Klimt, Schiele, Kokoschka: il corpo come specchio inquieto della modernità

Dalle figure sensuali e perturbanti di Gustav Klimt ai corpi scarnificati di Egon Schiele, dalle inquietudini espressioniste di Oskar Kokoschka alle esperienze di Piero Manzoni, Yves Klein, Ana Mendieta e Gina Pane: un percorso mette in relazione la Vienna di inizio Novecento con le radicali ricerche dell’arte contemporanea.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>.

Il corpo non rimane mai soltanto un corpo. Può essere superficie da osservare, materia da trasformare, luogo del desiderio, segnale di una crisi individuale o collettiva. È attorno a questa presenza, fisica e insieme simbolica, che si costruisce la mostra curata da Elisabetta Barisoni al MUVEC – Casa delle Contemporaneità di Mestre, in programma dal 26 settembre 2026 al 14 febbraio 2027. Il percorso prende avvio da tre figure decisive della Secessione viennese – Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka – e dalla loro capacità di interrogare l’animo umano attraverso la rappresentazione della fisicità. Nei loro lavori il corpo perde la neutralità della figura e diventa il punto in cui affiorano tensioni psicologiche, inquietudini sociali, desideri e paure. Si spezza, si contorce, si espone, assumendo una funzione che supera quella della semplice rappresentazione.

Con Klimt il nudo conserva raffinatezza e seduzione, ma lascia emergere una sottile inquietudine. Le sue figure appartengono pienamente a quel clima culturale di inizio Novecento nel quale arte, psicologia e letteratura si incontrano e si contaminano. In Schiele la trasformazione è ancora più radicale. Uomini e donne appaiono scarnificati, quasi ridotti a manichini disumanizzati: la figura viene sottoposta a una tensione che porta in primo piano il rapporto con la nascente psicanalisi e con una nuova percezione dell’individuo.

Accanto a loro, Oskar Kokoschka traduce le inquietudini del proprio tempo in una pittura vibratile ed espressionista.

È il clima di un’Europa che si avvicina alla Prima Guerra Mondiale, mentre Vienna diventa uno dei luoghi nei quali la crisi della modernità trova alcune delle sue espressioni più intense. Non a caso Karl Kraus definì la capitale austriaca un “laboratorio per la fine del mondo”: una città nella quale filosofia, psicanalisi, antropologia, letteratura e arti visive concorrono a modificare profondamente l’immagine dell’essere umano.

Da questa stagione prende forma il primo tratto di un percorso destinato ad attraversare il secolo. Il tema del corpo, legato alla carne e alla psiche, torna infatti nel periodo tra le due guerre, stretto fra censura ed espressioni di libertà. La mostra passa anche attraverso la restituzione lirica e metafisica dell’immagine di Felice Casorati e Guido Cadorin, prima di spingersi verso le esperienze contemporanee, dove il corpo acquista una centralità ancora diversa.

Il collegamento tra la Vienna dei primi decenni del Novecento e le rivoluzioni artistiche degli anni Sessanta e Settanta costituisce uno degli assi della mostra. Le esperienze di rottura e contestazione – dal Nouveau réalisme all’Arte Concettuale, fino alla Body Art e alla performance – riportano la fisicità al centro della ricerca artistica, raccogliendo in forme nuove l’eredità brillante e tragica della Vienna fin de siècle.

Il corpo diventa allora materiale, strumento e linguaggio. Con le Sculture viventi di Piero Manzoni assume una dimensione ironica, mentre nelle Antropometrie di Yves Klein entra direttamente nel processo creativo. Non si tratta più soltanto di raffigurarlo: l’artista può impiegarlo come mezzo stesso dell’opera, modificando radicalmente il rapporto fra presenza fisica, azione e rappresentazione.

È soprattutto con la Body Art che questo passaggio assume un carattere esplicitamente politico e personale. Nelle opere di Ana Mendieta e Gina Pane la pelle, la carne, il sesso e la fisicità diventano strumenti attraverso i quali affrontare identità, fragilità e conflitto. Il corpo è esposto, sottoposto ad azioni, segnato dal tempo e trasformato in un territorio nel quale le questioni individuali si intrecciano con quelle collettive.

La lotta contro il conformismo sociale convive così con un’esigenza più intima: il desiderio di essere riconosciuti, guardati, amati. È una tensione che Lea Vergine aveva individuato già nel 1974, riconoscendo alla base della Body Art un bisogno inappagato di amore e mettendo in relazione l’aggressività di azioni, performance e sequenze fotografiche con la frustrazione prodotta da quel desiderio.

Da Klimt, Schiele e Kokoschka fino a Manzoni, Klein, Mendieta e Pane, il corpo attraversa dunque il Novecento cambiando funzione senza perdere centralità. Prima immagine capace di rivelare le inquietudini della psiche, poi presenza sottoposta alle tensioni della storia e infine materia concreta dell’azione artistica, resta il luogo nel quale individuo e società finiscono inevitabilmente per incontrarsi e scontrarsi.

Con questa mostra prosegue anche l’attività espositiva ideata dalla Fondazione Musei Civici per Mestre e ospitata negli spazi del nuovo MUVEC. Il progetto segue Kandinsky e le avanguardie del 2022, Chagall. Il colore dei sogni del 2023, Matisse e la luce del Mediterraneo del 2024 e Munch e la rivoluzione espressionista del 2025. Anche questo nuovo capitolo attinge alle collezioni civiche della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, utilizzandole per costruire un confronto che attraversa epoche e linguaggi diversi.

Il filo che unisce queste esperienze non cerca una continuità formale, ma segue le trasformazioni di una domanda rimasta aperta lungo tutto il secolo: che cosa racconta il corpo quando l’arte smette di considerarlo soltanto una figura? Dalla Vienna fin de siècle alle performance contemporanee, la risposta cambia continuamente. Il corpo resta però il punto più esposto e vulnerabile dell’individuo, il luogo nel quale la storia lascia i propri segni e l’arte trova uno dei suoi strumenti più diretti.


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