
L’ecosistema digitale ha trasformato radicalmente il modo in cui apprendiamo, condividiamo e interpretiamo la storia. L’articolo di Marco Brando Il tramonto del passato nell’era dei social network – qui rielaborato e discusso – offre lo spunto per riflettere su come il Web abbia alterato la nostra percezione del tempo, favorendo superficialità, distorsioni e nuove forme di ignoranza storica. Una crisi culturale che riguarda tanto la scuola quanto l’intera società.

Il passato alla prova dei social
Fonte esplicita di questa ampia riflessione è Marco Brando, autore dell’articolo Il tramonto del passato nell’era dei social network, dal quale prendono avvio le considerazioni che seguono. La domanda centrale è decisiva: in che modo il Web e i social network stanno rimodellando la nostra capacità di conoscere e capire la storia?
In Italia, come altrove, la rivoluzione digitale ha scardinato il tradizionale modello di apprendimento verticale. Famiglia, scuola, università, istituzioni politiche e culturali formavano un sistema ordinato, in cui la trasmissione del sapere avveniva per gradi e secondo canali riconoscibili. Prima i media novecenteschi, poi Internet, hanno frantumato questa struttura: ciò che un tempo era un flusso coerente si è trasformato in una nebulosa informativa continua, un bombardamento di input che mette sotto pressione la nostra capacità di distinguere il fondato dal falso.
Il risultato? Una fatica cognitiva crescente e la tentazione di affidarsi a scorciatoie interpretative, spesso ingannevoli.
Eco chamber e filter bubble: quando il Web chiude il mondo
Brando richiama l’analisi dell’economista comportamentale Cass Sunstein, che nel 2017 ha chiarito il funzionamento delle echo chambers, ambienti chiusi in cui gli utenti trovano conferma soltanto alle proprie opinioni. Qui si insinua la distorsione più insidiosa: la convinzione che la propria percezione parziale sia quella dominante.
A rafforzare queste camere di risonanza intervengono le filter bubble, concetto introdotto dall’attivista digitale Eli Pariser. Gli algoritmi dei social selezionano per noi i contenuti sulla base dei nostri gusti, spesso in modo opaco e guidato da finalità commerciali. Il risultato è un microcosmo confortevole ma fragile, dove si moltiplicano informazioni infondate e pregiudizi.
In questo ecosistema così inquinato, la storia diventa terreno fertile per semplificazioni e narrazioni tossiche.
La crisi della storia secondo Giovanni Belardelli
Un contributo importante alla discussione — citato da Brando — viene da Giovanni Belardelli, docente di Storia delle dottrine politiche e autore del volume Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea. Per Belardelli, non è in crisi solo la disciplina: è la percezione stessa del passato a dissolversi, sostituita da un eterno presente in cui tutto appare immediato, simultaneo, indistinto.
Nelle democrazie liberali questo è un problema serio: senza un rapporto consapevole con la profondità storica, una comunità perde gli strumenti per valutare se stessa, i propri conflitti, le proprie prospettive. Non sviluppa anticorpi contro l’illusione che il male possa essere eliminato dalle vicende umane. E affronta impreparata il ritorno di fenomeni drammatici, come il riemergere dei conflitti in Europa o le tensioni tra Stati Uniti e Unione europea.
Per Belardelli, le democrazie occidentali sembrano «in guerra con il passato», incapaci di riconoscerne il valore.
Una scuola disarmata davanti alla rivoluzione digitale
Se alcune cause della crisi storica possono essere affrontate da politiche pubbliche — dall’educazione civica alla gestione dei patrimoni culturali — altre sembrano sfuggire al controllo. È il caso del nuovo regime di storicità prodotto dal Web, che secondo Belardelli ha caratteristiche antropologico-cognitive: modifica cioè il modo stesso in cui percepiamo il tempo.
Internet annulla le distinzioni temporali: ogni contenuto “esiste” contemporaneamente, e l’intero passato appare compattato in un unico presente digitale. La storia non è più una successione di epoche, ma un flusso disordinato, manipolabile, rimixabile.
Per molti studenti universitari e delle scuole superiori, racconta Belardelli, questo significa una difficoltà crescente nel collocare gli avvenimenti in una sequenza cronologica o nel percepire epoche lontane come entità autonome. La scuola, già fragile, non riesce a fare da argine: una struttura «disarmata» davanti alla vertigine dell’istantaneità digitale.
Conoscenza storica e cultura storica: un divario che si allarga
Brando invita a distinguere tra conoscenza storica — fatti, dati, cronologie — e cultura storica, che riguarda invece la capacità critica, la metodologia, la comprensione del “come” si conosce il passato.
Il Web, di per sé, è neutro: ospita sterminati archivi digitali e al tempo stesso fake news raffinate. Il rischio non è l’assenza d’informazioni, ma l’incapacità di orientarsi nella marea di contenuti. Senza un metodo, la democratizzazione dell’accesso può trasformarsi in democratizzazione dell’errore.
Brando ricorre a una metafora alimentare: il Web offre una colossale abbuffata di cibi scadenti, e chi non ha un’educazione al “cibo buono, pulito e giusto” — per dirla con Slow Food — è destinato alla bulimia informativa. Notizie veloci, prive di sostanza, standardizzate.
La McDonaldizzazione della storia
Il sociologo George Ritzer ha definito “McDonaldizzazione” il processo con cui la logica delle catene globali (efficienza, calcolabilità, prevedibilità, standardizzazione) invade ogni aspetto della vita sociale. Per Brando — riprendendo anche il grande medievista Raffaele Licinio — questo rischio riguarda anche la narrazione storica online: una storia rapida, digeribile, replicabile, ma priva della complessità necessaria a comprendere il mondo.
Tra disinformazione e opportunità: il laboratorio dei social
Eppure, non tutto è perduto. Lo storico Francesco Filippi, nella sua Guida semiseria per aspiranti storici social (2022), ricorda che i social non sono solo discariche narrative: sono anche formidabili laboratori di osservazione. Studiare come gli utenti parlano di storia significa capire come percepiscono il tempo, come costruiscono identità, come elaborano conflitti e appartenenze.
Filippi nota con ironia che gli utenti «non parlano di passato, ma rappresentano sé stessi mentre parlano di passato». Ed è proprio questo che rende i social preziosi per chi vuole analizzare il rapporto tra società e memoria.
La risposta dei custodi della storia: educazione, metodo, responsabilità
Brando conclude — e qui l’eco con Belardelli è evidente — che storici, istituzioni culturali e mass media non possono ignorare i social, né demonizzarli. Devono invece imparare a governarne l’uso, attraverso strumenti pedagogici, campagne di alfabetizzazione digitale, strategie comunicative aggiornate.
La chiave è una sola: educare al pensiero critico. Non basta limitare la circolazione delle fake news; occorre fornire ai cittadini gli strumenti per riconoscerle. È una sfida culturale e politica, che riguarda la qualità della democrazia e la salute della nostra memoria collettiva.
Il Web, dunque, non è la causa della crisi del passato, ma il suo acceleratore. La sfida non è tornare indietro, ma abitare consapevolmente questo nuovo paesaggio digitale. Recuperare il valore della storia — come bussola, come identità, come disciplina dell’immaginazione — è oggi più che mai un atto di responsabilità civile. E passa attraverso un’educazione capace di unire tecnologia e metodo, memoria e critica.
Solo così potremo evitare che la storia, risucchiata dall’istantaneità del Web, si trasformi in un fast food della coscienza.
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