Kandinsky a Roma, il colore conquista Palazzo Bonaparte

Roma ritrova Vassily Kandinsky dopo oltre venticinque anni con una mostra che segue l’intero arco della sua vicenda creativa. Dipinti, documenti, fotografie, oggetti personali e materiali d’archivio raccontano come colore, forma e musica siano diventati gli strumenti di una delle trasformazioni decisive dell’arte del Novecento.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Ufficio Stampa ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>.

A trent’anni Kandinsky aveva davanti una promettente carriera accademica. Aveva studiato Giurisprudenza ed Economia politica all’Università di Mosca e nulla sembrava indicare che quell’uomo nato nel 1866 sarebbe diventato uno degli artefici della grande svolta dell’arte moderna. Scelse invece di abbandonare tutto e partire per Monaco di Baviera. Da quel momento la pittura occidentale avrebbe avuto, anche grazie a lui, un vocabolario nuovo.

È questa trasformazione, insieme intellettuale, biografica e artistica, il filo conduttore della grande mostra che Palazzo Bonaparte ospita a Roma dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027. Prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi e curata da Angela Lampe, conservatrice delle collezioni moderne del Musée national d’art moderne, l’esposizione riunisce oltre settanta opere provenienti dal museo francese e da istituzioni internazionali. La consulenza scientifica ed editoriale per i contenuti divulgativi è di Francesca Villanti.

Il nucleo conservato dal Centre Pompidou ha un’importanza particolare: deve la propria consistenza alle donazioni e al lascito di Nina Kandinsky, moglie dell’artista e custode della sua memoria. La temporanea chiusura dell’istituzione parigina per i lavori di ristrutturazione, destinati a protrarsi fino alla riapertura prevista nel 2030, rende possibile l’arrivo a Roma di opere che difficilmente lasciano Parigi. L’appuntamento assume così un rilievo particolare anche per la Capitale, dove una grande esposizione dedicata a Kandinsky mancava da oltre venticinque anni.

La mostra non costruisce però soltanto una sequenza di capolavori. Cerca piuttosto di seguire il processo attraverso il quale Kandinsky arrivò a concepire un dipinto come realtà autonoma, capace di agire sullo spettatore senza dover necessariamente rappresentare il mondo visibile. Nella sua concezione, colore, linea e forma possiedono una forza espressiva propria: possono suscitare emozioni con una libertà paragonabile a quella dei suoni nella musica.

Due esperienze vengono indicate come decisive nella maturazione di questa idea. Davanti ai Covoni di Claude Monet, Kandinsky comprende che la forza emotiva della pittura può sopravvivere all’indebolimento della riconoscibilità dell’oggetto. L’ascolto del Lohengrin di Richard Wagner al Teatro Bol’šoj di Mosca gli suggerisce invece la possibilità di immaginare una pittura capace di agire come una composizione musicale, evocando sensazioni, memorie e immagini interiori. Il progressivo distacco dalla rappresentazione naturalistica nasce anche da questa doppia scoperta.

Il percorso romano è articolato in cinque sezioni e prende avvio dagli anni della formazione. Nel 1896 Kandinsky lascia la Russia e raggiunge Monaco, uno dei centri più vivaci della cultura europea dello Jugendstil. Studia pittura, apprende le tecniche della tempera e della xilografia e nel 1901 fonda l’associazione Phalanx e una scuola d’arte con lo stesso nome. È qui che incontra Gabriele Münter.

Dopo la chiusura della scuola nel 1904, i due viaggiano attraverso l’Europa, dai Paesi Bassi alla Tunisia, dall’Italia alla Francia, soggiornando a Parigi tra il 1906 e il 1907. Kandinsky dipinge studi a olio all’aperto, spesso con la spatola, e realizza scene policrome su fondo nero ispirate alle fiabe e alle leggende russe. La figurazione rimane riconoscibile, ma comincia già a perdere la propria centralità.

Il passaggio decisivo si compie a Murnau, cittadina delle Alpi bavaresi dove Kandinsky e Münter lavorano dal 1908.

Il paesaggio e l’arte popolare locale alimentano una pittura più libera: le pennellate diventano larghe, il colore si concentra in masse intense, la fedeltà mimetica arretra. Nel 1911 Kandinsky espone le proprie idee in Dello spirituale nell’arte e nella pittura in particolare, facendo della “necessità interiore” uno dei fondamenti della sua concezione estetica. Nello stesso periodo nasce l’esperienza del Der Blaue Reiter, il Cavaliere Azzurro, sviluppata insieme a Franz Marc e con la collaborazione di Münter. Nel maggio 1912 viene pubblicato il celebre almanacco che propone una sintesi delle arti libera da confini e gerarchie.

Gli anni fra il 1911 e il 1914 occupano per questo una posizione centrale nell’esposizione. È il momento nel quale forme, segni e colori conquistano una crescente indipendenza dal reale. Tra le opere più significative figura L’Arco nero del 1912, uno dei capolavori della collezione del Centre Pompidou. Più avanti nel percorso compare Gelb-Rot-Blau del 1925, dove l’organizzazione delle forme e dei colori rivela con particolare evidenza quella logica quasi musicale che attraversa la ricerca kandinskiana.

La ricostruzione proposta a Palazzo Bonaparte concede uno spazio rilevante anche a Gabriele Münter, non soltanto come compagna di Kandinsky per oltre un decennio, ma come protagonista autonoma dell’Espressionismo tedesco e del Blaue Reiter. Per la prima volta nell’ambito di questa mostra vengono presentate alcune sue opere, accompagnate da documentazione dedicata al suo lavoro.

Nata a Berlino nel 1877 e morta a Murnau nel 1962, Münter sviluppò un linguaggio riconoscibile per la semplificazione delle forme, la nettezza dei contorni e le ampie campiture cromatiche, mantenendo un rapporto costante con la figurazione. La formazione a Düsseldorf e Monaco, i viaggi in Europa e negli Stati Uniti, la fotografia, l’incisione e le arti decorative contribuirono alla costruzione di una ricerca personale.

Fu soprattutto a Murnau che la sua pittura raggiunse una fisionomia pienamente definita. Durante il regime nazista, inoltre, Münter preservò numerose opere del Blaue Reiter, contribuendo concretamente alla conservazione di quella stagione dell’avanguardia europea.

La Prima guerra mondiale interrompe bruscamente gli anni tedeschi di Kandinsky. Il 1° agosto 1914, con la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, l’artista è costretto a lasciare il paese e rientrare in patria. Nel 1915 si concentra sulla grafica astratta e non realizza dipinti a olio. Nel 1917, insieme alla nuova moglie Nina Andreievskaïa, torna temporaneamente alla figurazione.

Dopo la Rivoluzione d’Ottobre prende parte alla riorganizzazione delle istituzioni culturali del nuovo governo bolscevico. Il confronto con suprematismo e costruttivismo introduce nella sua opera una crescente geometrizzazione, mentre la tavolozza diventa più contenuta e lascia emergere con maggiore nettezza i colori primari. Le sue convinzioni estetiche, profondamente legate alla dimensione spirituale dell’arte, entrano tuttavia in contrasto con il nuovo clima culturale. Nell’inverno del 1921 Kandinsky lascia nuovamente la Russia e torna in Germania.

Si apre così la stagione del Bauhaus. Nell’estate del 1922 Walter Gropius lo chiama a insegnare nella scuola fondata a Weimar tre anni prima. Kandinsky diventa “maestro della forma”, dirige il laboratorio di pittura murale e lavora accanto ad alcune delle figure centrali dell’avanguardia europea. La sua ricerca accentua la chiarezza grafica e la costruzione geometrica, dando origine a quella che egli stesso definisce la propria “fase fredda”. Nel 1926 pubblica Punto e linea sul piano, il secondo grande trattato teorico. Tra il trasferimento del Bauhaus a Dessau nel 1925 e la chiusura imposta nel 1933 con l’avvento del nazismo, realizza 289 acquerelli e 259 dipinti.

Ancora una volta la storia europea costringe Kandinsky a spostarsi. Nel dicembre 1933 si stabilisce con Nina a Neuilly-sur-Seine, nei pressi di Parigi. La luce francese modifica sensibilmente la sua tavolozza: l’austerità geometrica dell’ultima fase Bauhaus lascia spazio a colori più chiari, toni pastello e aciduli e forme più leggere. La rigorosa costruzione di matrice costruttivista incontra progressivamente le forme biomorfe presenti nelle ricerche surrealiste francesi, in un confronto che coinvolge in particolare Jean Arp e Joan Miró.

Con l’inizio della Seconda guerra mondiale, nel 1939, anche i materiali cambiano. Alla tela Kandinsky sostituisce spesso legno e cartone; i colori si fanno più scuri e le composizioni più minute e articolate. Morirà in Francia nel 1944. Una selezione di strumenti e oggetti provenienti dal suo atelier parigino, inserita nell’esposizione romana insieme a fotografie, documenti e materiali della Bibliothèque Kandinsky, permette di accostare alla storia delle opere anche la dimensione quotidiana del lavoro.

L’allestimento dedica inoltre specifici approfondimenti alle teorie kandinskiane sul rapporto fra colore, forma e musica e comprende una sala immersiva concepita appositamente per la mostra, nella quale geometrie e cromatismi ampliano sul piano ambientale alcuni dei principi che guidarono la sua ricerca.

Dietro questa ampia ricostruzione rimane una vicenda fatta di continui attraversamenti: Mosca, Monaco, Murnau, la Russia rivoluzionaria, Weimar, Dessau, Parigi. A ogni passaggio corrisponde una diversa fase della pittura, ma anche il confronto con guerre, rivoluzioni, esili e trasformazioni culturali. Kandinsky attraversò tutto questo senza rinunciare all’idea che l’opera dovesse possedere una necessità interna e che il colore potesse emanciparsi dalla funzione descrittiva.

La mostra di Palazzo Bonaparte consente così di osservare l’astrazione non come un approdo improvviso, ma come il risultato di una lunga ricerca. Dalle prime immagini ancora legate al paesaggio e alla tradizione figurativa fino alla libertà cromatica e formale della maturità, il percorso ricostruisce il momento nel quale la pittura smette progressivamente di chiedere al mondo visibile che cosa rappresentare e comincia a cercare, dentro i propri mezzi, una realtà nuova.

L’esposizione gode del patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia, della Regione Lazio e del Comune di Roma – Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria. Main partner è Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, con Fondazione Cultura e Arte e Poema. Il catalogo è edito da Moebius.


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