Un mese diffuso tra arte, memoria e spettacolo: oltre 200 eventi e un concerto finale

Dal 2 maggio al 2 giugno la 32esima edizione del Maggio dei Monumenti attraversa tutta Napoli con un programma capillare. Il tema dei colori diventa chiave di lettura dell’identità cittadina, tra itinerari, mostre e performance.


di Marco Bellini

Napoli torna a misurarsi con la propria immagine attraverso il Maggio dei Monumenti, che nel 2026 raggiunge la trentaduesima edizione confermandosi come una delle esperienze culturali più strutturate e riconoscibili del panorama urbano italiano. Promossa e finanziata dal Comune, la manifestazione si svolge dal 2 maggio al 2 giugno e sceglie come tema “I colori di Napoli”, richiamando il celebre verso di Matilde Serao – “Ebbra di luce, folle di colori” – che diventa insieme suggestione letteraria e dispositivo narrativo.
Dopo il ciclo dedicato ai quattro elementi naturali – terra, aria, acqua e fuoco – il progetto compie un passaggio coerente, traslando quella riflessione nella dimensione cromatica. Il giallo, il bianco, l’azzurro e il rosso non sono semplici riferimenti visivi, ma categorie interpretative che attraversano la storia e la percezione della città, restituendone una identità stratificata e plurale.

I numeri dell’edizione 2026 segnano una crescita significativa: oltre 200 appuntamenti complessivi, più di 70 itinerari tematici, quasi 20 mostre e decine di spettacoli tra musica, teatro e cinema. A questi si aggiunge un articolato programma di attività formative, in un sistema che coinvolge circa 100 realtà culturali e tutte e dieci le Municipalità. È una diffusione capillare che non risponde soltanto a una logica organizzativa, ma riflette una precisa visione politica della cultura come infrastruttura pubblica.

Il cuore del progetto resta la “mostra diffusa”, che quest’anno prende il titolo di Tinte forti. Si tratta di un sistema di percorsi che invita a leggere il patrimonio cittadino attraverso nuovi sguardi, articolato in otto sezioni tematiche. Gli itinerari attraversano ambiti molto diversi: dalla storia della medicina napoletana alle architetture razionaliste del primo Novecento, dai percorsi sulle reliquie dei santi alle ville di Posillipo, fino alle cave di tufo del Vallone San Rocco, al Rione Sanità, al parco dei murales di Ponticelli e agli spazi collegati dalla Pedamentina. Ne emerge una geografia culturale che supera la tradizionale centralità monumentale per includere territori spesso marginali nel racconto ufficiale della città.

Accanto ai percorsi, il programma si arricchisce di aperture straordinarie che restituiscono accessibilità a luoghi normalmente non fruibili: Palazzo San Giacomo, il Teatro di San Carlo, la Certosa di San Martino, l’Emeroteca Tucci, l’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, la Tipografia del Museo di Carmine Cervone e diversi musei specialistici, tra cui il “Filippo Palizzi”, la Masseria Luce e il Museo del Corallo Ascione. Una rete che unisce istituzioni storiche e presidi culturali meno noti.

Un secondo livello del programma è rappresentato da Prismi, che trasforma il Maggio dei Monumenti in un laboratorio interdisciplinare. Incontri, workshop e seminari esplorano il colore come categoria culturale, attraversando ambiti che vanno dalla poesia alla fotografia, dalla filosofia alla scienza. Il pubblico è coinvolto in esperienze che spaziano dai codici miniati alla natura del suono, fino a temi apparentemente lontani come l’enologia o la fede calcistica, in un dialogo continuo tra saperi.

Il cinema trova spazio nella sezione (In)Visibili mondi, che si apre il 19 maggio con un workshop per giovani filmmaker guidato da Michelangelo Frammartino. A questo si affianca la rassegna dedicata a Krzysztof Kieślowski, nel trentennale della scomparsa, con una selezione che comprende documentari degli esordi, film come Il cineamatore e La doppia vita di Veronica, la trilogia Tre colori e la visione integrale del Decalogo, proposta per la prima volta a Napoli.

Il coinvolgimento delle Municipalità si concretizza anche attraverso progetti autonomi, che declinano il tema dei colori secondo specificità territoriali. Dalle iniziative nel centro storico a quelle nei quartieri orientali e periferici, si compone un mosaico che tiene insieme memoria, produzione culturale e partecipazione civica. In questo quadro si inseriscono anche i progetti urbani come City vibes: Emozioni in piazza, che attraversa diverse aree cittadine con interventi mirati.

Il calendario è attraversato inoltre da una programmazione musicale e teatrale di rilievo, con concerti e spettacoli che affiancano la dimensione esplorativa degli itinerari. Tra gli appuntamenti, le esibizioni del Solis String Quartet, di Fabrizio Bosso con Bebo Ferra, l’incontro tra Maurizio De Giovanni e Marco Zurzolo dedicato al commissario Ricciardi, fino agli omaggi a Vivaldi e alla tradizione musicale popolare.

Il momento culminante è fissato per il 31 maggio alla Rotonda Diaz, dove il pianista e compositore Stefano Bollani sarà protagonista di un concerto concepito come omaggio alla città. Con lui Peppe Servillo, le Ebbanesis e Daniele Sepe, in una serata che unisce linguaggi diversi e restituisce alla musica il ruolo di sintesi simbolica dell’intero progetto.

A completare il quadro, le cosiddette “iniziative dalla città” – mostre, eventi e percorsi promossi autonomamente da istituzioni e operatori culturali – che coinvolgono realtà come il MANN, Palazzo Reale, Capodimonte, i Girolamini, l’Archivio di Stato e le principali università cittadine. È qui che si misura la vitalità del tessuto culturale napoletano e la capacità del Maggio dei Monumenti di funzionare come piattaforma condivisa.

Più che una rassegna, il Maggio dei Monumenti si conferma così un sistema, capace di mettere in relazione patrimonio, produzione e partecipazione. Napoli non si limita a esporre se stessa: costruisce, anno dopo anno, una forma di racconto pubblico in cui la cultura diventa pratica quotidiana e strumento di coesione.



Da giulio di donna <feedback@hungrypromotion.it> 
Articolo redazionale

A Palazzo Ducale una retrospettiva tra manifesti lacerati e memoria collettiva

Una mostra ampia e sorprendente riporta Mimmo Rotella al centro della scena. Una retrospettiva che attraversa sessant’anni di immagini, cinema e città. Tra décollage e icone popolari, Genova riscopre un artista che ha trasformato la pubblicità in poesia urbana. E che, oggi più che mai, parla al nostro modo di guardare il mondo.


di Davide Rinaldi

Ci sono artisti che aggiungono. E poi c’è Mimmo Rotella, che invece toglie. Strappa, lacera, scopre. E proprio per questo rivela. A Genova, nelle sale di Palazzo Ducale, la grande retrospettiva inaugurata il 24 aprile celebra i vent’anni dalla sua scomparsa con una chiarezza rara: per capire l’Italia del secondo Novecento, conviene passare dai muri delle città.
Rotella – nato a Catanzaro nel 1918, morto a Milano nel 2006 – è stato un inventore prima ancora che un artista riconosciuto. Il décollage, la tecnica che lo ha reso celebre, nasce quasi per caso negli anni Cinquanta: manifesti pubblicitari strappati dai cartelloni urbani, poi ricomposti sulla tela. Un gesto semplice, quasi vandalico, che diventa linguaggio. Non più dipingere il mondo, ma portarlo dentro l’opera, con tutte le sue pieghe e le sue contraddizioni.

La mostra genovese, tra le più complete mai dedicate al maestro, segue proprio questa traiettoria. Si parte dai primi esperimenti, quando Rotella osserva le città italiane del dopoguerra trasformarsi in un mosaico di immagini – cinema, politica, consumi – e capisce che lì, su quei muri, sta accadendo qualcosa di nuovo. Non è solo pubblicità: è un racconto collettivo.

E qui viene il punto interessante. Oggi siamo sommersi da immagini digitali, scrolliamo senza sosta, archiviamo senza ricordare. Rotella lavorava sull’opposto: immagini fisiche, sporche, strappate. Eppure il risultato non è così distante. Anche lui selezionava, isolava, ricombinava. Solo che lo faceva con le mani, e lasciava visibili le cicatrici.

Nelle sale di Palazzo Ducale si incontrano i suoi celebri décollage cinematografici – volti di star hollywoodiane, titoli di film, colori saturi – ma anche lavori meno noti, che mostrano un artista inquieto, curioso, mai fermo. Rotella dialoga con il Nouveau Réalisme, movimento europeo che negli anni Sessanta prova a riportare la realtà dentro l’arte, accanto a figure come Yves Klein e Arman. Ma mantiene sempre una sua autonomia: più ironico, più narrativo, più italiano.

E italiano è anche il suo rapporto con il cinema. I manifesti che strappa e ricompone raccontano un’epoca: l’arrivo delle grandi produzioni americane, il boom economico, il desiderio diffuso di modernità. Guardarli oggi è un po’ come sfogliare un album di famiglia, con qualche pagina strappata. Non tutto è leggibile, ma proprio per questo affascina.

La mostra non si limita a celebrare. Documenta. Ricostruisce. E, cosa rara, non annoia. Il percorso espositivo accompagna il visitatore con intelligenza, senza sovraccaricare. Si capisce dove si è, e soprattutto perché. Un dettaglio che non è scontato: spesso le retrospettive diventano maratone per specialisti, qui invece si respira.

C’è poi un aspetto che colpisce, e che forse spiega il successo dell’esposizione: Rotella è contemporaneo senza volerlo essere. Le sue opere parlano di comunicazione visiva, di sovrapposizione di messaggi, di rumore urbano. Esattamente ciò che viviamo ogni giorno, solo con strumenti diversi. Cambiano i supporti, non la sostanza.

Genova, in questo senso, è una scelta azzeccata. Città di stratificazioni, di muri che raccontano storie, di segni lasciati e cancellati. Palazzo Ducale diventa così non solo contenitore, ma parte del discorso. Le opere dialogano con gli spazi, con la luce, con il passaggio del tempo.

E poi c’è il pubblico. Non quello distratto delle inaugurazioni, ma quello curioso, che si ferma, guarda, confronta. Forse perché Rotella non chiede competenze, ma attenzione. Non serve sapere tutto, basta osservare. E magari riconoscere qualcosa: un volto, un titolo, un colore che sembra familiare.

In fondo, il successo di questa mostra sta qui. Nel ricordarci che l’arte non è sempre aggiungere, spiegare, costruire. A volte è togliere. Strappare il superfluo. Lasciare emergere ciò che resta. E scoprire che, sotto, c’è molto più di quanto pensassimo.


Articolo redazionale

Alla Gagosian gli scatti inediti e le visioni più enigmatiche della fotografia contemporanea

Figure che emergono e si dissolvono, stanze che trattengono il tempo, corpi che diventano spazio. La nuova mostra romana dedicata a Francesca Woodman offre uno sguardo inedito su un’opera breve e intensissima, ancora capace di interrogare il nostro modo di vedere.


di Elena Conti

Ogni fotografia di Francesca Woodman sembra contenere un movimento che non si compie del tutto. Un gesto iniziato, una presenza che si ritrae, un’immagine che resta sospesa tra apparizione e perdita. Nella mostra inaugurata il 29 aprile presso la Gagosian di Roma, questa tensione diventa il filo conduttore di un percorso composto da scatti inediti, capaci di rimettere in circolo lo sguardo su un’opera che, pur nella sua brevità, continua a espandersi.
Nata a Denver nel 1958 e scomparsa a New York nel 1981, a soli 23 anni, Woodman ha costruito in pochi anni un linguaggio fotografico riconoscibile e radicale. Le sue immagini, spesso in bianco e nero, esplorano il rapporto tra corpo e spazio, tra identità e dissoluzione. Non si tratta di autoritratti nel senso tradizionale, ma di presenze che abitano l’inquadratura senza mai stabilizzarsi del tutto. Il corpo appare, si frammenta, si confonde con le superfici – muri, pavimenti, tende – fino a diventare parte dell’ambiente.

La mostra romana si concentra su materiali meno noti, offrendo una lettura che non aggiunge tanto quanto sottrae. Ciò che emerge è una coerenza interna, una logica sottile che attraversa tutta la produzione dell’artista. Le immagini non raccontano storie, ma costruiscono condizioni: spazi chiusi, stanze abbandonate, interni in cui la luce filtra come un elemento instabile. In questi luoghi, il corpo non è mai un centro, ma un punto di passaggio.

Woodman lavora sul tempo in modo peculiare. L’esposizione lunga produce figure mosse, sfocate, quasi trasparenti. Non è un effetto, ma una scelta strutturale: la fotografia non fissa, ma registra una durata. In questo senso, ogni immagine è il risultato di una contraddizione: rendere visibile ciò che tende a scomparire. La figura non si offre allo sguardo, ma lo attraversa.

Il rapporto con lo spazio è altrettanto decisivo. Gli ambienti fotografati – spesso edifici in disuso, stanze spoglie, interni segnati dal tempo – non sono semplici sfondi. Sono superfici attive, che accolgono e trasformano la presenza umana. Il corpo si piega alle geometrie, si nasconde negli angoli, si riflette nei vetri. A volte si confonde con la carta da parati, altre volte si dissolve nella luce. È un processo di mimetizzazione che non cancella l’identità, ma la rende instabile.

Questa instabilità è il cuore dell’opera. Woodman non cerca di definire, ma di mettere in crisi. L’immagine non è mai definitiva, ma sempre in bilico. In questo senso, il suo lavoro dialoga con alcune linee della ricerca artistica del Novecento – dal surrealismo alla body art – senza aderire completamente a nessuna. La sua posizione resta singolare, come se ogni fotografia fosse un tentativo di avvicinarsi a qualcosa che sfugge.

La mostra alla Gagosian restituisce anche il contesto culturale in cui Woodman si muoveva. Figlia di artisti – il padre George Woodman pittore, la madre Betty Woodman ceramista – cresce in un ambiente in cui l’immagine è materia quotidiana. Studia alla Rhode Island School of Design e trascorre un periodo a Roma negli anni Settanta, esperienza che segna profondamente il suo immaginario. Le architetture italiane, le superfici consumate, la stratificazione storica degli spazi diventano elementi ricorrenti nelle sue fotografie.

Roma, in questo senso, non è solo il luogo della mostra, ma una delle matrici del suo sguardo. Tornare qui, oggi, significa rimettere in relazione le immagini con i luoghi che le hanno generate. Le stanze vuote, i muri scrostati, le aperture verso l’esterno – tutto acquista una nuova leggibilità. Non come citazione, ma come continuità.

Gli scatti inediti esposti permettono di osservare il processo, più che il risultato. Si colgono variazioni minime, tentativi, deviazioni. È un lavoro che procede per approssimazioni, per sottrazioni successive. Ogni immagine sembra chiedere: quanto si può togliere prima che la figura scompaia del tutto. E la risposta non è mai definitiva.

Nel panorama della fotografia contemporanea, Woodman occupa una posizione particolare. La sua opera è stata spesso letta attraverso la lente biografica, ma questa mostra suggerisce un’altra direzione: considerare le immagini per ciò che fanno, non per ciò che raccontano. Non documenti di una vita, ma dispositivi visivi che interrogano la percezione.

Uscendo dalle sale della Gagosian, resta una sensazione precisa: quella di aver attraversato uno spazio in cui le immagini non si lasciano possedere. Rimangono in movimento, come se continuassero a lavorare anche dopo lo sguardo. E forse è proprio questa la loro forza: non offrire risposte, ma aprire possibilità.


Articolo redazionale

Dove la musica si fa enigma: Claudio Cicolin e il racconto delle ossessioni

Cinque storie tra realtà e immaginazione, dove la chitarra diventa specchio dell’animo umano. Un libro che parla di musica senza mai davvero parlarne. Claudio Cicolin attraversa il confine tra cultura pop e letteratura, costruendo un universo narrativo fatto di inquietudini sottili e memorie condivise. E lo racconta, con sorprendente naturalezza, anche nel suo dialogo diretto con i lettori.


di Marta Bellomi

C’è un momento, nei racconti di Claudio Cicolin, in cui la chitarra smette di essere uno strumento e diventa qualcos’altro. Non più oggetto, ma presenza. Non più tecnica, ma destino. È da qui che prende forma Della chitarra e del mistero, il volume pubblicato da Dantone Edizioni e disponibile dal 1° maggio, una raccolta di cinque racconti che si muovono in bilico tra realtà e suggestione.
Chi conosce Cicolin per la sua attività online – insegnante, divulgatore, volto familiare per centinaia di migliaia di appassionati – potrebbe aspettarsi un libro sulla musica. E invece la musica resta ai margini, come una traccia sottile. Nei suoi racconti, la chitarra è un pretesto narrativo, una chiave che apre porte interiori, un catalizzatore emotivo capace di riflettere paure, ossessioni e fragilità . Non è un caso che l’autore, nel video di presentazione, insista proprio su questo punto: la musica è il linguaggio di partenza, ma ciò che davvero lo interessa è il mistero che si annida nelle persone, nelle loro scelte, nei loro silenzi.

Il tono con cui Cicolin racconta il suo libro è quasi confidenziale, come se invitasse chi ascolta a entrare in una stanza dove le storie si depositano lentamente. Parla di racconti nati da suggestioni reali, spesso legate alla storia della musica, ma trasformate attraverso uno sguardo che deve qualcosa tanto a Edgar Allan Poe quanto a Italo Calvino. È un equilibrio delicato, quello tra realtà e immaginazione, che attraversa tutta la raccolta: eventi riconoscibili si deformano appena, quel tanto che basta per diventare altro, per insinuare un dubbio.

In questo senso, Della chitarra e del mistero si inserisce in una tradizione letteraria che usa l’oggetto – qui la chitarra – come specchio dell’inconscio. Non è una novità assoluta, certo: la narrativa del Novecento ha spesso trasformato strumenti, stanze, oggetti quotidiani in dispositivi simbolici. Ma Cicolin lo fa con una sensibilità contemporanea, intrisa di cultura pop. Nei suoi racconti si incontrano echi dei The Smiths e di David Gilmour, suggestioni che arrivano da Murakami e da Dylan Dog, riferimenti che non appesantiscono ma costruiscono un paesaggio familiare, quasi domestico.

E forse è proprio questa familiarità a rendere inquieto ciò che racconta. Perché il mistero, nei suoi testi, non è mai spettacolare. Non esplode. Si insinua. Sta nelle relazioni sfuggenti, nei piccoli scarti della quotidianità, nelle ossessioni che crescono senza fare rumore. È un mistero che somiglia molto a quello che ciascuno riconosce, almeno per un istante, nella propria vita.

Nel video, Cicolin accenna anche al processo di scrittura, e lo fa con una leggerezza che nasconde disciplina. Parla di storie che si sono sedimentate nel tempo, di un passaggio naturale dalla divulgazione alla narrazione. Non c’è rottura, semmai continuità: lo stesso desiderio di raccontare, di rendere accessibile qualcosa che altrimenti resterebbe nascosto. Solo che qui l’oggetto del racconto non è più la tecnica musicale, ma l’esperienza umana.

A rafforzare questa nuova direzione c’è la prefazione di Cesareo, chitarrista di Elio e Le Storie Tese, presenza che sembra fare da ponte tra i due mondi – quello musicale e quello letterario – senza mai sovrapporli . È un dettaglio, ma non secondario: conferma come il libro si muova in uno spazio ibrido, dove i confini tra discipline si fanno porosi.

Anche il calendario delle presentazioni racconta qualcosa di questa doppia appartenenza. Librerie, certo, ma anche contesti legati alla musica, come il Guitar Show di Bologna, dove Cicolin incontrerà il pubblico nelle settimane successive all’uscita . Non è solo promozione: è un modo per portare la letteratura dentro luoghi che normalmente ospitano altro, per suggerire che le storie possono nascere ovunque.

Del resto, la traiettoria dell’autore sembra andare proprio in questa direzione. Nato nel 1975, formatosi tra autodidattismo e studio accademico al CPM di Milano, Cicolin ha costruito negli anni una presenza solida nel panorama della didattica musicale online, fino a diventare un punto di riferimento con il suo portale e il suo canale YouTube . Ma questo nuovo libro segna un passaggio: non un abbandono, piuttosto un ampliamento dello sguardo.

E allora, leggendo queste pagine, si ha la sensazione che la chitarra – con le sue corde, le sue vibrazioni, la sua storia – sia solo l’inizio. Il vero tema è ciò che accade quando un oggetto diventa specchio, quando la passione si trasforma in ossessione, quando il confine tra realtà e immaginazione si assottiglia fino quasi a scomparire.

È un territorio fragile, quello che Cicolin attraversa. Ma lo fa con una scrittura che non forza, che osserva, che lascia spazio. E forse è proprio questo a rendere le sue storie così vicine: la capacità di raccontare il mistero senza mai nominarlo davvero, lasciando che sia il lettore a riconoscerlo, un poco alla volta, dentro di sé.


Da A-Z Press <info@a-zpress.com>
Articolo redazionale

Dai salotti dei Bellonci al Campidoglio, il premio continua a raccontare chi siamo

Tra scandali, alleanze e capolavori, il Premio Strega celebra ottant’anni senza perdere la sua natura ambigua. Una mostra al Macro e una finale storica in Campidoglio segnano il passaggio da rito privato a istituzione pubblica, mentre la nuova dozzina conferma il ruolo centrale del premio nel panorama editoriale italiano.


di Elena Serra

C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui raccontiamo la letteratura: non solo nei libri che leggiamo, ma nei rituali che costruiamo intorno a essi. Il Premio Strega è forse il più evidente di questi rituali, una liturgia laica che da ottant’anni mescola ambizione e giudizio, talento e relazione, qualità e strategia. Non è un difetto – è un dato di fatto. E come tutti i fatti culturali, merita di essere osservato senza ingenuità.
Nato nel 1947 nel salotto romano di Maria e Goffredo Bellonci, lo Strega non è stato soltanto un premio letterario. È stato, fin dall’inizio, un progetto politico nel senso più alto del termine: ricostruire un’identità culturale in un Paese uscito devastato dalla guerra e dal fascismo. Attorno a quel tavolo si riunivano scrittori, intellettuali, editori – gli “Amici della Domenica” – con l’idea che la letteratura potesse contribuire a rifondare la democrazia. Non era un gesto neutro. Era una presa di posizione.

Da allora, il premio ha accompagnato tutte le trasformazioni della società italiana. Ha incoronato autori destinati a diventare classici e ha sollevato polemiche che ancora oggi alimentano il dibattito pubblico. Perché lo Strega è anche questo: un dispositivo che rende visibili le tensioni del campo culturale. Le cosiddette “annate grasse” e quelle più deboli, le accuse di voti pilotati, le alleanze tra case editrici, le rivalità personali. Nulla di tutto questo è estraneo alla letteratura. Semmai ne rivela le condizioni materiali.

La mostra “Uno, cinque, dodici”, ospitata dal 29 aprile al Museo Macro di Roma e curata da Maria Luisa Frisa e Mario Lupano, prova a raccontare proprio questa complessità. Non si limita a esporre libri, ma costruisce una vera e propria drammaturgia del premio attraverso documenti, fotografie, ritagli di giornale, dediche e oggetti. È un invito a guardare dietro le quinte, a riconoscere che la letteratura non vive in uno spazio astratto, ma dentro relazioni, conflitti, contesti sociali. In questo senso, lo Strega diventa uno specchio – a tratti impietoso – dei nostri vizi e delle nostre virtù.

Le storiche discussioni davanti alle bottiglie gialle del liquore Strega – simbolo materiale e insieme ironico del premio – raccontano una comunità intellettuale capace di grande vivacità, ma anche di una certa inclinazione al pettegolezzo. È una “società letteraria” che non ha mai smesso di essere insieme brillante e contraddittoria, elegante e disordinata. E forse è proprio questa ambivalenza a renderla così resistente nel tempo.

L’edizione 2026 segna un passaggio simbolico importante. La finale dell’8 luglio si terrà per la prima volta in Piazza del Campidoglio, cuore istituzionale della città di Roma. Non è solo un cambio di sede: è la formalizzazione di un percorso che porta lo Strega fuori dai suoi luoghi tradizionali per inscriverlo pienamente nello spazio pubblico. Se il salotto dei Bellonci rappresentava l’intimità di una comunità culturale, il Campidoglio rappresenta la sua esposizione, la sua responsabilità verso la collettività.

La LXXX edizione, annunciata il 1° aprile 2026 presso la Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano, celebra gli ottant’anni con 79 libri proposti e una dozzina finalista che riflette la pluralità della narrativa contemporanea. Tra i nomi più attesi figurano Teresa Ciabatti con Donnaregina, Mauro Covacich con Lina e il sasso e Bianca Pitzorno con La sonnambula. Accanto a loro, autori come Maria Attanasio, Ermanno Cavazzoni e Michele Mari testimoniano una continuità di ricerca che attraversa generazioni e stili.

La selezione – affidata a un comitato direttivo presieduto da Giovanni Solimine e composto, tra gli altri, da Paolo Giordano e Melania G. Mazzucco – non è mai un atto puramente tecnico. È una scelta che orienta lo sguardo, che decide quali voci meritano di essere ascoltate e quali rischiano di restare ai margini. Anche per questo lo Strega continua a essere discusso: perché il potere di nominare è sempre anche un potere di escludere.

Il cosiddetto #StregaTour, con oltre 25 tappe in tutta Italia e all’estero tra aprile e giugno, amplia ulteriormente il raggio d’azione del premio. Non si tratta solo di promozione editoriale, ma di costruzione di comunità di lettori. In un tempo in cui la lettura sembra spesso relegata a pratica individuale, questi incontri restituiscono alla letteratura una dimensione condivisa.

Eppure, resta una domanda di fondo: cosa misura davvero il Premio Strega? La qualità letteraria? Il consenso editoriale? La capacità di un libro di intercettare il presente? Probabilmente tutte queste cose insieme, in una combinazione che non può essere ridotta a un unico criterio. È proprio questa complessità a renderlo uno strumento utile, se lo si guarda con spirito critico.

Lo Strega non è un arbitro imparziale né un semplice spettacolo mediatico. È un campo di forze in cui si intrecciano estetica e politica, mercato e ricerca, individualità e appartenenza. Raccontarlo significa accettare questa tensione, senza cedere alla tentazione di semplificare. Perché la letteratura, come la società che la produce, è sempre più di una storia lineare. E il Premio Strega, nel bene e nel male, continua a ricordarcelo.


Articolo redazionale

L’intelligenza artificiale nei motori di ricerca mostra limiti ancora evidenti

Le panoramiche generate dall’IA di Google promettono risposte rapide e sintetiche. Ma quanto sono davvero affidabili? Un’analisi recente mette in luce criticità, errori e rischi di disinformazione che impongono cautela.


di Serena Galimberti

L’intelligenza artificiale è entrata stabilmente nei motori di ricerca. Google, con il sistema AI Overview – le cosiddette panoramiche generate automaticamente – ha trasformato il modo in cui milioni di utenti accedono alle informazioni. Risposte sintetiche, immediate, costruite aggregando contenuti da più fonti. Un salto tecnologico evidente. Ma anche un terreno ancora incerto.
La domanda è semplice: quanto sono accurate queste risposte? La risposta, meno lineare, arriva da un’analisi pubblicata dal New York Times e basata su uno studio della startup Oumi, che ha valutato le prestazioni di Google AI Overview utilizzando il benchmark SimpleQA – uno standard pensato per misurare la capacità dei sistemi di intelligenza artificiale di fornire risposte corrette a domande dirette.

I risultati indicano un quadro complesso. Le AI Overview mostrano buone prestazioni su quesiti semplici e ben documentati, soprattutto quando le informazioni sono consolidate e ampiamente disponibili. Tuttavia, l’accuratezza cala in presenza di domande più specifiche o ambigue. In questi casi emergono imprecisioni, omissioni e, in alcuni casi, errori veri e propri.

Non si tratta di un dettaglio marginale. Le risposte generate dall’IA vengono spesso presentate in cima ai risultati di ricerca, con un impatto diretto sulla percezione degli utenti. La sintesi automatica tende a essere percepita come autorevole, anche quando non lo è pienamente. È qui che si apre una questione di responsabilità: chi controlla la qualità di queste informazioni?

Un aspetto critico riguarda la vulnerabilità del sistema a manipolazioni. Studi precedenti hanno già evidenziato come sia relativamente semplice influenzare le AI Overview sfruttando le logiche di indicizzazione di Google. Contenuti costruiti ad hoc, ottimizzati per il posizionamento, possono finire per alimentare le risposte generate, introducendo distorsioni o informazioni fuorvianti. Non è necessario un attacco sofisticato: basta conoscere le regole del gioco.

Questo fenomeno si inserisce in un problema più ampio, quello delle cosiddette “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale – risposte plausibili ma non corrette, generate per riempire lacune informative. Nel contesto di un motore di ricerca, dove l’utente si aspetta precisione, queste deviazioni possono avere conseguenze concrete.

Google ha riconosciuto l’esistenza di criticità e ha avviato interventi correttivi, migliorando i sistemi di verifica e introducendo meccanismi per limitare la diffusione di contenuti problematici. Tuttavia, la natura stessa dei modelli linguistici – basati su probabilità e correlazioni, non su verifica diretta dei fatti – rende difficile eliminare completamente il rischio di errore.

Il confronto con altri sistemi di intelligenza artificiale mostra dinamiche simili. Modelli avanzati possono raggiungere livelli elevati di accuratezza, ma restano sensibili alla qualità dei dati di partenza e al contesto delle domande. Il benchmark SimpleQA, utilizzato nello studio, evidenzia proprio questo limite: le prestazioni non sono uniformi e dipendono fortemente dal tipo di informazione richiesta.

Per l’utente medio, il problema si traduce in una questione di metodo. Le AI Overview possono essere uno strumento utile per orientarsi rapidamente, ma non sostituiscono la verifica delle fonti. La lettura critica resta indispensabile, soprattutto quando si tratta di temi complessi o controversi.

C’è poi un effetto collaterale da considerare. La presenza di risposte sintetiche riduce la necessità di cliccare sui link, con possibili ricadute sull’ecosistema dell’informazione online. Se l’utente si ferma alla sintesi, le fonti originali perdono visibilità. È un cambiamento che riguarda non solo la tecnologia, ma anche il modello economico dei contenuti digitali.

In questo scenario, l’affidabilità diventa un fattore centrale. Non basta fornire risposte rapide: serve garantire che siano corrette, contestualizzate, verificabili. È una sfida aperta, che coinvolge sviluppatori, editori e utenti.

Le AI Overview rappresentano una delle evoluzioni più significative della ricerca online. Ma, allo stato attuale, restano uno strumento da utilizzare con consapevolezza. La velocità non può sostituire la precisione. E l’automazione, per quanto avanzata, non elimina la necessità di un controllo umano. In definitiva, la tecnologia corre veloce. La fiducia, molto meno.


Articolo redazionale

Giornate barocche, un mese tra arte e musica nel segno del Sei e Settecento

Da Medicina a Bologna, una rassegna diffusa inaugura un viaggio nel patrimonio emiliano. Un intero territorio trasformato in palcoscenico per riscoprire il Barocco locale: concerti, mostre, visite guidate e conferenze animano il mese di maggio tra Medicina e la pianura bolognese. Diciannove appuntamenti per riportare alla luce artisti, opere e luoghi spesso poco noti.


Prende avvio il 2 maggio 2026 la prima edizione delle Giornate barocche, rassegna dedicata al Sei e Settecento emiliano che, per un intero mese, coinvolge Medicina e diversi centri del territorio bolognese – Bologna, Budrio, Pieve di Cento e San Giovanni in Persiceto – in un progetto culturale diffuso.
Promossa dal Comune di Medicina e dall’Associazione culturale “I Portici di Medicina”, con il contributo di istituzioni e realtà locali, l’iniziativa nasce con l’obiettivo di valorizzare una stagione artistica di grande vitalità, capace di imprimere un’identità riconoscibile al territorio. Il programma si articola in 19 appuntamenti che spaziano tra arti figurative e musica, offrendo un percorso tra architetture, opere d’arte e repertori sonori che restituiscono la complessità del periodo barocco.

Il cuore della rassegna è l’idea di un “palcoscenico diffuso”: chiese, musei, palazzi storici e spazi urbani diventano luoghi di esperienza culturale, mettendo in rete comunità e patrimoni spesso poco conosciuti. Tra i protagonisti evocati emergono figure centrali del panorama artistico locale, come lo scultore Angelo Gabriello Piò, l’architetto Alfonso Torreggiani e il compositore Elia Vannini, testimonianze di una produzione che seppe dialogare con i principali centri europei.

L’apertura del festival è affidata a un nucleo di eventi che delineano immediatamente la varietà dell’offerta: a Medicina viene eccezionalmente esposto l’ostensorio in argento realizzato da Piò nel 1752, affiancato dal bozzetto in terracotta che ne documenta il processo creativo. Sempre nella stessa giornata si susseguono una conferenza dedicata allo scultore e un concerto dell’Orchestra Barocca di Bologna incentrato sulle musiche di Elia Vannini e Antonio Vivaldi.

Il fine settimana inaugurale prosegue con ulteriori momenti di approfondimento musicale e storico, tra cui la presentazione di un progetto discografico dedicato a Vannini e una visita guidata nel centro storico di Medicina sulle tracce del Barocco locale. Parallelamente, Budrio apre straordinariamente la Pinacoteca civica “Domenico Inzaghi”, offrendo visite guidate alle collezioni.

Nel corso del mese il programma si amplia includendo aperture speciali e percorsi guidati nei musei, concerti vocali e strumentali, conferenze storico-artistiche e itinerari tematici. A Bologna, ad esempio, si inseriscono le attività legate alla mostra “Franceschini segreto. Un modello rivelato”, mentre a San Giovanni in Persiceto il Museo di Arte Sacra propone visite e concerti in ambienti secenteschi. Pieve di Cento, invece, mette in dialogo arti figurative e liuteria con un percorso che culmina in un concerto barocco.

Il calendario si chiude il 31 maggio a Bologna, con un concerto dedicato al Seicento nella Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio, seguito da una visita guidata alle collezioni comunali. Un finale che sottolinea la vocazione della rassegna: restituire al pubblico la dimensione emozionale e spettacolare del Barocco, tra musica, arte e narrazione.

Le Giornate barocche si configurano così come un primo esperimento di coordinamento culturale su scala territoriale, capace di unire ricerca, divulgazione e valorizzazione turistica. Un progetto che, fin dalla sua edizione inaugurale, punta a consolidarsi come appuntamento annuale per riscoprire un capitolo fondamentale della storia artistica emiliana.



Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it>
Articolo redazionale

Un dipinto attribuito al maestro del Siglo de Oro al centro di una causa legale tra ex coniugi

Non è solo una disputa domestica. A Madrid, il caso Aristrain riporta al centro il rapporto tra collezionismo privato, diritto e valore simbolico dell’arte. E dimostra, ancora una volta, che i capolavori non sono mai davvero silenziosi.


di Paolo Ferranti

Si dice che il denaro non dia la felicità. Ma può comprare un Velázquez. E, a quanto pare, anche qualche guaio giudiziario. Accade a Madrid, dove José María Aristrain de la Cruz – imprenditore siderurgico, patrimonio miliardario, profilo schivo ma non invisibile – si trova oggi al centro di una disputa che ha il sapore antico delle cause di famiglia e quello modernissimo delle grandi fortune.
Il motivo del contendere? Un dipinto attribuito a Diego Velázquez, custodito – o, secondo l’accusa, trattenuto – nella villa madrilena dell’imprenditore. A reclamarlo è l’ex moglie, in una causa che intreccia diritto patrimoniale, rivendicazioni personali e una domanda che, in fondo, è sempre la stessa: a chi appartiene davvero un’opera d’arte?

La questione non è peregrina. Velázquez non è un pittore qualsiasi. È il pittore della corte di Filippo IV, l’autore di Las Meninas, il maestro del Seicento spagnolo che ha insegnato all’Europa a guardare la realtà con occhi nuovi. Possedere un suo dipinto – o anche solo uno attribuito a lui – non significa soltanto detenere un bene di valore economico. Significa esercitare un potere simbolico. E il potere, si sa, raramente ama essere condiviso.

Nel caso Aristrain, la disputa nasce nel terreno scivoloso della separazione coniugale. L’ex moglie sostiene che il quadro rientri tra i beni comuni o, quantomeno, tra quelli oggetto di accordi patrimoniali precedenti. L’imprenditore, dal canto suo, ne rivendica il possesso esclusivo. Fin qui, nulla di nuovo: le separazioni, anche tra comuni mortali, sono spesso un inventario di oggetti contesi. Ma quando nell’elenco compare un Velázquez, l’ordinario diventa straordinario.

E allora la vicenda esce dalle mura domestiche e si affaccia sulla scena pubblica. Non solo perché coinvolge uno degli uomini più ricchi di Spagna, ma perché tocca un nervo sensibile: quello del patrimonio artistico custodito nelle collezioni private. Un tema antico quanto il collezionismo stesso. Già nel Seicento, principi e nobili si contendevano opere come trofei. Oggi cambiano i protagonisti, non la logica.

C’è poi un dettaglio che rende la storia ancora più interessante – e, se vogliamo, più ambigua: l’attribuzione. Nel mondo dell’arte, un nome vale più di una firma. Un “Velázquez” può valere milioni. Un “attribuito a Velázquez” molto meno. E un “bottega di Velázquez” ancora meno. La differenza, spesso, si gioca su perizie, studi comparativi, analisi tecniche. E, talvolta, su interpretazioni non sempre unanimi.

È lecito chiedersi, allora, se la disputa riguardi solo la proprietà o anche il valore. Perché un’opera incerta è, in fondo, una promessa. E le promesse, come i matrimoni, possono essere fragili.

Il caso Aristrain si inserisce in un contesto più ampio, quello di una Spagna che negli ultimi decenni ha visto crescere il peso delle grandi collezioni private. Accanto ai musei pubblici – dal Prado al Reina Sofía – esiste un universo meno visibile ma altrettanto influente, fatto di raccolte personali, fondazioni, patrimoni familiari. Un mondo dove l’arte è investimento, status, talvolta passione autentica.

Ma quando il privato diventa oggetto di contesa legale, emerge un problema di trasparenza. Chi certifica l’autenticità? Chi stabilisce il valore? E soprattutto: chi decide la destinazione finale di un’opera che, pur essendo di proprietà privata, appartiene idealmente a un patrimonio culturale condiviso?

Non è una questione teorica. In molti Paesi europei, Italia compresa, esistono vincoli che limitano la libera circolazione delle opere di particolare interesse storico-artistico. In Spagna, il sistema di tutela prevede meccanismi simili, ma lascia comunque ampio spazio all’iniziativa privata. Il risultato è un equilibrio instabile tra diritto individuale e interesse collettivo.

Nel frattempo, la causa segue il suo corso. I tribunali faranno il loro mestiere, tra documenti, perizie, testimonianze. Forse stabiliranno a chi spetta il dipinto. Più difficilmente potranno decidere cosa rappresenti davvero.

Perché, in fondo, questa non è solo la storia di un quadro conteso. È la storia di come trattiamo l’arte quando entra nelle nostre vite. La trasformiamo in bene, in investimento, in oggetto di scambio. E poi, quando qualcosa si rompe – un matrimonio, un accordo, una fiducia – scopriamo che anche i capolavori possono diventare armi.

Velázquez, che dipingeva re e buffoni con la stessa lucidità, forse non si stupirebbe. Sapeva che il potere ha molte forme. E che, spesso, la più sottile è quella che si esercita in silenzio, tra le pareti di una casa. O di una villa, a Madrid.


Articolo redazionale

Il sistema dell’arte si rifugia nel passato e smarrisce il presente

In Italia l’arte contemporanea fatica a respirare. Tra culto del patrimonio, istituzioni lente e una critica che parla una lingua vecchia, anche il futurismo – nato per distruggere il passato – finisce imbalsamato. È il segno di un sistema che teme il nuovo più di quanto lo cerchi.


di Clara Montesi

C’è una frase di Aldo Palazzeschi che suona come una condanna, o forse come una diagnosi senza appello: «Ecco perché è attuale oggi il futurismo / perché anche il futurismo è passato». Non è una battuta. È una lama. Perché dentro c’è tutto il paradosso italiano: un Paese che non riesce a stare nel presente, che guarda avanti solo quando ha già trasformato il futuro in archeologia.
Altro che avanguardia. Altro che rottura. Qui si celebra la disobbedienza solo quando è diventata innocua, quando è stata sterilizzata, catalogata, messa sotto vetro. Il futurismo – il movimento che voleva incendiare i musei, che inneggiava alla velocità, alla macchina, alla distruzione del culto del passato – oggi è materia da mostra didattica, da pannello esplicativo, da audioguida rassicurante. E nessuno sembra trovare la cosa scandalosa.

La verità è che l’Italia è un Paese che ha paura del presente. Si rifugia nell’estetica del passato come in una coperta di sicurezza. Il patrimonio diventa un alibi, una parola magica che giustifica tutto: lentezze, immobilismi, mancanza di rischio. Si conserva, si restaura, si protegge. Ma si crea? Si sperimenta? Si osa davvero? La risposta, troppo spesso, è no.

E allora succede che linguaggi contemporanei – il digitale, la performance, l’arte post-internet – restano ai margini, tollerati più che accolti. Come se fossero ospiti scomodi in una casa troppo piena di ricordi. Come se il nuovo fosse sempre un’intrusione, mai una necessità. Ma un sistema dell’arte che non accetta il rischio è un sistema che rinuncia a vivere.

C’è poi un altro nodo, meno visibile ma altrettanto decisivo: la critica. Perché la critica italiana, salvo rare eccezioni, continua a parlare una lingua novecentesca. Una lingua che non intercetta il presente, che fatica a leggere le trasformazioni sociali e tecnologiche. Si analizza, si classifica, si storicizza – ma si comprende davvero ciò che accade oggi? O si continua a usare categorie vecchie per fenomeni nuovi?

Il risultato è una critica autoreferenziale, chiusa in un circuito che si alimenta da solo. Si scrive per chi già sa, per chi già appartiene. E intanto il mondo fuori cambia, accelera, si ibrida. L’arte contemporanea globale non conosce più confini netti tra discipline, tra media, tra linguaggi. Tutto può essere arte, tutto può contaminarsi. In Italia, invece, si continua a separare. Arti figurative da una parte, concettuali dall’altra. Fumetto in un recinto, illustrazione in un altro. Ceramica, fotografia, design: ciascuno nel proprio compartimento.

Ma chi ha deciso che queste barriere abbiano ancora senso? Chi stabilisce che un fumetto valga meno di un’installazione, o che la ceramica sia artigianato e non ricerca? Sono domande scomode, certo. Ma necessarie. Perché finché si continuerà a ragionare per compartimenti stagni, l’arte italiana resterà prigioniera di una visione gerarchica e superata.

E poi ci sono le istituzioni. I musei, le accademie, gli enti pubblici. Strutture spesso ingessate, appesantite da burocrazie che rallentano tutto. Sostenere l’arte che accade adesso richiede velocità, flessibilità, capacità di adattamento. Richiede anche coraggio, perché il presente non offre garanzie. Ma senza questo slancio, le istituzioni diventano mausolei più che luoghi vivi.

Non si tratta di demolire il passato. Sarebbe una sciocchezza, oltre che un suicidio culturale. L’Italia possiede una stratificazione storica unica al mondo, e sarebbe folle non custodirla. Ma custodire non significa venerare. Non significa trasformare tutto in reliquia. Il passato dovrebbe essere un trampolino, non una zavorra.

Il punto è un altro: perché in Italia il nuovo deve sempre chiedere permesso? Perché deve giustificarsi, dimostrare, adattarsi? Perché non può semplicemente esistere, con la stessa dignità del già visto? È qui che si misura il ritardo. Non nei numeri, non nei finanziamenti, ma nell’atteggiamento.

Palazzeschi lo aveva capito. E lo aveva detto con quella leggerezza feroce che solo i grandi hanno. Il futurismo è attuale perché è passato. È una frase che dovrebbe inquietare, non consolare. Perché significa che siamo capaci di riconoscere il valore di un gesto rivoluzionario solo quando non è più pericoloso.

E allora la domanda resta lì, sospesa: vogliamo davvero un’arte contemporanea, o ci basta una contemporaneità addomesticata? Vogliamo il rischio, o preferiamo la sicurezza di ciò che è già stato digerito dalla storia? Finché non si avrà il coraggio di rispondere, continueremo a chiamarci futuristi. Ma solo perché anche il futuro, ormai, è diventato passato.


Articolo redazionale

Peggy Guggenheim a Londra: l’apprendistato di una collezionista

Tra guerre imminenti e avanguardie in fermento, gli anni londinesi forgiano lo sguardo di una protagonista del Novecento artistico. Prima di Venezia e di New York, prima dei capolavori raccolti con istinto quasi infallibile, Peggy Guggenheim attraversa Londra negli anni Trenta. È qui che la sua vocazione prende forma, tra incontri decisivi, gallerie audaci e un’Europa sull’orlo del precipizio.


di Marco Bellini

Quando Peggy Guggenheim approda a Londra, all’inizio degli anni Trenta, non è ancora la collezionista che la storia avrebbe consacrato. Porta con sé un cognome ingombrante e una fortuna non ancora pienamente indirizzata. Ma soprattutto porta una curiosità inquieta, che trova nella capitale britannica un terreno fertile. Londra, allora, è un crocevia di idee e di tensioni: la modernità avanza tra le ombre di una crisi economica persistente e i segnali sempre più netti di un conflitto imminente.

Peggy si muove in questo scenario con una libertà che è insieme privilegio e destino. Dopo gli anni parigini – dove aveva respirato l’aria delle avanguardie e intrecciato relazioni con artisti e intellettuali – Londra le appare come un luogo meno febbrile ma non meno decisivo. È qui che la sua inclinazione per l’arte si trasforma in progetto, e il progetto in azione.

L’incontro che segna una svolta è quello con Marcel Duchamp, figura già centrale nel panorama delle avanguardie europee. Duchamp non è soltanto un artista: è un consigliere, un mentore, un raffinato stratega dell’arte contemporanea. È lui a suggerire a Peggy di guardare con attenzione alle opere dei suoi contemporanei, a non limitarsi al gusto personale ma a costruire una visione. Sotto questa guida discreta ma incisiva, la giovane Guggenheim comincia a delineare un criterio, a distinguere ciò che è destinato a durare da ciò che è soltanto moda.

Nel 1938, questo apprendistato trova una prima concreta realizzazione con l’apertura della galleria Guggenheim Jeune, nel cuore di Londra. Il nome, scelto con una certa ironia, suggerisce una volontà di rinnovamento: non un semplice spazio espositivo, ma un laboratorio di idee. La galleria si propone di introdurre il pubblico britannico alle correnti più avanzate dell’arte europea, in un contesto ancora legato a tradizioni più conservative.

La mostra inaugurale è dedicata a Jean Cocteau, ma è con le esposizioni successive che la linea della galleria si chiarisce. Peggy espone artisti come Kandinskij, Yves Tanguy, Henry Moore, e si avvicina progressivamente al surrealismo, che in quegli anni rappresenta una delle frontiere più vitali della ricerca artistica. Non si tratta soltanto di scelte estetiche: ogni mostra è un atto di fiducia, talvolta di scommessa, su nomi che non sempre godono di un consenso immediato.

Londra osserva con curiosità, talvolta con diffidenza. Il pubblico britannico, abituato a una pittura più figurativa e a un’idea di arte ancora legata alla rappresentazione, fatica a comprendere le audacie formali delle avanguardie. Eppure, proprio in questa distanza si misura il coraggio di Peggy Guggenheim. La sua galleria diventa un punto di riferimento per chi vuole interrogarsi sul presente dell’arte, per chi è disposto a mettere in discussione le proprie certezze visive.

In questi anni, Peggy non si limita a esporre: comincia anche a collezionare con metodo. L’idea, inizialmente vaga, si fa via via più precisa. Vuole costruire una raccolta che rappresenti il meglio dell’arte contemporanea, senza confini nazionali. Un progetto ambizioso, che Duchamp contribuisce a rendere concreto suggerendole di acquistare un’opera al giorno. Il ritmo, sostenuto e quasi febbrile, risponde all’urgenza del tempo: l’Europa si avvicina alla guerra, e molte opere rischiano di disperdersi o di essere distrutte.

Il 1939 segna infatti una frattura. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, Londra cambia volto. Le sirene antiaeree, i blackout, l’incertezza quotidiana trasformano la città in un luogo sospeso. Per Peggy Guggenheim, questo clima rende sempre più difficile proseguire l’attività della galleria. Guggenheim Jeune chiude dopo appena due anni, ma l’esperienza ha già lasciato un segno profondo.

Se Londra non è il luogo in cui Peggy diventerà definitivamente la grande collezionista che conosciamo – questo accadrà tra Parigi, New York e infine Venezia – è però il luogo in cui si forma il suo sguardo. Qui impara a scegliere, a rischiare, a fidarsi di intuizioni che non sempre trovano conferma immediata. Qui costruisce una rete di relazioni che si rivelerà fondamentale negli anni successivi, quando molti artisti europei cercheranno rifugio negli Stati Uniti.

Non va dimenticato, inoltre, il contesto più ampio in cui questa vicenda si inserisce. Gli anni Trenta sono un periodo di straordinaria mobilità artistica. Le avanguardie, nate tra Parigi, Berlino e Mosca, si diffondono e si trasformano, mentre i regimi totalitari inaspriscono la loro ostilità verso l’arte moderna – basti pensare alla mostra sull’“arte degenerata” organizzata dal regime nazista nel 1937. In questo scenario, figure come Peggy Guggenheim svolgono un ruolo cruciale nel preservare e promuovere opere che rischierebbero altrimenti l’oblio.

Quando, nel 1941, Peggy lascia l’Europa per gli Stati Uniti, porta con sé non soltanto una collezione già significativa, ma anche un’esperienza maturata in anni decisivi. Londra resta alle spalle come una tappa breve ma intensa, un laboratorio in cui si sono definiti metodi e convinzioni.

Guardando a quella stagione con il senno di poi, si può dire che la nascita della collezionista Peggy Guggenheim non avviene in un singolo momento, ma in un processo lento, fatto di incontri, tentativi, errori e scoperte. Londra ne rappresenta il capitolo forse meno noto, ma non per questo meno essenziale. È lì, tra le nebbie di una città inquieta e vigile, che una giovane donna americana impara a riconoscere il battito dell’arte del suo tempo – e a seguirlo con una determinazione che avrebbe lasciato un’impronta duratura nella storia culturale del Novecento.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo redazionale