Ugo La Pietra, abitare significa attraversare i confini

Dal 27 novembre 2026 al 7 marzo 2027, il Museo MAN dedica a Ugo La Pietra una personale curata da Gabi Scardi. Un percorso dal 1960 a oggi fra acrilici, oggetti, ceramiche, arazzi, installazioni, disegni, fotomontaggi e film d’artista, con un’attenzione particolare al rapporto fra individuo, comunità e territorio.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da MAN Museo d’arte provincia di Nuoro – Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>.

Una porta, una finestra, un balcone, un marciapiede, una panchina. Per Ugo La Pietra sono elementi tutt’altro che secondari: è spesso proprio lì, dove un ambiente termina e ne comincia un altro, che lo spazio rivela le sue possibilità. È attorno a questa idea dell’abitare, estesa dalla dimensione domestica alla città e al territorio, che il MAN di Nuoro costruisce Ugo La Pietra. Domus, Domo, personale curata da Gabi Scardi, in programma dal 27 novembre 2026 al 7 marzo 2027, con inaugurazione venerdì 27 novembre alle ore 18.

La mostra si inserisce nel percorso di studio che il museo sta dedicando agli artisti italiani impegnati, dagli anni Sessanta in avanti, in ricerche sperimentali sulle trasformazioni sociali e sulle relazioni fra individuo, comunità e territorio. Nel caso di La Pietra, questo campo di indagine coincide con oltre sessant’anni di attività condotta fra arte e progetto, utilizzando linguaggi e strumenti differenti.

Sono circa ottanta le opere riunite al MAN: acrilici, oggetti, ceramiche, arazzi, installazioni, disegni, fotomontaggi e film d’artista. L’arco cronologico parte dal 1960 e arriva fino a oggi, seguendo un itinerario che non procede soltanto per date, ma soprattutto attraverso differenti categorie dell’abitare. Le sale sono articolate attorno a sei nuclei – Casa e città, Fuori casa, Dentro e fuori casa, Fare casa, Casa e natura, Casa e giardino – ripresi anche nel catalogo pubblicato da Quodlibet, con progetto grafico di Leonardo Sonnoli.

La casa, dunque, non rappresenta un recinto. Nella ricerca di La Pietra diventa il punto da cui osservare un sistema di relazioni più ampio. Lo stesso artista riassume il senso del proprio lavoro ricordando come, dagli anni Sessanta a oggi, la sua ricerca si sia sviluppata attraverso l’analisi della società in rapporto all’evoluzione dell’abitare, passando dallo spazio privato a quello pubblico.

È un movimento continuo fra interno ed esterno, corpo e spazio, ambiente domestico e città. Ampliare quelli che La Pietra considera i confini liquidi dell’architettura significa interrogarsi sulle soglie e sul modo in cui la presenza umana qualifica i luoghi attraverso esigenze, ritmi, abitudini e aspirazioni, insieme alle dinamiche sociali e civiche che intervengono sulle scelte individuali e collettive.

Nel testo scritto per il catalogo, Gabi Scardi individua proprio in questo atteggiamento uno dei caratteri centrali del lavoro dell’artista. Alla rappresentazione ufficiale di una città ordinata e a un’architettura costruita secondo modelli codificati, norme disciplinari e obiettivi definiti dall’esterno, La Pietra contrappone l’attenzione per ciò che non è codificato, per quanto sfugge alla pianificazione o viene espulso dai suoi schemi.

Il confine assume così un significato decisivo. Non è necessariamente una linea di separazione: può trasformarsi in interfaccia, diventare una zona da abitare, uno spazio capace di mettere in relazione ciò che normalmente viene tenuto distinto. Da qui l’interesse costante per i margini della città e per gli elementi apparentemente ordinari che ne scandiscono la vita: cortili, marciapiedi, panchine, porte, finestre e balconi. Sono luoghi in cui la distinzione fra dentro e fuori perde rigidità e dove possono svilupparsi pratiche di fruizione, appropriazione e produzione dello spazio, tanto negli insediamenti spontanei quanto nelle aree formalmente pianificate.

Il rapporto di Ugo La Pietra con la Sardegna occupa, all’interno di questa storia, un posto preciso. Nel 1978 l’artista lavora sulla cultura balneare della spiaggia del Poetto, a Cagliari, documentando attraverso un’indagine fotografica e analitica i celebri “casotti”, le piccole abitazioni in legno realizzate sulla spiaggia a partire dagli anni Dieci del Novecento. La Pietra le legge come esempi di “architettura spontanea”: luoghi minimi e confortevoli destinati all’abitare temporaneo vicino al mare, nati da un design della necessità e capaci, con il tempo, di incidere sulla percezione del paesaggio e sulla vocazione del territorio.

Il legame prosegue nel 1987 con la partecipazione a Taccas. Nuovi tappeti sardi, mostra promossa dall’ISRE e allestita a Nuoro. Disegni di artisti, architetti e designer italiani – fra gli altri De Lucchi, Baj, Mendini e Sottsass – vengono affidati alla tessitura artigianale sarda. Nel 2009 La Pietra realizza inoltre un ciclo di ceramiche sarde per la XIX Biennale di Artigianato Sardo.

A questo dialogo si aggiunge ora un lavoro inedito realizzato con le tessitrici dello Studio Pratha: un ciclo di arazzi eseguiti sulla base dei disegni preparatori dell’artista. È un passaggio che si inserisce con naturalezza in una ricerca nella quale progetto, arte, territorio e saperi produttivi vengono continuamente messi in relazione.

Nato a Bussi sul Tirino, in provincia di Pescara, nel 1938 e originario di Arpino, in provincia di Frosinone, Ugo La Pietra vive e lavora a Milano. Qui si laurea in Architettura al Politecnico nel 1964. Architetto di formazione, ma anche artista, cineasta, editor, musicista, fumettista e docente, dal 1960 si definisce “ricercatore nel sistema della comunicazione e delle arti visive”, collocando la propria attività contemporaneamente nei territori dell’arte e del progetto.

Nel corso della sua ricerca ha attraversato esperienze differenti, dalla Pittura segnica all’arte concettuale, dalla Narrative Art al cinema d’artista, dall’arte per il sociale al neoeclettismo, ricorrendo a una pluralità di media. A questo percorso appartiene la teoria del “Sistema disequilibrante”, espressione autonoma nell’ambito del Radical Design, insieme a ricerche dedicate a temi quali La casa telematica, presentata al MoMA di New York nel 1972 e alla Fiera di Milano nel 1983; Rapporto tra Spazio reale e Spazio virtuale, alla Triennale di Milano nel 1979 e nel 1992; La casa neoeclettica, ad Abitare il tempo nel 1990; e Cultura Balneare, sviluppata al Centro Culturale Cattolica tra il 1985 e il 1995.

La sua attività è stata presentata in numerose mostre in Italia e all’estero, dalla Triennale di Milano alla Biennale di Venezia, dal Museo d’Arte Contemporanea di Lione al FRAC di Orléans, dal Museo delle Ceramiche di Faenza alla Fondazione Ragghianti di Lucca, dalla Fondazione Mudima di Milano al MA*GA di Gallarate, fino alla Fondazione Beverly Pepper di Todi, Palazzo Collicola di Spoleto, i Musei Civici di Monza, la Fondazione La Rocca di Pescara e Homo Faber presso la Fondazione Cini a Venezia.

Opere, oggetti, attività teorica, didattica ed editoriale sono parti di un medesimo percorso, sostenuto dalla centralità della componente umanistica, significante e territoriale dell’arte e del progetto. Domus, Domo ricompone questo itinerario attraverso una parola quotidiana, “abitare”, osservata però nelle sue molteplici scale: dalla casa alla strada, dal corpo alla comunità, dall’interno all’esterno. Fino a quel margine mobile dove, per La Pietra, il confine smette di essere soltanto ciò che separa e diventa uno spazio di relazione.


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