Questo pomeriggio Marcel mi attende sotto casa, appoggiato all’auto, con quell’aria di chi ha già deciso. «Dove andiamo?», gli chiedo salendo. «Accompagnami alla Librairie Jousseaume».
Il nome non mi è nuovo, ma non focalizzo, mi attraversa senza fermarsi in mente. Marcel sorride, per la mia distrazione imperdonabile. «AllaGalerie Vivienne, naturalmente. Un posto che conosci bene».

All’interno della Galerie la luce cade dall’alto, regolata dal grande tetto vetrato che corre per tutta la sua lunghezza. Il pavimento a mosaico di marmo – disegnato nel 1880 da un italiano – sembra un tappeto antico: motivi geometrici, stelle, curve che guidano il passo. Marcel mi racconta, mentre procediamo pian piano discorrendo, di Maître Marchoux dal 1823 presidente della Camera dei Notai e della sua ambizione di costruire la galleria più elegante di Parigi, uno spazio commerciale degno dell’élite cittadina.

Delannoy e Deschamps le diedero forma, prima come Galerie Marchoux, poi – dal 1826 – come Galerie Vivienne, cerniera raffinata tra rue des Petits-Champs e rue Vivienne. Conobbe un successo brillante, attirò passeggiatori, botteghe di tutto rispetto, conversazioni. Poi l’oblio alla fine del Secondo Impero: il lento svuotarsi, la scomparsa dalle pagine turistiche di Parigi, persino il crollo della cupola nel 1961 avvenuto nell’indifferenza generale.

Con i restauri, dagli anni Sessanta è tornata a nuova vita, tra boutique di moda, negozi di lusso e di antiquariato. Nel 1974 il riconoscimento come Monumento storico ne ha suggellato il ritorno nella vita di Parigi. È in questo contesto che appare la Librairie Jousseaume, una delle prime presenze commerciali del 1826, e questa priorità si avverte ancora oggi come una forma di precedenza storica sugli altri negozi.

Le vetrine, che recano ancora il nome originario di Librairie Petit-Siroux, mostrano la vasta scelta, la qualità dei titoli dove dietro ognuno si può trovare un tesoro letterario da scoprire, una miniera di storie da raccontare e antiche voci di nuovo da ascoltare. Fu François Jousseaume, collezionista appassionato, a darle il nome che porta dalla fine del XIX secolo, trasformandola in un punto di riferimento per bibliofili e cercatori pazienti.

È suddivisa in due locali che si fronteggiano come stanze di una stessa casa divisa dal corridoio di luce che piove dall’alto. Chi non desidera soffermarsi a sfogliare i libri esposti all’esterno trova nella libreria tavoli colmi di volumi: libri antichi e recenti, saggi di storia naturale accanto a sociologia, narrativa, poesia. Non c’è gerarchia apparente, ma un ordine più profondo, fatto di affinità silenziose. In un angolo, cartoline e stampe; in un altro, copertine che hanno attraversato decenni.

Nello spazio più raccolto, l’impressione è quella di uno studio ottocentesco rimasto funzionante, miracolosamente. Il legno scurito dal tempo, il lampadario che diffonde una luce calda e concentrata, l’odore inconfondibile della carta vissuta. Qui il tempo di ieri e di oggi sembra un unico impasto. Una scala a chiocciola conduce al mezzanino, dove si allineano tascabili di oltre mezzo secolo fa, edizioni nate per essere – appunto – portate in tasca e da cui sembra impossibile separarsi.

Le immagini che mi circondano fissano questa sensazione con precisione: l’esterno della libreria, incastonato sotto le arcate della Galerie, sembra una quinta teatrale; all’interno, invece, i tavoli tra incisioni e fogli sciolti raccontano una pratica quotidiana del sapere. Gli scaffali a tutta altezza, interrotti da vetrate e specchi, moltiplicano i dorsi, come se la libreria si espandesse oltre le sue misure reali. In una stanza, un orologio antico vigila sul silenzio.

La Jousseaume non sembra un rifugio nostalgico. Non lo è affatto. Qui la Parigi cosmopolita di scrittori, artisti e pensatori europei non è evocata: continua a operare come sempre, a bassa voce o senza addirittura proferire parola. Marcel sfoglia un volume in attesa di non so cosa, io ne apro un altro. Dopo qualche minuto, impaziente, gli chiedo: «Perché siamo qui, cosa stiamo aspettando davvero?». La risposta non arriva subito.

La scopro poco dopo, seduti a un tavolino di Le Valentin, appena risaliti i pochi gradini che separano i due locali della Librairie Jousseaume. La sala da tè si apre come un’appendice della galleria: elegante senza ostentazione, composta, con quell’aria che appartiene ai luoghi pensati per fermarsi. Una pausa in questo ambiente d’epoca, tra i mosaici e i soffitti affrescati del lungo corridoio vetrato, che trattiene una morbida luce pomeridiana.

La lista dei dolci è di quelle che chiedono attenzione: il Mont Blanc, con la sua architettura dolce di crema di castagne, chantilly e frammenti canditi; le tartellette al pistacchio, dove praline, meringhe e ganache dialogano con una precisione armoniosa. Ma non è sui dolci che desidero soffermarmi, quanto sul libro antico che Marcel ha voluto acquistare per me. Dal pacchetto che il libraio aveva già preparato prima che entrassimo, su prenotazione, tolgo la carta con cautela quasi meticolosa. Marcel osserva la scena con un sorriso appena accennato, poi, anticipando quello che dirò, commenta soddisfatto: «Un ulteriore tassello per la tua ricostruzione».

So a cosa allude. Alla casa di Creil, alle vicende che sto tentando di rimettere insieme da diari, lettere, frammenti sparsi. Il foglio che accompagna il volume è di un’eleganza sobria e raffinata, dalla precisione notarile. Vi leggo: ”Histoire d’une maison. Texte et dessin par Viollet-Le-Duc.‎ Paris, Bibliothèque d’Education et de récréation Hetzel et cie, In-8 relié en demi-chagrin vert sapin, dos à nerfs orné de filets à froid. ‎Édition originale. Quelques rousseurs”.

È un’edizione Hetzel & Co. di Histoire d’une maison, rilegata parte in marocchino verde abete; il dorso, con nervature rialzate, è decorato da filetti impressi a secco. Prima edizione, dunque prima tiratura. La nota quelques rousseurs segnala la presenza di lievi macchie all’interno: imperfezioni che ne riducono il valore commerciale, quasi a renderlo – paradossalmente – più accessibile. Marcel, con quella franchezza che gli conosco, non mi nasconde neppure il prezzo: ottantasei euro. Mi guarda curioso e domanda: «Conoscevi già l’opera?».

«Certamente. Non l’ho letta, ma so bene di cosa tratta. È un romanzo, e insieme un saggio. Attraverso questa forma ibrida, Eugène Viollet-le-Duc, allora architetto già consacrato, espone la sua idea di architettura: non solo ciò che è, ma ciò che potrebbe essere. È il primo di una serie di cinque piccoli libri – quasi delle strenne natalizie da mettere sotto l’albero – pensati per un pubblico giovane. Li scrive in anni successivi, a partire proprio da questa Storia di una casa, pubblicato nel 1873, dopo la guerra franco-prussiana, su richiesta del suo amico editore.

La storia è semplice, ma solo in apparenza: un liceale di sedici anni, di nome Paul, decide di trascorrere le vacanze estive progettando la casa che dovranno abitare sua sorella Marie e il marito, in attesa del loro ritorno dal viaggio di nozze. Lo affianca un cugino architetto, che gli insegna, passo dopo passo, l’ABC della progettazione e della conduzione dei lavori. La cornice narrativa solleva il libro dalla seriosità del trattato, e proprio grazie al racconto, la casa diventa il riflesso più fedele di una domesticità ideale.

In sostanza, è un manuale per imparare a costruire una casa: pratico, sistematico, didattico. I disegni spiegano e il testo dovrebbe essere leggibile – secondo le intenzioni dell’autore – anche da chi non ha alcuna competenza tecnica. A Storia di una casa seguiranno Storia di una fortezza (1874), Storia dell’abitazione umana (1875), Storia di un hôtel e di una cattedrale (1878), e infine Storia di un disegnatore (1879), pubblicato postumo».

Marcel ascolta in silenzio, come se stesse verificando una corrispondenza di idee già prevista. Mi fermo e aggiungo infine: «Ti ringrazio per questo dono inatteso, e prezioso, ma resta una domanda: perché hai detto che questo libro è un tassello in più nella ricostruzione delle vicende della casa di Creil?».

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
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