Volumi pieni, pelle tesa su curve generose, braccioli modellati e una costruzione affidata alla competenza delle mani. La Vanity Fair racconta il passaggio dalla bottega di alta tappezzeria al design industriale italiano, mantenendo però intatta la centralità del mestiere.
Quando nel 1930 entrò in produzione il Modello 904, Renzo Frau era morto da quattro anni. Dietro quella poltrona dalle proporzioni generose, destinata a diventare uno dei simboli dell’arredamento italiano, c’era dunque una storia più complessa di quanto suggerisca la semplice attribuzione a un progettista. La documentazione dell’azienda precisa infatti che il modello fu sviluppato a partire dai disegni lasciati da Frau alla moglie Savina Pisati, che dopo la sua morte continuò l’attività. Soltanto dal 1984 il Modello 904 avrebbe assunto il nome con il quale oggi è universalmente conosciuto: Vanity Fair.
Lorenzo Frau, detto Renzo, era nato a Cagliari nel 1881. Trasferitosi prima a Milano e poi a Torino, aveva maturato esperienze commerciali nel settore dei rivestimenti e conosciuto direttamente la tradizione delle poltrone Chesterfield durante un soggiorno di lavoro in Gran Bretagna. Nel 1912 fondò a Torino Poltrona Frau. La sua formazione non seguiva dunque il percorso dell’architetto-designer che diventerà consueto nel Novecento italiano: nasceva piuttosto dalla conoscenza dei materiali, della tappezzeria, delle lavorazioni e del mercato dell’arredamento.
Questa origine aiuta a comprendere la Vanity Fair. Nel testo di partenza viene ricordato proprio il carattere eminentemente artigianale della cultura produttiva dalla quale proveniva la poltrona. Frau aveva guardato ai modelli inglesi, francesi e mitteleuropei, reinterpretandoli progressivamente attraverso una produzione propria. La Torino dei primi decenni del secolo offriva un terreno particolarmente fertile: capitale dell’automobile italiana, città industriale ma ancora legata alle manifatture di lusso e alla committenza aristocratica, permetteva di far convivere lavorazioni tradizionali e nuove esigenze produttive. Nel 1919 il Duca di Pistoia commissionò a Frau il Modello 128 e negli anni Venti l’azienda divenne fornitrice della Real Casa.
Il Modello 904 porta questa cultura verso una sintesi sorprendentemente moderna. Non cerca la leggerezza strutturale che negli stessi anni affascinava il razionalismo europeo. Al contrario, rivendica il volume. Schienale e braccioli formano una massa continua, avvolgente, quasi una conchiglia imbottita. La geometria è semplice ma ammorbidita da raccordi curvilinei; la seduta profonda comunica immediatamente un’idea di protezione e comfort.
È un oggetto che non nasconde la propria consistenza materiale: la esibisce. Le linee arrotondate, riconducibili al clima Art Déco, trasformano così la tradizione della club chair in una figura più astratta e compatta. La stessa azienda considera oggi quella configurazione volumetrica uno degli elementi che hanno fatto della Vanity Fair un’icona del design italiano.
A renderla riconoscibile contribuisce soprattutto la lavorazione. La struttura è tradizionalmente realizzata in legno massello, mentre il rivestimento in pelle segue senza interruzioni le curve dei braccioli e dello schienale. Sul retro e sui fianchi corre una fila di chiodini rivestiti in pelle e ribattuti a mano, dettaglio funzionale che diventa contemporaneamente segno decorativo. I piedini in faggio scuro lasciano appena sollevato da terra il grande volume della seduta. Sono caratteristiche che spiegano perché la Vanity Fair occupi una posizione particolare nella storia del design: l’oggetto possiede una forma adatta alla serialità, ma continua a dipendere da operazioni manuali e dalla competenza del tappezziere.
La sua comparsa coincide con un momento nel quale lusso, velocità e modernità stavano costruendo un immaginario comune. I grandi treni internazionali e soprattutto i transatlantici non erano semplicemente mezzi di trasporto: funzionavano come architetture mobili nelle quali le compagnie di navigazione concentravano materiali preziosi, opere d’arte e arredamenti capaci di rappresentare un’idea nazionale di eleganza. Poltrona Frau partecipò a questa stagione fornendo arredi per grandi navi, fra cui il Rex e il Conte Grande. L’azienda ricorda in particolare gli arredamenti delle cabine del Rex come un passaggio decisivo per la propria affermazione internazionale.
Varato nel 1931 ed entrato in servizio l’anno successivo, il Rex rappresentava perfettamente questa ambizione. Nel 1933 conquistò il Nastro Azzurro per la traversata atlantica verso occidente. I suoi interni riunivano linguaggi diversi e un’idea spettacolare del viaggio, con saloni, ristorante, ambienti di rappresentanza e servizi concepiti per trasformare la traversata in esperienza mondana. In questo contesto le sedute Poltrona Frau trovavano un ambiente naturale: il comfort non era un’aggiunta alla tecnica del viaggio, ma uno dei modi attraverso i quali la modernità veniva comunicata al passeggero. La documentazione storica dell’azienda lega esplicitamente gli arredi del Rex alla propria consacrazione internazionale.
La vicenda della 904, tuttavia, non termina negli anni Trenta. La sua forza sta proprio nella capacità di sopravvivere al gusto che l’aveva generata. Quando nel 1984 assunse ufficialmente il nome Vanity Fair, la poltrona apparteneva ormai a un mondo completamente diverso, quello nel quale il design storico veniva riscoperto, rieditato e riconosciuto come patrimonio culturale. La pelle rossa, diventata una delle sue immagini più note, ne ha accentuato la presenza scenica, facendo della seduta non soltanto un mobile confortevole ma una figura immediatamente identificabile.
Anche il cinema ha sfruttato questa qualità. Il testo allegato ricorda le apparizioni della poltrona in L’ultimo imperatore, in La famiglia di Ettore Scola e in The Bodyguard. Non sorprende che scenografi e arredatori l’abbiano scelta: la Vanity Fair possiede quella rara capacità degli oggetti fortemente caratterizzati di suggerire, prima ancora che lo spettatore ne riconosca il modello, prestigio, intimità e una precisa idea di comfort.
Nel 2020, per i novant’anni dall’entrata in produzione, Poltrona Frau ha affidato a Roberto Lazzeroni una reinterpretazione delle proporzioni, denominata Vanity Fair XC. Non si trattava di correggere l’originale, ma di adeguarne ergonomia e dimensioni alle abitudini contemporanee conservandone il codice formale.
È forse questa continuità a spiegare meglio la durata del Modello 904. Molte sedute del Novecento sono diventate celebri perché rappresentavano una rottura. La Vanity Fair ha seguito una strada diversa: ha trasformato una tradizione di tappezzeria in un archetipo moderno senza cancellarne le tracce. Dietro la sua pelle levigata rimangono il legno, i chiodi, l’imbottitura e soprattutto il lavoro delle mani.
Quasi un secolo dopo, è ancora lì che risiede gran parte della sua modernità.

