Guardo dal finestrino mentre l’aereo comincia a scendere di quota e Parigi inizia lentamente ad apparire. Prima le campagne pallide, poi i margini irregolari dell’abitato. Scorrono sotto di me quartieri che non riconosco e che pure sembrano familiari: la banlieue nord, Saint-Denis, Aubervilliers. Una Parigi non da cartolina, fatta di tetti bassi, capannoni e strade che si inseguono come righe tracciate nel corso del tempo.

L’aereo inclina appena l’ala e, per un istante, intravedo una grande ellisse chiara, isolata nel tessuto compatto della periferia: è lo stadio. Subito dopo, il fiume compare e scompare, una curva d’acqua che taglia la città. Non c’è monumento che s’imponga allo sguardo. So che la torre non si mostrerà e che l’arco di trionfo resterà un’idea. Il centro è altrove, più distante, e non si concede a chi arriva dall’alto.

Quando le ruote sussultando toccano terra e la pista corre veloce accanto al finestrino, penso alla casa di Creil, lontana da tutto questo. Ho già la percezione di aver varcato una situazione inconsueta, perché questa volta Lilli non è con me. L’ho lasciata a Roma, da sua zia a Monteverde che mi ricorda l’ambiente riservato di Petit Montrouge. Che strana impressione entrare senza Lilli nell’appartamento che mi accoglie silenzioso. Lei è sempre scoppiettante e avrebbe notato particolari che a me a prima vista fin da adesso sfuggono.

Avremmo dovuto fermarci a Roma solo al rientro da Parigi. Alla fine di luglio. Ma Eulalie e Alizée mi hanno avvertito che la struttura in acciaio della nuova costruzione sarebbe stata pronta solo a fine agosto. Così abbiamo sovvertito i programmi, rinviando il viaggio con la ripresa autunnale, mandando a monte tutti gli impegni presi in precedenza.

Primo fra tutti il mio annuale intervento alla tre giorni di Roccalumera. Dopo che per tanti anni ho parlato dei maestri dell’architettura, pensavo che fosse giunto il momento di manifestare espressamente la mia continua ricerca di un equilibrio tra identità personale e contesto sociale. Sono affezionato a questo ciclo di incontri nell’Antica Filanda lungo Corso Umberto. Un tempo, qui a Roccalumera, la seta era il respiro stesso della comunità. Due edifici a vapore scandivano le giornate: una filanda a monte, oggi demolita, si ergeva di fronte all’attuale ufficio postale; l’altra sul lungomare, ancora in piedi, riconoscibile da quella ciminiera in mattoni che si alza dietro la costruzione come un cimelio rimasto in sospeso. Entrambe nate all’inizio del Novecento, avevano resistito fino agli anni immediatamente successivi alla guerra, quando il lavoro si era spento insieme al vapore delle macchine.

La filanda che resta è un corpo semplice e severo: due piani, una pianta rettangolare, e una sequenza regolare di finestre ad arco che si affacciano su di un ballatoio in ferro, correndo lungo tutta la facciata. Sul retro, la ciminiera custodisce ancora l’eco di un’industria che ha dato forma non solo all’economia del luogo, ma anche alla sua memoria collettiva. Non mi sorprende che proprio qui abbia trovato spazio una parte dell’archivio di Salvatore Quasimodo. Le carte, i libri, i cimeli del poeta sembrano aver riconosciuto questo luogo come un rifugio naturale, forse perché anche lui, nato a Modica, ha mosso i suoi primi passi proprio a Roccalumera, dove pochi giorni dopo la sua nascita il padre era stato nominato capostazione.

Il Comune si è oggi assunto la responsabilità di custodire e valorizzare gli scritti del grande poeta, garantendo sicurezza e continuità dei documenti letterari. Ma ciò che conta davvero è l’idea che guida questa scelta: non un archivio immobile, bensì un luogo vivo espositivo, attraversato da mostre a rotazione, narrazioni tematiche, eventi capaci di rinsaldare il legame fra il territorio e la sua figura di letterato. In questa filanda riconvertita, Messina e Roccalumera sembrano avanzare una proposta ambiziosa: diventare un punto di riferimento per la memoria e la diffusione dell’opera di uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, tenendo insieme tutela e progetto, conservazione e futuro.

Ogni anno, per tre giorni, l’edificio dell’Antica Filanda sembra cambiare ancora pelle. Accoglie una iniziativa che riunisce decine di studiosi intorno a un Osservatorio di antropologia evoluzionistica e cognitiva. Qui si tenta una rilettura critica di parole che usiamo spesso senza rifletterci abbastanza: spazio, luogo, ambiente, territorio, paesaggio. Le si osserva attraverso una lente antropologica e storica, interrogando i comportamenti umani e i fenomeni che li attraversano. È un confronto che mette allo stesso tavolo discipline lontane solo in apparenza: neuroscienze e psicoanalisi, architettura e design, scienze musicali e archeologia, economia e diritto, filosofia e geografia, antropologia e storia. La Filanda, che un tempo ordinava gesti ripetitivi e materiali concreti, diventa così un laboratorio attivo del pensiero.

Gli organizzatori insistono su di un punto che mi è sempre sembrato decisivo: la conoscenza di un territorio non può ridursi a un’esperienza individuale o consumistica. Abitare o visitare un luogo dovrebbe implicare un’esplorazione cognitiva delle sue memorie, capace di generare una nuova coscienza collettiva. Attraversare i luoghi non solo fisicamente, ma anche sul piano spirituale, immaginario, simbolico. Alla globalizzazione che tende a cancellare le piccole differenze, le culture minute, i gesti arcaici, oppongono un modello alternativo: una connettività micro-dimensionale dei saperi e delle culture, capace di accompagnare l’umanità oltre la postmodernità, senza smarrire ciò che la rende plurale.

Per quasi dieci anni ho preso parte a questo appuntamento con una relazione legata al tema proposto. Quest’anno, però, non ci sarò. Ho avvertito per tempo gli organizzatori di non inserirmi in programma. Eppure, il titolo era già deciso, in sintonia con il tema scelto: Il teatro dell’esistenza. Avrei parlato del mio dialogo con le pietre mute. Avevo già inviato le linee essenziali: un racconto che avrebbe toccato soprattutto la vicenda della casa di Creil, la sua costruzione durante la guerra franco-prussiana del 1870-71 e l’evoluzione di un progetto capace di riflettere i passaggi cruciali della storia dell’architettura fra Otto e Novecento.

Rileggendo l’abstract che avevo preparato, mi accorgo che forse la mia assenza è una forma di coerenza. In architettura, il teatro dell’esistenza mi sorprende talvolta impreparato, costringendomi a rendere possibile l’impossibile. Per me, l’impossibile era tornare a intervenire su una casa dell’hinterland parigino dopo più di vent’anni. Eppure, proprio quel dialogo con pietre solo apparentemente mute mi ha chiarito il legame indissolubile tra vita e architettura, tra passato e presente, fra intangibile e tangibile. Mi sono tornate alla mente le parole di un giovane architetto, di Le Corbusier nel corso del suo Voyage d’Orient, davanti al Partenone: «Chi fa dell’architettura e si trova – il cervello vuoto, il cuore spezzato dal dubbio – davanti a questo compito di dovere dare forma vitale ad una materia morta, capirà la tristezza malinconica dei soliloqui tra questi resti, del mio freddo intrattenermi con le mute pietre».

Sono un realista. E so bene che il realismo, come qualcuno ha scritto, coincide con l’impossibile. Forse, allora, l’impegno sopraggiunto di tornare a Parigi ha risparmiato ai convegnisti di Roccalumera e a me stesso un errore annunciato. Come avrei potuto condensare davanti a un pubblico eterogeneo una materia già ardua per i miei colleghi? Come spiegare la mia ricerca di equilibrio tra identità personale e contesto storico, politico, culturale, riferita a un’epoca affascinata dai revival? Come parlare di neogotico nella Francia dei primi anni Settanta dell’Ottocento, sullo sfondo di una guerra disastrosa? Accetto che il realismo sia l’impossibile. Ma insistere nel volerlo raddoppiare, questa volta, mi è sembrato troppo.

>>> Segue >>>


Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri