
Tra la fine della Grande Guerra e la metà degli anni Venti, l’arte europea attraversa una svolta inattesa: dal tumulto delle avanguardie al recupero della tradizione. È il “ritorno all’ordine”, un fenomeno che tocca Italia, Francia e Germania, segnando una nuova stagione di equilibrio e riflessione dopo l’ebbrezza della modernità.
Il primo dopoguerra apre un tempo di silenzio e disincanto. Dopo la violenza del conflitto e gli eccessi delle avanguardie, molti artisti europei avvertono l’urgenza di tornare a un linguaggio stabile, misurato, comprensibile. È la risposta a un secolo che aveva creduto nella velocità, nella rottura, nell’invenzione assoluta. Ora, invece, si cerca l’armonia delle forme, la solidità del mestiere, la continuità della memoria.
Questo orientamento, che la critica definirà “ritorno all’ordine”, non nasce da un manifesto ma da una condizione collettiva. Alla radice vi è il trauma della guerra, la delusione per la modernità intesa come promessa di progresso, e forse anche la stanchezza verso le derive di un avanguardismo diventato sterile esercizio di provocazione.
In Italia, il movimento che più incarna questa svolta è Novecento, nato a Milano nei primi anni Venti attorno alla figura carismatica di Margherita Sarfatti, giornalista, critica e intellettuale vicina a Mussolini. Sarfatti promuove un’arte che unisca modernità e classicità, razionalità e sentimento nazionale, richiamandosi alla grande tradizione pittorica italiana — da Giotto a Piero della Francesca, dal Rinascimento al primitivismo trecentesco.
Nel gruppo convergono personalità di diversa provenienza: ex futuristi come Mario Sironi e Achille Funi, pittori come Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Ubaldo Oppi, Piero Marussig, Emilio Malerba, Domenico De Toma. Attorno a loro gravitano anche artisti metafisici come Giorgio de Chirico, Carlo Carrà e Gino Severini, attratti dall’idea di un’arte solida, monumentale, misurata.
Il debutto ufficiale del movimento avviene nel 1926 con la Prima Mostra del Novecento Italiano a Milano, inaugurata con la presenza di Benito Mussolini. L’intento è ambizioso: costruire un’arte nazionale capace di dialogare con le tendenze europee ma radicata nella tradizione italiana. Tuttavia, dietro la patina di unità, Novecento è un mosaico di personalità e sensibilità molto differenti.
C’è il classicismo metafisico di Casorati e De Pisis, l’intimismo di Semeghini e Tosi, il realismo severo di Sironi, la ricerca artigianale di Campigli e Funi, fino al provincialismo ironico di Maccari e Soffici. Critici come Ugo Ojetti e Massimo Bontempelli tentano di darne una definizione teorica, ma il movimento sfugge a qualsiasi etichetta. Negli anni Trenta molti artisti se ne distaccheranno, aprendo la strada a correnti più personali e spesso polemiche nei confronti del regime.
Il ritorno all’ordine, tuttavia, non è fenomeno solo italiano. In Francia, figure come Amédée Ozenfant e Le Corbusier teorizzano il Purismo, un’arte basata sull’equilibrio geometrico, sulla purezza delle forme e sull’armonia razionale degli oggetti. In Germania, nello scenario drammatico della Repubblica di Weimar, nasce la Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività), che con Otto Dix, George Grosz, Max Beckmann e Christian Schad denuncia le ferite morali e sociali della guerra attraverso un realismo implacabile.
In questo contesto, l’Italia offre una declinazione autonoma: più introspettiva che politica, più simbolica che ideologica. Ne sono esempio il Realismo Magico di Felice Casorati, Cagnaccio di San Pietro e Antonio Donghi, che unisce la calma della forma classica a un senso di sospensione e mistero.
Prima del Novecento, però, un’esperienza decisiva aveva già preparato il terreno: la Metafisica.
Nata negli anni Dieci con Giorgio de Chirico, essa propone una pittura popolata di piazze deserte, statue immobili, oggetti enigmatici sospesi nel tempo. “Metafisico” significa “oltre la fisica”: scoprire l’essenza segreta delle cose, la dimensione misteriosa del reale. Durante la guerra, a Ferrara, si riuniscono De Chirico, il fratello Alberto Savinio, il poeta Filippo De Pisis e l’ex futurista Carlo Carrà. Poco dopo si uniscono anche Morandi e Sironi. Le loro idee trovano spazio nella rivista Valori Plastici, che diventa la piattaforma teorica del nuovo pensiero figurativo.
La pittura metafisica non rappresenta ma evoca: oggetti comuni — manichini, squadre, biscotti, torri, tavoli — assumono un’aura inquietante, come se custodissero un significato invisibile. È una pittura silenziosa, immobile, dove la luce si fa pensiero. Se De Chirico ne incarna la dimensione filosofica, Carrà e Morandi ne esplorano quella formale, riducendo gli elementi a essenze pure, quasi astratte.
La “scuola metafisica” si dissolve nel 1921, ma la sua influenza è duratura: segnerà l’estetica del Novecento italiano e, più in generale, la sensibilità di un’epoca in cerca di equilibrio tra sogno e misura, ragione e mistero.
Così, tra il 1918 e il 1930, l’arte europea compie un doppio movimento: rientra nei confini del visibile ma non rinuncia alla profondità dell’invisibile. Dalla Metafisica al Novecento, dal Purismo francese alla Nuova Oggettività tedesca, il “ritorno all’ordine” diventa la forma estetica di un continente che, dopo aver conosciuto la distruzione, tenta di ricostruire se stesso anche attraverso le immagini.
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