1- Madame le Mairat. Una questione di famiglia

Capitolo 1
Un’hôtel particulier

Per raccontare una storia vera occorre prima averla conosciuta, oppure letta o ascoltata da qualche parte. Qualunque storia. A differenza delle altre, dove l’autore snocciola il frutto di una sua fantasia narrativa, questa vicenda d’altri tempi è seppellita nei vecchi giornali, nei libri e nelle carte d’epoca.

Quello che è riportato come il caso della rue des Maçons, dapprima ha suscitato clamore di bocca in bocca. Poi per oltre due secoli è stato ripreso dalle cronache scritte che impazzavano fino ai primi del Novecento. Da molti anni è, invece, sprofondato nel silenzio.

Protagonista è madame Marie le Mairat, una dama di qualità nella Parigi del Re Sole: settantacinque anni, ricca, colta, influente. Soprattutto autoritaria, senz’altro il suo tratto più spiccato. Basti dire che arrivava a piegare al suo volere la vita delle persone intorno. Un tratto distintivo di famiglia, a quanto pare. Per conto di madre era cugina di Jean-Baptiste Colbert, il potente primo ministro dello Stato francese.

Nel 1689, all’epoca dei fatti, il re da sette anni si era trasferito con la sua corte a Versailles, anche se parte del potere restava pur sempre negli storici palazzi delle istituzioni. Il parlamento, il municipio, i tribunali, le carceri.

Rovistando fra gli scartafacci giudiziari provenienti dai loro archivi è possibile rinvenire carte per considerare, a proposito della nostra storia, la lampante assurdità di come indizi ambigui abbiano indotto i giudici dello Châtelet a deliberare una condanna assurda sulla base di prove presuntive e i giudici del Parlamento a confermare solo parte della sentenza per continuare la ricerca di prove certe.

Nondimeno, per molti anni, si è continuato a parlare di questa vicenda senza che nessuno sembrasse intenzionato a conoscere realmente lo svolgersi dei fatti. Erano così sorprendenti e contraddittori che forse la memoria di quel poveretto, condannato da innocente, non sarebbe stata neppure riabilitata, se il crimine non si fosse risolto con la casuale scoperta del vero colpevole.

Era entrato in quella casa, in una notte di plenilunio, senza neppure l’intenzione di rubare, come invece fu detto. Fatto sta che quell’inspiegabile intrusione stravolse la vita di quelle tranquille stanze. La ricca e vivace casa di un tempo fu da quel momento in poi ridotta in rovina.

A metà Ottocento, quando questa intrigata storia cominciò ad essere proposta a puntate al pubblico emozionale dei feuilleton quotidiani, il prospetto di quattro piani del grande palazzone si distingueva ancora per eleganza, schiacciato fra le case a schiera della trafficata strada. Le intemperie e le vicissitudini l’avevano, però, danneggiato, annerito, e il colmo dei tetti mostrava avvallamenti da ogni parte per via dei cedimenti.

I piccoli vetri delle finestre erano diventati iridescenti e smerigliati sotto l’azione dell’aria e del sole, così come ogni altra minima decorazione si presentava in una mescolanza di ombre e linee segnate dal tempo, fino a divenire preda dell’oblio.

A chi transitava per la stretta rue des Maçons, il portone principale, composto dall’assemblaggio di enormi assi di quercia, faceva ancora percepire intagli geometrici di finezza lineare, ritmati da grandi teste chiodate. Pallida sopravvivenza di un’epoca al tempo stesso solida e sontuosa.

L’edificio era sorto sulla riva sinistra della Senna, all’incirca quando Louis XIV, mettendo fine alle rivolte nobiliari, assunse nelle sue mani il potere: «Le roi gouverne par lui même», è scritto. Più o meno tra il 1667 e il 1670, anni in cui l’architetto Jacques Curabelle elevava, proprio nei pressi della nostra casa in costruzione, un ampio collegio per studenti della Sorbona, la prima università parigina il cui portale d’accesso si trova proprio sulla via parallela, qualche passo più avanti della cappella di sant’Orsola.

Eh già! Perché a cercarla nell’odierno stradario di Parigi, neppure della rue des Maçons si trova più traccia. Non perché sia stata cancellata dalle grandi modificazioni urbane di metà Ottocento; più semplicemente perché nel corso del tempo la via ha più volte cambiato nome.

Si trova ancora nel quartiere latino, ma si chiama rue Champollion. Quando, in epoca medievale, fu sterrata fra i campi erbosi provvedeva a raggiungere alcune cave di pietra da calce. In una di queste cave, ancora attiva, venne gettata la chiave che determinò il destino dei personaggi della nostra storia.

La rue des Maçons è ben più antica delle sue stesse case che, nel tempo, si sono sostituite le une alle altre. Dapprima si poteva scorgere solo una distesa di campi incolti che raggiungeva la cinta muraria. Qualche viottolo congiungeva sparuti monasteri. Ma basta arrivare alla fine del Seicento, che sono poi gli anni della nostra storia, per trovare l’area completamente saturata da costruzioni, tra le quali spicca appunto la Sorbona, collocata sul dorso della collina di San Geneviéve, quartiere allora deserto e abbandonato, e che per questo, dicevano, godesse di un’aria molto pura. Eccola, dunque, la rue des Maçons, già ben delineata come parallela alla strada dell’università. Un tratto rettilineo fra lo slargo frontestante uno spigolo dell’edificio del sommo sapere e, dall’altro capo, l’Hôtel de Cluny a ridosso delle antiche Terme romane.

Alla fine del Seicento le semplici case di un tempo furono abbattute e sostituite da nuovi edifici eleganti, con interni che da una parte si affacciavano sulle trafficate strade pubbliche e, sul fronte opposto, con ambienti più tranquilli prospicienti cortili privati o piccoli giardini.

La nobiltà parigina e soprattutto la danarosa borghesia – funzionari del governo o mercanti – avevano deciso di lasciare il centro di Parigi, divenuto ormai soffocante.

La Rive droite della Senna, col suo tessuto minuto di case, offriva spazi troppo limitati per sostituire i vecchi palazzi di famiglia con moderne e prestigiose dimore di più ampie dimensioni. All’inizio della nuova moda, questi lussuosi edifici apparivano alla stregua di una casa di campagna: non erano isolati come una villa, ma col medesimo vantaggio della breve distanza dal centro della politica, degli affari, dei commerci.

Chi come Nicolas Boileau, osannato per le sue satire ma povero in canna, non poteva permetterselo abitava alla bene in meglio; ma chi viveva nelle nuove case della “rive gauche de la Seine” intonava i suoi versi frizzanti: «Parigi, per un ricco, è un paese di Cuccagna, senza lasciare la città, vi trova la campagna». Nel suo giardino di alberi verdi, scriveva, si poteva racchiudere la primavera nel pieno dell’inverno e intrattenersi in dolci fantasie tra il profumo delle piante in fiore.

Grazie al suo grand charme, sebbene cinquantenne, la vedova di René I° de Savonnières, signore di Lignières, si era accasata in seconde nozze con François Mazel, tesoriere generale dei Ponts-et-Chaussées di Francia e poi soprintendente delle Maisons et Finances della defunta regina Marie-Thérèse.

Appena la nuova casa fu, dunque, completata i coniugi vi si erano trasferiti definitivamente. Se le circostanze lo avessero permesso e Mme le Mairat lo avesse potuto fare prima, forse i fatti avrebbero assunto tutt’altro corso.

Come deciso, Palazzo Savonnières fu concesso al primogenito René II°, che dopo la morte del padre rivestiva ora la considerevole carica di consigliere al Parlamento di Parigi. Il declino della dinastia dei Savonnières lo obbligava a continuare sulla scia politica paterna, anziché occuparsi soltanto degli affari di famiglia come avrebbero fatto gli antenati. Divenne, infatti, consigliere al Parlamento di Metz nel 1663, poi al Parlamento di Parigi nel 1667.

All’epoca, oltre allo sprezzante René, madame aveva altri due figli, analogamente al primogenito di alto lignaggio: Georges, tesoriere di Francia nella generalità di Parigi e Michel, maggiore del régiment de Piémont meglio conosciuto come régiment de Brissac, che vedeva di rado, sempre di stanza nei territori di confine. Erano i tre soli figli che le rimanevano, giacché in prime nozze Mme le Mairat le aveva avuto quattro maschi e tre femmine.

I resoconti nobiliari, infatti, riferiscono di René II che nacque nel 1637 a un anno dal matrimonio, al quale seguirono Georges nel 1638, poi Michel, Marie, Catherine, Elisabeth e infine Michel il più piccolo, che prese il nome del fratello più grande che morì prima di raggiungere i trent’anni, lasciando la giovane moglie Marie Anne Bedé. Così, secondo gli orientamenti di famiglia, l’ultimo Michel intraprese anche lui la carriera militare come il fratello: fu capitano nel reggimento di Navarra e in seguito fece carriera in quello di Piémont, dove il più grande aveva raggiunto il grado di maggiore. Alle tre figlie femmine, dal canto loro, spettò assumere l’abito religioso del convento di Troyes, dove si spensero prima del 1665.

Da almeno cinque anni madame viveva la sua vita ancora una volta come vedova, ma questa volta di François Mazel. In compenso, tra il patrimonio della ricca famiglia d’origine e quello del primo e del secondo matrimonio, assommava una fortuna tutt’altro che indifferente che contava, per citare soltanto le terre acquisite con l’eredità del secondo marito, i feudi e le signorie di Lavau, Lavallotte, Pont-Hubert, Pont Sainte-Marie, Culoison e Marnay.

La ricca signora, colpita della sua seconda vedovanza, si trovava così ad abitare una casa troppo grande per lei, malgrado un certo numero di domestici. L’intero piano corrispondente alle stanze occupate da monsieur Mazel, dopo la sua scomparsa, era rimasto in gran parte inutilizzato. Come spesso accade, quello che, nondimeno, a molti poteva apparire un gran numero di domestici, non lo era affatto per chi copriva un ruolo pubblico di più alto prestigio. Voci ben informate di palazzo malignavano che Mme de Maintenon, la nuova moglie del re, aveva consigliato il fratello Aubigné, prossimo alle nozze, di limitarsi a non più di una decina di servitori, dato che un portiere, un cocchiere, un cameriere, quattro lacchè, tre femmes de chambre, avrebbero rappresentato solo un modesto esborso rispetto alle sue entrate misurate.

Il personale della casa di Mme le Mairat era composto, analogamente, da una decina di persone, a volere considerare anche il cappellano della casa, che dell’ecclesiastico a dire il vero non aveva che l’abito talare. Otto o nove domestici, al contrario, senza scomporsi più di tanto svolgevano le loro quotidiane mansioni: un cocchiere, una cuoca e un’anziana donna che aiutava in cucina, al momento due giovani lacchè, perché un terzo era stato da poco allontanato, e per finire due altrettanto giovani cameriere e un valletto di camera che guidava anche la brigata di servizio come maître d’hôtel nei giorni di ricevimento settimanali.

Le due cameriere erano sorelle, così come i due lacchè erano fratelli, l’uno di 18 e l’altro di 17 anni. Le due femmes de chambre, erano addette alle pulizie personali della signora, cambiavano le lenzuola, rifacevano il letto, l’aiutavano a vestirsi. Si chiamavano Doyen e la maggiore, Anne, godeva della massima fiducia. L’anziana vedova aveva disposto che le stanze dei quattro giovani fossero allocate all’ultimo piano del palazzo. Quelle delle ragazze erano esattamente in corrispondenza della sua stanza e anche le loro affacciavano sul cortile interno. Quelle dei ragazzi davano, invece, sul fronte strada, più rumoroso e polveroso. Una curiosa simmetria domestica, quasi ad attestare l’aspirazione da parte di madame ad una conduzione geometrica, ordinata e perfetta della casa.

Fino a qualche mese prima era in servizio anche un altro lacchè, di nome Berry: sospettato di un furto in casa, Mme le Mairat lo aveva licenziato su due piedi, senza intendere ragioni e neppure prestare attenzione alla buona parola del figlio maggiore.

Dal canto suo, nelle ultime settimane la cuoca doveva avere qualcosa per la testa. Non più nell’età dei corteggiamenti, da qualche tempo aveva smesso di dormire in cucina e aveva traslocato nella legnaia dove si era accomodato un letto. Dalle finestre che davano rasoterra sulla pubblica via, riusciva a comunicare con l’esterno e, al momento utile, poteva forse aprire la porta di servizio a qualche spasimante, senza che nessuno ai piani superiori potesse insospettirsi.

Il cocchiere, un tipo discreto, quasi un’entità a sé stante, continuava a dormire come sempre nella stalla, vicino ai suoi cavalli, e in casa sembrava non esistere, se non quando, armeggiando con la carrozza, si preparava ad uscire con la signora.

Il valletto personale di madame era di riferimento per tutti i domestici. Jacques Lebrun, entrato come lacchè a soli sedici anni, dopo ventinove anni di servizio ora fungeva da factotum nella gestione quotidiana. Al bisogno era maggiordomo, amministratore delle spese domestiche e come maître d’hôtel contrattava con tutti i fornitori per preparare cene sontuose.

Era indicato da tutti come il tipo ammirevole di quella categoria perduta di servitori di fiducia, dalla fedeltà a tutta prova, dedizione verso il suo lavoro, cortesia per niente formale, combinate con la più pura onestà e con tutte le virtù che si possono immaginare per un buon marito e un buon padre di famiglia.

Fra i servitori, era l’unico che non abitava stabilmente nella casa. A volte vi si fermava a dormire, altre volte tornava da sua moglie. Per questo aveva ricevuto un passe-partout che gli serviva per entrare e uscire a qualsiasi ora.

Rispetto alle indicazioni che Mme de Maintenon dava a suo fratello, nella casa di Mme le Mairat mancava un portiere. Tuttavia, se si escludono le abitazioni degli alti dignitari al di là della Senna, pochi impiegavano uno svizzero per fare da portiere e vigilare sul palazzo, tantomeno sulla riva sinistra. Secondo l’uso, perciò, la chiave enorme della porta carraia si teneva attaccata a un gancio in cucina. Era il cocchiere a essere incaricato di aprire o chiudere il portone d’ingresso. Se la signora avesse deciso di uscire, lui avrebbe preso la chiave per riappenderla al ritorno, dopo aver ricoverato la carrozza nella rimessa.

Lo stesso faceva ogni sera Lebrun, assicurandosi di serrare definitivamente il portone per la notte.
Oltre alla cucina, si trovava a livello di strada la piccola legnaia, rischiarata da un’asola bassa e allungata, protetta da inferriate, quella da cui la cuoca spettegolava coi passanti nei suoi momenti di riposo.

Col sopraggiungere dell’inverno, attraverso quell’asola si usava scaricare la legna da ardere, facendola scivolare all’interno lungo un asse in pendenza, appoggiato direttamente al carro dei legnaioli.

Il resto del pianoterra era occupato dalla rimessa e dalla scuderia, ubicate però sull’altro lato di faccia all’ingresso della cucina che emanava nel cortile l’odore del mangiare.

Sul fronte signorile affacciato sulla pubblica via, sul lato opposto del cortile con le sue pertinenze di servizio, si sviluppavano gli ambienti di rappresentanza, ricchi ma nient’affatto pretenziosi. Il palazzo di rue des Maçons non si discostava certamente dalle ricercatezze di una società elitaria, amante di atmosfere ricercate, legate a doppio filo al vivere agiato. Atmosfere che dalla corte si riverberavano nelle dimore delle élite eleganti e raffinate.

Si potrebbe pensare Mme le Mairat come un’anziana vedova che conduceva una vita ritirata nelle sue stanze dalle quali usciva solo per recarsi a messa. Un’impressione del tutto smentita dai fatti, perché la signora conduceva agiatamente e pubblicamente la sua prestigiosa esistenza.

Il denaro era la chiave di volta sociale e una dimora grandiosa l’emblema peculiare della ricchezza.

Questa nuova idea di società, che si apriva ai pubblici piaceri, meravigliava soprattutto gli stranieri. Un palermitano, trasferitosi a Parigi, in una lettera scriveva con un pizzico d’ironia: «Le case qui sembrano essere state costruite dai filosofi, piuttosto che dagli architetti: così ordinarie fuori, quanto ben adorne all’interno. Tuttavia, non hanno nulla di tanto singolare come la magnificenza degli arazzi che ne ricoprono le pareti».

La ricchezza di casa le Mairat nulla aveva da invidiare a quella dei palazzi del centro e neppure del suo stesso palazzo Savonnières che madame si era lasciata alle spalle col proposito di una nuova vita. I suoi arredi lussuosi facevano da cornice alla sua nuova esistenza mondana, perché il principale e quasi unico interesse era una armoniosa e moderna bellezza tutta da esibire.

D’altra parte, questi lussuosi palazzoni, stretti ed alti, non erano stati edificati per incantare passanti anonimi, cosicché sulla pubblica strada i prospetti si mostravano quasi sempre sobri e poco decorati, quanto le facciate retrostanti. Lineari e austeri rimarcavano i piani regolari che all’interno distribuivano spazi ampi e ben proporzionati, tutti disposti al medesimo livello e non aggrovigliati su sé stessi come nell’accorpamento delle vecchie costruzioni. Più di tutto, se era vero che vetri e specchi rappresentavano un lusso per pochi, ampie finestre dispensavano largamente nelle stanze l’aria limpida della campagna circostante e la luce del sole tiepido, come nelle ville fuori città.

Erano ambienti confortevoli, per compiacere quanti li abitavano e per risultare graditi agli ospiti che in quegli ambienti erano ricevuti.
I trattenimenti di rappresentanza in casa di Mme le Mairat erano fissati nei giorni stabiliti con meticolosità e niente avrebbe potuto variarli. Le carrozze sostavano al portone principale da dove gli invitati affluivano in uno spazioso vestibolo d’accoglienza esaltato dal vano a doppia altezza di un grande scalone in pietra, impreziosito da un artistico corrimano in ferro battuto.

Chi non ricordava quando, agli inizi del secolo, nessuno avrebbe mai immaginato che ci si potesse riunire soltanto per godere del piacere di stare insieme. Ci si incontrava per assistere ad uno spettacolo teatrale o un balletto, per ammirare le evoluzioni equestri di un carosello, per godere di una festa di piazza, per un matrimonio o un funerale.

Certamente non per sviluppare relazioni sociali. Mme le Mairat aveva una grande passione per il gioco. Tutta Parigi sapeva dei suoi trattenimenti. Per giocare ci si riuniva da lei il lunedì sera fino alle sette del mattino successivo, e lo stesso accadeva il venerdì.

Ogni tipo di giocatori, uomini e donne, erano ricevuti nel suo palazzo; qui erano accolti con una splendida tavola imbandita e dopo cena si passavano le ore della notte assorbiti da carte e dadi. Due volte a settimana, dunque, la stretta rue de Maçons si ostruiva di carrozze maestose, ornate da intagli in legno dorato secondo il casato. Carrozze che transitavano l’una dietro l’altra, condotte da zelanti cocchieri alla guida di quattro, sei cavalli. Sostavano in prossimità del grande portale d’ingresso, il tempo che due lacchè facessero scendere i propri signori. Da quei cocchi maestosi emergeva l’aristocrazia parigina, riconoscibile al popolino, che faceva ressa con curiosità, dai colori distintivi delle livree dei lacchè.

In quelle due serate, il palazzo si spalancava a tutti. Raggiungevano la scala per accedere al sontuoso salone del primo piano, che nei giorni di ricevimento era utilizzato anche come office. Allo sguardo degli ospiti, che lentamente salivano, emergeva via via un’alta e maestosa credenza, dalle linee sobrie e ricercate. Mme le Mairat l’aveva collocata, con deliberato proposito, per mettere in mostra le sue preziose argenterie.

Era la passione dell’epoca esibire portate in piatti d’argento o altro tipo di vasellame indispensabile all’apparecchiatura della tavola, circondarsi di tavoli e tavolinetti anche questi in argento, come alari e griglie per i camini e molti altri mobili ancora come le grandi consolle sormontate da specchiere, e torciere, appliques, lampadari.

Una suite di sale, senza destinazione definita, permetteva a madame d’imbandire la tavola nel salone più ampio o indifferentemente allestirlo per un ballo. In una sala attigua, più piccola, gli amanti delle carte, dopo cena, si sarebbero accomodati intorno ai tavolini da gioco.

Tutto questo secondo l’ispirazione della fantasia o piuttosto come dettava la temperatura della stagione. Alla fine di novembre, quando si svolge la nostra storia, benché le sale fossero riscaldate dalla presenza dei camini, non era difficile che gli ospiti sedessero per cenare o giocare, non solo con vestiario pesante, ma addirittura con pelliccia e cappello.

Incontri così frequenti comportavano spese sostenute, ma era in questa esibizione che consisteva il primo dei piaceri: il lusso sfrenato suscitava tanto ammirazione quanto invidia. Chi non immagina lo straordinario splendore di queste feste? Si sfoggiavano abiti elegantissimi e di ricercata fattura, persino le livree della servitù dovevano essere appropriate al lignaggio.

S’imbandivano buffet con squisitezze di prim’ordine. Necessitava rifornire di abbondante legna i camini, la cui fiamma ardeva per tutta la notte. Occorreva alimentare le torciere di legno intagliato e dorato dello scalone d’ingresso e i lampadari a braccio delle sale, che montati su pulegge i lacchè prima della festa avevano provveduto a pulire e smoccolare.

Non è pensabile che si utilizzassero candele di sego, prodotte con grassi di scarto, perché l’odore acre avrebbe ammorbato l’ambiente, già ricolmo di persone. C’era pur sempre un prestigio da mantenere e, per questo, costosissime candele fabbricate con cera d’api da utilizzare.

Quanti al tavolo da gioco prolungavano la serata fino al sorgere dell’alba ed anche oltre? Mme le Mairat lo sapeva da Le Bun che provvedeva riferirglielo la mattina dopo, perché lei alle undici in punto, come d’abitudine, preferiva ritirarsi nel suo appartamento al piano superiore.

Ciò nonostante, non lasciava mai la sala senza aver fatto un giro fra i convitati, avendo a cuore di chiedere a ciascuno se non desiderasse coprire con un prestito le sue perdite o dotarsi di ulteriori somme da scommettere. Concedeva cortesemente il denaro a chi lo richiedeva e Lebrun seguiva con penna e calamaio. Poi andava tranquillamente a dormire.

Tutto rimaneva sotto il controllo vigile del suo maître. Per lui, su di un lato della stessa sala dei ricevimenti, era stato realizzato un angolo appartato con discrezione. Nessuno poteva mai pensare che dietro spesse cortine si celasse un’alcova, dove all’occorrenza il servitore dormiva. Quando era impegnato fino a tardi, come in queste serate di festa, Lebrun preferiva, infatti, rimanere per la notte, anziché tornare in famiglia. Era una sicurezza aggiuntiva per madame, perché teneva sottocchio la scala e sorvegliava le argenterie usualmente custodite sottochiave nei cassetti occultati da sportelli della credenza maestosa.

Tuttavia, per quanto grande fosse la sua fiducia, la vedova di monsieur Mazel non dava nulla per scontato, per questo accortamente aveva affidato la chiave della preziosa credenza all’affezionata Anne, la femme de chambre, che teneva a far valere quanto la signora contasse sulla sua onestà.

Per raggiungere il secondo piano, riservato interamente alle sue stanze private, la padrona di casa imboccava lo scalone principale in solida muratura, che voltata la prima rampa proseguiva in legno. Il suo appartamento era il massimo di intimità e tranquillità, non una voce proveniva dal basso. Tutti gli ambienti dell’intero palazzo, si distribuivano infatti attorno alla corte interna.

Quando madame seguiva la costruzione del palazzo di rue des Maçons, che presto avrebbe abitato col suo secondo marito, fonte d’ispirazione erano per lei i ricordi innumerevoli delle conversazioni di società sui rinnovamenti incredibili apportati da Mme de Rambouillet nel suo nuovo hôtel. Era talmente ricca di fantasia e d’esperienza che le sue indicazioni avevano permesso agli architetti al suo servizio di immaginare disposizioni mai viste altrove.

Lo spazio. Come avrebbe desiderato risparmiare spazio in modo che una suite di anticamere e camere, con soffitti alti ed ariosi, porte e finestre slanciate, rendessero accogliente ed elegante ogni angolo? Ecco, dunque, che anche lei, come Mme de Rambouillet, aveva disposto che alla sua camera da letto si accedesse attraversando due ambienti, uno dietro l’altro.

Il primo, assai ampio e sontuoso, rimaneva costantemente aperto ospitando un salottino per le conversazioni confidenziali; il secondo, altrettanto illuminato, fungeva da anticamera e si chiudeva a chiave durante la notte.

Attraverso questo vano, di poco più ridotto, sul lato opposto della corte, si accedeva alla stanza da letto personale, che prendeva luce da una grande finestra che dava sul cortile.

Come Mme de Rambouillet era stata la prima a rivestire le pareti con tessuti diversi dal consueto rosso scarlatto della cocciniglia e le sue sfumature più scure, realizzando la sua spettacolare chambre bleue, così aveva fatto anche Mme le Mairat. Le camere del suo appartamento erano tappezzate con tessuti ispirati ai colori della frutta che le richiamavano alla memoria le leggiadrie di ragazza.

Accortezze che aveva riservato soltanto ai pochi intimi, perché in questi ambienti strettamente privati accedevano soltanto le due sorelle Doyen che accompagnavano gli ospiti prescelti. Lebrun, che pure era il suo valletto privato, ci rimaneva di solito soltanto il tempo di prendere ordini e non varcava mai la soglia della camera da letto.  

All’interno di questa stanza intimissima si trovavano altre due porte: una affiancava il letto a baldacchino, dissimulato dagli stessi sobri tessuti che ornavano le pareti, l’altra immetteva in un guardaroba dove, oltre agli abiti e alla biancheria, era riposta la cassaforte.

Ambedue le porte davano su di una piccola scala di servizio. La sera, dopo che ogni esigenza per la notte era stata soddisfatta, la signora serrava la sua stanza con la chiave che le cameriere lasciavano sulla sedia accanto alla porta e per giunta calava un chiavistello ad uncino.

Le ragazze, uscendo, assicuravano infine con una o due mandate l’anticamera. Poi, depositavano la chiave sul caminetto della prima stanza e si ritiravano. Che qualcuno potesse utilizzare quella chiave non sfiorava neppure l’idea, tanto appartate e sicure erano quelle stanze.

Ora madame poteva infilarsi sotto le coperte. Controllava di nuovo che tutte le porte interne alla stanza risultassero diligentemente chiuse e che la chiave del guardaroba fosse appesa come sempre alla testiera del suo letto.

Il terzo piano era ripartito rigorosamente come il secondo e godeva allo stesso modo della comodità dell’ampia scala sul lato strada e di quella oltre il cortile, di cui i domestici si avvalevano quando sbrigavano le incombenze di casa.

Finché monsieur Mazel rimase in vita, questo piano costituiva il proprio appartamento riservato. Da cinque anni, però, era vuoto, fatta eccezione della camera da letto occupata dall’abate Poulard, il cappellano. L’abate Poullard aveva cominciato a frequentare i due coniugi nel 1677. Apparteneva all’ordine di San Domenico (Jacobin), dove vi era restato per vent’anni, per passare in modo subdolo all’Ordine di Cluny.

Fatto sta che Mme le Mairat gli dava il denaro necessario per le necessità minute e gli pagava l’affitto di un alloggio frontestante, ubicato nella medesima rue des Maçons. Ciò che destava un chiacchiericcio continuo era soprattutto il fatto che lo ospitava in casa anche per la notte e per questo gli aveva destinato la stanza da letto del marito al piano superiore.

Esattamente sovrapposta alla sua, la stanza arredata di tutto punto usufruiva in maniera analoga di una stanzetta guardaroba e per la biancheria. Ciò che però destava il sospetto di indecenza era una particolarità. Per scendere da questa camera del terzo piano a quella della signora, non c’era affatto bisogno di prendere lo scalone principale. Tantomeno occorreva fare un percorso ben più lungo: imboccare la scala di servizio, passare per il cortile, e attraverso l’atrio d’ingresso risalire lo scalone fino al secondo piano.

Quando mai! Una piccola scala a chiocciola dissimulata nel guardaroba permetteva di raggiungere la camera di madame, la cui porta era così vicino al letto, che, dicevano, si potesse aprire stendendo semplicemente un braccio, senza neppure disperdere il calore delle coperte. Non c’era tuttavia bisogno di ricorrere a facili illazioni, perché la piccola scala del guardaroba era stata ideata per consentire le intimità fra i due coniugi. Ma dal momento che la lussuosa stanza del defunto marito era stata destinata all’abate Poulard, non c’era dubbio che l’accesso alla scala fosse stato murato, se non altro per assicurare il forziere nascosto nel guardaroba di madame, la cui chiave era sempre sotto il suo occhio vigile, appesa alla testiera del suo letto. Che senso avrebbe avuto lasciare priva di protezione la stanza di servizio, se chiunque poteva accedervi dall’appartamento vuoto del piano superiore?

Anche le scelte operate da Mme le Mairat, riguardo al quarto piano, non mancavano di suscitare pettegolezzi. Qui erano disposte le due grandi stanze utilizzate l’una dai due lacchè, l’altra dalle due cameriere personali, le quali al suono del campanello scendevano di fretta dalla signora imboccando scala e porta di servizio. Il problema riguardava la contiguità di due giovani donne con due giovani uomini. Nessuno però osservava che la stanza dei ragazzi sporgeva sulla strada carrabile e quella delle giovani, posta sul corpo retrostante di faccia al cortile interno. Tra le due stanze era frapposto un ambiente di lavoro, dove le due cameriere si rendevano costantemente occupate. Potevano cucire e stirare, riaccomodare i pizzi o ammodernare gli abiti per la signora. Più semplicemente in questo vano di servizio svolgevano tutti gli altri affari concernenti le varie faccende del personale femminile.

Benché fosse poste nell’ultimo dei piani abitabili, le camere di servizio era ugualmente preservate dal freddo invernale grazie alle soffitte. Tutto il fabbricato, infatti, aveva per coronamento ampi magazzini, dove s’accumulavano provviste di legna, di paglia e d’avena. Vari lucernari permettevano di arearli e illuminarli, ma non solo aria e luce potevano entrarvi, perché rimanevano sempre aperti, per cui era facile uscire per eseguire lavori di ordinaria manutenzione, ma anche passare dai tetti dei vicini, allorché qualche urgenza inattesa lo avesse richiesto. La più temuta era domare lo sviluppo di un incendio.

A pensarci bene, sono tanti dettagli tutt’altro che marginali, dallo scopo ben maggiore rispetto alla semplice accuratezza della descrizione storica o del colore locale. In realtà si dimostreranno dettagli indispensabili alla comprensione del misterioso dramma al quale questa storia ci metterà di fronte.

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