Gli anni Trenta e la nascita della radio moderna

Quando la radio entrò stabilmente nelle case europee non cambiò soltanto il modo di ricevere notizie, musica e intrattenimento. Cambiò anche il paesaggio domestico. Negli anni Trenta un apparecchio ancora legato alla tradizione del mobile cominciò a conquistare una propria identità formale, anticipando molti temi del design industriale del dopoguerra.


All’inizio degli anni Trenta la radio aveva già conquistato un posto importante nella società europea, ma non aveva ancora trovato completamente la propria forma. I circuiti elettrici, le valvole e l’altoparlante erano tecnologie nuove, mentre l’involucro che le conteneva continuava spesso a parlare il linguaggio rassicurante dell’arredamento tradizionale. Legno, impiallacciature, cornici e proporzioni da piccolo mobile da salotto servivano quasi a mascherare la natura tecnica dell’apparecchio. La radio entrava in casa cercando di sembrare qualcosa che in casa esisteva già.

Fu proprio negli anni Trenta che questo compromesso cominciò a incrinarsi. Il ricevitore divenne progressivamente un prodotto industriale riconoscibile come tale, favorito dalla produzione in serie e soprattutto dall’impiego delle materie plastiche termoindurenti. La bachelite, brevettata da Leo Baekeland all’inizio del Novecento, possedeva qualità particolarmente adatte all’industria elettrica: era isolante, resistente al calore e poteva essere stampata in forme difficili o costose da ottenere con il legno. Con l’affinamento delle tecniche di stampaggio, il materiale consentì inoltre di realizzare involucri in serie con superfici continue, spigoli arrotondati e geometrie fino ad allora inconsuete.

Uno dei passaggi decisivi avvenne in Gran Bretagna. La E.K. Cole, conosciuta con il marchio EKCO, comprese presto le possibilità delle materie plastiche e affidò a Wells Coates, architetto e progettista vicino alla cultura modernista, il compito di ripensare l’aspetto dei propri apparecchi. Da questa collaborazione nacque la AD65, progettata nel 1932 e introdotta sul mercato nel 1934. Il Science Museum Group la considera fra i più significativi esempi della collaborazione tra EKCO e Coates e documenta la produzione del modello a partire proprio dal 1934.

La AD65 rompeva visivamente con quasi tutto ciò che l’aveva preceduta. Il corpo circolare in bachelite non imitava più un mobile. La disposizione dell’altoparlante e dei comandi partecipava alla costruzione dell’immagine complessiva dell’apparecchio, mentre la tecnologia dello stampaggio permetteva di ottenere una scocca compatta e fortemente caratterizzata. Era disponibile in diverse finiture, dal marrone effetto noce al nero con dettagli cromati, e il suo diametro era di circa 38 centimetri. Non era dunque minuscola secondo i parametri odierni, ma appariva radicalmente più autonoma e compatta rispetto ai grandi ricevitori inseriti nei mobili da salotto.

La sua importanza va oltre l’eleganza Art Déco della forma. Nella AD65 involucro, tecnologia e processo produttivo cominciavano a essere pensati come parti dello stesso problema progettuale. La plastica non veniva utilizzata per riprodurre più economicamente una cassa lignea, ma per ottenere una forma che il legno avrebbe reso assai più difficile. È uno dei passaggi essenziali della cultura del design moderno: il materiale nuovo smette di imitare quello antico e comincia a suggerire un linguaggio proprio. La radio non ha più bisogno di travestirsi da arredamento.

La trasformazione attraversava intanto l’intera Europa, assumendo significati diversi secondo i contesti politici e industriali. In Germania il Volksempfänger VE301, presentato nel 1933 alla grande esposizione radiofonica di Berlino, venne progettato tecnicamente da Otto Griessing, mentre il mobile in bachelite è attribuito a Walter Maria Kersting. Economico e prodotto secondo specifiche comuni da numerose aziende, il ricevitore appartiene però anche alla storia politica del mezzo: il regime nazionalsocialista ne promosse la diffusione come strumento per estendere l’ascolto delle trasmissioni controllate dallo Stato. Design, produzione di massa e comunicazione politica si trovarono così strettamente intrecciati.

In Italia il quadro presentava analoghe tensioni fra modernizzazione, industria e propaganda. La radio era ancora relativamente costosa e la sua diffusione restava inferiore a quella raggiunta in altri grandi paesi europei. Nel 1933 venne istituito l’Ente Radio Rurale, destinato a favorire la presenza della radio nelle campagne e soprattutto nelle scuole. La Radio Rurale fu prodotta da diverse aziende secondo caratteristiche definite per un apparecchio destinato all’ascolto collettivo; nel 1937 seguì la Radio Balilla, pensata invece per favorire l’accesso delle famiglie a un ricevitore dal prezzo imposto di 430 lire. Anche in questo caso la volontà di allargare il pubblico coincideva con l’interesse del regime fascista per la radio come mezzo di educazione e propaganda.

Sul piano del progetto, tuttavia, l’industria italiana stava maturando esperienze destinate ad andare ben oltre quel contesto. Nel 1936 Domus e Casabella promossero un concorso dedicato ai mobili radio, segnale eloquente di quanto il problema della forma dell’apparecchio fosse ormai entrato nel dibattito architettonico. Poco dopo Franco Albini sperimentò una soluzione ancora più radicale, rendendo visibili le componenti dell’apparecchio attraverso lastre di cristallo, quasi a negare definitivamente l’idea della radio come mobile tradizionale.

Il salto più importante arrivò alla fine del decennio con la Phonola 547. Progettata nel 1939 da Livio e Pier Giacomo Castiglioni insieme a Luigi Caccia Dominioni e costruita dalla FIMI-Phonola di Saronno, utilizzava ancora una volta la bachelite, ma con un’impostazione profondamente diversa dai ricevitori convenzionali. La base compatta, il corpo dell’altoparlante inclinato e la sagoma che ricorda vagamente un apparecchio telefonico costruivano un oggetto nel quale la funzione determinava direttamente la fisionomia. Il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci la considera uno dei modelli che contribuirono a rivoluzionare la forma degli apparecchi radio europei e un punto di svolta nella storia del disegno industriale italiano.

Fra la EKCO di Wells Coates e la Phonola dei Castiglioni e Caccia Dominioni trascorrono appena cinque anni, ma in quel breve intervallo si misura un cambiamento profondo. La radio passa dall’essere una tecnologia ospitata dentro un mobile a diventare un oggetto progettato nella sua interezza. Materiali, componenti, produzione, costo, ergonomia e immagine cominciano a convergere.

È anche per questo che quelle radio conservano oggi un interesse che supera la nostalgia per le valvole e le manopole. Negli anni Trenta si stava definendo un problema destinato ad accompagnare tutto il Novecento e ad arrivare fino ai dispositivi elettronici contemporanei: quale forma dare alla tecnologia quando entra nella vita quotidiana? La risposta dei progettisti europei fu progressivamente più netta. Non nasconderla dentro forme ereditate dal passato, ma trasformarla in un oggetto capace di dichiarare il proprio tempo.


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