I GRANDI MAESTRI DEL DESIGN. Episodio 4: la sedia Sitzmaschine

La sedia Sitzmaschine modello 670 (circa 1905) di Josef Hoffmann rappresenta un momento cruciale nella progettazione del mobile moderno: con struttura in legno curvato, schienale regolabile e linea geometrica essenziale, riflette il passaggio dalla decorazione art nouveau alla semplificazione funzionale del design del secolo XX.

Josef Hoffmann, Stuhl Nr. 670 “Sitzmaschine”, um 1905, J. & J. Kohn, Wien, Österreich, Buche, Eisen, 99,7 x 68,6 x 109,9 cm. Foto © Sotheby’s (Detail)

Contesto e figura del progettista

Josef Hoffmann (1870-1956), architetto e designer austriaco, figura centrale del movimento della Wiener Werkstätte e della Vienna Secession, ha contribuito a ridefinire l’arredo e l’oggetto d’uso nel primo Novecento.
All’interno di questa tensione verso la «totalità dell’opera d’arte» (Gesamtkunstwerk) e verso una nuova estetica geometrica e funzionale, la Sitzmaschine si inscrive come un esempio paradigmatico: non mera seduta decorativa, ma oggetto che unisce tecnica, produzione industriale e bellezza formale.

Origine e produzione

La sedia venne progettata da Hoffmann circa nel 1905 per la casa produttrice Jacob & Josef Kohn di Vienna, specializzata in mobili in legno curvato.
La veste ufficiale della produzione recava la designazione «modello 670». Alcuni studi ne segnalano una prima apparizione al pubblico in occasione della Kunstschau di Vienna del 1908.
La partnership Hoffmann / Kohn fu significativa: Kohn, oltre a essere una fabbrica di mobili, era un grande attore della produzione massiva in legno curvato e, collaborando con progettisti della Wiener Werkstätte, stava già entrando nella sfera di ciò che verrà definito “design industriale”.

Caratteristiche formali e funzionali

La Sitzmaschine modello 670 presenta una struttura in legno curvato (bugholz), con montanti e braccioli che si innestano in un profilo snello e regolabile. Un esempio in collezione del Museum of Modern Art di New York recita: “Faggio curvato con pannelli in sicomoro”.

Caratteristiche salienti:

  • Lo schienale è regolabile tramite una barra che può essere inserita in diversi fori laterali: ciò consente la variazione dell’inclinazione della seduta.
  • I braccioli sono realizzati come un prolungamento della struttura curva; il mobile assicura dunque continuità formale tra seduta, schienale e elementi laterali.
  • I tagli geometrici e le aperture sono evidenti: l’influenza della geometrizzazione tipica di Hoffmann emerge nella combinazione di cerchio, quadrato e rettangolo.
  • Il termine “Sitzmaschine” (letteralmente “macchina per sedersi”) è indicativo della volontà di sottolineare la funzionalità, l’adattabilità tecnica e l’industrializzazione della forma d’uso.
  • Il design preserva evidenze artigianali (legno curvato, pannelli in acero/sycamore) pur prevedendo una produzione in serie, o almeno semi-industriale.

Collocazione stilistica e importanza storica

Nel panorama della produzione di mobili di inizio Novecento, la Sitzmaschine mod. 670 si colloca al crocevia tra due mondi: da un lato l’esperienza della Secessione viennese e della Wiener Werkstätte, contraddistinta da un’attenzione all’arte totale e all’oggetto d’uso come componente dell’ambiente; dall’altro la nascente coscienza del design industriale, con produzione di mobili in serie, adattamento funzionale e rigore formale.

Secondo una fonte specialistica: «La seduta ‘so-called Sitzmaschine’ risulta dalla riflessione di Hoffmann sul movimento riformista inglese Arts and Crafts».
Le aperture geometriche, la riduzione ornamentale, l’enfasi sulla forma pura – cerchio, quadrato – anticipano i linguaggi razionalisti del decennio seguente. Del resto la pagina Wikipedia sul mobilio Art Nouveau rileva che Hoffmann con la «Sitzmachine adjustable-back chair, 1905» fu tra i protagonisti della transizione verso il modernismo.

Inoltre, la Sitzmaschine esercitò una influenza indiretta: per esempio nell’analisi del Rot‑blauer Stuhl di Gerrit Rietveld si osserva come quest’ultimo abbia ripreso «la sedia 670 di Josef Hoffmann» come modello di riferimento.

Produzione, diffusione e collezionismo

La produzione da parte di J. & J. Kohn permise a Hoffmann di esplorare la possibilità della fabbricazione in serie, pur mantenendo una forte qualità di esecuzione. La casa Kohn era all’epoca un grande produttore viennese di mobili in legno curvato, con numerose fabbriche e una produzione significativa.
La sopravvivenza di esemplari oggi in musei come il MoMA (New York) ne attesta l’importanza curatoriale.
I modelli autentici, oggi, sono ricercati dai collezionisti di “design moderno” e mobili del XX secolo, e compaiono in aste e cataloghi specialistici.

Interpretazioni critiche e valori contemporanei

Dal punto di vista critico, la Sitzmaschine può essere letta come un esercizio di equilibrio tra funzionalità e forma estetica, tra produzione di mobili come oggetti di massa e la volontà dell’artista-designer di imprimere una firma geometrica. Il nome stesso, “macchina per sedersi”, suggerisce l’idea che l’oggetto non sia solo un “morbido divano” o “poltrona decorativa”, ma un dispositivo tecnico per l’uopo quotidiano.
In un’epoca in cui il legno curvato era perlopiù associato a mobili da caffè viennese (pensiamo alle sedie Thonet), Hoffmann interpreta la tecnica del legno curvato in chiave moderna, conferendo leggerezza e rigore: «cinque pioli di legno su ogni lato consentono alla persona seduta di regolare (…) la sedia da verticale a completamente reclinata».
Nel mondo del design contemporaneo, la Sitzmaschine suscita interesse anche come precursore della regolabilità e dell’ergonomia integrate nel mobile (pensiamo alle poltrone moderne reclinabili) e come testimonianza dell’interfaccia tra artigianato e produzione industriale.


La Sitzmaschine modello 670 di Josef Hoffmann è un’avanguardia formale e tecnica che anticipa il design moderno: geometrie essenziali, produzione su scala, regolabilità funzionale, e una visione che mette insieme artigianato e industrializzazione. Per chi si occupa di storia del design, di mobili viennesi o dell’evoluzione del rapporto tra forma e funzione nell’arredo del XX secolo, la Sitzmaschine resta un punto di riferimento imprescindibile.

VEDI ANCHE:
Wikipedia inglese
Wikipedia francese
Wikipedia tedesca
Moma
Barnebys.de


Scheda Tecnica Illustrata – Sedia Sitzmaschine Modello 670 (ca. 1905)

Designer: Josef Hoffmann (1870–1956)
Produttore: Jacob & Josef Kohn, Vienna
Periodo: ca. 1905–1907
Movimento: Secessione Viennese – Wiener Werkstätte
Tipologia: Sedia reclinabile con schienale regolabile


1. Descrizione generale

La Sitzmaschine (“macchina per sedersi”) è una seduta in legno curvato caratterizzata da un profilo geometrico rigoroso: montanti verticali paralleli, pannelli laterali forati e uno schienale reclinabile che scorre su un’asta laterale.
Hoffmann combina la tradizione viennese del legno curvato con la sua estetica razionale fatta di cerchi, quadrati e superfici piane.

Immagine mentale: un telaio rettangolare di grande pulizia geometrica, una struttura chiara, quasi “architettonica”, che mette in mostra ogni giunzione come fosse parte del disegno complessivo.

2. Materiali

  • Struttura: faggio curvato a vapore
  • Pannelli laterali e schienale: acero o sycamore (a seconda della produzione)
  • Seduta: legno con eventuale imbottitura o pannello rigido (varianti a seconda delle edizioni)
  • Aste e perni di regolazione: legno tornito durissimo, spesso in faggio

3. Dimensioni (esemplare standard museale)

(Valori medi ricavati da collezioni MoMA, Toledo Museum of Art, Design Museum Brussels)

  • Altezza: 105–110 cm
  • Larghezza: 64–70 cm
  • Profondità: 90–95 cm (in posizione reclinata può arrivare oltre 105 cm)
  • Altezza seduta: 42–45 cm
  • Peso: 12–14 kg

4. Meccanismo di regolazione

Elemento distintivo del modello 670:

  • L’inclinazione dello schienale è regolata tramite una barra orizzontale che si inserisce in una serie di fori laterali.
  • Ogni lato presenta cinque posizioni che permettono angolazioni diverse, da una postura eretta a una quasi reclinata.

Illustrazione verbale: immagina una scala di fori lungo il montante laterale; un’asta trasversale poggia su uno di questi fori, sostenendo lo schienale. Ogni scatto cambia la postura della seduta.

5. Elementi caratteristici

  • Geometria pura: pannelli laterali con grandi aperture circolari o quadrate.
  • Braccioli continui: derivati dalla curvatura naturale del legno a vapore.
  • Struttura “a cornice”: l’intera seduta appare come un piccolo padiglione in miniatura.
  • Riduzione decorativa: niente intagli, niente applicazioni ornamentali; solo la forma costruttiva.
  • Nome innovativo: “Sitzmaschine” è un manifesto: un mobile come dispositivo funzionale, non decorativo.

6. Collocazione storica

  • La seduta nasce nel pieno della stagione secessionista viennese.
  • Rappresenta l’idea di Gesamtkunstwerk: l’arredo come parte di un progetto architettonico totale.
  • Coniuga la tradizione del legno curvato (Thonet/Kohn) con la modernità geometrica di Hoffmann.
  • Anticipa la cultura del design industriale e la riflessione sulla produzione in serie.

7. Varianti

  • Versioni con pannelli laterali ciechi o traforati.
  • Leggere differenze nella sagoma dei braccioli a seconda dell’anno di produzione.
  • Alcuni modelli presentano seduta imbottita, altri pannello rigido in legno.
  • Rarissime versioni con finiture scure o laccate.

8. Musei che la conservano

  • MoMA, New York
  • Toledo Museum of Art, Ohio
  • MAK – Museum für angewandte Kunst, Vienna
  • Bröhan-Museum, Berlino
  • Vitra Design Museum, in alcune mostre temporanee
  • Design Museum Brussels

9. Curiosità

  • È considerata una delle prime sedie “ergonomiche” del secolo XX grazie alla regolabilità dello schienale.
  • Il nome ironico – Sitzmaschine – allude alla fascinazione per la tecnica tipica del primo modernismo.
  • Viene spesso citata come possibile fonte d’ispirazione indiretta per la Red and Blue Chair di Rietveld.
  • In alcune aste internazionali ha superato i 40.000–60.000 Euro, a seconda dell’esemplare.

10. Valutazione critica

La Sitzmaschine rappresenta un punto di svolta: combina estetica modernista, precisione ingegneristica e artigianato viennese. È allo stesso tempo un mobile, un manifesto e una piccola architettura domestica. Oggi è considerata una delle sedute più significative del proto-modernismo europeo.


I GRANDI MAESTRI DEL DESIGN. Episodio 1: la poltrona Grand Confort

Nel 1928, tre figure chiave del modernismo – Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand – ridefinirono il concetto di comfort e forma con la poltrona Grand Confort, un’icona del design razionalista che trasformò la poltrona club borghese in un manifesto di funzionalità e bellezza industriale.

CASSINA – 2 Fauteuil Grand Confort, petit modèle – durable

C’è una linea netta che separa la poltrona Grand Confort da tutto ciò che l’ha preceduta. Nata nel 1928, nel fervore creativo della Parigi tra le due guerre, è molto più di un oggetto d’arredo: è una dichiarazione di intenti, un simbolo di una nuova epoca in cui la forma si piega alla funzione e la struttura diventa linguaggio. Il suo progetto porta la firma di Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand, tre protagonisti assoluti dell’architettura e del design del Novecento, che insieme tracciarono un confine preciso tra il passato e la modernità.

Una rivoluzione cubica

La Grand Confort, o LC2, come sarà poi conosciuta nella riedizione Cassina, nasce come reinterpretazione modernista della poltrona club ottocentesca, il simbolo per eccellenza del comfort borghese. Ma dove la poltrona tradizionale nasconde la struttura sotto strati di imbottitura, i tre progettisti scelgono di mettere in mostra l’ossatura, capovolgendo il rapporto tra dentro e fuori.
La seduta si compone di cuscini in pelle — indipendenti e geometrici — racchiusi in una gabbia d’acciaio cromato, come se il corpo del mobile fosse trattenuto da una struttura razionale. La funzione diventa forma, e la forma, a sua volta, diventa manifesto.

Il risultato è un cubo perfetto, rigoroso ma accogliente, dove la morbidezza dei cuscini contrasta con la freddezza della struttura metallica. È la materializzazione di una delle massime più celebri di Le Corbusier: “La casa è una macchina per abitare.” E in questa logica, anche la poltrona diventa una macchina per sedersi, concepita con la stessa precisione di un ingranaggio industriale.

Il contesto e la visione

La poltrona fu presentata per la prima volta al Salon d’Automne di Parigi del 1929, accanto ad altri arredi concepiti per la Villa Church e per l’Appartement La Roche. Questi progetti testimoniavano la collaborazione fruttuosa tra Le Corbusier e Perriand, giovane designer entrata nel suo studio nello stesso anno, portando una sensibilità nuova: un equilibrio tra rigore architettonico e attenzione per i materiali e il corpo umano.

Nel pensiero del gruppo, il comfort non era più un valore decorativo, ma un principio scientifico. La proporzione, il gesto e la postura erano studiati con lo stesso rigore con cui si calcolavano le travi di un edificio. Da qui nacque una famiglia di arredi modulari e funzionali, dalle linee pure e senza tempo, che dialogavano con l’architettura come parti integrate dello spazio abitativo.

Dal laboratorio al mito

La Grand Confort fu prodotta inizialmente da Thonet France, poi nel 1965 Cassina ne ottenne i diritti di produzione esclusiva, inserendola nella collezione “Le Corbusier, Pierre Jeanneret, Charlotte Perriand”, e contribuendo alla sua diffusione internazionale. Con il tempo divenne una delle icone più riconoscibili del design del Novecento, adottata da musei, gallerie e interni di rappresentanza come simbolo di eleganza razionale.

La poltrona esiste in due versioni principali: LC2, più compatta e proporzionata, e LC3, più ampia e rilassata. Entrambe incarnano lo stesso principio costruttivo: la separazione tra struttura portante e imbottitura, l’idea di un comfort progettato secondo logiche ingegneristiche. Non è un caso che ancora oggi la Grand Confort sia prodotta con gli stessi materiali e proporzioni originali, confermando la validità assoluta del suo progetto.

Un simbolo della modernità

A quasi un secolo dalla sua creazione, la Grand Confort continua a incarnare il sogno del modernismo: unire arte, tecnica e vita quotidiana. È una sintesi perfetta di razionalismo e sensualità, di precisione meccanica e calore umano. Nel suo equilibrio tra rigidità e morbidezza, tra gabbia e libertà, si legge la tensione stessa del Novecento: l’uomo che abita la macchina, ma cerca ancora la propria umanità al suo interno.

Come scrisse Charlotte Perriand, “il design deve rispondere ai bisogni dell’uomo e adattarsi al suo corpo, non il contrario.”
La Grand Confort resta, in questo senso, una delle più alte espressioni di quell’ideale: un oggetto che ha saputo rendere visibile, nella forma di una poltrona, il pensiero di un intero secolo.