Prima l’esposizione, poi il restauro. Uno dei più importanti fogli michelangioleschi dedicati alla facciata mai costruita della Basilica di San Lorenzo entra nel percorso della 34ª BIAF, mentre prende avvio un intervento conservativo sostenuto dalla Fondazione CR Firenze.
Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>.
Un progetto rimasto sulla carta cinquecento anni fa torna oggi al centro di un’altra storia, questa volta affidata agli strumenti della conservazione. Dal 24 settembre al 4 ottobre 2026 il “Primo progetto per la facciata di San Lorenzo” di Michelangelo Buonarroti sarà esposto a Palazzo Corsini nell’ambito della 34ª Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze. Al termine della manifestazione il foglio rientrerà nei laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure per essere sottoposto al previsto restauro conservativo, interamente sostenuto dalla Fondazione CR Firenze.
L’iniziativa coinvolge BIAF, Fondazione CR Firenze, Casa Buonarroti e Opificio delle Pietre Dure e lega strettamente esposizione, ricerca e tutela. La valorizzazione della filiera conservativa rientra infatti nella missione culturale che la Biennale intende sviluppare, e questo intervento costituisce una delle principali novità dell’edizione 2026, la prima sotto la guida del nuovo Segretario Generale Bruno Botticelli. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i rapporti con le maggiori istituzioni culturali e di tutela del territorio fiorentino e toscano.

disegno, Altezza: 719 mm, Larghezza: 862 mm. Casa Buonarroti, Firenze
Il disegno custodito nelle collezioni di Casa Buonarroti è il primo progetto noto realizzato da Michelangelo per la facciata della Basilica di San Lorenzo. È anche uno dei fogli di maggiori dimensioni della raccolta e proprio la sua importanza ne ha determinato, nel tempo, una frequente esposizione. Una circostanza che ha contribuito al degrado dell’opera e che rende oggi particolarmente delicato l’intervento conservativo.
Il restauro vero e proprio sarà preceduto da una fase conoscitiva già avviata. Nell’agosto 2026 il disegno è stato sottoposto a una campagna diagnostica nei laboratori scientifici dell’Opificio delle Pietre Dure alla Fortezza da Basso. Le prime analisi hanno restituito l’immagine di un’opera tecnicamente complessa, nella quale è possibile seguire le successive fasi dell’elaborazione di Michelangelo.
Alla base sembra esserci una traccia probabilmente realizzata a punta d’argento. Su questa si riconosce il passaggio della matita e, successivamente, quello dell’inchiostro. Ma le indagini hanno mostrato che sarebbe più corretto parlare di inchiostri al plurale: Michelangelo ne utilizzò infatti tipi differenti, distinguibili attraverso le analisi e attualmente oggetto di studio. La superficie del foglio conserva così le tracce di un processo creativo costruito per passaggi successivi, dalla prima impostazione fino alla definizione più sicura del progetto.
Anche la struttura materiale dell’opera presenta differenze significative. La parte inferiore è composta da quattro fogli, appare più chiara e si trova in condizioni migliori; quella superiore è invece costituita da due fogli più scuri e privi di filigrane. Sono elementi emersi dalla diagnostica che, insieme alle altre osservazioni raccolte, saranno utilizzati per orientare l’intervento conservativo.
Prima del ritorno nei laboratori dell’Opificio, tuttavia, il pubblico potrà osservare il disegno da vicino a Palazzo Corsini. La sua presenza alla BIAF mette così in relazione due momenti normalmente separati: la fruizione pubblica di un’opera e il lavoro scientifico necessario a garantirne la conservazione.
Dietro quel grande foglio c’è una delle vicende più ambiziose e tormentate dell’attività architettonica di Michelangelo. La facciata di San Lorenzo avrebbe dovuto rappresentare il suo primo grande incarico in questo campo e dare forma a una sintesi radicale tra architettura e scultura. Il progetto, però, non arrivò mai alla realizzazione.
La Basilica di San Lorenzo era sostenuta dalla famiglia Medici fin dai primi decenni del Quattrocento, mentre la facciata rimaneva un muro grezzo di mattoni a vista, condizione che conserva ancora oggi. Nel 1515, in occasione del suo ingresso trionfale a Firenze, papa Leone X, Giovanni de’ Medici, decise che la chiesa della famiglia avrebbe dovuto finalmente ricevere una facciata monumentale.
Fu avviato un concorso informale al quale parteciparono alcuni dei maggiori artisti dell’epoca, tra cui Raffaello, Giuliano da Sangallo e Jacopo Sansovino. Michelangelo venne inizialmente coinvolto per la componente scultorea, ma nel 1516 Leone X gli affidò l’intera direzione del progetto. Le trasformazioni della sua idea sono oggi documentate dai disegni conservati a Casa Buonarroti e dal grande modello ligneo.
Nelle prime soluzioni la facciata seguiva ancora il profilo della chiesa retrostante, con il corpo centrale più elevato e due ali laterali più basse. Michelangelo finì però per abbandonare questo rapporto diretto con l’edificio e concepì una struttura rettangolare, articolata su due piani principali e un attico. La facciata acquistava così una propria autonomia, diventando una sorta di grande scena architettonica.
Per presentare la soluzione a Leone X e al cardinale Giulio de’ Medici, futuro Clemente VII, Michelangelo fece realizzare un imponente modello ligneo in scala, lungo circa due metri e tuttora conservato a Casa Buonarroti. Il progetto prevedeva colonne libere e paraste di ordine corinzio e composito, con una forte articolazione chiaroscurale. Nicchie e riquadri avrebbero accolto statue di marmo e rilievi bronzei, per un programma che arrivava a prevedere circa quaranta sculture. L’architettura avrebbe quindi funzionato come struttura destinata ad accogliere e organizzare la scultura.
Nel gennaio 1518 venne firmato il contratto definitivo, che prevedeva il completamento dell’opera nell’arco di otto anni. Michelangelo volle seguire personalmente anche l’approvvigionamento del marmo, ma proprio questa fase aprì una lunga serie di difficoltà. Per volontà del papa dovette lasciare le cave di Carrara già avviate e rivolgersi a quelle di Pietrasanta, in territorio fiorentino.
Il problema non riguardava soltanto la scelta del materiale. Michelangelo si trovò a organizzare strade sulle montagne, affrontare l’ostilità dei cavatori carraresi e seguire direttamente il taglio e il trasporto dei blocchi. Tra il 1518 e il 1520 una parte considerevole del suo tempo fu assorbita da difficoltà burocratiche e logistiche, mentre i marmi arrivavano a Firenze con grande fatica. In una lettera del periodo sintetizzò la propria esasperazione scrivendo: “Non mi rincresce il fare questa facciata, ma mi rincresce il modo, che è un tempo perso…”.
Nel marzo 1520 Leone X annullò il contratto, dopo i ritardi e l’aumento dei costi, mentre altre urgenze politiche si imponevano. Michelangelo visse duramente la decisione, arrivando a definire l’annullamento un “vituperio grandissimo”. La facciata rimase incompiuta, lasciando ai disegni e al modello ligneo il compito di testimoniare un progetto nel quale la fronte della chiesa veniva concepita come organismo autonomo e tridimensionale, capace di integrare profondamente architettura e scultura.
Il rapporto di Michelangelo con San Lorenzo, tuttavia, non terminò con quella rinuncia. I Medici gli affidarono poco dopo altri due interventi fondamentali nello stesso complesso, la Sagrestia Nuova e la Biblioteca Medicea Laurenziana, opere nelle quali il rapporto fra spazio architettonico e forma scultorea avrebbe continuato ad avere un ruolo decisivo.
Il foglio oggi al centro dell’iniziativa promossa nell’ambito della BIAF conserva dunque la memoria della fase iniziale di una vicenda destinata a interrompersi, ma anche le tracce fisiche del modo in cui Michelangelo costruiva il proprio pensiero progettuale. Dopo la diagnostica di agosto, l’esposizione di Palazzo Corsini costituisce la tappa pubblica di questo percorso. Dal 24 settembre al 4 ottobre il disegno sarà visibile alla Biennale; conclusa la manifestazione, tornerà all’Opificio delle Pietre Dure, dove quelle tracce, studiate e distinte attraverso le indagini scientifiche, diventeranno il punto di partenza del restauro.
Ho mantenuto anche la distinzione presente nel comunicato tra la campagna diagnostica dell’agosto 2026, l’esposizione alla BIAF e il successivo restauro all’Opificio delle Pietre Dure.

