Vivienne leggeva qualche pagina prima di prendere sonno. Niente più: una brocca d’acqua, una candela e un piccolo vassoio in latta smaltata.

A piedi del letto vi era una panchetta imbottita in panno grigio, dalla struttura robusta.
Dietro la porta a battente in legno, c’era il corridoio privato, dal quale accedeva da un lato alla stanza guardaroba, dove erano custoditi gli abiti, i bauli e i cappelli. La stanza guardaroba di Vivienne era più ampia di quella di Éléonore, divisa solo da un separé, perché era là che custodiva anche i tessuti da usare come modelli per gli arredi della casa: campioni di lana, lino, cotone a righe sottili, tessuti inglesi e francesi acquistati nelle mercerie parigine.

La casa non prevedeva armadi nelle camere che, come anticipato già nel progetto erano allocati nel corridoio da cui entrare anche nella suite di Émile, sul lato opposto al guardaroba. Ovviamente, non era più di Émile, quella suite, ma di Éléonore.

La stanza di Éléonore era diversa, nonostante il rigore condiviso. Potremmo definirla la stanza delle ore tarde. L’atmosfera che si respirava era adatta alle sue abitudini: leggere fino a notte inoltrata, scrivere lettere interminabili ai parenti lontani, comporre sulla piccola scrivania gli appunti che poi sarebbero stati discussi con Vivienne e che ora servono a me per ricostruire la storia intima di questa casa.

Il letto di Éléonore era leggermente più elaborato: una testiera con pannelli di legno modulati, influenzati da alcuni modelli francesi che già lasciavano intravedere la stilizzazione vegetale che sarebbe venuta. Non c’erano motivi floreali scolpiti, ma un andamento delicatamente curvo lungo il bordo superiore.

Sul comò in rovere chiaro campeggiava una lampada da lettura con paralume in tessuto naturale, regalo di Vivienne dopo una visita a un atelier di Clermont. La luce, soffusa e quasi rosata, dava alla stanza un tono intimo, quasi affettuoso.

Accanto alla finestra del bovindo, una piccola poltrona imbottita, dal profilo vagamente britannico, era il posto in cui leggeva prima di dormire. Era una stanza che viveva con Éléonore, riflettendo il suo ritmo lento, la sua sensibilità più calda, la sua inclinazione alla contemplazione.

La terza stanza del piano nobile era stata progettata, sin dall’inizio, come camera per un figlio che, sappiamo bene, non sarebbe mai nato. Émile, prima di morire, aveva vivamente desiderato vedere completata la casa, e in particolare questa stanza lo avrebbe commosso. Ma il destino aveva scelto altrimenti.

Per molti anni la stanza rimase chiusa, silenziosa, quasi a sé stante. Vivienne ed Éléonore vi entravano solo per fare spolverare o per controllare loro stesse che il legno non assorbisse troppa umidità. La stanza era semplice: pareti color crema; un piccolo letto in legno chiaro; due finestre affacciate sul giardino del retro; un tappeto sobrio, intrecciato a mano. Fu quando Gaspard, il nipotino di Éléonore, cominciò a soggiornare per lunghi periodi a Creil che la stanza prese a vivere.

Senza neppure rendersene conto, il piccolo la trasformò nel modo più naturale possibile. Libri illustrati sparsi sui tavolini, una scatola di latta piena di soldatini di piombo, un mappamondo acquistato da Vivienne a Parigi, un cavallino di legno che Éléonore gli aveva regalato per un compleanno.

Il letto fu sostituito con uno più adatto alla sua età; le tende, un tempo troppo sobrie, vennero cambiate con tessuto rigato blu e crema, scelto da Éléonore con la complicità di Monsieur Rouvière, il marito della cuoca, che fungeva un po’ da maggiordomo e durante i ricevimenti da maître d’hotel. Avevano cinque figli e di bambini, dunque, se ne intendevano.

Per Gaspard, quella stanza era il simbolo della libertà. Una libertà di cui non godeva a casa sua.
Per Vivienne ed Éléonore, era la conferma che la casa aveva finalmente un bambino da crescere, anche se non quello che avevano immaginato in origine.

La stanza della biancheria concludeva il corridoio di servizio. Era una stanza autonoma, con scaffalature alte e bauli robusti, quasi tutti provenienti da fabbricanti parigini. Qui venivano riposti: gli abiti di stagione, i mantelli, i cappelli, le stoffe da lavoro, la biancheria preziosa avvolta in carta velina.

L’ultimo livello della casa era il piano mansardato, con travi a vista e finestre ad abbaino affacciate secondo la posizione sui due giardini, l’uno d’ingresso e l’altro sul retro. Il piano era interamente dedicato al personale. Questo perché le stanze degli ospiti per un lunghissimo tempo furono chiuse del tutto, per essere adoperate solo con l’inizio del Novecento da Gaspard padre e da Gaspard figlio.

Le stanze di servizio erano piccole, ma ordinate: letti in ferro dipinto di nero; bauli di legno grezzo; brocche e catini in ceramica; appendiabiti semplici; tende di cotone a righe blu. Madame Rouvière usava la sua stanza talvolta per il riposo pomeridiano e ci rimaneva a dormire con suo marito in genere per le feste, quando si cucinava per un gran numero di ospiti e si tirava fino a tardi. Ma quasi ogni sera la coppia tornava a casa propria, a Creil.

Jeanne, invece, dormiva stabilmente qui. Divideva il piano con le alte due cameriere addette alle faccende di casa, quando non si occupavano l’una di Vivienne e l’altra di Éléonore. Di tanto in tanto, Jeanne ospitava nella sua stanzetta un’altra giovane domestica che veniva saltuariamente nei periodi di maggiore impegno. Qui si scambiavano confidenze, si raccontavano storie di famiglia, commentavano i giorni trascorsi nella grande casa al piano inferiore.

Malgrado la semplicità degli spazi, questo piano viveva di una quotidianità schietta e operosa, che completava l’armonia complessiva della casa. Le camere da letto – le due suite, e la stanza del bambino mai nato poi diventata rifugio di Gaspard, le stanze guardaroba e quelle del personale – raccontavano una storia diversa da quella del salon e del petit salon. Qui non c’erano manifesti di gusto, né trasformazioni stilistiche eclatanti. C’era, invece, la vita quotidiana: la quiete del mattino, il riposo del sonno, la presenza discreta di chi lavora, la gioia del bambino che correva nel corridoio.

Erano stanze che custodivano un tempo lento e intimo. Stanze che raccontavano chi erano davvero Vivienne ed Éléonore, oltre ogni stile, oltre ogni moda.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri