Rimandare la discussione significa accettare che le fragilità diventino destino

La cultura non è un settore accessorio, ma una infrastruttura che incide su economia e democrazia. In Europa questa consapevolezza avanza a fatica; in Italia, e soprattutto nel Mezzogiorno, resta ancora irrisolta. Da qui presto prenderà avvio un nuovo ciclo di Experiences, che sposta lo sguardo dalle cornici ai nodi strutturali.

Perché la cultura è diventata una questione politica

di Sergio Bertolami
Direttore – Experiences

C’è un equivoco di fondo che attraversa il dibattito europeo sulla cultura da almeno trent’anni: l’idea che la cultura sia una conseguenza dello sviluppo, e non una delle sue condizioni. Questo equivoco ha prodotto politiche intermittenti, finanziamenti episodici, grandi eventi senza continuità e territori incapaci di trasformare il patrimonio in progetto.

Il ciclo di Experiences è nato per mettere in discussione questo automatismo. Non per difendere la cultura in quanto tale, ma per osservarne gli effetti reali: economici, sociali, democratici. Perché è lì, e solo lì, che la cultura smette di essere un valore astratto e diventa una forza misurabile.

I dati europei sono chiari. Secondo Eurostat e Commissione Europea, i settori culturali e creativi contribuiscono a circa il 4,4% del PIL dell’Unione e impiegano oltre 7 milioni di persone. Ma questi numeri, da soli, dicono poco. La questione decisiva non è quanto la cultura produce, ma come e dove lo fa.

I casi più interessanti non coincidono quasi mai con le capitali storiche. Negli ultimi quindici anni, i processi più solidi di rigenerazione culturale si sono sviluppati in città medie e territori periferici: Bilbao, prima che diventasse un modello inflazionato; Eindhoven, che ha legato design, tecnologia e formazione; Lille, che ha investito su cultura e coesione dopo la crisi industriale; Leipzig, che ha trasformato spazi dismessi in ecosistemi creativi stabili. In tutti questi casi, la cultura ha funzionato non come attrazione, ma come architettura di sistema.

La differenza è semplice e brutale: dove la cultura è stata pensata come infrastruttura – fatta di spazi, competenze, lavoro, continuità amministrativa – ha prodotto sviluppo. Dove è stata usata come evento o come brand, ha lasciato poco o nulla una volta spenti i riflettori.

Questo vale anche per le politiche europee. Il programma delle Capitali Europee della Cultura, che abbiamo analizzato nei primi articoli, è stato efficace solo quando ha inciso su governance urbana, formazione, reti territoriali. Dove è rimasto confinato alla programmazione culturale annuale, ha avuto effetti effimeri. Non è un giudizio ideologico: è una constatazione.

Il nodo centrale è il lavoro culturale. L’Europa continua a produrre competenze di alto livello – curatori, progettisti, ricercatori, operatori culturali – senza offrire loro condizioni di stabilità. La cultura è celebrata come motore di innovazione, ma chi la rende possibile vive spesso in una condizione di precarietà strutturale. Questo non è sostenibile nel lungo periodo. Una cultura senza lavoro stabile diventa fragile, ricattabile, prudente.

Le conseguenze non sono solo economiche. Sono democratiche.
Dove la cultura è debole, il dibattito pubblico si semplifica. Il linguaggio si impoverisce. Il conflitto viene rimosso o radicalizzato. Non è un caso che la crisi della partecipazione democratica proceda di pari passo con la marginalizzazione delle istituzioni culturali come spazi di confronto reale.

La cultura, quando funziona, non produce solo consenso. Produce capacità critica. Ed è proprio questa funzione che oggi viene tollerata sempre meno. Si chiede alla cultura di includere, di non disturbare, di essere accessibile, di non dividere. Il risultato è una neutralizzazione progressiva dei linguaggi, che abbiamo osservato nel quarto articolo di questo ciclo.

A questo punto il discorso non può che considerare l’Italia. Perché l’Italia è il paese europeo in cui la distanza tra potenziale culturale e risultato sistemico è più ampia. Non per mancanza di patrimonio, tutt’altro, ma per assenza di struttura. La cultura italiana continua a essere trattata come una rendita naturale, non come una politica pubblica.

Il divario diventa drammatico se si guarda al Mezzogiorno. Qui le problematiche storiche – frammentazione amministrativa, debolezza istituzionale, dipendenza dal finanziamento straordinario – hanno impedito alla cultura di diventare infrastruttura. Troppo spesso è stata ridotta a compensazione simbolica: festival al posto di servizi, eventi al posto di lavoro, retorica identitaria al posto di progettazione.

Eppure, proprio nel Sud esistono esperienze che dimostrano il contrario: Matera, prima e dopo il 2019; alcune reti museali pugliesi; esperienze di rigenerazione culturale in Sicilia e Campania che funzionano quando sono sostenute nel tempo. Il problema non è la mancanza di esempi, ma il loro isolamento. Mancano politiche che li rendano replicabili, trasferibili, strutturali.

È qui che Experiences intende concentrare la propria attenzione.
Dopo aver ricostruito il quadro europeo, il passo successivo è inevitabile: interrogare l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, non come eccezione folkloristica, ma come cartina di tornasole delle contraddizioni europee.

Se la cultura è davvero un’infrastruttura, allora il modo in cui un paese la tratta rivela la qualità della sua democrazia e la serietà del suo progetto di sviluppo. Continuare a tergiversare e rimandare questa discussione significa accettare che le fragilità diventino destino. Il lavoro vero comincia adesso non domani.


Direzione Experiences

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