Come Arnold Schönberg rivoluzionò la musica

René Leibowitz, tra i primi teorici e divulgatori del metodo, la definì «un sistema di composizione con dodici suoni aventi relazioni l’uno con l’altro». Non si tratta dunque di una semplice tecnica, ma di un impianto rigoroso che si opponeva tanto alla persistenza nostalgica dell’armonia tonale quanto alle sperimentazioni superficiali di chi accumulava dissonanze senza un disegno coerente. Schönberg stesso avvertiva: «Una sia pur leggera reminiscenza della vecchia armonia risulterebbe fastidiosa».

Con la dodecafonia, il musicista viennese ordinò l’universo apparentemente caotico dell’atonalità, stabilendo regole nuove che dessero struttura a una libertà sonora ormai inevitabile. Il principio base è la cosiddetta “serie dodecafonica”: una sequenza dei dodici semitoni dell’ottava, organizzati in modo da non creare gerarchie fra loro, e manipolabili attraverso inversioni, retrogradi e trasposizioni.

Il percorso di Schönberg

Arnold Schönberg nacque a Vienna nel 1874, in una famiglia che avrebbe preferito per lui una carriera più stabile. Ostinato e curioso, si formò quasi da autodidatta nella composizione, senza completare studi accademici formali. Nel 1906 scrisse i Tre pezzi per pianoforte, una delle prime opere in cui emerge chiaramente la tensione verso un linguaggio libero dai vincoli tonali. Poco dopo ottenne un incarico di insegnamento al conservatorio, dove tra i suoi allievi figuravano musicisti destinati a lasciare un segno profondo come Alban Berg e Anton Webern: sarà il nucleo della cosiddetta “Seconda Scuola di Vienna”.

Il suo percorso creativo trovò un punto di svolta nel 1912 con Pierrot lunaire, ciclo di ventuno melodrammi su testi simbolisti belgi, che introdusse la tecnica dello Sprechgesang, canto-parlato che accentua la dimensione teatrale della voce. L’opera, densa di contrasti e raffinatezze timbriche, rappresenta ancora oggi uno dei vertici della musica del XX secolo.

Ostilità e rivoluzione

Il pubblico, però, non era pronto. Nel 1913, durante l’esecuzione della sua Kammersymphonie a Vienna, le contestazioni furono tanto violente da richiedere l’intervento della polizia. Schönberg, convinto della necessità di un rinnovamento radicale, continuò sulla propria strada senza compromessi.

Uno degli aspetti più singolari della sua arte risiede nella ricchezza cromatica delle sue partiture. Non a caso, Schönberg fu anche pittore legato all’Espressionismo e vicino al gruppo Der Blaue Reiter di Kandinskij. Questa sensibilità visiva si riflette nella scrittura musicale: anche in organici ridotti, come in Pierrot lunaire, riesce a generare un caleidoscopio sonoro che non ha nulla di arido o puramente intellettuale.

L’eredità

Col tempo, la dodecafonia si affermò come metodo imprescindibile per generazioni di compositori, da Webern e Berg fino a Luigi Nono, Pierre Boulez e Karlheinz Stockhausen. Pur divisiva, rimane il punto di partenza di ogni riflessione sulla musica contemporanea, ponte fra la dissoluzione della tonalità ottocentesca e le avanguardie elettroniche e seriali del dopoguerra.

Comprendere Schönberg richiede, come osservavano i suoi estimatori, di astrarsi dalle regole ereditate dal passato. Solo così si coglie quanto la sua musica sia in realtà profondamente umana, capace di emozionare oltre le convenzioni. Non a caso, la sua opera continua a essere studiata e interpretata, testimoniando l’attualità di un compositore che ha saputo trasformare in metodo il caos, e in linguaggio universale la ribellione del suono


Schönberg, Kandinskij e la Seconda Scuola di Vienna

La figura di Arnold Schönberg non appartiene soltanto alla storia della musica, ma incrocia anche quella delle arti visive e delle avanguardie europee. Pittore autodidatta, espose i propri quadri insieme al gruppo espressionista Der Blaue Reiter, animato da Vasilij Kandinskij e Franz Marc. Proprio Kandinskij intrattenne con lui un rapporto epistolare intenso: i due condividevano l’idea che l’arte dovesse liberarsi dalle convenzioni naturalistiche e tonali per aprirsi a dimensioni spirituali più profonde.

Parallelamente, Schönberg guidò la cosiddetta Seconda Scuola di Vienna, insieme ai suoi allievi Alban Berg e Anton Webern. Questo trio di compositori portò la dodecafonia a esiti diversi e complementari: drammatici e lirici nel caso di Berg (Wozzeck, Lulu), estremamente concisi e astratti in Webern, più sistematici e rigorosi nello stesso Schönberg.

Il legame tra arti visive e musica, tra ricerca spirituale e sperimentazione formale, fece della Vienna tra le due guerre un laboratorio unico, in cui le tensioni culturali del Novecento trovarono una delle loro espressioni più radicali.


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