





Il Teatro Nō arriva all’Aquila: fotografie, maschere e silenzi di un’arte che attraversa sette secoli
Ci sono culture che parlano a bassa voce e proprio per questo riescono a lasciare un segno più profondo. La mostra dedicata al Teatro Nō che inaugura all’Aquila nel 2026 non è soltanto un’esposizione fotografica, ma un viaggio dentro un’idea di tempo, di memoria e di resilienza. Attraverso lo sguardo di Fabio Massimo Fioravanti, il Giappone si rivela come un luogo dell’anima prima ancora che geografico.
di Lorenzo Bianchi
In Giappone esiste un’espressione antica, quasi un proverbio morale: Nanakorobi yaoki. Significa “cadere sette volte, rialzarsi l’ottava”. È una formula semplice, ma dentro contiene un’intera visione del mondo. La pazienza, la dignità della sconfitta, la capacità di attraversare il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Non sorprende allora che questo motto sia stato scelto come titolo della manifestazione culturale che la Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre presenterà all’Aquila nel maggio 2026, all’interno del programma dell’L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Un progetto che mette al centro il Teatro Nō e che sembra voler costruire un ponte invisibile fra l’Abruzzo ferito dal terremoto e il Giappone, paese che della fragilità ha fatto una disciplina spirituale.
La mostra inaugurale, intitolata Immaginare l’invisibile, raccoglie il lavoro di Fabio Massimo Fioravanti, fotografo romano che da oltre trent’anni attraversa il Giappone con uno sguardo insieme documentario e contemplativo. Non il turismo dell’esotico, ma il tentativo di avvicinarsi a una cultura per sottrazione, dove il silenzio conta quanto le parole e dove il gesto più piccolo può contenere una rivelazione.
L’esposizione presenterà cento fotografie realizzate nell’arco di circa trentacinque anni, divise in cinque sezioni: gli spettacoli nei teatri, le rappresentazioni nei templi buddhisti e shintoisti, il backstage e la cosiddetta “stanza dello specchio” – il luogo più segreto del Nō – gli esercizi degli attori e la creazione delle maschere. Accanto alle fotografie saranno esposte quaranta stampe ukiyo-e di Tsukioka Kogyo, dedicate al Teatro Nō e realizzate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Per la prima volta arriveranno in Italia anche alcune maschere dell’artista Keiko Udaka, insieme a costumi di scena e ventagli tradizionali.
Il Teatro Nō, nato nel XIV secolo grazie ai maestri Kan’ami e Zeami, è una delle forme più alte della cultura giapponese. Nel 2008 è stato riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Ma definirlo semplicemente “teatro” è riduttivo. Il Nō è rito, musica, poesia, danza, meditazione. È un’arte costruita sull’essenzialità. Sul palco quasi vuoto, ogni movimento ha il peso di una parola definitiva. Ogni pausa è carica di senso. Gli attori avanzano lentamente, come se il tempo ordinario non appartenesse più a quel luogo.
Per un osservatore occidentale, abituato alla velocità e all’eccesso di immagini, il primo incontro con il Nō può risultare spiazzante. Non succede quasi nulla eppure accade tutto. I protagonisti non sono soltanto uomini e donne, ma spiriti, divinità, demoni, fantasmi, alberi, fiori, presenze sospese tra il mondo visibile e quello invisibile. Il dramma non è quasi mai azione: è memoria. È qualcuno che ritorna per raccontare un dolore irrisolto, una passione, un rimorso. In questo senso il Nō assomiglia ai sogni. O forse a certe fotografie.
Le immagini di Fioravanti sembrano muoversi proprio in questa zona di confine. Non cercano l’effetto estetico, ma un’apparizione. Nei suoi scatti il volto degli attori emerge dall’ombra come una presenza antica; le mani sembrano trattenere qualcosa che sta per svanire; il legno delle maschere porta impressa la calma enigmatica delle cose sopravvissute ai secoli. Guardandole viene in mente ciò che scriveva Jun’ichirō Tanizaki nel Libro d’ombra: la bellezza giapponese non nasce dalla luce piena, ma dalla penombra, dall’incompiuto, da ciò che resta appena nascosto.
Forse è anche per questo che il dialogo tra Giappone e L’Aquila appare naturale. Non soltanto per l’esperienza comune dei terremoti, evocata dalla direttrice della Fondazione, Diana Di Berardino, ma per una comune familiarità con la precarietà. L’Aquila porta ancora addosso le ferite del sisma del 2009; molte città giapponesi convivono da secoli con l’idea che tutto possa dissolversi in un istante. Eppure, in entrambe le culture, la ricostruzione non è mai soltanto materiale. È un esercizio morale, quasi estetico. Significa trovare una forma dentro il disordine.
In questa prospettiva il titolo della manifestazione assume un significato ulteriore. Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava non è uno slogan motivazionale, ma una filosofia della permanenza attraverso l’impermanenza. Un principio profondamente buddhista. Nel pensiero zen, infatti, nulla possiede una stabilità definitiva: ogni cosa cambia, decade, si trasforma. La resilienza non consiste nel resistere immutabili, ma nel sapersi adattare al fluire delle cose.
Anche la fotografia, in fondo, nasce da questa stessa tensione. Fermare un istante sapendo che quell’istante è già perduto. Fioravanti sembra aver compreso questo legame profondo tra immagine e transitorietà. I suoi lavori sul Giappone non documentano soltanto un patrimonio artistico, ma un modo di stare al mondo. Nei teatri Nō che ha frequentato per decenni, nei templi immersi nei boschi, nelle stanze dove gli attori indossano lentamente le maschere prima della scena, il fotografo ha inseguito qualcosa che sfugge alla cronaca: la densità invisibile del tempo.


Non è casuale che il progetto coinvolga studiosi e artisti che da anni lavorano sul dialogo tra Oriente e Occidente. Lo storico della cultura giapponese Giorgio Amitrano interverrà all’inaugurazione con una riflessione intitolata Iki, Anatomia della seduzione, mentre la performer Monique Arnaud eseguirà una shimai, una danza essenziale derivata dal repertorio Nō. Nel corso delle settimane successive sono previsti incontri con Dacia Maraini, che del Giappone ha raccontato a lungo l’anima nascosta, concerti di shakuhachi – il flauto zen di bambù – e conferenze dedicate ai personaggi femminili del teatro classico giapponese.
C’è poi un altro elemento che rende questo progetto particolarmente significativo. La Fondazione Giorgio de Marchis custodisce da anni una memoria preziosa del rapporto culturale tra Italia e Giappone. Giorgio de Marchis, storico dell’arte e direttore per quindici anni dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, fu uno dei grandi mediatori culturali italiani del secondo Novecento. In un’epoca in cui l’Oriente veniva spesso consumato come moda o stereotipo, cercò invece un dialogo autentico, fondato sulla conoscenza reciproca.
Oggi quella stessa eredità torna a vivere in una città che prova a ridefinire la propria identità attraverso la cultura. L’Aquila, negli ultimi anni, ha imparato che ricostruire non significa soltanto restaurare edifici, ma restituire senso ai luoghi. E forse il Teatro Nō, con la sua lentezza ostinata e il suo parlare di fantasmi, è il linguaggio giusto per una città che ha conosciuto la perdita e continua a cercare una forma di armonia.
Alla fine, ciò che resta di questa mostra non è soltanto il fascino di una tradizione lontana. È piuttosto la sensazione che alcune domande umane siano identiche ovunque: come convivere con il dolore, come attraversare il tempo, come trasformare la fragilità in bellezza. Il Teatro Nō prova a rispondere da sette secoli senza alzare mai la voce. E forse è proprio questo, oggi, il suo insegnamento più necessario.
| Articolo redazionale |
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