Gae Aulenti ha sorprendentemente attraversato la storia dell’architettura libera dalle mode

Maestra delle trasformazioni architettoniche, protagonista assoluta del design italiano del secondo Novecento, Gae Aulenti ha attraversato la storia dell’architettura con una visione colta, rigorosa e insieme sorprendentemente libera dalle mode. Dai musei alle scenografie, dagli interni ai prodotti di culto, il suo lavoro ha saputo fondere tecnica, teatro e umanesimo, ridefinendo il ruolo stesso dell’architetto.

Un’identità complessa: architetta, designer, regista dello spazio

Gae Aulenti nasce nel 1927 a Palazzolo dello Stella, in Friuli, e si forma al Politecnico di Milano, dove si laurea nel 1953. Fin dall’inizio rifiuta le semplificazioni stilistiche e l’idea di un modernismo ridotto a formule. Per lei l’architettura è dialogo, stratificazione, reinterpretazione del passato: non demolire, ma capire. Non imporre una forma, ma trovare quella che rende evidente la memoria dei luoghi.

La sua carriera si muove presto con naturalezza tra architettura, allestimenti, grafica, scenografie teatrali, editoria e design industriale. Una figura trasversale, capace di dominare il progetto in tutte le sue scale.

La stagione del design: lampade, arredi e oggetti entrati nella storia

Negli anni Sessanta e Settanta Aulenti diventa una delle protagoniste del design internazionale. Lavora con aziende come FontanaArte, Kartell, Martinelli Luce, Zanotta, Olivetti.

Tra gli oggetti più iconici:

  • la lampada Pipistrello (1965), con la sua luce diffusa e il profilo morbido che ricorda le ali dell’animale;
  • la lampada Ruspa, dinamica e scultorea;
  • il tavolo con ruote di FontanaArte, elegante, ironico, subito riconoscibile;
  • gli arredi per gli interni Olivetti, esempio di funzionalità unita a una raffinata ricerca materica.

Aulenti non vedeva il design come una disciplina minore: ogni oggetto era parte di un sistema più ampio, un racconto dello spazio domestico o professionale.

Il mestiere dell’architetta: trasformare, non cancellare

Il cuore del suo lavoro resta però l’architettura. Non quella del “nuovo” a tutti i costi, ma quella della metamorfosi: edifici storici che tornano a vivere attraverso interventi misurati, intensi, mai invasivi.

La sua opera più celebre, e una delle più discusse, è la trasformazione della Gare d’Orsay di Parigi nel Musée d’Orsay (1980–1986). Un capolavoro di equilibrio tra memoria industriale e vocazione museale: passerelle metalliche, vetro, luce naturale filtrata, una grande navata che diventa spazio espositivo.

Seguono altri progetti museali di grande rilevanza:

  • Palazzo Grassi a Venezia (1985), dove crea una nuova fluidità di movimento tra le sale;
  • il Museu Nacional d’Art de Catalunya di Barcellona, con un allestimento teatrale e dinamico;
  • il Museo Nazionale d’Arte Asiática Guimet a Parigi, rinnovato con un linguaggio essenziale e raffinato.

Ma Aulenti lavora anche nello spazio pubblico e nella comunicazione visiva: sue sono, ad esempio, le celebri Piazze Gae Aulenti di Milano, dedicate alla sua memoria, che rispecchiano quell’idea di città come sistema in continua trasformazione.

Scenografie, teatro e media: un pensiero teatrale dello spazio

Il rapporto con il teatro accompagna Aulenti per tutta la vita. Collabora con Strehler, Ronconi e altri registi che le chiedono scenografie capaci di reinterpretare testi, movimenti, tempi. Il teatro, per lei, è palestra di invenzione, un laboratorio di idee che poi si riversano anche nei musei e negli interni.

Negli anni Ottanta e Novanta lavora anche al progetto di interni ed elementi architettonici per quotidiani e testate, come “La Repubblica” e il “Sole 24 Ore”, portando nel mondo dell’informazione un linguaggio spaziale asciutto e contemporaneo.

L’eredità di una pioniera

Gae Aulenti è stata una delle pochissime donne ad affermarsi in un ambiente — quello dell’architettura internazionale — dominato dagli uomini. Non un simbolo, ma un’autorità. Non una “quota femminile”, ma una professionista dalla forza intellettuale fuori discussione.

La sua eredità oggi si misura non solo negli edifici, negli oggetti e nei progetti, ma nell’idea stessa di architettura come disciplina capace di ascoltare i luoghi, dialogare con il tempo, mettere insieme memoria e futuro.

Perché Aulenti è ancora decisiva

Il suo lavoro parla al presente per almeno tre motivi:

  • propone una visione dell’architettura come recupero, non come tabula rasa;
  • unisce rigore tecnico e sensibilità artistica;
  • dimostra che la trasformazione degli spazi può essere un atto poetico e politico.

In un’epoca di consumi rapidi e rinnovamenti aggressivi, Aulenti insegna che la modernità può essere costruita sulla continuità, non sulla cancellazione. Una lezione preziosa, che continua a ispirare progettisti, curatori e designer.


    Francesca Woodman: resiste al tempo perché affronta temi universali

    Piccola, intensa, inafferrabile: la fotografia di Francesca Woodman trasforma il corpo – quasi sempre il suo – in uno spazio liminale, in un luogo cioè con cui connettersi, privo di soggetti, ma che genera un senso di inquietudine. Tra dissolvenza, memoria, sogno e mistero. In pochi anni ha costruito un linguaggio visivo inconfondibile, capace di ridefinire la percezione femminile del sé nello spazio architettonico e domestico.


    Le radici: un’infanzia tra Colorado e Toscana

    Nata a Denver nel 1958 da una coppia di artisti — il pittore e fotografo George Woodman e la ceramista Betty Woodman — Francesca cresce in un ambiente in cui arte e sperimentazione sono parte della vita quotidiana. L’infanzia trascorsa in parte in Italia, tra Firenze e la campagna toscana dell’Antella, le fornisce una precoce familiarità con l’estetica europea, con gli interni nobili, con le rovine domestiche e con quella particolare atmosfera che tornerà spesso nelle sue fotografie.

    A tredici anni riceve la sua prima macchina fotografica: un autoritratto giovanile, oggi molto noto, lascia già intravedere le caratteristiche del suo futuro stile — intimità, introspezione, rapporto diretto con il proprio corpo e uso dell’autoscatto come pratica quasi rituale.

    La formazione e l’emergere di una voce visiva

    Tra il 1975 e il 1978 studia alla Rhode Island School of Design a Providence. È un periodo di intensa ricerca, di studio formale, ma anche di sperimentazione identitaria: Francesca comprende che il corpo — il suo corpo — può essere non solo soggetto, ma anche strumento e linguaggio.

    Durante un anno di studi a Roma, tra il 1977 e il 1978, entra in contatto diretto con l’eredità visiva italiana: palazzi barocchi, stanze scrostate, statue classiche, architetture segnate dal tempo. Questi ambienti diventano parte del suo immaginario e si ritrovano in molte serie fotografiche, dove la figura appare come un’apparizione fragile che abita temporaneamente lo spazio.

    In questi anni matura quei tratti che diventeranno iconici: il bianco e nero morbido, l’uso della lunga esposizione, la sfocatura che suggerisce movimento e dissolvenza, la fusione tra corpo e ambiente, la predilezione per interni abbandonati o stanze vuote.

    Il corpo come palcoscenico: temi e stile visivo

    Il filo rosso del suo lavoro è la tensione costante tra presenza e sparizione. Di frequente il volto è nascosto o mosso, il corpo si confonde con pareti, porte, specchi e arredi. Le sue sono vere e proprie azioni performative, messe in scena davanti all’obiettivo: l’immagine diventa il residuo di un gesto, di un equilibrio precario, di un’apparizione.

    In essa convivono il simbolismo e il surrealismo, ma anche una profonda necessità autobiografica: denunciare una fragilità, evocare un desiderio di metamorfosi, testimoniare un’identità in costruzione. La sensazione è che Woodman voglia rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto: ansie, turbamenti, solitudini, aspirazioni.

    Il formato ridotto, la luce delicata, la scelta di ambienti domesticamente degradati, i gesti ripetuti o sospesi contribuiscono a creare una poetica riconoscibile e radicale, che ancora oggi affascina e inquieta.

    Produzione, tecniche e sperimentazioni

    Nonostante la brevità della sua carriera, Woodman lascia centinaia di fotografie, per la maggior parte stampe in gelatina d’argento. Lavora quasi esclusivamente in bianco e nero, ma non disdegna sperimentazioni con tecniche meno convenzionali: video, grandi diazotipi, collage e assemblaggi che mostrano la sua curiosità per il processo creativo e la sua volontà di superare la semplice immagine statica.

    Il suo approccio è lontano dal formalismo tecnico: cerca piuttosto un’atmosfera, un’emozione, un’impronta fragile e perturbante. All’interno di ogni fotografia sembra vivere un piccolo enigma narrativo: un corpo che tenta di definirsi, che scompare e riappare, che si nasconde e al tempo stesso chiede di essere visto.

    L’epilogo e l’eredità

    La vita di Francesca Woodman si interrompe tragicamente nel 1981, a soli ventidue anni. Una fine prematura che ha alimentato miti, interpretazioni e letture romantiche del suo lavoro, talvolta semplicistiche. Quello che resta, però, è un corpus di immagini straordinariamente compatto, coerente e potente.

    Nel corso dei decenni le principali istituzioni internazionali hanno dedicato mostre e pubblicazioni alla sua opera, riconoscendole un ruolo centrale nella fotografia contemporanea. Molte artiste che esplorano il corpo come territorio di interrogazione — dalla performance art alla fotografia concettuale — riconoscono in Woodman una figura fondativa.

    Oggi la sua opera è studiata, esposta e discussa come uno dei contributi più poetici e radicali alla rappresentazione del corpo femminile nel Novecento.

    Perché ci parla ancora oggi

    La forza di Francesca Woodman resiste al tempo perché affronta temi universali:

    • la fragilità dell’identità,
    • il rapporto tra corpo e spazio,
    • la tensione tra desiderio di visibilità e bisogno di sottrarsi allo sguardo,
    • il conflitto tra memoria e oblio,
    • l’estetica della vulnerabilità.

    In un’epoca che enfatizza l’immagine performativa e controllata, le sue fotografie ricordano che il corpo può essere anche un luogo di smarginatura, di incertezza, di poesia malinconica. La sua voce rimane sospesa e luminosa, fragile e tenace: un invito a guardare davvero, oltre la superficie.


    La bolla dell’arte contemporanea sta iniziando a sgonfiarsi?

    Il caso Cattelan alla recente asta di Sotheby’s riaccende un interrogativo che aleggia da tempo: la bolla dell’arte contemporanea sta davvero iniziando a sgonfiarsi? Dietro il paradosso del water d’oro aggiudicato appena sopra il costo del metallo, si intravede un sistema che fatica a sostenere i propri stessi artifici.

    Il dato più eclatante della notte delle aste di Sotheby’s non arriva dal trionfo annunciato: sì, il Klimt venduto a 236 milioni di dollari ha polarizzato l’attenzione dei cronisti, ma è un altro dettaglio, apparentemente marginale, a rivelare la faglia che attraversa il mercato del contemporaneo. Il water d’oro postmoderno di Maurizio Cattelan, America, è stato battuto a 12 milioni contro una base d’asta di 10. In pratica: la cifra della materia prima e dei diritti d’asta. Nulla più.

    È un esito che pesa come un simbolo: la quotazione percepita dell’artista coincide ormai col costo di produzione dell’opera, come se il mercato avesse improvvisamente deciso di sottrarre valore a tutto ciò che non poggia su una sostanza visibile e misurabile. Un paradosso che ribalta anni di narrazioni speculative: persino la banana con il nastro adesivo, icona della provocazione catapultata nel mainstream, sembrerebbe oggi tornare a valere il suo prezzo reale, un euro e mezzo.

    Eppure America, presentata nel 2016 come elaborazione ironica e dissacrante dell’orinatoio duchampiano, conserva una lucidità cinica che forse oggi risuona persino più forte di allora. L’opera, spesso liquidata come un gioco provocatorio, si ritrova improvvisamente a dialogare con il presente: il “dorato” che abbaglia politica e finanza, dai resort extralusso evocati in Medio Oriente al kitsch di un certo populismo internazionale, passando per gli abissi della corruzione globale. Un mondo scintillante in superficie e fragile in profondità.

    Maurizio Cattelan – maestro nel prevedere l’impatto mediatico delle sue creazioni e nel costruire attorno a sé una narrazione infallibile – non è abituato alle cadute. Le sue provocazioni sono sempre state accompagnate da reti di salvataggio invisibili, destinate a garantire un esito positivo. Eppure, questa volta, qualcosa si è incrinato.
    La distanza tra chi può acquistare una banana per 120.000 euro (o 6 milioni in criptovalute) e chi può permettersi di spingersi oltre i 17 milioni – cifra raggiunta nel 2016 dall’opera Him dello stesso Cattelan – rivela una soglia psicologica e finanziaria non più sostenibile.

    Un incidente di percorso… o un sintomo strutturale?

    L’insuccesso relativo di Cattelan non è sufficiente da solo a decretare un cambio di paradigma. Ma inserito nel quadro più ampio delle crescenti voci di crisi del mercato contemporaneo, assume il ruolo di cartina tornasole. Da mesi – se non da anni – operatori, galleristi e collezionisti percepiscono un rallentamento, alimentato dal timore che la bolla speculativa stia raggiungendo il limite.

    La regola non scritta del sistema è semplice: la cosa peggiore dopo una crisi del mercato dell’arte è dichiarare apertamente che una crisi del mercato dell’arte è in corso. La sola parola “crisi” può accentuare la spirale negativa, deprimere valori, spingere alla prudenza gli acquirenti e inceppare la macchina della fiducia.

    Per due decenni, il contemporaneo ha vissuto una stagione in cui si compravano nomi, non opere; si acquistavano brand di gallerie, non ricerche artistiche; si inseguivano stanze fieristiche prestigiose – da Art Basel alle biennali più esclusive – convinti che ogni presenza in quegli spazi generasse valore di per sé. In questo meccanismo autoreferenziale, la qualità era diventata una parola quasi superflua, sacrificata sull’altare dell’immediatezza del profitto.

    Il risultato è stato un mercato drogato, lento a riconoscere i propri eccessi. Prezzi gonfiati, investimenti mordi-e-fuggi, collezionisti trasformati in speculatori più che in mecenati. Una spirale ascendente slegata dalla realtà, che ora sembra perdere propulsione.

    Se la bolla scoppia, cosa resta?

    Il timore degli operatori è che ci si trovi a un passo dal punto di non ritorno: se la speculazione si arresta bruscamente, ricostruire la fiducia sarà difficile. Forse impossibile. Un mercato fondato sull’adrenalina dei record ha bisogno di entusiasmo, glamour, esclusività; se questi elementi svaniscono, tornare ai fondamentali – interesse autentico, passione, qualità – richiede tempo e maturità.

    Eppure potrebbe essere l’unica via.
    Lo scandalo del water d’oro non è solo un episodio curioso o un inciampo inatteso: è un avvertimento. Ricorda che nessun sistema può reggersi a lungo su una bolla di aspettative irreali. E che l’arte, per continuare a essere tale, ha bisogno di uno sguardo più profondo del semplice prezzo.

    Il mercato non è morto. Ma sta cambiando pelle.
    E forse, dietro la crepa aperta da una toilette dorata, scorre l’occasione per ricominciare a parlare di ciò che davvero conta: le idee, la ricerca, la complessità che fa dell’arte un luogo di senso e non solo di investimento.


    Quando il passato svanisce nello schermo di un monitor

    L’ecosistema digitale ha trasformato radicalmente il modo in cui apprendiamo, condividiamo e interpretiamo la storia. L’articolo di Marco Brando Il tramonto del passato nell’era dei social network – qui rielaborato e discusso – offre lo spunto per riflettere su come il Web abbia alterato la nostra percezione del tempo, favorendo superficialità, distorsioni e nuove forme di ignoranza storica. Una crisi culturale che riguarda tanto la scuola quanto l’intera società.

    Il passato alla prova dei social

    Fonte esplicita di questa ampia riflessione è Marco Brando, autore dell’articolo Il tramonto del passato nell’era dei social network, dal quale prendono avvio le considerazioni che seguono. La domanda centrale è decisiva: in che modo il Web e i social network stanno rimodellando la nostra capacità di conoscere e capire la storia?

    In Italia, come altrove, la rivoluzione digitale ha scardinato il tradizionale modello di apprendimento verticale. Famiglia, scuola, università, istituzioni politiche e culturali formavano un sistema ordinato, in cui la trasmissione del sapere avveniva per gradi e secondo canali riconoscibili. Prima i media novecenteschi, poi Internet, hanno frantumato questa struttura: ciò che un tempo era un flusso coerente si è trasformato in una nebulosa informativa continua, un bombardamento di input che mette sotto pressione la nostra capacità di distinguere il fondato dal falso.

    Il risultato? Una fatica cognitiva crescente e la tentazione di affidarsi a scorciatoie interpretative, spesso ingannevoli.

    Eco chamber e filter bubble: quando il Web chiude il mondo

    Brando richiama l’analisi dell’economista comportamentale Cass Sunstein, che nel 2017 ha chiarito il funzionamento delle echo chambers, ambienti chiusi in cui gli utenti trovano conferma soltanto alle proprie opinioni. Qui si insinua la distorsione più insidiosa: la convinzione che la propria percezione parziale sia quella dominante.

    A rafforzare queste camere di risonanza intervengono le filter bubble, concetto introdotto dall’attivista digitale Eli Pariser. Gli algoritmi dei social selezionano per noi i contenuti sulla base dei nostri gusti, spesso in modo opaco e guidato da finalità commerciali. Il risultato è un microcosmo confortevole ma fragile, dove si moltiplicano informazioni infondate e pregiudizi.

    In questo ecosistema così inquinato, la storia diventa terreno fertile per semplificazioni e narrazioni tossiche.

    La crisi della storia secondo Giovanni Belardelli

    Un contributo importante alla discussione — citato da Brando — viene da Giovanni Belardelli, docente di Storia delle dottrine politiche e autore del volume Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea. Per Belardelli, non è in crisi solo la disciplina: è la percezione stessa del passato a dissolversi, sostituita da un eterno presente in cui tutto appare immediato, simultaneo, indistinto.

    Nelle democrazie liberali questo è un problema serio: senza un rapporto consapevole con la profondità storica, una comunità perde gli strumenti per valutare se stessa, i propri conflitti, le proprie prospettive. Non sviluppa anticorpi contro l’illusione che il male possa essere eliminato dalle vicende umane. E affronta impreparata il ritorno di fenomeni drammatici, come il riemergere dei conflitti in Europa o le tensioni tra Stati Uniti e Unione europea.

    Per Belardelli, le democrazie occidentali sembrano «in guerra con il passato», incapaci di riconoscerne il valore.

    Una scuola disarmata davanti alla rivoluzione digitale

    Se alcune cause della crisi storica possono essere affrontate da politiche pubbliche — dall’educazione civica alla gestione dei patrimoni culturali — altre sembrano sfuggire al controllo. È il caso del nuovo regime di storicità prodotto dal Web, che secondo Belardelli ha caratteristiche antropologico-cognitive: modifica cioè il modo stesso in cui percepiamo il tempo.

    Internet annulla le distinzioni temporali: ogni contenuto “esiste” contemporaneamente, e l’intero passato appare compattato in un unico presente digitale. La storia non è più una successione di epoche, ma un flusso disordinato, manipolabile, rimixabile.

    Per molti studenti universitari e delle scuole superiori, racconta Belardelli, questo significa una difficoltà crescente nel collocare gli avvenimenti in una sequenza cronologica o nel percepire epoche lontane come entità autonome. La scuola, già fragile, non riesce a fare da argine: una struttura «disarmata» davanti alla vertigine dell’istantaneità digitale.

    Conoscenza storica e cultura storica: un divario che si allarga

    Brando invita a distinguere tra conoscenza storica — fatti, dati, cronologie — e cultura storica, che riguarda invece la capacità critica, la metodologia, la comprensione del “come” si conosce il passato.

    Il Web, di per sé, è neutro: ospita sterminati archivi digitali e al tempo stesso fake news raffinate. Il rischio non è l’assenza d’informazioni, ma l’incapacità di orientarsi nella marea di contenuti. Senza un metodo, la democratizzazione dell’accesso può trasformarsi in democratizzazione dell’errore.

    Brando ricorre a una metafora alimentare: il Web offre una colossale abbuffata di cibi scadenti, e chi non ha un’educazione al “cibo buono, pulito e giusto” — per dirla con Slow Food — è destinato alla bulimia informativa. Notizie veloci, prive di sostanza, standardizzate.

    La McDonaldizzazione della storia

    Il sociologo George Ritzer ha definito “McDonaldizzazione” il processo con cui la logica delle catene globali (efficienza, calcolabilità, prevedibilità, standardizzazione) invade ogni aspetto della vita sociale. Per Brando — riprendendo anche il grande medievista Raffaele Licinio — questo rischio riguarda anche la narrazione storica online: una storia rapida, digeribile, replicabile, ma priva della complessità necessaria a comprendere il mondo.

    Tra disinformazione e opportunità: il laboratorio dei social

    Eppure, non tutto è perduto. Lo storico Francesco Filippi, nella sua Guida semiseria per aspiranti storici social (2022), ricorda che i social non sono solo discariche narrative: sono anche formidabili laboratori di osservazione. Studiare come gli utenti parlano di storia significa capire come percepiscono il tempo, come costruiscono identità, come elaborano conflitti e appartenenze.

    Filippi nota con ironia che gli utenti «non parlano di passato, ma rappresentano sé stessi mentre parlano di passato». Ed è proprio questo che rende i social preziosi per chi vuole analizzare il rapporto tra società e memoria.

    La risposta dei custodi della storia: educazione, metodo, responsabilità

    Brando conclude — e qui l’eco con Belardelli è evidente — che storici, istituzioni culturali e mass media non possono ignorare i social, né demonizzarli. Devono invece imparare a governarne l’uso, attraverso strumenti pedagogici, campagne di alfabetizzazione digitale, strategie comunicative aggiornate.

    La chiave è una sola: educare al pensiero critico. Non basta limitare la circolazione delle fake news; occorre fornire ai cittadini gli strumenti per riconoscerle. È una sfida culturale e politica, che riguarda la qualità della democrazia e la salute della nostra memoria collettiva.

    Il Web, dunque, non è la causa della crisi del passato, ma il suo acceleratore. La sfida non è tornare indietro, ma abitare consapevolmente questo nuovo paesaggio digitale. Recuperare il valore della storia — come bussola, come identità, come disciplina dell’immaginazione — è oggi più che mai un atto di responsabilità civile. E passa attraverso un’educazione capace di unire tecnologia e metodo, memoria e critica.

    Solo così potremo evitare che la storia, risucchiata dall’istantaneità del Web, si trasformi in un fast food della coscienza.


    Foreste in miniatura: il metodo Miyawaki spiegato bene

    Il metodo del botanico giapponese Akira Miyawaki permette di trasformare in pochi anni piccoli spazi trascurati in micro-foreste dense, vitali e autonome. Un approccio basato su specie autoctone, alta densità di piantagione e minima manutenzione, che punta a ricreare veri ecosistemi naturali in aree ridotte.

    Il verde urbano è diventato uno dei temi simbolo della nostra epoca: città sempre più impermeabili, suoli degradati, ondate di calore e inquinamento hanno riportato al centro la necessità di nuovi spazi naturali. In questo contesto, una tecnica elaborata negli anni Settanta dal botanico giapponese Akira Miyawaki è tornata di grande attualità. Il suo metodo promette di ricreare, in appena un decennio, boschi in miniatura capaci di funzionare come ecosistemi complessi. Non semplici giardini, dunque, ma vere foreste in scala ridotta.

    Origine e filosofia

    Miyawaki, studioso della vegetazione naturale dell’Asia orientale, si pose una domanda apparentemente semplice: come ricostruire, in tempi rapidi, la foresta che sarebbe nata spontaneamente in un luogo se non fosse stato alterato dalle attività umane? La risposta fu un metodo che imita il funzionamento dei boschi primari: molte specie, tutte autoctone, piantate molto vicine fra loro per ricreare da subito la competizione naturale per luce e spazio.

    L’intuizione era chiara: accelerare ciò che la natura compirebbe in decenni o secoli, stimolando dinamiche ecologiche che normalmente richiedono tempi lunghissimi.

    I principi fondamentali del metodo

    Nonostante la varietà delle applicazioni, il metodo Miyawaki si fonda su alcuni passaggi irrinunciabili:

    1. Scelta esclusiva di specie autoctone

    Si analizza quale sarebbe la vegetazione naturale potenziale del luogo: alberi, arbusti e piante legnose che appartengono a quel territorio e al suo clima. Usare specie autoctone significa creare un ecosistema coerente, stabile e adattato all’ambiente.

    2. Alta densità di piantagione

    A differenza della forestazione tradizionale, gli alberi vengono piantati molto vicini: in media da due a tre piantine per metro quadrato. La densità elevata provoca una competizione immediata per la luce e porta le piante a crescere più rapidamente in altezza.

    3. Stratificazione vegetale

    Si piantano insieme specie pionieristiche, arbusti, alberi di medie dimensioni e alberi emergenti. Fin dall’inizio si ricrea la complessità di una foresta adulta, con diversi strati di vegetazione che convivono e collaborano.

    4. Preparazione del suolo

    Molte aree urbane o periurbane hanno terreni poveri, compattati o privi di humus. Il metodo prevede una preparazione accurata: si arieggia il terreno, si aggiunge compost o materia organica e si crea un ambiente fertile in cui le radici possano svilupparsi rapidamente.

    5. Messa a dimora simultanea

    Le giovani piante vengono inserite tutte insieme, non a ondate successive. Questo permette di avviare subito le dinamiche ecosistemiche: le specie pionieristiche proteggono quelle più lente, e la varietà aumenta la resilienza del sistema.

    6. Manutenzione solo iniziale

    Per i primi due o tre anni può essere necessaria un’irrigazione di supporto, qualche rimozione delle erbe infestanti o un monitoraggio generale. Ma dopo questa fase la micro-foresta viene lasciata crescere in autonomia. La gestione continua è esclusa: l’obiettivo è creare un organismo naturale autosufficiente.

    7. Autonomia nel lungo periodo

    Una volta sviluppata la chioma e creato uno strato di humus, la micro-foresta stabilisce un proprio microclima. L’ombra riduce l’evaporazione dell’acqua, il suolo si arricchisce naturalmente, le foglie cadute diventano nutrimento. L’intervento umano diventa superfluo.

    I risultati: una foresta vera, in piccolo

    Quando il metodo è applicato correttamente, anche un’area di poche decine di metri quadrati può evolversi in una sorprendente oasi di biodiversità. In cinque-dieci anni un terreno degradato si trasforma in un boschetto ricco di specie diverse, capace di attrarre insetti, uccelli e piccoli animali.

    I benefici sono numerosi: miglioramento della qualità dell’aria, aumento della capacità di assorbire CO₂, riduzione delle isole di calore, rigenerazione del suolo e creazione di rifugi per la fauna. In ambito urbano, questa densità vegetale funziona inoltre come un efficace filtro contro le polveri sottili.

    Limiti e criticità

    Come ogni metodo, anche questo ha punti delicati. La selezione delle specie deve essere molto accurata: se si scelgono piante non adatte al clima o al suolo, la micro-foresta rischia di svilupparsi in modo anomalo o collassare.

    La densità elevata comporta una mortalità naturale delle piante più deboli, che però fa parte del processo: la foresta si autoregola, eliminando le specie meno competitive. Alcuni ecologi notano che questo tipo di intervento non può sostituire la complessità dei boschi spontanei e va considerato complementare alle politiche di tutela e riforestazione su vasta scala.

    Perché è un metodo attuale

    In un mondo che si urbanizza rapidamente, dove gli spazi liberi sono sempre più rari e le necessità ambientali sempre più urgenti, la possibilità di creare foreste in spazi ristretti rappresenta una risorsa preziosa.

    Il metodo Miyawaki permette di trasformare aree marginali, cortili dismessi, lotti urbani inutilizzati o terreni degradati in piccoli polmoni verdi. Non è solo un modo per aggiungere alberi in città, ma un modo per restituire ai cittadini frammenti di natura autentica, capaci di generare microclimi, biodiversità e senso di appartenenza.

    Le micro-foreste basate sul metodo Miyawaki insegnano che anche il minimo spazio può ospitare un ecosistema. La chiave è la visione: considerare la natura non come decorazione, ma come infrastruttura essenziale.

    Piccole aree verdi, se progettate con cura, possono diventare semi di futuro. Foreste autentiche in scala ridotta, che crescono più in fretta del previsto e che, una volta formate, sanno prendersi cura di sé. In un tempo in cui il rapporto tra città e natura è nuovamente al centro del dibattito, il metodo Miyawaki offre uno sguardo concreto su ciò che è possibile: rendere la forestazione una pratica quotidiana, capace di cominciare da pochi metri quadrati e arrivare molto lontano.


    Banksy in mostra ad Agrigento con 240 opere alla Camera di Commercio

    In un’epoca in cui l’arte rischia spesso di diventare tappezzeria, Banksy continua a graffiare la coscienza collettiva. La Banksy Humanity Collection porta in mostra non soltanto le sue immagini più iconiche, ma soprattutto le domande scomode. Un’esposizione dove ciascuno si sentirà di prendere posizione.

    Banksy, il clandestino dell’arte
    che parla di umanità

    Banksy in mostra ad Agrigento
     
    Dal 4 al 21 dicembre, Agrigento ospiterà l’ attesa grande esposizione dedicata a Banksy, con 240 opere allestite negli spazi espositivi della Camera di Commercio di Agrigento, in via Atenea. Un appuntamento che arricchisce il percorso verso Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025, offrendo alla città un’occasione di incontro con uno dei linguaggi artistici più incisivi della contemporaneità.
    La presentazione della mostra avverrà nel foyer del Teatro Pirandello. Interverranno Maria Teresa Cucinotta, presidente della Fondazione per Agrigento 2025, Franco Miccichè, sindaco di Agrigento, Giuseppe Parello, direttore generale della Fondazione Agrigento Capitale. 
    Sarà un momento per illustrare i contenuti dell’esposizione e il suo ruolo all’interno del programma della Capitale Italiana della Cultura 2025.
    La selezione delle opere permette di attraversare i temi chiave dell’artista: diritti umani, pace, critica sociale, ribellione, ironia e visione. L’allestimento valorizza la potenza comunicativa delle immagini e ne facilita la fruizione da parte di un pubblico eterogeneo.
    Nelle prime ore della giornata la mostra sarà riservata alle scuole.
    L’accesso al pubblico sarà possibile a partire dalle ore 11, per tutta la durata dell’esposizione.

    C’è chi dipinge per vendere e chi per parlare al mondo. Banksy, com’è noto, appartiene alla seconda categoria: quella dei sovversivi dell’aerosol, dei poeti del muro. Ora una mostra ad Agrigento, Banksy Humanity Collection, prova a restituirne il senso profondo: non il mistero dell’identità, ma quello della coscienza.

    L’esposizione, curata dalla Banksy Modeste Collection, arriva a dicembre con un tempismo che non lascia spazio al caso. Una data scelta come dichiarazione d’intenti, per ricordare che l’arte, quando smette di essere solo decorazione, può ancora sporcarsi le mani con la realtà.

    Il progetto nasce nel 2019 dall’idea di un gruppo di amici, che ha fondato la SAS Banksy Modeste Collection per conservare e diffondere il messaggio del più enigmatico tra gli street artist, trasformando ogni mostra in un atto di impegno civile. Da allora la collezione ha fatto tappa in 14 città francesi, attirando oltre 240.000 visitatori e raccogliendo più di 250.000 euro per progetti di beneficenza.

    Ma più che un catalogo d’arte, questa mostra è una presa di posizione. I curatori non chiedono biglietti d’ingresso, ma donazioni libere. Il pubblico potrà anche acquistare serigrafie dedicate, parte del cui ricavato sarà devoluta a un’associazione locale impegnata sul territorio. Insomma, il messaggio è chiaro: l’arte non si contempla soltanto, si pratica.

    L’arte come specchio del mondo

    Dietro lo slogan Humanity Collection si nasconde una verità semplice: le opere di Banksy parlano di noi. Delle nostre paure, delle disuguaglianze che fingiamo di non vedere, dei paradossi quotidiani che riempiono le cronache. Ogni stencil, ogni topo in fuga, ogni bambina col palloncino è un dito puntato – a volte ironico, a volte amaro – sulle storture del potere e sull’indifferenza di chi guarda.

    Le immagini sono provocatorie, certo, ma non gratuite. Banksy sa essere sarcastico come Swift e diretto come un titolo di giornale: mette il pubblico davanti alle proprie contraddizioni e poi, con un colpo di spray, gli toglie ogni alibi.

    Un percorso che diventa esperienza

    Il progetto non si limita a riempire le pareti. Accanto all’esposizione sono previsti incontri con la stampa e con associazioni locali, perché la street art non si accontenta di farsi vedere: vuole essere ascoltata, discussa, magari contraddetta. È questo, in fondo, il suo linguaggio più autentico.

    La Banksy Humanity Collection si propone come un piccolo laboratorio di coscienza collettiva. Lontano dai vernissage di lusso e dai selfie di circostanza, preferisce la sostanza del messaggio: uguaglianza, solidarietà, giustizia. Tre parole che suonano antiche, ma che nei muri di Banksy ritrovano una giovinezza corrosiva.

    E se l’artista resta invisibile, poco importa. Forse proprio lì sta la sua forza: nel far parlare le opere mentre lui tace. In un mondo che urla per esistere, Banksy dimostra che si può cambiare il mondo anche con un silenzio. Purché sia dipinto sul muro giusto.


    Dettagli dell’evento:
     
    Date: 4–21 dicembre
    Inaugurazione 3 dicembre ore 18
    Luogo: Area espositiva della Camera di Commercio di Agrigento, via Atenea
    Ingresso: gratuito
    Sito https://share.google/rqd8vGCee9BGdT5Ul 

    Melina Cavallaro – Uff. stampa & Promozione FREE TRADE Roma,
    Valerio de Luca – resp. addetto stampa –
    Da melina cavallaro free trade <melina@freetrade.it> 

    I GRANDI MAESTRI DEL DESIGN. Episodio 4: la sedia Sitzmaschine

    La sedia Sitzmaschine modello 670 (circa 1905) di Josef Hoffmann rappresenta un momento cruciale nella progettazione del mobile moderno: con struttura in legno curvato, schienale regolabile e linea geometrica essenziale, riflette il passaggio dalla decorazione art nouveau alla semplificazione funzionale del design del secolo XX.

    Josef Hoffmann, Stuhl Nr. 670 “Sitzmaschine”, um 1905, J. & J. Kohn, Wien, Österreich, Buche, Eisen, 99,7 x 68,6 x 109,9 cm. Foto © Sotheby’s (Detail)

    Contesto e figura del progettista

    Josef Hoffmann (1870-1956), architetto e designer austriaco, figura centrale del movimento della Wiener Werkstätte e della Vienna Secession, ha contribuito a ridefinire l’arredo e l’oggetto d’uso nel primo Novecento.
    All’interno di questa tensione verso la «totalità dell’opera d’arte» (Gesamtkunstwerk) e verso una nuova estetica geometrica e funzionale, la Sitzmaschine si inscrive come un esempio paradigmatico: non mera seduta decorativa, ma oggetto che unisce tecnica, produzione industriale e bellezza formale.

    Origine e produzione

    La sedia venne progettata da Hoffmann circa nel 1905 per la casa produttrice Jacob & Josef Kohn di Vienna, specializzata in mobili in legno curvato.
    La veste ufficiale della produzione recava la designazione «modello 670». Alcuni studi ne segnalano una prima apparizione al pubblico in occasione della Kunstschau di Vienna del 1908.
    La partnership Hoffmann / Kohn fu significativa: Kohn, oltre a essere una fabbrica di mobili, era un grande attore della produzione massiva in legno curvato e, collaborando con progettisti della Wiener Werkstätte, stava già entrando nella sfera di ciò che verrà definito “design industriale”.

    Caratteristiche formali e funzionali

    La Sitzmaschine modello 670 presenta una struttura in legno curvato (bugholz), con montanti e braccioli che si innestano in un profilo snello e regolabile. Un esempio in collezione del Museum of Modern Art di New York recita: “Faggio curvato con pannelli in sicomoro”.

    Caratteristiche salienti:

    • Lo schienale è regolabile tramite una barra che può essere inserita in diversi fori laterali: ciò consente la variazione dell’inclinazione della seduta.
    • I braccioli sono realizzati come un prolungamento della struttura curva; il mobile assicura dunque continuità formale tra seduta, schienale e elementi laterali.
    • I tagli geometrici e le aperture sono evidenti: l’influenza della geometrizzazione tipica di Hoffmann emerge nella combinazione di cerchio, quadrato e rettangolo.
    • Il termine “Sitzmaschine” (letteralmente “macchina per sedersi”) è indicativo della volontà di sottolineare la funzionalità, l’adattabilità tecnica e l’industrializzazione della forma d’uso.
    • Il design preserva evidenze artigianali (legno curvato, pannelli in acero/sycamore) pur prevedendo una produzione in serie, o almeno semi-industriale.

    Collocazione stilistica e importanza storica

    Nel panorama della produzione di mobili di inizio Novecento, la Sitzmaschine mod. 670 si colloca al crocevia tra due mondi: da un lato l’esperienza della Secessione viennese e della Wiener Werkstätte, contraddistinta da un’attenzione all’arte totale e all’oggetto d’uso come componente dell’ambiente; dall’altro la nascente coscienza del design industriale, con produzione di mobili in serie, adattamento funzionale e rigore formale.

    Secondo una fonte specialistica: «La seduta ‘so-called Sitzmaschine’ risulta dalla riflessione di Hoffmann sul movimento riformista inglese Arts and Crafts».
    Le aperture geometriche, la riduzione ornamentale, l’enfasi sulla forma pura – cerchio, quadrato – anticipano i linguaggi razionalisti del decennio seguente. Del resto la pagina Wikipedia sul mobilio Art Nouveau rileva che Hoffmann con la «Sitzmachine adjustable-back chair, 1905» fu tra i protagonisti della transizione verso il modernismo.

    Inoltre, la Sitzmaschine esercitò una influenza indiretta: per esempio nell’analisi del Rot‑blauer Stuhl di Gerrit Rietveld si osserva come quest’ultimo abbia ripreso «la sedia 670 di Josef Hoffmann» come modello di riferimento.

    Produzione, diffusione e collezionismo

    La produzione da parte di J. & J. Kohn permise a Hoffmann di esplorare la possibilità della fabbricazione in serie, pur mantenendo una forte qualità di esecuzione. La casa Kohn era all’epoca un grande produttore viennese di mobili in legno curvato, con numerose fabbriche e una produzione significativa.
    La sopravvivenza di esemplari oggi in musei come il MoMA (New York) ne attesta l’importanza curatoriale.
    I modelli autentici, oggi, sono ricercati dai collezionisti di “design moderno” e mobili del XX secolo, e compaiono in aste e cataloghi specialistici.

    Interpretazioni critiche e valori contemporanei

    Dal punto di vista critico, la Sitzmaschine può essere letta come un esercizio di equilibrio tra funzionalità e forma estetica, tra produzione di mobili come oggetti di massa e la volontà dell’artista-designer di imprimere una firma geometrica. Il nome stesso, “macchina per sedersi”, suggerisce l’idea che l’oggetto non sia solo un “morbido divano” o “poltrona decorativa”, ma un dispositivo tecnico per l’uopo quotidiano.
    In un’epoca in cui il legno curvato era perlopiù associato a mobili da caffè viennese (pensiamo alle sedie Thonet), Hoffmann interpreta la tecnica del legno curvato in chiave moderna, conferendo leggerezza e rigore: «cinque pioli di legno su ogni lato consentono alla persona seduta di regolare (…) la sedia da verticale a completamente reclinata».
    Nel mondo del design contemporaneo, la Sitzmaschine suscita interesse anche come precursore della regolabilità e dell’ergonomia integrate nel mobile (pensiamo alle poltrone moderne reclinabili) e come testimonianza dell’interfaccia tra artigianato e produzione industriale.


    La Sitzmaschine modello 670 di Josef Hoffmann è un’avanguardia formale e tecnica che anticipa il design moderno: geometrie essenziali, produzione su scala, regolabilità funzionale, e una visione che mette insieme artigianato e industrializzazione. Per chi si occupa di storia del design, di mobili viennesi o dell’evoluzione del rapporto tra forma e funzione nell’arredo del XX secolo, la Sitzmaschine resta un punto di riferimento imprescindibile.

    VEDI ANCHE:
    Wikipedia inglese
    Wikipedia francese
    Wikipedia tedesca
    Moma
    Barnebys.de


    Scheda Tecnica Illustrata – Sedia Sitzmaschine Modello 670 (ca. 1905)

    Designer: Josef Hoffmann (1870–1956)
    Produttore: Jacob & Josef Kohn, Vienna
    Periodo: ca. 1905–1907
    Movimento: Secessione Viennese – Wiener Werkstätte
    Tipologia: Sedia reclinabile con schienale regolabile


    1. Descrizione generale

    La Sitzmaschine (“macchina per sedersi”) è una seduta in legno curvato caratterizzata da un profilo geometrico rigoroso: montanti verticali paralleli, pannelli laterali forati e uno schienale reclinabile che scorre su un’asta laterale.
    Hoffmann combina la tradizione viennese del legno curvato con la sua estetica razionale fatta di cerchi, quadrati e superfici piane.

    Immagine mentale: un telaio rettangolare di grande pulizia geometrica, una struttura chiara, quasi “architettonica”, che mette in mostra ogni giunzione come fosse parte del disegno complessivo.

    2. Materiali

    • Struttura: faggio curvato a vapore
    • Pannelli laterali e schienale: acero o sycamore (a seconda della produzione)
    • Seduta: legno con eventuale imbottitura o pannello rigido (varianti a seconda delle edizioni)
    • Aste e perni di regolazione: legno tornito durissimo, spesso in faggio

    3. Dimensioni (esemplare standard museale)

    (Valori medi ricavati da collezioni MoMA, Toledo Museum of Art, Design Museum Brussels)

    • Altezza: 105–110 cm
    • Larghezza: 64–70 cm
    • Profondità: 90–95 cm (in posizione reclinata può arrivare oltre 105 cm)
    • Altezza seduta: 42–45 cm
    • Peso: 12–14 kg

    4. Meccanismo di regolazione

    Elemento distintivo del modello 670:

    • L’inclinazione dello schienale è regolata tramite una barra orizzontale che si inserisce in una serie di fori laterali.
    • Ogni lato presenta cinque posizioni che permettono angolazioni diverse, da una postura eretta a una quasi reclinata.

    Illustrazione verbale: immagina una scala di fori lungo il montante laterale; un’asta trasversale poggia su uno di questi fori, sostenendo lo schienale. Ogni scatto cambia la postura della seduta.

    5. Elementi caratteristici

    • Geometria pura: pannelli laterali con grandi aperture circolari o quadrate.
    • Braccioli continui: derivati dalla curvatura naturale del legno a vapore.
    • Struttura “a cornice”: l’intera seduta appare come un piccolo padiglione in miniatura.
    • Riduzione decorativa: niente intagli, niente applicazioni ornamentali; solo la forma costruttiva.
    • Nome innovativo: “Sitzmaschine” è un manifesto: un mobile come dispositivo funzionale, non decorativo.

    6. Collocazione storica

    • La seduta nasce nel pieno della stagione secessionista viennese.
    • Rappresenta l’idea di Gesamtkunstwerk: l’arredo come parte di un progetto architettonico totale.
    • Coniuga la tradizione del legno curvato (Thonet/Kohn) con la modernità geometrica di Hoffmann.
    • Anticipa la cultura del design industriale e la riflessione sulla produzione in serie.

    7. Varianti

    • Versioni con pannelli laterali ciechi o traforati.
    • Leggere differenze nella sagoma dei braccioli a seconda dell’anno di produzione.
    • Alcuni modelli presentano seduta imbottita, altri pannello rigido in legno.
    • Rarissime versioni con finiture scure o laccate.

    8. Musei che la conservano

    • MoMA, New York
    • Toledo Museum of Art, Ohio
    • MAK – Museum für angewandte Kunst, Vienna
    • Bröhan-Museum, Berlino
    • Vitra Design Museum, in alcune mostre temporanee
    • Design Museum Brussels

    9. Curiosità

    • È considerata una delle prime sedie “ergonomiche” del secolo XX grazie alla regolabilità dello schienale.
    • Il nome ironico – Sitzmaschine – allude alla fascinazione per la tecnica tipica del primo modernismo.
    • Viene spesso citata come possibile fonte d’ispirazione indiretta per la Red and Blue Chair di Rietveld.
    • In alcune aste internazionali ha superato i 40.000–60.000 Euro, a seconda dell’esemplare.

    10. Valutazione critica

    La Sitzmaschine rappresenta un punto di svolta: combina estetica modernista, precisione ingegneristica e artigianato viennese. È allo stesso tempo un mobile, un manifesto e una piccola architettura domestica. Oggi è considerata una delle sedute più significative del proto-modernismo europeo.


    Cibotto “straniero a sé stesso” – È la tesi del curatore della mostra, Francesco Jori

    GIAN ANTONIO CIBOTTO (1925 – 2017)
    Il gusto del racconto
    Rovigo, Palazzo Roncale
    5 dicembre 2025 – 28 giugno 2026

    Mostra promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, a cura di Francesco Jori. Da un’idea di Sergio Campagnolo

    Francesco Jori anticipa il taglio che ha inteso dare alla sua ricognizione su Gian Antonio Cibotto che verrà proposta nella mostra (di cui è curatore) dedicata all’intellettuale polesano, mostra che si potrà ammirare al Roncale dal prossimo 5 dicembre al 29 giugno 2026. Curata da Jori, da un’idea di Sergio Campagnolo, l’attesa esposizione è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi – e prodotta da Arcadia Arte, in occasione del Centenario dalla nascita dello scrittore.

    La visione del curatore è sintetizzata dal titolo del suo saggio introduttivo al catalogo che accompagna l’esposizione: “Un uomo straniero a sé stesso: dai primi giorni di vita ai suoi estremi momenti”.

    È stata un’inesausta, logorante, tormentata vicenda umana, quella di Toni Cibotto; un’esistenza errante, consumata in un’urticante combustione di amore e di odio, nell’inquietante sensazione di non appartenere ad alcun tempo e ad alcun luogo. Neppure alla sua terra, che pure ha portato nel cuore fino all’ultimo”, scrive il curatore.

    “Sono uno del Delta padano, niente in comune con il Veneto”. Ed è proprio lì, in quella patria senza confini amministrativi, che nei momenti più estremi Cibotto si reca in cerca di sollievo, di calma interiore, di serenità: “Quando la malinconia bussa con tocchi insistenti alla porta della mia mente, per sfogare l’irrequietudine che diventa un tormento, salgo in automobile e punto su Santa Giulia, a contemplare il frassino imperatore che si staglia enorme all’orizzonte. Lo circondano campi verdi di spugna, e le farfalle gli fanno festa”. E ancora: “Seduto a riva, nella Sacca di Scardovari, contemplo da una parte il mare d’erba e dall’altra l’immensa distesa d’acqua sulla quale respira il cielo. Contemplo l’infinito, come non accade mai da nessuna parte”.

    Il catalogo accoglie, accanto agli interventi istituzionali e al saggio introduttivo di Francesco Jori, un suo secondo intervento dedicato ai “Diari Veneti” e testimonianze di Giancarlo Marinelli, Elisabetta Sgarbi, Romolo Bugaro, Ivan Malfatto.


    Info: Palazzo Roncale www.palazzoroncale.com
     
    Fondazione Cariparo
    dott. Roberto Fioretto, Responsabile Ufficio Comunicazione
    +39 049 8234834 – roberto.fioretto@fondazionecariparo.it
     
    Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
    +39 049 663499 Ref. Elisabetta Rosa elisabetta@studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

    A Trieste il Museo Sartorio inaugura l’allestimento della Collezione Lokar

    La passione di una vita che diventa patrimonio di una intera città e di chi la visita. Accade a Trieste dove la raffinata Collezione di porcellane delle più prestigiose manifatture europee, frutto di 60 anni di acquisti di Giovanni Lokar insieme alla moglie Sonja Polojaz entra del patrimonio del Museo Sartorio, esempio di casa museo altoborghese dell’Ottocento. Dal 14 dicembre la Collezione Lokar nella sua quasi totalità potrà essere ammirata dal pubblico in due sale del Museo (inaugurazione su invito il 13 dicembre), appositamente riallestite per ricreare un’atmosfera al contempo moderna e rievocativa dell’epoca d’oro della Porcellana.

    DONAZIONE LOKAR
    Lo splendore della porcellana europea
    Trieste, Museo Civico Sartorio
    Largo Papa Giovanni XXIII 1
    Dal 14 dicembre 2025

    L’esposizione della collezione di porcellane della famiglia Lokar, donata al Comune di Trieste, è promossa dall’Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, e realizzata con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia.

    L’ampia collezione di Giovanni Lokar (composta in totale oltre 550 pezzi di ben 80 manifatture diverse) consente di ripercorrere l’intera storia della porcellana europea, a partire dal suo avvio nel 1709 in Germaniae di approfondirne la produzione in particolare lungo tutto il XVIII secolo, spingendosi anche nella prima metà del secolo seguente.

    Sono oltre 80 le manifatture documentate almeno da un oggetto, dall’ambito tedesco all’Italia e all’Europa intera, dalla Spagna alla Repubblica Ceca, dalla Francia alla Danimarca, dall’Inghilterra alla Russia. Si tratta dunque della collezione più completa in termini di varietà di manifatture nell’ambito europeo del Settecento.

    Nel caso delle principali manifatture, il collezionista predilige gli esemplari dei primi anni di attività, a prima vista forse meno appariscenti ma di assoluta rarità. Sebbene non manchino servizi, piatti, caffettiere, teiere e sculture, prevalgono le tazze con piattino che, nonostante le dimensioni ridotte, per la loro forma presentano le superfici più adatte a dare risalto al decoro pittorico e agli eleganti fregi in oro.

    I manufatti sono magnifici esempi della porcellana barocca del primo Settecento, in perfetto stato di conservazione e dotati di marchio, quando la fabbrica lo utilizzava.

    Le scelte con cui sono stati selezionati recano un’impronta del tutto personale, che appare originata dalla storia e dalla cultura della città in cui il collezionista abita: Trieste, da secoli all’incrocio politico tra Venezia e Vienna, tra l’influsso italiano e quello germanico.

    Giovanni Lokar si concentra infatti fin dall’inizio sulla manifattura Du Paquier di Vienna, con il suo perfetto equilibrio tra la grandiosa magniloquenza del decoro e la sciolta eleganza delle linee.

    Contestualmente, nell’addentrarsi nel campo della porcellana italiana, di cui egli apprezza l’indipendenza stilistica e la mancanza di ripetitività nei decori, dedica una particolare attenzione alle fabbriche veneziane: il primo acquisto di porcellana italiana è infatti un piattino dell’armoniosa manifattura Vezzi di Venezia, che lo interessa per l’originale e tipicamente veneziana interpretazione degli stilemi della porcellana di Meissen e Vienna. Non mancano numerosi e significativi esemplari delle altre manifatture lagunari – la rarissima Hewelcke e l’elegante e variegata Cozzi – e di tutte le manifatture venete, anche meno note, e italiane: uno degli aspetti più rilevanti della raccolta è costituito dal corpus delle porcellane Ginori, con alcuni pezzi somiglianti proprio alla porcellana di Du Paquier.

    Emerge anche un ricco nucleo di porcellane araldiche, decorate con stemmi nobiliari, con un focus particolare sia su quelle realizzate a Venezia e nel Veneto, sia su quelle commissionate alla manifattura di Meissen dalle nobili famiglie veneziane fra il 1730 e il 1750: fragili oggetti rappresentativi, destinati essenzialmente all’esibizione di uno status sociale.

    Un altro filo conduttore che rende unica questa collezione è l’attenzione prestata alle manifatture, anche le più rare, degli stati del Sacro Romano Impero: ne sono documentate più di 30, ciascuna con un carattere proprio.

    Di eccezionale interesse il nucleo di porcellane riconducibili all’attività degli Hausmaler, pittori a domicilio (in prevalenza tedeschi di Bayreuth e Augsburg, ma anche boemi, olandesi e inglesi) che, nei primi anni successivi alla scoperta della formula della porcellana, passarono dalla decorazione su vetro e maiolica a quella sulla porcellana sassone, viennese e cinese. Altrettanto interessanti sono le figure degli artisti girovaghi o itineranti, che furono interpreti e diffusori di gusti e mode attraverso l’intera Europa. Tra loro, Jacob Helchis “primo fra i virtuosi di pitturare le porcellane”, nato a Trieste, virtuoso nel trasferire su porcellana soggetti e tecniche desunti dalle incisioni.

    “Questo eminente accrescimento delle raccolte pone – afferma Giorgio Rossi, Assessore alle Politiche della Cultura e del Turismo del Comune di Trieste – il Museo Sartorio al livello delle collezioni ceramiche dei più prestigiosi italiani ed europei, come il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, il British Museum e il Victoria & Albert Museum di Londra, aumentando ulteriormente l’attrattività di questa peculiare e accogliente villa settecentesca, oggi museo d’ambiente”.

    L’inaugurazione (su invito) è prevista per sabato 13 dicembre 2025 alle ore 11.30, presso il Civico Museo Sartorio (largo Papa Giovanni XXIII 1, Trieste) e l’apertura al pubblico dal 14 dicembre con ingresso gratuito.


    Civico Museo Sartorio
    largo papa Giovanni XXIII, 1
    + 39 040 675 9321
    museosartorio@comune.trieste.it
    www.museosartoriotrieste.it
    www.triestecultura.it
     
    Apertura: da mercoledì a domenica dalle 10 alle 17
    Ingresso libero

    Ufficio stampa:
    Studio ESSECI
    Ref. Roberta Barbaro
    049 663499
    Roberta@studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

    Ai Musei Reali di Torino la mostra “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”

    Dal 22 novembre 2025 al 3 maggio 2026, Torino ospita un viaggio straordinario attraverso l’Europa del Seicento, sulle orme di Orazio Gentileschi, uno dei più grandi maestri della pittura italiana. “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio” è l’imperdibile mostra organizzata dai Musei Reali di Torino e Arthemisia che presenta oltre 40 capolavori provenienti dai più prestigiosi musei del mondo, dal Louvre al Prado alla Pinacoteca Vaticana – alcuni dei quali mai esposti prima in Italia. Un’esposizione, a cura di Annamaria Bava e Gelsomina Spione, che svela il talento di un artista celebrato da re e regine, amico di Caravaggio e Van Dyck, capace di trasformare la luce in poesia.

    “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”

    22 novembre 2025 – 3 maggio 2026

    Musei Reali di Torino | Sale Chiablese

    Dal 22 novembre 2025 al 3 maggio 2026, le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino ospitano una mostra dedicata a Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – Londra, 1639), uno dei più importanti artisti italiani del Seicento, la cui straordinaria qualità pittorica fu premiata da un successo in vita pari a quello di Caravaggio, Rubens e Van Dyck.
    Musei Reali di Torino e Arthemisia presentano “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”, la mostra che dal 22 novembre 2025 al 3 maggio 2026 sarà allestita nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino.

    L’esposizione – organizzata dai Musei Reali di Torino e Arthemisia, curata da Annamaria Bava (Musei Reali di Torino) e Gelsomina Spione (Università di Torino) – conta oltre 40 opere che consentono al visitatore di ripercorrere un viaggio lungo le principali tappe di un itinerario, da Roma a Fabriano, da Genova a Torino, Parigi e Londra.

    La rassegna riunisce prestiti provenienti da edifici ecclesiastici, collezioni pubbliche e private italiane e internazionali, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado di Madrid, la Pinacoteca Vaticana, il Museo Civico d’Arte Antica – Palazzo Madama di Torino, Palazzo Spinola e i Musei di Strada Nuova a Genova, il Museo Civico di Novara, le Collezioni comunali d’arte di Bologna, la Galleria Spada e Palazzo Barberini a Roma, le Gallerie degli Uffizi, la Galleria Nazionale delle Marche a Urbino e la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, attraverso i quali ripercorrere l’intera evoluzione stilistica di Gentileschi, che debutta come pittore di tarda maniera, influenzato dall’eleganza formale del Cinquecento, per poi passare a un naturalismo caravaggesco di intensa verità luminosa, e approdare a una pittura di raffinata eleganza e vibrante cromia, sempre contraddistinta da una cifra personale.

    Il tema del viaggio costituisce il fil rouge del percorso espositivo che mette in dialogo il pittore con vari contesti figurativi, con gli artisti di volta in volta incontrati – da Giovanni Baglione a Guido Reni, Simon Vouet, Antoon van Dyck, il fratello Aurelio fino alla figlia Artemisia –, con le figure dei committenti e con le esigenze del mercato.
    Orazio Gentileschi vive e lavora in un momento straordinariamente fertile e si muove con ambizione nei più rilevanti centri artistici italiani e tra le maggiori corti europee – da Carlo Emanuele I di Savoia alla regina di Francia Maria de’ Medici, da Carlo I d’Inghilterra a Filippo IV di Spagna – alla ricerca di protezione e prestigio.
    È per conquistare i favori del duca di Savoia che nel 1623 giunge a Torino, proveniente da Genova, la grande pala con l’Annunciazione, capolavoro oggi conservato alla Galleria Sabauda, che costituisce uno dei vertici assoluti della sua arte e fulcro dell’intera mostra. 

    L’esposizione Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio, promossa dal Ministero della Cultura – Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale e dall’Università di Torino, èprodotta e organizzata dai Musei Reali di Torino e Arthemisia, la cui collaborazione ha portato negli anni a importanti risultati nell’offerta culturale torinese.

    L’iniziativa è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici attraverso la cultura, il patrimonio e lo sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.

    L’evento vede come mobility partner FrecciarossaTreno Ufficiale. Il catalogo è edito da Moebius.


    Ufficio Stampa Arthemisia
    Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
    press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332
    Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>