Prima di diventare il mobile acceso nei salotti del dopoguerra, la televisione fu una macchina difficile da immaginare e ancora più difficile da costruire. L’Europa partecipò da protagonista a questa lunga fase sperimentale, mentre in Italia l’EIAR arrivò alle soglie di un vero palinsesto già nel 1939.
All’inizio c’è un problema apparentemente semplice: come scomporre un’immagine in una sequenza di informazioni, trasmetterla a distanza e ricostruirla altrove? La risposta richiese decenni di tentativi e l’incontro fra ottica, elettricità, radio ed elettronica. Già alla fine dell’Ottocento erano stati concepiti sistemi di scansione delle immagini. Tra questi ebbe un ruolo decisivo il disco brevettato nel 1884 dal tedesco Paul Nipkow, una ruota perforata secondo una disposizione a spirale che permetteva di analizzare meccanicamente un’immagine linea dopo linea. Il principio sarebbe tornato protagonista quarant’anni più tardi nei primi sistemi televisivi.
Il salto decisivo avvenne negli anni Venti. Lo scozzese John Logie Baird lavorò con mezzi che oggi sembrano appartenere a un laboratorio artigianale: dischi rotanti, cellule fotoelettriche, lampade, motori. Nel 1925 riuscì a ottenere immagini riconoscibili e l’anno successivo presentò pubblicamente a Londra il suo sistema televisivo. L’apparecchiatura utilizzata nella celebre dimostrazione del 1926 è oggi conservata nelle collezioni dello Science Museum.
Non era ancora la televisione elettronica che conosciamo, ma la dimostrazione provava che la trasmissione a distanza di immagini in movimento poteva uscire dal territorio delle ipotesi.
La televisione meccanica aveva però limiti evidenti: definizione modesta, immagini piccole e instabili, necessità di forte illuminazione. La vera svolta maturò con l’elettronica. Vladimir K. Zworykin, ingegnere nato nell’Impero russo e trasferitosi negli Stati Uniti, depositò nel 1923 una domanda di brevetto per un tubo elettronico destinato alla ripresa televisiva.
L’iconoscopio effettivamente funzionante sarebbe arrivato attraverso successivi perfezionamenti, fino alla presentazione del 1933. Parallelamente Philo Farnsworth sviluppava negli Stati Uniti un diverso sistema interamente elettronico, sperimentato con successo già nel 1927. La nascita della televisione moderna fu dunque il risultato di una competizione tecnologica internazionale, non l’invenzione improvvisa di un singolo protagonista.
L’Europa come laboratorio
Negli anni Trenta il problema non consisteva più soltanto nel trasmettere un’immagine. Occorreva trasformare l’esperimento in un sistema: stabilire standard tecnici, costruire trasmettitori e ricevitori, organizzare studi, creare programmi e soprattutto immaginare un pubblico. In Europa questa trasformazione avvenne in larga misura attraverso organismi pubblici e amministrazioni statali, diversamente dagli Stati Uniti, dove un ruolo determinante fu assunto dalle grandi imprese elettroniche e radiofoniche.
La Germania fu fra i paesi più avanzati. Le trasmissioni sperimentali da Berlino-Witzleben erano iniziate nel 1929 e nel marzo 1935 venne inaugurato un servizio televisivo regolare. La ricezione domestica restava però rarissima: le immagini venivano osservate soprattutto in sale pubbliche appositamente attrezzate. Durante le Olimpiadi di Berlino del 1936 il nuovo mezzo mostrò per la prima volta le proprie possibilità nella rappresentazione di un grande evento collettivo, con trasmissioni seguite nelle cosiddette Fernsehstuben, le sale televisive pubbliche.
Anche la Gran Bretagna accelerò rapidamente. Dopo le esperienze di Baird, nel 1936 iniziarono da Alexandra Palace le trasmissioni ad alta definizione per gli standard dell’epoca. Per qualche tempo il sistema meccanico di Baird a 240 linee si confrontò con quello elettronico a 405 linee, che finì per prevalere. Era un passaggio fondamentale: il futuro apparteneva definitivamente all’elettronica.
In Francia le sperimentazioni condotte da René Barthélemy portarono alle prime esperienze dei primi anni Trenta e, il 26 aprile 1935, a una trasmissione ufficiale alla quale partecipò l’attrice Béatrice Bretty. Poco dopo la Tour Eiffel divenne il grande punto di irradiazione parigino. La storia conservata negli archivi dell’INA restituisce bene il carattere ancora pionieristico di quelle prove: studi surriscaldati dai proiettori, apparecchi ingombranti, immagini imperfette e una nuova figura professionale destinata a diventare familiare, la presentatrice televisiva.
L’Italia davanti allo schermo
L’Italia partecipò a questa corsa tecnologica molto prima dell’avvio ufficiale della televisione del 1954. I primi esperimenti risalgono al 1929, dapprima a Milano e poi a Torino. Nei laboratori dell’EIAR di via Arsenale, un gruppo coordinato dall’ingegnere Alessandro Banfi costruì alla fine di quell’anno un impianto italiano di ripresa, trasmissione e ricezione. Il laboratorio torinese sarebbe diventato il nucleo originario del futuro Centro Ricerche Rai.
Il passaggio più significativo avvenne alla vigilia della guerra. Il 22 luglio 1939 l’impianto EIAR di Roma avviò regolari trasmissioni sperimentali: i programmi erano realizzati nel palazzo di via Montello e inviati via cavo al trasmettitore di Monte Mario. Si utilizzava lo standard tedesco a 441 linee. I ricevitori, allora chiamati anche “radioricevitori-fonovisivi”, furono collocati in luoghi accessibili al pubblico, fra i quali la Mostra della Radio al Villaggio Balneare del Circo Massimo.
L’aspetto più interessante è che non si trattava ormai soltanto di prove tecniche. Esisteva un vero embrione di programmazione, annunciato dal Radiocorriere, con canzoni, numeri comici, musica, interviste e personaggi già popolari alla radio e nel teatro. Comparvero davanti alle telecamere Macario, Aldo Fabrizi, Nunzio Filogamo e Odoardo Spadaro; Lidia Pasqualini fu scelta come annunciatrice. Anche lo sport trovò rapidamente spazio, con Nicolò Carosio e le interviste ai calciatori del Bologna campione d’Italia. Il nuovo mezzo cominciava così a inventare i propri generi prima ancora di possedere un pubblico di massa.
Il 16 settembre 1939 le trasmissioni sperimentali raggiunsero anche Milano, irradiate dalla Torre Littoria del Parco Sempione e ricevibili per alcune decine di chilometri. Roma e Milano disponevano quindi, alla vigilia del conflitto, di nuclei di un sistema televisivo che avrebbe potuto svilupparsi negli anni successivi. La guerra interruppe quella traiettoria: il 31 maggio 1940 le trasmissioni sperimentali italiane cessarono.
Quando la televisione italiana avrebbe iniziato il servizio regolare, il 3 gennaio 1954, sarebbe sembrata agli spettatori una novità assoluta. In realtà alle sue spalle c’erano già decenni di ricerca, apparecchi meccanici, laboratori elettronici, trasmettitori sperimentali e persino i primi tentativi di costruire un palinsesto. Gli anni Venti e Trenta avevano definito qualcosa di ancora più importante della tecnologia: l’idea che immagini e suoni potessero raggiungere simultaneamente persone lontane, trasformando un evento in esperienza collettiva. La televisione di massa sarebbe arrivata dopo la guerra, ma il suo linguaggio aveva già cominciato a prendere forma.
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