Un capolavoro di giornata: quando l’Ottocento si racconta attraverso lo scorrere delle ore

A Palazzo Pallavicini un percorso espositivo inedito trasforma il tempo quotidiano nel filo conduttore di oltre cento dipinti europei, dal primo chiarore dell’alba fino alle atmosfere della notte, accompagnando il visitatore in un’esperienza immersiva tra arte, poesia, suoni e memoria.

L’Ottocento è il secolo in cui la pittura scopre la quotidianità come protagonista. La mostra “Un Capolavoro di Giornata”, allestita a Palazzo Pallavicini di Bologna, propone una lettura originale di quella stagione artistica, seguendo il ritmo delle ventiquattro ore anziché le tradizionali categorie di scuole, movimenti o nazioni.


Esistono mostre che raccontano un’epoca attraverso i suoi protagonisti e altre che scelgono un’idea capace di cambiare il modo di osservare le opere. Un Capolavoro di Giornata. Dall’alba al tramonto nell’Ottocento. Un viaggio nel tempo dipinto, in programma a Palazzo Pallavicini di Bologna dal 3 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027, appartiene decisamente alla seconda categoria. Curata dalla storica dell’arte Francesca Sinigaglia e prodotta da Vertigo Syndrome, l’esposizione riunisce oltre cento dipinti provenienti da musei italiani ed europei, tra cui il Louvre, oltre a importanti collezioni private raramente accessibili al pubblico.

L’intuizione curatoriale è tanto semplice quanto efficace: abbandonare la consueta organizzazione per scuole pittoriche o correnti artistiche e lasciare che sia il tempo a guidare il visitatore. Le sale seguono infatti le ventiquattro ore di una giornata, suddivise in dodici sezioni di due ore ciascuna, dal primo chiarore del mattino fino al silenzio della notte. Il risultato è un racconto che restituisce il modo in cui gli artisti dell’Ottocento impararono a osservare la realtà non più come sfondo delle grandi narrazioni storiche o mitologiche, ma come esperienza vissuta, fatta di luce, lavoro, riposo, relazioni e paesaggi quotidiani.

Questa trasformazione rappresenta uno dei passaggi fondamentali della cultura figurativa europea. Con il Realismo e, successivamente, con l’Impressionismo, la pittura sposta il proprio interesse verso la vita contemporanea. La rivoluzione della pittura en plein air, resa possibile anche dall’introduzione dei colori in tubetto che consentivano agli artisti di lavorare direttamente all’aperto, porta la luce naturale e il trascorrere delle ore al centro della ricerca artistica. Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir e molti altri fanno della variazione luminosa un autentico laboratorio visivo, mentre pittori italiani come Antonio Fontanesi, Giuseppe Pellizza da Volpedo o Francesco Paolo Michetti raccontano il paesaggio e il lavoro con una sensibilità profondamente moderna.

Il percorso espositivo accompagna così il pubblico attraverso una giornata ideale dell’Ottocento. Le prime sale sono dedicate al risveglio, quando la natura appare ancora sospesa e le prime luci filtrano nelle abitazioni grazie alle opere di Antonio Fontanesi, Luigi Bertelli e Augusto Majani. Seguono gli interni della colazione borghese dipinti da Antonio Mancini e Alessandro Scorzoni, mentre la mattina prende vita nei campi di Michetti e Pellizza da Volpedo e nella Londra moderna raccontata da Giovanni Boldini, dove il ritmo urbano anticipa già la società industriale.

Il mezzogiorno coincide con una delle immagini simbolo della mostra: la luminosa baia di Douarnenez dipinta da Renoir, nella quale il sole sembra sospendere il tempo. Il pomeriggio lascia spazio ai giochi infantili rappresentati da Gaetano Chierici, mentre il tramonto assume i colori caldi delle vedute di Nino Costa e Mario de Maria. La sera conduce infine alle celebri Ninfee notturne di Monet, opere che testimoniano come il maestro francese abbia trasformato la percezione della luce in una continua ricerca sulla mutevolezza dell’atmosfera. La conclusione del percorso è affidata alle suggestioni lunari di John Atkinson Grimshaw e alle intense scene sociali di Natale Attanasio, dove la notte diventa anche occasione di riflessione sulla condizione umana.

L’allestimento amplia ulteriormente questa narrazione attraverso un progetto multisensoriale. Ogni ambiente modifica progressivamente la propria identità grazie a profumi storici e suoni ambientali che accompagnano lo scorrere delle ore, dalla freschezza dell’alba fino all’umidità della notte. Anche la letteratura entra a far parte del percorso: i versi di Gabriele D’Annunzio dialogano con la luce del mattino, mentre le atmosfere dell’imbrunire trovano una naturale corrispondenza nella poesia di Giacomo Leopardi, creando un intreccio fra arti visive, parola e percezione sensoriale.

Ad accompagnare la mostra è un catalogo monografico pubblicato da Moebius Books che affronta il tema della giornata ottocentesca da prospettive differenti – arte, letteratura, città, moda e condizione femminile – con contributi di Marco Bazzocchi, Maria Beatrice Bettazzi, Vincenza Maugeri e Maria Giuseppina Muzzarelli, mentre le schede delle opere sono curate da Francesca Sinigaglia, Federico Troletti e Cinzia Virno. Il volume amplia il significato dell’esposizione, proponendo una lettura interdisciplinare della quotidianità nell’Ottocento.

Il progetto riflette anche il lavoro di Francesca Sinigaglia, direttrice del Museo Ottocento Bologna, impegnata da anni nello studio della pittura italiana tra Otto e Novecento. La sua scelta di affiancare grandi maestri universalmente riconosciuti ad autori meno noti restituisce una visione più ampia e articolata della cultura figurativa del secolo, dimostrando come la storia dell’arte sia fatta tanto di capolavori celebri quanto di opere che attendono ancora di essere riscoperte.

Accanto alla qualità scientifica dell’iniziativa emerge infine una scelta destinata a far discutere: chi completerà la visita senza ritenersi soddisfatto potrà richiedere il rimborso integrale del biglietto, senza motivazioni né clausole. Una formula inconsueta nel panorama espositivo italiano che gli organizzatori propongono come gesto di fiducia verso il pubblico e come assunzione diretta della responsabilità culturale del progetto.

Più che una semplice esposizione, Un Capolavoro di Giornata invita a guardare l’Ottocento da una prospettiva diversa: quella del tempo vissuto. In un secolo che trasformò radicalmente il rapporto fra arte e realtà, il passare delle ore diventa il filo invisibile che unisce paesaggi, città, figure e stati d’animo, ricordando come la luce di ogni momento della giornata possa raccontare, da sola, un’intera civiltà.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

LEI: a Parma il ritratto femminile attraversa due secoli di arte, da Van Gogh a Modigliani

Clicca e leggi le didascalie delle opere in mostra

Oltre sessanta capolavori della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea arrivano a Palazzo del Governatore per una grande mostra dedicata alla rappresentazione della donna. Un percorso che intreccia pittura, scultura, fotografia e arti tessili, raccontando l’evoluzione dell’identità femminile attraverso lo sguardo degli artisti tra Otto e Novecento e oltre.

Dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027 Parma ospita una delle più importanti esposizioni della stagione. LEI propone un viaggio nell’immaginario femminile attraverso opere di Van Gogh, Modigliani, Picasso, Klimt, Giacometti e molti altri protagonisti dell’arte moderna e contemporanea, provenienti esclusivamente dalle collezioni della GNAMC di Roma.


Guardare un volto significa entrare in una storia. Ogni ritratto custodisce un’identità, un’epoca, una visione del mondo, ma anche il modo in cui una società sceglie di rappresentare sé stessa. Da questa consapevolezza nasce LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre. Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, la grande esposizione che dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027 occuperà le sale del Palazzo del Governatore di Parma, riunendo oltre sessanta opere provenienti esclusivamente dalla collezione della GNAMC di Roma.
L’iniziativa rappresenta il secondo capitolo della collaborazione avviata tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, dopo il successo della retrospettiva dedicata a Giacomo Balla. L’esposizione è stata concepita appositamente per la città emiliana e si inserisce nel progetto Museo migrante, attraverso il quale la GNAMC porta i propri capolavori fuori dalla sede romana, favorendo una più ampia diffusione del patrimonio artistico nazionale. La mostra coincide inoltre con l’ottantesimo anniversario del voto alle donne in Italia, offrendo una significativa occasione per riflettere sull’evoluzione della rappresentazione femminile nella cultura visiva moderna.

Curata da Renata Cristina Mazzantini e Cesare Biasini Selvaggi, l’esposizione si sviluppa in tredici sale attraverso dipinti, sculture, disegni, fotografie e arazzi. Alcune opere sono state acquisite recentemente dalla GNAMC, tra cui Nu Debout, un pastello realizzato da Pablo Picasso intorno al 1906 e donato nel 2025 dalla Cy Twombly Foundation, testimonianza della continua crescita delle collezioni del museo romano.

La figura femminile occupa da secoli una posizione centrale nella storia dell’arte occidentale. Dal Rinascimento fino alle avanguardie del Novecento, il ritratto di donna è stato molto più di un esercizio di rappresentazione: è diventato il luogo in cui si sono riflesse trasformazioni sociali, psicologiche e culturali. Tra XIX e XX secolo, in particolare, la modernità modifica profondamente il modo di osservare e raccontare il volto femminile. L’interesse non si concentra più soltanto sul rango sociale o sulla bellezza ideale, ma sulla personalità, sulla complessità interiore e sull’identità individuale.

Le protagoniste della mostra appartengono infatti a mondi differenti e raccontano esperienze molto diverse tra loro. Si passa dalla Signora Ginoux, immortalata da Vincent van Gogh nell’Arlesiana e figura legata agli anni trascorsi dal pittore ad Arles, alla celebre marchesa Luisa Casati, simbolo dell’eccentricità della Belle Époque e ritratta da Giovanni Boldini; dalla raffinata Hanka Zborowska, moglie del mercante d’arte Léopold Zborowski e modello di Amedeo Modigliani, fino a Carminella, giovane appartenente al popolo napoletano fissata sulla tela da Antonio Mancini. Accanto a queste compaiono Palma Bucarelli, storica direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e protagonista della rinascita museale italiana del secondo dopoguerra, interpretata da Alberto Savinio, ed Elsa Martinelli, icona del cinema italiano ritratta da Giosetta Fioroni. Insieme, queste figure costruiscono un racconto corale dell’universo femminile, nel quale ogni volto supera la propria individualità per diventare simbolo di un’esperienza condivisa.

L’eccezionalità dell’esposizione risiede anche nella qualità dei prestiti. Parma accoglie opere raramente concesse fuori dalla sede romana della GNAMC, una delle più importanti raccolte italiane dedicate all’arte del XIX e XX secolo. Tra queste figurano gli eleganti disegni di Gustav Klimt, compreso uno studio per Le tre età della donna, la monumentale Femme de Venise VI di Alberto Giacometti, le enigmatiche Femmes di Man Ray, la delicata Bambina che ride di Medardo Rosso e la magnetica Donna in bianco di Kees van Dongen, opere che testimoniano differenti interpretazioni della figura femminile tra Simbolismo, Secessione viennese, Surrealismo, Espressionismo e ricerca plastica del Novecento.

Una parte significativa del percorso è dedicata anche alle artiste che hanno contribuito a ridefinire il ruolo della donna nell’arte contemporanea. Dalla forza scultorea di Antonietta Raphaël alle fotografie di Dora Maar e Francesca Woodman, fino alle performance di Vanessa Beecroft e Marinella Senatore, emerge una pluralità di linguaggi accomunati dalla volontà di superare stereotipi consolidati e di affrontare temi quali identità, libertà, autodeterminazione e rapporto con il corpo. La mostra non racconta dunque soltanto le donne ritratte dagli artisti, ma anche il modo in cui le artiste hanno progressivamente conquistato uno spazio autonomo nella storia dell’arte.

Un’intera sezione approfondisce inoltre la ricerca artistica italiana tra le due guerre mondiali. Attraverso le opere di Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Antonio Donghi, Achille Funi, Mario Sironi, Renato Guttuso, Arturo Martini, Adolfo Wildt, Giacomo Manzù e altri protagonisti, il percorso mette in evidenza come la rappresentazione femminile abbia progressivamente preso le distanze dagli stereotipi promossi dalla propaganda fascista. Al posto dell’immagine esclusivamente domestica e materna emergono figure autonome, silenziose ma determinate, capaci di esprimere inquietudini, forza interiore e nuove aspirazioni individuali.

Prodotta dal Comune di Parma e dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, con la collaborazione della Solares Fondazione delle Arti e il sostegno di Fondazione Cariparma e Regione Emilia-Romagna, la mostra conferma la vocazione della città emiliana a ospitare progetti di rilievo nazionale, valorizzando il dialogo tra istituzioni e patrimonio pubblico. L’esposizione sarà visitabile al primo piano del Palazzo del Governatore, nel cuore del centro storico, con un articolato programma di aperture, attività didattiche e iniziative dedicate ai diversi pubblici.

LEI propone così una riflessione che va ben oltre il ritratto. Attraverso oltre due secoli di storia dell’arte, la mostra racconta come il volto femminile sia diventato il luogo privilegiato nel quale gli artisti hanno interrogato la modernità, il cambiamento sociale e la costruzione dell’identità. Ne emerge un mosaico ricco di sfumature, nel quale ogni opera contribuisce a restituire la complessità dell’esperienza femminile e, insieme, la straordinaria capacità dell’arte di trasformare uno sguardo individuale in patrimonio universale.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Mario Cresci e la Pietà Rondanini: quando la fotografia diventa dialogo con Michelangelo

Alla Cavallerizza di Brescia ventotto opere raccontano il lungo confronto dell’artista ligure con l’ultima scultura di Michelangelo. Un percorso che trasforma l’immagine fotografica in uno spazio di riflessione sulla memoria, sul dolore e sulla condizione umana, all’interno delle celebrazioni per il Bicentenario della Vittoria Alata.

La fotografia non si limita a documentare un capolavoro della storia dell’arte, ma ne esplora le possibilità interpretative. È questo il cuore della mostra che la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana dedica a Mario Cresci, protagonista della ricerca visiva italiana contemporanea, attraverso un progetto nato dall’incontro con la Pietà Rondanini di Michelangelo.


Dal 19 luglio al 30 agosto 2026 la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana di Brescia ospita Mario Cresci. In aliam figuram mutare. Interazioni con la Pietà Rondanini di Michelangelo, mostra curata da Roberto Mutti che propone un intenso itinerario all’interno della ricerca di uno dei più autorevoli protagonisti della fotografia italiana contemporanea. L’iniziativa rientra nel programma di eventi promosso dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei in occasione del Bicentenario del ritrovamento della Vittoria Alata, creando un ideale dialogo tra due capolavori della scultura e due differenti modi di interrogare il patrimonio artistico.

L’esposizione riunisce ventotto opere nate da un approfondito percorso di studio che Mario Cresci ha dedicato alla Pietà Rondanini, l’ultima e incompiuta scultura di Michelangelo Buonarroti, universalmente considerata una delle testimonianze più alte della sua ricerca spirituale. Conservata oggi nel Museo della Pietà Rondanini, all’interno dell’antico Ospedale Spagnolo del Castello Sforzesco di Milano, l’opera rappresenta una delle espressioni più radicali della fase estrema dell’artista fiorentino. La figura allungata del Cristo sorretto dalla Vergine rompe infatti gli equilibri plastici delle precedenti Pietà, trasformando il marmo in una materia quasi ascetica, essenziale, capace di suggerire più che descrivere.

È proprio questa tensione irrisolta ad aver attratto Cresci, che tra il 2013 e il 2016 ha costruito un dialogo silenzioso e continuo con la scultura michelangiolesca. Il suo lavoro prende avvio dall’osservazione della Pietà nel precedente allestimento nella Sala degli Scarlioni del Castello Sforzesco e prosegue dopo il trasferimento nell’attuale sede museale, dove la nuova collocazione offre differenti prospettive di lettura. Il cambiamento dello spazio espositivo diventa così parte integrante della ricerca, suggerendo nuovi punti di vista e nuove possibilità interpretative.

Il titolo latino della mostra, In aliam figuram mutare, richiama l’idea della trasformazione e sintetizza efficacemente il senso dell’intero progetto. Le fotografie non intendono riprodurre fedelmente il capolavoro di Michelangelo, ma accompagnarne una continua metamorfosi percettiva. Attraverso inquadrature, dettagli, rapporti di luce e variazioni dello sguardo, Cresci costruisce immagini autonome che conservano il riferimento alla scultura senza mai ridursi a semplice documentazione.

A sinistra: Mario Cresci, “Nella luce #04”, dalla serie “In aliam figuram mutare”, Milano 2013-Bergamo 2016, Courtesy Archivio Mario Cresci, Galleria Matèria, Civico Archivio Fotografico
A destra: Mario Cresci, “Nella luce #06”, dalla serie “In aliam figuram mutare”, Milano 2013-Bergamo 2016, Courtesy Archivio Mario Cresci, Galleria Matèria, Civico Archivio Fotografico

Da oltre mezzo secolo Mario Cresci sviluppa infatti una ricerca che supera i confini tradizionali della fotografia. Formatosi negli anni Sessanta, ha intrecciato linguaggi differenti – fotografia, grafica, antropologia visiva, design e comunicazione – elaborando un metodo di lavoro fondato sull’osservazione critica della realtà e sulla capacità dell’immagine di produrre conoscenza. Le sue opere si collocano in un territorio in cui la fotografia diventa insieme documento, interpretazione e riflessione teorica.

Questa impostazione emerge con particolare evidenza nelle immagini dedicate alla Pietà Rondanini. La superficie del marmo, le torsioni delle figure, le ombre e le imperfezioni della materia vengono isolate e ricomposte fino a trasformarsi in segni visivi che evocano temi universali. Il dolore, la memoria, la fragilità dell’esistenza e il trascorrere del tempo non sono illustrati, ma suggeriti attraverso un linguaggio essenziale, privo di effetti spettacolari, nel quale il silenzio diventa parte integrante della narrazione.

L’interesse di Cresci per il rapporto tra immagine e pensiero attraversa tutta la sua carriera. Nato a Chiavari nel 1942 e da tempo residente a Bergamo, ha partecipato più volte alla Biennale di Venezia e le sue fotografie sono presenti, fin dagli anni Settanta, nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York e di numerose istituzioni dedicate all’arte contemporanea. Parallelamente all’attività artistica ha svolto un intenso lavoro nell’ambito della didattica, dirigendo l’Accademia Carrara di Bergamo e insegnando in importanti università e scuole di alta formazione, nella convinzione che l’arte possa rappresentare anche uno strumento di crescita culturale e sociale. Negli ultimi anni la sua ricerca è stata oggetto di importanti riletture museali, dal MAXXI di Roma fino alla costituzione, nel 2023, dell’Archivio d’artista Mario Cresci, nato per tutelare e valorizzare un patrimonio creativo tra i più significativi della cultura visiva italiana.

La mostra bresciana assume così un significato che va oltre la presentazione di un ciclo fotografico. L’incontro tra la ricerca contemporanea di Cresci e la forza spirituale della Pietà Rondanini dimostra come i grandi capolavori continuino a generare nuove letture e nuovi linguaggi, confermando la capacità dell’arte di attraversare i secoli senza perdere la propria attualità. In questo confronto tra fotografia e scultura, tra immagine e memoria, il visitatore è invitato non tanto a osservare un’opera già conosciuta, quanto a riscoprirla attraverso uno sguardo diverso, capace di restituire alla contemplazione una dimensione profondamente umana.


Ufficio stampa CLP Relazioni Pubbliche
Clara Cervia | clara.cervia@clp1968.it
Ufficio stampa Fondazione Brescia Musei
Francesca Raimondi | raimondi@bresciamusei.com
Ufficio stampa Comune di Brescia
Rossella Prestini | rprestini@comune.brescia.it
Articolo a cura della Redazione Experiences

Palazzetto Bru Zane, una stagione tra riscoperte e capolavori: il Romanticismo francese dialoga con Beethoven

La programmazione 2026-2027 del Centre de musique romantique française intreccia la figura della compositrice Clémence de Grandval con il bicentenario della morte di Beethoven, affiancando concerti, opera, cine-concerti e attività divulgative per raccontare la ricchezza dell’Ottocento musicale europeo.

Venezia si conferma uno dei principali laboratori internazionali dedicati alla riscoperta del patrimonio musicale romantico francese. La nuova stagione del Palazzetto Bru Zane propone un percorso che unisce ricerca musicologica, esecuzione storicamente informata e divulgazione, offrendo nuove prospettive su autori celebri e protagonisti ancora poco conosciuti.


L’Ottocento musicale continua a rivelare pagine ancora inesplorate. È da questa convinzione che prende forma la stagione 2026-2027 del Palazzetto Bru Zane – Centre de musique romantique française, istituzione veneziana che da oltre quindici anni si dedica alla valorizzazione del repertorio romantico francese attraverso concerti, pubblicazioni, produzioni discografiche e attività di ricerca. Il nuovo cartellone mette in dialogo due figure lontane per notorietà ma accomunate dalla capacità di illuminare un’epoca: Clémence de Grandval, compositrice ancora poco frequentata dalle sale da concerto, e Ludwig van Beethoven, osservato questa volta attraverso la ricezione della sua musica nella Francia tra la fine del Settecento e l’inizio del Romanticismo.

Fondato nel 2009 grazie alla Fondation Bru, il Palazzetto Bru Zane ha sede nello storico Casino Zane, elegante edificio settecentesco nel sestiere di San Polo, e si è affermato come uno dei principali centri europei dedicati alla riscoperta del patrimonio musicale francese compreso tra il 1780 e il 1920. La sua attività non si limita all’organizzazione di concerti, ma comprende un intenso lavoro di ricerca archivistica, edizioni critiche, registrazioni discografiche e collaborazioni con teatri e istituzioni musicali internazionali, contribuendo al ritorno in repertorio di opere dimenticate e compositori trascurati.

La stagione si apre in autunno con il festival Clémence de Grandval, una nobile all’avanguardia, in programma a Venezia dal 3 al 29 ottobre 2026. I sette concerti previsti intendono riportare all’attenzione una musicista che, pur appartenendo all’aristocrazia francese, dovette confrontarsi con i pregiudizi riservati alle donne compositrici del XIX secolo. Attiva anche nella Société nationale de musique, fondata nel 1871 per promuovere la musica francese contemporanea, Grandval sviluppò una produzione ampia e raffinata, nella quale convivono musica da camera, repertorio vocale, opere liriche e pagine sinfoniche. Il festival valorizza soprattutto la sua scrittura cameristica, affiancandola a quella dei contemporanei per evidenziarne l’originalità e la modernità.

Negli ultimi anni la figura di Clémence de Grandval è stata oggetto di un crescente interesse musicologico, favorito proprio dall’attività del Palazzetto Bru Zane. La riscoperta della sua produzione richiede spesso un paziente lavoro di ricostruzione delle fonti: molte partiture sopravvivono infatti soltanto in materiali orchestrali o in manoscritti conservati presso biblioteche e archivi europei. Per questa ragione il centro veneziano ha avviato un articolato programma editoriale che comprende il recupero di opere come Les Fiancés de Rosa, della Messa, del Concertino per violino e orchestra e del dittico sinfonico tratto da Atala, restituendole alla pratica esecutiva contemporanea. Parallelamente sarà ampliata la piattaforma digitale Bru Zane Mediabase, con nuovi documenti, cataloghi, materiali iconografici e una mostra virtuale dedicata alla vita musicale parigina degli anni Settanta dell’Ottocento.

Il secondo grande percorso della stagione sarà dedicato al bicentenario della morte di Beethoven con il festival Beethoven oltre i confini, in programma dal 3 aprile al 13 maggio 2027. L’obiettivo non è celebrare semplicemente il compositore di Bonn, ma osservare l’impatto che la sua opera ebbe sulla cultura musicale francese tra il 1790 e il 1815, in un’Europa segnata dalla Rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche. Attraverso sette concerti, il pubblico potrà confrontare la produzione dei contemporanei francesi con quella beethoveniana, ascoltando repertori raramente eseguiti accanto a pagine del Maestro tedesco e cogliendo il dialogo tra la tradizione classica e la nascente sensibilità romantica.

Accanto ai due festival principali, la stagione propone numerosi appuntamenti che riflettono la vocazione divulgativa del Palazzetto Bru Zane. È previsto un concerto natalizio dedicato al trio per clarinetto, violoncello e pianoforte, un recital pianistico dell’8 marzo affidato a Elisabeth Pion, dedicato alle compositrici francesi dell’Ottocento, e una nuova edizione dei cine-concerti, che recuperano la tradizione delle proiezioni del cinema muto accompagnate dalla musica dal vivo. In cartellone figurano Pioniere del grande schermo, il ciclo Comici ritrovati durante il Carnevale di Venezia e la proiezione di Napoléon di Abel Gance, uno dei capolavori assoluti del cinema muto europeo. Cinque conferenze, laboratori-concerto per famiglie e il progetto educativo Romantici in erba, rivolto alle scuole del Veneto, completano un’offerta pensata per coinvolgere pubblici di ogni età.

Tra gli eventi più attesi figura inoltre il ritorno di Carmen di Georges Bizet al Teatro La Fenice. L’allestimento, basato sulle ricerche musicologiche del Palazzetto Bru Zane, punta a ricostruire una versione il più possibile vicina a quella delle origini e sarà presentato in otto rappresentazioni. L’iniziativa conferma il ruolo del centro veneziano non soltanto come luogo di studio, ma anche come protagonista nella restituzione scenica del patrimonio operistico francese, attraverso un dialogo costante fra ricerca scientifica e pratica musicale.

L’attività editoriale accompagnerà la programmazione concertistica con nuove pubblicazioni. Tra queste spicca l’edizione discografica della Médée di Luigi Cherubini, nella versione originale del 1797, diretta da Julien Chauvin e destinata ad arricchire la prestigiosa collana Opéra français del Bru Zane Label. Anche in questo caso il progetto nasce da un accurato lavoro filologico sulle fonti, elemento che costituisce uno dei tratti distintivi dell’istituzione veneziana.

La stagione 2026-2027 conferma così la missione culturale del Palazzetto Bru Zane: riportare alla luce un patrimonio musicale che per lungo tempo è rimasto ai margini della programmazione internazionale, offrendo al pubblico non soltanto occasioni di ascolto, ma anche strumenti per comprendere il contesto storico, artistico e sociale in cui quelle opere sono nate. Un invito a riscoprire il Romanticismo francese nella sua straordinaria varietà, dove accanto ai grandi nomi trovano finalmente spazio voci che la storia aveva lasciato in secondo piano.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Tra memoria, linguaggio e AI: Sasha Stiles trasforma il Lorem Ipsum in un’opera vivente

A Palazzo Citterio, il nuovo progetto dell’artista e poetessa americana di origini calmucche apre una riflessione sulla scrittura come organismo in continua trasformazione. Tra filologia, poesia e sistemi generativi, Lorem Ipsum Variorum esplora il destino del linguaggio nell’era dell’intelligenza artificiale.

Un testo che tutti hanno visto ma quasi nessuno ha mai letto diventa il punto di partenza di un’indagine sull’origine del significato, sulla memoria culturale e sul dialogo tra creatività umana e intelligenza artificiale. Dal 15 luglio al 25 ottobre 2026 il grande LED wall di Palazzo Citterio ospita il nuovo progetto di Sasha Stiles, curato da Clelia Patella.


Esistono parole che attraversano i secoli quasi invisibili, sopravvivendo ai cambiamenti della cultura e della tecnologia senza perdere del tutto la propria capacità evocativa. Il celebre Lorem ipsum, onnipresente nell’editoria e nella grafica come testo segnaposto, appartiene a questa categoria. È proprio da questa presenza discreta ma persistente che prende avvio Lorem Ipsum Variorum, il nuovo progetto dell’artista e poetessa americana di origini calmucche Sasha Stiles, allestito dal 15 luglio al 25 ottobre 2026 sul grande LED wall di Palazzo Citterio, a Milano, nell’ambito del programma espositivo realizzato in collaborazione con il Museo nazionale dell’Arte digitale e curato da Clelia Patella.

Nata a Pasadena nel 1980, Sasha Stiles è oggi una delle figure più autorevoli nel panorama internazionale della poesia generativa e della ricerca artistica sull’intelligenza artificiale. La sua pratica intreccia linguaggio, installazione, sistemi computazionali e performance, interrogando il rapporto tra memoria, creatività e nuove tecnologie. L’artista considera infatti l’IA non come un semplice strumento, ma come un interlocutore capace di ampliare la riflessione sui processi attraverso cui il linguaggio evolve e si trasmette nel tempo.

Il punto di partenza dell’opera è il celebre Lorem ipsum, il testo pseudo-latino derivato da un frammento del De finibus bonorum et malorum di Marco Tullio Cicerone. Alterato nei secoli attraverso copie, omissioni e trascrizioni, questo brano è diventato il segnaposto universale della progettazione editoriale e tipografica. Proprio questa lunga storia di trasformazioni interessa Sasha Stiles, che vi riconosce la metafora di un linguaggio mai statico, continuamente riscritto, tradotto e reinterpretato.

Sul grande LED wall di Palazzo Citterio scorrono manifesti digitali, pagine editoriali, tavole tipografiche, frammenti di codice, iscrizioni luminose e archivi immaginari che vengono continuamente ricombinati, dando vita a connessioni inattese tra epoche, forme e sistemi di scrittura. Il titolo stesso dell’opera richiama la tradizione filologica: il termine variorum indica infatti le edizioni annotate che raccolgono varianti e interpretazioni di uno stesso testo. In questo caso, tuttavia, non esiste una versione definitiva da recuperare: è proprio l’accumulo delle differenze a generare nuovi significati.

Nel testo curatoriale, Clelia Patella sottolinea come l’opera entri nello spazio originario della scrittura, quello in cui le parole non hanno ancora assunto una forma definitiva e il linguaggio rimane sospeso tra memoria, errore e possibilità. Secondo la curatrice, l’intelligenza artificiale rappresenta soltanto l’ultimo capitolo di una storia molto più antica, costruita nel tempo da copisti, traduttori, tipografi, editori, biblioteche e archivi che hanno continuamente riscritto e trasmesso il sapere. È in questa prospettiva che il Lorem ipsum diventa il simbolo di una memoria culturale che sopravvive proprio grazie alle sue trasformazioni.

Patella osserva inoltre che, attraverso il suo alter ego algoritmico Technelegy, Sasha Stiles sviluppa una serie di “traduzioni impossibili”: il celebre testo segnaposto, privo di un autentico contenuto semantico, viene sottoposto a processi generativi che producono nuove interpretazioni poetiche e visive. Le cosiddette “allucinazioni” delle macchine, lungi dall’essere considerate semplici errori, diventano così il riflesso di una tendenza profondamente umana: quella di cercare connessioni e significati anche nell’incertezza, trasformando la lacuna in possibilità creativa.

Questa riflessione si inserisce in un dibattito culturale più ampio che attraversa oggi filosofia del linguaggio, media studies e digital humanities. La scrittura generativa, infatti, mette in discussione il concetto tradizionale di autorialità, mostrando come ogni testo sia il risultato di una lunga stratificazione di memorie, citazioni, traduzioni ed errori. L’opera di Stiles suggerisce così che anche i modelli linguistici contemporanei rendono visibile un processo che appartiene da sempre alla storia della cultura: nessuna parola nasce isolata, ma da una rete di relazioni sedimentate nel tempo.

Il contesto espositivo contribuisce a rafforzare questo dialogo. Inserita all’interno della Grande Brera e in ideale continuità con la Biblioteca Nazionale Braidense, l’installazione trasforma il LED wall in una pagina luminosa del presente, dove libri, manoscritti, archivi e sistemi digitali convivono in un unico racconto sulla trasmissione del sapere. La memoria libraria e quella algoritmica non vengono contrapposte, ma poste in relazione come espressioni diverse di una medesima tensione culturale.

Il direttore della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense, Angelo Crespi, interpreta il progetto come un ulteriore tassello del programma espositivo sviluppato con il Museo nazionale dell’Arte digitale, capace di collocare la Grande Brera al centro del dibattito artistico contemporaneo. Anche Maria Paola Borgarino, direttrice del Museo nazionale dell’Arte digitale, evidenzia come l’utilizzo di Technelegy consenta all’artista di scomporre e ricostruire il testo originario attraverso una pluralità di versioni che danno forma a un inedito poema multimediale.

L’attività internazionale di Sasha Stiles conferma il rilievo della sua ricerca. Vincitrice del Prix Ars Electronica e del Lumen Prize, l’artista ha presentato i propri lavori in istituzioni come il Museum of Modern Art di New York, il Lincoln Center, Art Basel e Outernet London, collaborando inoltre con realtà quali Google Arts & Culture, Gucci e Bang & Olufsen. La sua ricerca, sviluppata in particolare dal 2018 attorno ai rapporti tra poesia e intelligenza artificiale, rappresenta oggi uno dei riferimenti più autorevoli per comprendere le trasformazioni della creatività nell’era generativa.

Con Lorem Ipsum Variorum Palazzo Citterio propone dunque molto più di un’installazione digitale. L’opera invita il pubblico a ripensare il linguaggio come organismo vivente, capace di attraversare epoche, tecnologie e culture trasformandosi continuamente. In un momento storico in cui l’intelligenza artificiale alimenta interrogativi sulla natura della scrittura e dell’autorialità, Sasha Stiles suggerisce una prospettiva diversa: la memoria culturale non si conserva immobilizzando il passato, ma continua a vivere proprio grazie alle sue infinite riscritture.


Responsabile ufficio comunicazione La Grande Brera
Marco Toscano | E. marco.toscano@cultura.gov.it
 
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Marta Pedroli | E. marta.pedroli@clp1968.it
www.clp1968.it
Articolo a cura della Redazione Experiences

L’estate del MA*GA: cinque mostre per attraversare l’arte tra spazio, memoria, AI e moda

Da Paolo Scheggi a Vincenzo Agnetti, dalle sperimentazioni digitali di Giovanni Ferrario alle pratiche partecipative del Premio Gallarate, fino al dialogo tra Brunetta e Missoni: il museo di Gallarate propone un itinerario che racconta oltre mezzo secolo di ricerca artistica e si completa con una rassegna dedicata ai grandi maestri del cinema.

L’estate del Museo MAGA si trasforma in un percorso attraverso alcuni dei temi centrali dell’arte contemporanea: la relazione tra opera e spazio, il valore della memoria, il rapporto con la tecnologia, la partecipazione del pubblico e l’incontro tra arti visive e moda. Un programma che rimane aperto fino all’11 ottobre 2026 e che invita a leggere il presente attraverso linguaggi differenti.*


Il Museo MA*GA di Gallarate affronta la stagione estiva con un progetto espositivo unitario, costruito attorno a cinque mostre che, pur diverse per epoca, linguaggi e protagonisti, condividono una medesima tensione: interrogare il modo in cui l’arte continua a ridefinire il rapporto tra esperienza, conoscenza e società. Dalla ricerca ambientale degli anni Sessanta fino alle più recenti sperimentazioni legate all’intelligenza artificiale, il percorso proposto dal museo lombardo mette in dialogo alcuni protagonisti del secondo Novecento con le pratiche artistiche contemporanee, estendendo lo sguardo anche alla moda e al cinema.

Il nucleo centrale della programmazione è rappresentato dalla grande mostra dedicata a Paolo Scheggi (1940-1971), figura tra le più originali della ricerca artistica italiana del dopoguerra. L’esposizione Qui e altrove. Gli ambienti di Paolo Scheggi 1964-1971, curata da Ilaria Bignotti ed Emma Zanella, concentra l’attenzione sulla fase in cui l’artista supera definitivamente la dimensione della superficie pittorica per trasformare lo spazio in esperienza fisica. Attraverso circa sessanta opere tra fotografie, documenti e maquette vengono ricostruiti alcuni ambienti storici oggi perduti, come Tomba della geometria e Piramide. Della Metafisica, consentendo di comprendere come Scheggi abbia interpretato l’arte come luogo da attraversare e non soltanto da osservare. La sua ricerca, sviluppata nel clima dello Spazialismo milanese e alimentata dalle celebri Intersuperfici, anticipa molte riflessioni che diventeranno centrali nell’arte ambientale e installativa degli anni successivi.

Accanto a Scheggi trova spazio un’altra figura decisiva dell’arte concettuale italiana, Vincenzo Agnetti (1926-1981), cui è dedicata la mostra Le strade terminano prima di cominciare. Curata da Alessandro Castiglioni, la rassegna indaga il ruolo della fotografia all’interno della sua ricerca, non come semplice documento ma come dispositivo capace di trasformare l’immagine in memoria, traccia e riflessione filosofica. Il percorso riunisce una trentina di opere nelle quali parola, fotografia e tecnologia dialogano costantemente: dall’installazione Il Trono, realizzata insieme allo stesso Scheggi, fino al celebre Libro dimenticato a memoria, passando per la Macchina Drogata, sorprendente calcolatrice linguistica che sostituisce i numeri con lettere per generare combinazioni casuali di parole. L’esposizione ricorda come Agnetti sia stato uno degli interpreti più raffinati dell’arte concettuale internazionale, protagonista di Documenta 5 a Kassel e presente nelle principali collezioni museali europee.

Il dialogo con il presente prosegue attraverso Giovanni Ferrario, artista e teorico che affronta il tema dell’immagine nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Stato di quiete presenta il progetto Atlante del verosimile (2025), composto da diciassette nature morte generate mediante sistemi di IA. L’apparente immobilità delle composizioni nasconde in realtà la continua instabilità dei processi algoritmici che le producono. Le immagini non rappresentano oggetti realmente esistiti, ma simulazioni plausibili costruite da reti neurali e modelli probabilistici, aprendo una riflessione sul concetto stesso di creatività e sul ruolo dell’autore nell’era digitale. In un momento storico in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo profondamente il rapporto tra produzione artistica e strumenti tecnologici, il progetto di Ferrario si colloca nel dibattito internazionale sulle pratiche post-fotografiche e sulla nuova estetica delle immagini sintetiche.

Un diverso modo di intendere l’opera emerge invece in Arte Viva. Processi performativi e partecipativi come pratica, esposizione collegata alla ventottesima edizione del Premio Gallarate e curata da Lorenzo Balbi, Eva Fabbris e Caterina Riva. I cinque artisti coinvolti – Allison Grimaldi Donahue, Francesco Fonassi, Francesca Grilli, Beatrice Marchi e Martina Rota – condividono una concezione dell’arte come esperienza collettiva piuttosto che come oggetto concluso. Installazioni sonore, interventi performativi, pratiche partecipative e dispositivi relazionali invitano il pubblico a diventare parte attiva dell’opera, affrontando temi che spaziano dalla memoria delle migrazioni ai traumi ambientali, fino ai processi di cura e di ricostruzione emotiva. Il progetto testimonia una delle tendenze più significative della ricerca contemporanea, orientata a valorizzare l’interazione sociale e il coinvolgimento diretto dello spettatore.

La stagione espositiva si completa con Il vizio del vestire. Le illustrazioni di Brunetta per Missoni, curata dall’Archivio Missoni. La mostra rende omaggio a Bruna Moretti Mateldi, conosciuta come Brunetta, illustratrice che ha contribuito in maniera determinante all’immaginario della moda italiana del Novecento. Attraverso bozzetti, tavole originali e materiali editoriali viene ricostruito il lungo sodalizio con Ottavio e Rosita Missoni, iniziato alla fine degli anni Cinquanta e culminato nel volume Il Vizio del Vestire del 1981. Il tratto essenziale e ironico di Brunetta seppe raccontare non soltanto gli abiti, ma anche l’evoluzione del costume femminile e della società italiana, traducendo in segni grafici la rivoluzione cromatica e materica introdotta dalla maison Missoni, protagonista del design tessile internazionale.

Ad accompagnare il programma espositivo torna anche Le Stanze del Cinema, rassegna curata da Alessandro Castiglioni che conclude il proprio percorso con due classici della cinematografia italiana del Novecento: Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni, in programma il 25 luglio, e La terrazza (1980) di Ettore Scola il 1° agosto. Due opere profondamente diverse ma accomunate dalla capacità di raccontare le trasformazioni culturali dell’Italia contemporanea: il primo, liberamente ispirato a un racconto di Julio Cortázar, è diventato uno dei film simbolo della modernità cinematografica europea; il secondo offre invece uno sguardo corale e disincantato sulla crisi della borghesia intellettuale italiana. Le proiezioni si svolgono nell’arena esterna dell’HIC MA*GA MAJNO, con ingresso libero, confermando la volontà del museo di estendere la propria proposta culturale oltre le arti visive.

Accanto alle mostre, il museo rinnova anche la collaborazione con Ricola, che nei primi venerdì di agosto, settembre e ottobre offre l’ingresso gratuito ai primi cinquanta visitatori a partire dalle ore 15, accompagnando l’iniziativa con degustazioni delle proprie tisane presso l’ArtCafé. Un’attenzione alla fruizione pubblica che si inserisce nella più ampia missione del MA*GA: essere non soltanto uno spazio espositivo, ma un luogo di incontro, ricerca e partecipazione culturale, capace di mettere in relazione patrimonio storico, sperimentazione artistica e comunità.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Settembre-arte: da Man Ray a Monet, passando per Klimt, Doisneau e i grandi festival della fotografia

Mostre di respiro internazionale, festival dedicati alla fotografia, appuntamenti con l’antiquariato e nuove aperture museali delineano un settembre che attraversa il Novecento e arriva al contemporaneo. Da Parma a Venezia, da Ferrara a Firenze, il calendario culturale italiano inaugura l’autunno con una straordinaria concentrazione di eventi.


Settembre segna tradizionalmente il ritorno della grande stagione espositiva, ma quest’anno il calendario italiano assume un respiro particolarmente ampio, trasformando il Paese in una rete di città accomunate dalla volontà di raccontare l’arte attraverso prospettive diverse. Pittura, fotografia, arti decorative, contemporaneo e antiquariato dialogano lungo un itinerario che unisce istituzioni storiche e festival internazionali, offrendo al pubblico un panorama capace di attraversare oltre un secolo di cultura visiva. L’avvio è affidato a due appuntamenti dedicati ai protagonisti della modernità artistica. Il 12 settembre la Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, presso Parma, inaugura Man Ray: tutto, annunciata come la più ampia retrospettiva mai realizzata in Italia sull’artista statunitense. Nato Emmanuel Radnitzky nel 1890, Man Ray fu tra le figure più influenti delle avanguardie del Novecento. Vicino al Dadaismo prima e al Surrealismo poi, trasformò fotografia, cinema sperimentale, pittura e oggetti d’arte in strumenti di continua ricerca. Celebri invenzioni come le rayografie, ottenute senza macchina fotografica direttamente sulla carta fotosensibile, rappresentano ancora oggi uno dei contributi più originali alla storia della fotografia contemporanea.

Pochi giorni più tardi, il 19 settembre, Palazzo dei Diamanti a Ferrara apre Da Monet a Van Gogh a Kandinsky, un percorso che attraversa alcune delle tappe decisive dell’arte moderna. Impressionismo, Postimpressionismo e Astrattismo non vengono semplicemente accostati come movimenti successivi, ma raccontati come fasi di una profonda trasformazione dello sguardo europeo. Claude Monet rivoluzionò il rapporto con la luce e il paesaggio; Vincent van Gogh portò la pittura verso una potente dimensione emotiva; Vasilij Kandinskij inaugurò una nuova concezione dell’immagine, emancipandola definitivamente dalla rappresentazione del reale. Il progetto espositivo si inserisce nella lunga tradizione di Palazzo dei Diamanti, sede tra le più prestigiose della programmazione artistica italiana.

La seconda parte del mese conduce a Venezia, dove patrimonio storico e ricerca contemporanea convivono in modo naturale. Il 24 settembre Ca’ Rezzonico presenta al pubblico la Donazione Rubelli, destinata ad arricchire le collezioni dedicate alle arti decorative e alla storia del tessuto veneziano. La famiglia Rubelli rappresenta infatti una delle eccellenze italiane nella produzione di tessuti d’arte, interprete di una tradizione manifatturiera che, dal XIX secolo, continua a dialogare con il restauro e l’architettura d’interni.

Il giorno successivo Ca’ Pesaro inaugura la mostra personale dedicata a Nicolas Lamas, artista peruviano la cui ricerca si concentra sulle relazioni tra natura, archeologia, tecnologia e memoria materiale. Parallelamente, il Muvec – Casa della Contemporaneità di Mestre propone un approfondimento sulla Secessione viennese attraverso Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka. Tre personalità differenti, accomunate dall’aver ridefinito il linguaggio figurativo della Vienna tra Otto e Novecento, trasformando il ritratto, il paesaggio e la rappresentazione del corpo umano in strumenti di indagine psicologica e simbolica.

Accanto alle arti visive, settembre conferma il ruolo centrale della fotografia. A Savignano sul Rubicone torna infatti SI FEST, giunto alla trentacinquesima edizione e articolato nei fine settimana dell’11-13, 19-20 e 26-27 settembre. Nato nel 1992, il festival è oggi uno dei principali punti di riferimento italiani per la fotografia d’autore, capace di mettere in dialogo autori storici, giovani fotografi, editori e studiosi in un confronto costante sulle evoluzioni del linguaggio fotografico.

Il 24 settembre Palazzo dei Musei di Modena dedica invece una grande mostra a Robert Doisneau, curata da Gabriel Bauret. Circa 130 fotografie in bianco e nero, provenienti dall’Atelier Robert Doisneau di Montrouge, restituiscono il percorso di uno dei maggiori interpreti della fotografia umanista francese. Le sue immagini hanno raccontato la quotidianità della Parigi del dopoguerra con uno sguardo insieme poetico e documentario, capace di trasformare gesti ordinari, bambini, lavoratori, innamorati e strade cittadine in icone della memoria collettiva. Il celebre Le Baiser de l’Hôtel de Ville, pur rimanendo la fotografia più nota, rappresenta soltanto una parte di una produzione molto più ampia, dedicata alla dignità della vita quotidiana.

Due giorni dopo, il 26 settembre, prende il via il Festival della Fotografia Etica di Lodi, manifestazione ormai riconosciuta a livello internazionale per l’attenzione al fotogiornalismo e ai grandi temi sociali contemporanei. Guerre, migrazioni, cambiamenti climatici, diritti civili e trasformazioni ambientali trovano spazio attraverso il linguaggio delle immagini, confermando come la fotografia possa ancora svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione della coscienza civile.

La stessa data segna anche l’apertura della trentaquattresima Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, ospitata nello storico Palazzo Corsini. Considerata la più antica mostra-mercato dedicata all’arte italiana, la manifestazione rappresenta uno degli appuntamenti più autorevoli per collezionisti, studiosi e galleristi provenienti da tutto il mondo. Accanto all’aspetto commerciale, la Biennale costituisce un importante osservatorio sul collezionismo internazionale e sulla valorizzazione del patrimonio storico-artistico.

L’ultimo fine settimana del mese propone infine un diverso rapporto con il paesaggio attraverso Verde Grazzano, il festival botanico ospitato nel Parco e Castello di Grazzano Visconti, in provincia di Piacenza. Qui la cultura incontra il giardinaggio, la biodiversità e il patrimonio storico, confermando come il tema della sostenibilità possa essere affrontato anche attraverso la valorizzazione del paesaggio storico e delle tradizioni botaniche italiane.

Il calendario di settembre restituisce così l’immagine di un sistema culturale diffuso, nel quale musei, fondazioni, festival e istituzioni costruiscono un racconto corale della creatività europea. Dalle avanguardie storiche alla fotografia umanista, dalle arti decorative al contemporaneo, fino all’antiquariato e alla cultura del paesaggio, ogni appuntamento contribuisce a delineare una stagione che invita non soltanto a visitare mostre, ma a leggere l’arte come uno strumento privilegiato per comprendere la complessità del presente.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

(s)Nodi 2026: Bologna attraversa il mondo seguendo il filo delle musiche senza confini

Otto concerti, otto geografie sonore e un unico viaggio tra tradizioni popolari, sperimentazione e dialogo interculturale. Dal Burkina Faso alla Corea, il Museo della Musica rinnova uno degli appuntamenti più originali dell’estate italiana.

Non tutte le mappe si leggono con gli occhi. Alcune si percorrono ascoltando. È questa l’idea che anima la quindicesima edizione di (s)Nodi festival di musiche inconsuete, rassegna che trasforma Bologna in un crocevia di culture sonore, dimostrando come la musica continui a essere uno dei linguaggi più efficaci per raccontare il mondo contemporaneo.


Esistono festival che programmano concerti e festival che costruiscono itinerari culturali. (s)Nodi appartiene senza dubbio a questo tipo di manifestazioni. Dal 21 luglio all’8 settembre 2026, ogni martedì alle ore 21, il Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna ospita la quindicesima edizione della manifestazione, ormai divenuta un punto di riferimento per chi desidera esplorare repertori poco frequentati, strumenti tradizionali, pratiche musicali ancestrali e nuove forme di contaminazione artistica. La rassegna nasce all’interno del Museo della Musica, uno dei poli culturali più significativi della città, ospitato nello storico Palazzo Sanguinetti. La scelta della sede non è casuale: il museo conserva importanti collezioni dedicate alla storia della musica europea e dialoga costantemente con la ricerca contemporanea, offrendo un contesto ideale per una manifestazione che mette in relazione memoria e innovazione. Bologna, riconosciuta dall’UNESCO come Città Creativa della Musica dal 2006, conferma così una vocazione internazionale che affonda le proprie radici in una lunga tradizione musicale, dall’antica scuola bolognese fino alle più recenti sperimentazioni.

Il filo conduttore dell’edizione 2026 è la contaminazione. Non come semplice fusione di generi, ma come incontro autentico fra culture, tecniche esecutive e visioni del mondo. Gli otto progetti invitati condividono infatti la capacità di superare le tradizionali classificazioni musicali, costruendo linguaggi originali nei quali convivono patrimonio popolare, improvvisazione, elettronica, jazz, ricerca sonora e pratiche performative. È proprio questa apertura che ha reso (s)Nodi una delle rassegne italiane più apprezzate dagli artisti della world music contemporanea.

Il viaggio prende avvio il 21 luglio con Kaito Winse, musicista originario del Burkina Faso e fra i più autorevoli interpreti della tradizione dei jeli, i griot dell’Africa occidentale, figure che da secoli custodiscono la memoria collettiva attraverso il canto e il racconto orale. La sua musica nasce dall’intreccio fra voce, strumenti tradizionali come il tama, l’arco a bocca, il flauto peul e la calebasse, trasformando proverbi, storie e rituali del villaggio natale in una narrazione musicale di straordinaria intensità.

Il 28 luglio sarà invece protagonista Ëda Diaz, cantante e bassista franco-colombiana che ha costruito una cifra stilistica personale mescolando il patrimonio musicale dell’America Latina – dal vallenato al bolero, passando per currulao, bullerengue e danzón – con produzioni elettroniche e sensibilità pop contemporanea. Le sue composizioni riflettono sui contrasti dell’esperienza umana, oscillando continuamente fra nostalgia e modernità, contemplazione e ritmo.

Il 4 agosto l’atmosfera cambia radicalmente con l’energia della Butter Funk Family, collettivo nato dall’universo creativo del trombettista e produttore Printz Board, due volte vincitore del Grammy Award e collaboratore dei Black Eyed Peas. Accanto alla potente macchina ritmica della band, sarà ospite speciale Alana Hil, cantante statunitense capace di intrecciare gospel, soul, studi di musica classica indiana e pratiche vocali ispirate ai mantra himalayani, in un repertorio che amplia ulteriormente i confini della musica afroamericana.

L’11 agosto sarà la volta delle polacche Sutari, trio che negli ultimi anni ha ridefinito il rapporto con il patrimonio folklorico dell’Europa orientale. Le loro armonie vocali, costruite su polifonie ipnotiche, si intrecciano con strumenti tradizionali e sperimentazioni contemporanee dando vita a racconti dedicati alla natura, alla libertà, alla sorellanza e alla memoria femminile. Un lavoro che dimostra come il folklore possa ancora essere materia viva e linguaggio del presente.

Il percorso prosegue il 18 agosto con Trilog, progetto internazionale nato dall’incontro fra la flautista canadese Lara Wong, il chitarrista flamenco spagnolo Melón Jiménez e il percussionista indiano Chaitanya Natu. La loro ricerca esplora le possibili connessioni storiche e culturali fra India e Mediterraneo, evocando le radici orientali del flamenco attraverso improvvisazione, virtuosismo e dialogo interculturale. Non a caso il progetto è stato premiato come miglior proposta flamenca al Festival del Cante de las Minas.

Il 25 agosto la scena si sposta a Cipro con Nābu Pēra e il progetto Soundscapes of Nicosia. La città diventa materia musicale: rumori urbani, echi, voci, architetture sonore e improvvisazione si fondono in un paesaggio acustico capace di raccontare la complessità di una capitale storicamente attraversata da culture, lingue e identità differenti. È una riflessione sul suono come forma di lettura dello spazio urbano e della memoria collettiva.

Il primo settembre si torna in Italia con Trevize, progetto dell’artista pugliese Francesco Barletta. Il suo percorso nasce da un curioso paradosso: l’iniziale rifiuto della pizzica e della taranta si è trasformato, grazie al confronto con i musicisti della tradizione, nella scoperta della loro forza rituale. Da qui prende forma un linguaggio che unisce strumenti popolari, elettronica e techno, restituendo al ritmo la sua dimensione ancestrale e collettiva. Un esempio significativo di come il patrimonio immateriale possa dialogare con le pratiche musicali delle nuove generazioni.

La conclusione dell’8 settembre è affidata a Talsori, trio elettroacustico che intreccia free jazz, elaborazione digitale del suono e pansori, l’antica forma narrativa musicale coreana riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale. Il risultato è una performance in continua trasformazione, nella quale improvvisazione, elettronica e tradizione costruiscono un autentico rito contemporaneo dell’ascolto.

Più che un cartellone di concerti, (s)Nodi propone una riflessione sul ruolo della musica nel XXI secolo. In un’epoca caratterizzata da mobilità, migrazioni e connessioni globali, le tradizioni non appaiono più sistemi chiusi da conservare immutati, ma patrimoni dinamici che continuano a rigenerarsi attraverso il confronto con altri linguaggi. È proprio questa tensione fra radici e innovazione a rendere la rassegna bolognese una delle esperienze culturali più interessanti dell’estate italiana.

Inserito nel programma di Bologna Estate 2026 promosso dal Comune di Bologna e dalla Città metropolitana, (s)Nodi conferma infine la capacità della città di fare della musica non soltanto uno spettacolo, ma uno strumento di conoscenza, dialogo e partecipazione culturale.


Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Miserere: a Burano l’arte contemporanea interroga il significato della misericordia

Nell’Oratorio di Santa Barbara Andrea Tagliapietra e Mariarosa Vio costruiscono un percorso espositivo che nasce dall’assenza della reliquia della santa e si trasforma in una riflessione sulla fragilità umana. Un progetto che mette in dialogo spazio sacro, cronaca contemporanea e responsabilità dello sguardo.

L’arte contemporanea raramente trova un interlocutore più eloquente del vuoto. Quando un luogo perde temporaneamente la propria funzione rituale, può acquistare una nuova capacità di interrogare il presente. È da questa inattesa condizione che prende forma Miserere, progetto espositivo concepito per l’Oratorio di Santa Barbara a Burano, dove l’assenza della reliquia della santa non viene nascosta né compensata, ma assunta come principio generatore di una riflessione sulla vulnerabilità dell’essere umano.


Ci sono luoghi che raccontano una storia attraverso ciò che custodiscono e altri che, per un breve intervallo di tempo, parlano soprattutto attraverso ciò che manca. Ogni estate l’Oratorio di Santa Barbara a Burano vive una condizione insolita: le reliquie della santa vengono trasferite a Roma e l’altare rimane privo della presenza che per secoli ne ha definito la funzione devozionale. Quello che potrebbe apparire come un semplice spostamento liturgico diventa invece il fondamento concettuale di Miserere, mostra di Andrea Tagliapietra e Mariarosa Vio, promossa da BAC – Burano Arte Contemporanea e visitabile dal 1° agosto al 6 settembre 2026.

L’intuizione del progetto risiede proprio nella scelta di non colmare quel vuoto con una nuova icona. Al contrario, gli artisti decidono di abitarlo. L’assenza della reliquia diventa una metafora della condizione umana contemporanea, segnata da precarietà, conflitti, migrazioni, emarginazione e fragilità sociale. Il titolo della mostra richiama l’antica invocazione latina Miserere fragilitatis nostrae – “abbi pietà della nostra fragilità” – ma ne modifica radicalmente il destinatario. La supplica non sale più dall’uomo verso Dio: si rivolge orizzontalmente agli altri esseri umani, chiamando ciascun visitatore a esercitare empatia, responsabilità e prossimità. È uno spostamento semantico che trasforma un’espressione liturgica in una domanda etica rivolta alla società contemporanea.

Questa prospettiva si inserisce in una riflessione più ampia sul concetto di pietas, termine che nella cultura classica non indicava soltanto la devozione religiosa, ma anche il senso del dovere verso gli altri, la comunità e la memoria. La tradizione artistica occidentale ha attraversato i secoli rappresentando la misericordia e la compassione, dalle opere di Giotto alle grandi interpretazioni di Caravaggio, fino alle numerose declinazioni della Pietà, nelle quali il dolore individuale assume una dimensione universale. Miserere raccoglie questa eredità, ma la trasporta nel presente, sostituendo i protagonisti della storia sacra con le figure anonime che popolano quotidianamente la cronaca.

Il punto di partenza, infatti, è il flusso continuo di immagini che attraversa giornali, televisioni e social network. Guerre, naufragi, catastrofi ambientali, povertà, violenza e migrazioni finiscono spesso per essere assimilati come un consumo visivo, perdendo progressivamente la capacità di suscitare indignazione. La mostra prova a interrompere questo processo di assuefazione, restituendo individualità e presenza a chi rischia di trasformarsi in una statistica o in un’immagine destinata a scorrere rapidamente sullo schermo.

Le tre sculture costituiscono il nucleo emotivo del percorso espositivo e affrontano il tema dell’infanzia violata. Un bambino, ancora avvolto nel proprio giubbotto di salvataggio, stringe il corpo del furetto morto durante un’alluvione, trasformando una tragedia collettiva in un gesto di intima disperazione. Un piccolo migrante indossa guantoni da pugilato decorati con i colori della bandiera statunitense: non sono il simbolo dell’aggressività, ma della lotta necessaria per conquistare diritti elementari come una casa e una scuola. Una bambina salta una corda che termina in un cappio mentre il volto è nascosto da un sacco, evocando la pena capitale attraverso il linguaggio apparentemente innocente del gioco. Sono immagini che rifiutano ogni estetizzazione del dolore e pongono lo spettatore davanti a una fragilità impossibile da osservare con distacco.

Accanto alle sculture, la pittura amplia il discorso interrogando le contraddizioni dell’Occidente. In L’ingordo, una figura umana si aggrappa al ventre di una mucca, allegoria di un consumismo che continua a divorare risorse e desideri senza mai trovare sazietà. Ancora più esplicita è La zattera, che rilegge provocatoriamente La zattera della Medusa di Théodore Géricault. Il celebre naufragio romantico viene trasportato nel comfort domestico: i corpi non cercano più disperatamente la salvezza in mare aperto, ma si ammassano sopra una poltrona, simbolo di una società che assiste alle tragedie del mondo mantenendo la distanza rassicurante dello spettatore. Il riferimento all’opera di Géricault non è soltanto iconografico. Come il dipinto del 1819 denunciava l’incompetenza politica e morale della Francia della Restaurazione, così questa reinterpretazione riflette sull’anestesia etica prodotta dall’eccesso di immagini nel presente.

Altre opere affrontano invece il tema della violenza e della disumanizzazione. The Rabbit prende spunto da un episodio realmente accaduto durante una manifestazione pubblica, mentre il dipinto dedicato a una bambina che ruba un gelato sposta il giudizio morale dalla colpa al bisogno, interrogando il confine sottile tra legalità, necessità e dignità. In tutti questi lavori non esiste una narrazione consolatoria: l’artista preferisce lasciare aperte le contraddizioni, chiedendo allo spettatore di assumersi la responsabilità dell’interpretazione.

Eppure Miserere non è una mostra disperata. All’interno del percorso compare anche My Love, opera dedicata a un tossicodipendente che si china per raccogliere un fiore. È un gesto minimo, quasi invisibile, ma sufficiente a suggerire che persino nelle condizioni di maggiore marginalità sopravvive la possibilità di riconoscere la bellezza. Il riferimento implicito al celebre pensiero di Fëdor Dostoevskij non assume qui il valore di una citazione letteraria, quanto quello di una domanda aperta: può ancora la bellezza generare un cambiamento etico?

A unire idealmente l’intero itinerario interviene il video performativo Miserere Domini di Mariarosa Vio. L’artista, vestita di nero sulla soglia del cimitero monumentale di San Michele a Venezia, è accompagnata da un violino volutamente imperfetto, quasi ferito. Il suono si diffonde nella cappella come un lamento che non pretende di offrire conforto, ma invita a non lasciare invisibile il dolore dell’altro. L’opera dialoga con l’architettura trasformando il silenzio stesso dello spazio in parte integrante dell’esperienza.

Anche l’allestimento contribuisce in modo decisivo alla costruzione del significato. Un ponteggio edile attraversa l’interno dell’oratorio diventando il supporto fisico delle opere. È un elemento volutamente estraneo al contesto storico, ma non per questo invasivo. Piuttosto, suggerisce che la misericordia non sia una qualità acquisita una volta per tutte, bensì un cantiere permanente, un esercizio quotidiano fatto di manutenzione delle relazioni, tentativi, errori e ricostruzioni. Lo spazio espositivo non contiene semplicemente la mostra: ne diventa parte integrante, trasformandosi esso stesso in dispositivo narrativo.

Il progetto nasce all’interno di BAC – Burano Arte Contemporanea, realtà fondata da Silvia Rossi e Mauro Nardin insieme agli artisti Andrea Tagliapietra e Mariarosa Vio. In un’isola conosciuta in tutto il mondo e inevitabilmente attraversata dal turismo di massa, BAC propone un modello differente: utilizzare l’arte contemporanea come occasione di confronto con il territorio, con la comunità locale e con le grandi questioni del presente, restituendo tempo all’osservazione e profondità all’esperienza culturale.

In definitiva, Miserere non chiede allo spettatore di condividere una fede, né propone una risposta definitiva alle tragedie del nostro tempo. Domanda qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile: fermarsi davanti all’altro, riconoscerne l’umanità e accettare che la fragilità non sia un’eccezione, ma la condizione che accomuna tutti. Nell’epoca della velocità e dell’indifferenza, questo gesto elementare finisce per assumere il valore di un autentico atto di misericordia.


Da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Quaranta sguardi per una dea senza tempo: la Vittoria Alata rivive nella fotografia contemporanea

Al Museo di Santa Giulia, a Brescia, quaranta fotografi interpretano uno dei più celebri bronzi romani giunti integri fino a noi. Una mostra che inaugura le celebrazioni del Bicentenario del ritrovamento della Vittoria Alata e riflette sul dialogo tra patrimonio archeologico e linguaggi visivi del presente.

Un capolavoro dell’antichità continua a produrre immagini, domande e interpretazioni. La Vittoria Alata di Brescia diventa il punto di incontro tra archeologia e fotografia contemporanea, affidando a quaranta autori il compito di dimostrare come un’opera di duemila anni possa ancora generare visioni nuove.


Ci sono opere che sembrano sottrarsi allo scorrere del tempo. Non perché restino immutate, ma perché ogni epoca trova in esse qualcosa di diverso da osservare. La Vittoria Alata di Brescia, capolavoro della bronzistica romana risalente al I secolo d.C., appartiene a questa ristretta categoria. Scoperta nel 1826 durante gli scavi nell’area del Capitolium dell’antica Brixia, è diventata nel corso di due secoli non soltanto uno dei simboli della città, ma anche uno dei più importanti riferimenti dell’archeologia italiana. Oggi quella presenza millenaria torna a interrogare il presente attraverso il linguaggio della fotografia.
Dal 17 luglio al 1° novembre 2026, il Museo di Santa Giulia ospita infatti “La Vittoria di Brescia. 40 fotografi e un’eterna bellezza”, mostra curata da Giovanna Calvenzi che riunisce quaranta interpreti della fotografia italiana e internazionale chiamati a confrontarsi con la celebre scultura. L’esposizione inaugura il programma delle celebrazioni dedicate al Bicentenario del ritrovamento della Vittoria Alata, promosso dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei insieme a numerosi partner culturali cittadini, trasformando la ricorrenza storica in un’occasione di produzione artistica contemporanea piuttosto che in una semplice commemorazione.

La forza del progetto risiede proprio nella sua impostazione. L’obiettivo non è documentare un capolavoro universalmente noto, ma verificare quanto un’opera dell’antichità possa ancora generare visioni originali. Ogni fotografo ha incontrato la Vittoria Alata senza vincoli interpretativi, mettendo in gioco il proprio linguaggio e la propria sensibilità. Il risultato è una sorta di atlante visivo nel quale la stessa scultura assume identità differenti, dimostrando come la fotografia contemporanea sia ormai uno strumento di lettura della realtà prima ancora che di registrazione del visibile.

L’origine dell’iniziativa risale al 2021, quando il fotografo bresciano Renato Corsini, direttore artistico del Brescia Photo Festival, pubblicò il volume Vittoria Alata. Viaggio di andata e ritorno, dedicato al lungo e complesso restauro della statua. Da quell’esperienza nacque l’idea di invitare numerosi autori a misurarsi con il bronzo nel nuovo allestimento progettato dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg, uno dei protagonisti dell’architettura europea contemporanea. L’intervento museografico, concepito come un dialogo essenziale tra luce, spazio e materia, ha restituito alla scultura una centralità percettiva capace di influenzare anche lo sguardo dei fotografi.

Fra gli autori coinvolti figurano alcuni dei nomi più autorevoli della fotografia italiana, da Gabriele Basilico a Gianni Berengo Gardin, da Franco Fontana a Giovanni Gastel, insieme a Silvia Camporesi, Maurizio Galimberti, Paolo Ventura, Francesco Cito, Giovanni Chiaramonte, Luca Gilli e molti altri. Ognuno affronta la Vittoria Alata secondo una propria grammatica visiva. C’è chi ne esalta la monumentalità classica, chi la lascia quasi sfuggire all’inquadratura, chi la ricostruisce attraverso un immaginario pittorico, chi la scompone in visioni multiple, chi concentra l’attenzione sui dettagli della superficie bronzea e chi sperimenta persino nuove possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. La statua diventa così un laboratorio di linguaggi nel quale convivono documentazione, ricerca estetica e sperimentazione.

Questa pluralità di approcci riflette una caratteristica fondamentale della fotografia contemporanea. Se nel Novecento essa è stata spesso considerata un mezzo privilegiato per testimoniare il reale, oggi rappresenta sempre più uno spazio di interpretazione, capace di costruire significati attraverso la scelta dell’inquadratura, della luce, della sequenza narrativa e perfino della manipolazione digitale. La Vittoria Alata diventa quindi il pretesto per osservare l’evoluzione stessa del linguaggio fotografico, mostrando come un’identica presenza possa generare narrazioni radicalmente differenti.

Non è un caso che il progetto trovi sede nel Museo di Santa Giulia, patrimonio mondiale UNESCO insieme all’area monumentale del Foro Romano di Brescia. Qui il dialogo tra archeologia e contemporaneità è parte integrante della missione culturale del museo, che negli ultimi anni ha investito in restauri, nuovi allestimenti e iniziative capaci di mettere in relazione il patrimonio storico con i linguaggi artistici del presente. La stessa Vittoria Alata, dopo il delicato restauro eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze tra il 2018 e il 2020, è tornata a essere non soltanto un reperto archeologico di eccezionale valore, ma un’opera capace di alimentare nuove letture e nuovi percorsi espositivi.

La mostra si inserisce inoltre in un programma più ampio di eventi dedicati al Bicentenario. Alla Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana saranno presentate le esposizioni dedicate a Renato Corsini, con il racconto fotografico del restauro della Vittoria Alata, e a Mario Cresci, che propone un dialogo ideale con la Pietà Rondanini di Michelangelo. Al MO.CA – Centro per le Nuove Culture troverà invece spazio “SHAPING MEMORIES. Arte e Moda Oltre la Vittoria”, progetto dedicato alle relazioni tra patrimonio storico, creatività contemporanea e nuove generazioni. In questo modo il Bicentenario si trasforma in una piattaforma culturale diffusa, capace di coinvolgere fotografia, arti visive, moda e ricerca.

La rassegna del Museo di Santa Giulia suggerisce infine una riflessione che va oltre l’anniversario celebrativo. Un’opera sopravvive davvero quando continua a generare interpretazioni, quando non smette di dialogare con il proprio tempo. Due secoli dopo il suo ritrovamento e quasi duemila anni dopo la sua realizzazione, la Vittoria Alata dimostra ancora questa capacità. Non si limita a raccontare la grandezza del mondo romano: invita artisti e pubblico a interrogarsi sul significato della bellezza, sulla memoria e sul modo in cui ogni epoca costruisce il proprio sguardo. È forse questa la forma più autentica della sua eterna vittoria.


Ufficio stampa CLP Relazioni Pubbliche Clara Cervia clara.cervia@clp1968.it
Ufficio stampa Fondazione Brescia Musei Francesca Raimondi raimondi@bresciamusei.com
Ufficio stampa Comune di Brescia Rossella Prestini rprestini@comune.brescia.it
Articolo a cura della Redazione Experiences