Un capolavoro di giornata: quando l’Ottocento si racconta attraverso lo scorrere delle ore

A Palazzo Pallavicini un percorso espositivo inedito trasforma il tempo quotidiano nel filo conduttore di oltre cento dipinti europei, dal primo chiarore dell’alba fino alle atmosfere della notte, accompagnando il visitatore in un’esperienza immersiva tra arte, poesia, suoni e memoria.

L’Ottocento è il secolo in cui la pittura scopre la quotidianità come protagonista. La mostra “Un Capolavoro di Giornata”, allestita a Palazzo Pallavicini di Bologna, propone una lettura originale di quella stagione artistica, seguendo il ritmo delle ventiquattro ore anziché le tradizionali categorie di scuole, movimenti o nazioni.


Esistono mostre che raccontano un’epoca attraverso i suoi protagonisti e altre che scelgono un’idea capace di cambiare il modo di osservare le opere. Un Capolavoro di Giornata. Dall’alba al tramonto nell’Ottocento. Un viaggio nel tempo dipinto, in programma a Palazzo Pallavicini di Bologna dal 3 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027, appartiene decisamente alla seconda categoria. Curata dalla storica dell’arte Francesca Sinigaglia e prodotta da Vertigo Syndrome, l’esposizione riunisce oltre cento dipinti provenienti da musei italiani ed europei, tra cui il Louvre, oltre a importanti collezioni private raramente accessibili al pubblico.

L’intuizione curatoriale è tanto semplice quanto efficace: abbandonare la consueta organizzazione per scuole pittoriche o correnti artistiche e lasciare che sia il tempo a guidare il visitatore. Le sale seguono infatti le ventiquattro ore di una giornata, suddivise in dodici sezioni di due ore ciascuna, dal primo chiarore del mattino fino al silenzio della notte. Il risultato è un racconto che restituisce il modo in cui gli artisti dell’Ottocento impararono a osservare la realtà non più come sfondo delle grandi narrazioni storiche o mitologiche, ma come esperienza vissuta, fatta di luce, lavoro, riposo, relazioni e paesaggi quotidiani.

Questa trasformazione rappresenta uno dei passaggi fondamentali della cultura figurativa europea. Con il Realismo e, successivamente, con l’Impressionismo, la pittura sposta il proprio interesse verso la vita contemporanea. La rivoluzione della pittura en plein air, resa possibile anche dall’introduzione dei colori in tubetto che consentivano agli artisti di lavorare direttamente all’aperto, porta la luce naturale e il trascorrere delle ore al centro della ricerca artistica. Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir e molti altri fanno della variazione luminosa un autentico laboratorio visivo, mentre pittori italiani come Antonio Fontanesi, Giuseppe Pellizza da Volpedo o Francesco Paolo Michetti raccontano il paesaggio e il lavoro con una sensibilità profondamente moderna.

Il percorso espositivo accompagna così il pubblico attraverso una giornata ideale dell’Ottocento. Le prime sale sono dedicate al risveglio, quando la natura appare ancora sospesa e le prime luci filtrano nelle abitazioni grazie alle opere di Antonio Fontanesi, Luigi Bertelli e Augusto Majani. Seguono gli interni della colazione borghese dipinti da Antonio Mancini e Alessandro Scorzoni, mentre la mattina prende vita nei campi di Michetti e Pellizza da Volpedo e nella Londra moderna raccontata da Giovanni Boldini, dove il ritmo urbano anticipa già la società industriale.

Il mezzogiorno coincide con una delle immagini simbolo della mostra: la luminosa baia di Douarnenez dipinta da Renoir, nella quale il sole sembra sospendere il tempo. Il pomeriggio lascia spazio ai giochi infantili rappresentati da Gaetano Chierici, mentre il tramonto assume i colori caldi delle vedute di Nino Costa e Mario de Maria. La sera conduce infine alle celebri Ninfee notturne di Monet, opere che testimoniano come il maestro francese abbia trasformato la percezione della luce in una continua ricerca sulla mutevolezza dell’atmosfera. La conclusione del percorso è affidata alle suggestioni lunari di John Atkinson Grimshaw e alle intense scene sociali di Natale Attanasio, dove la notte diventa anche occasione di riflessione sulla condizione umana.

L’allestimento amplia ulteriormente questa narrazione attraverso un progetto multisensoriale. Ogni ambiente modifica progressivamente la propria identità grazie a profumi storici e suoni ambientali che accompagnano lo scorrere delle ore, dalla freschezza dell’alba fino all’umidità della notte. Anche la letteratura entra a far parte del percorso: i versi di Gabriele D’Annunzio dialogano con la luce del mattino, mentre le atmosfere dell’imbrunire trovano una naturale corrispondenza nella poesia di Giacomo Leopardi, creando un intreccio fra arti visive, parola e percezione sensoriale.

Ad accompagnare la mostra è un catalogo monografico pubblicato da Moebius Books che affronta il tema della giornata ottocentesca da prospettive differenti – arte, letteratura, città, moda e condizione femminile – con contributi di Marco Bazzocchi, Maria Beatrice Bettazzi, Vincenza Maugeri e Maria Giuseppina Muzzarelli, mentre le schede delle opere sono curate da Francesca Sinigaglia, Federico Troletti e Cinzia Virno. Il volume amplia il significato dell’esposizione, proponendo una lettura interdisciplinare della quotidianità nell’Ottocento.

Il progetto riflette anche il lavoro di Francesca Sinigaglia, direttrice del Museo Ottocento Bologna, impegnata da anni nello studio della pittura italiana tra Otto e Novecento. La sua scelta di affiancare grandi maestri universalmente riconosciuti ad autori meno noti restituisce una visione più ampia e articolata della cultura figurativa del secolo, dimostrando come la storia dell’arte sia fatta tanto di capolavori celebri quanto di opere che attendono ancora di essere riscoperte.

Accanto alla qualità scientifica dell’iniziativa emerge infine una scelta destinata a far discutere: chi completerà la visita senza ritenersi soddisfatto potrà richiedere il rimborso integrale del biglietto, senza motivazioni né clausole. Una formula inconsueta nel panorama espositivo italiano che gli organizzatori propongono come gesto di fiducia verso il pubblico e come assunzione diretta della responsabilità culturale del progetto.

Più che una semplice esposizione, Un Capolavoro di Giornata invita a guardare l’Ottocento da una prospettiva diversa: quella del tempo vissuto. In un secolo che trasformò radicalmente il rapporto fra arte e realtà, il passare delle ore diventa il filo invisibile che unisce paesaggi, città, figure e stati d’animo, ricordando come la luce di ogni momento della giornata possa raccontare, da sola, un’intera civiltà.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

LEI: a Parma il ritratto femminile attraversa due secoli di arte, da Van Gogh a Modigliani

Clicca e leggi le didascalie delle opere in mostra

Oltre sessanta capolavori della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea arrivano a Palazzo del Governatore per una grande mostra dedicata alla rappresentazione della donna. Un percorso che intreccia pittura, scultura, fotografia e arti tessili, raccontando l’evoluzione dell’identità femminile attraverso lo sguardo degli artisti tra Otto e Novecento e oltre.

Dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027 Parma ospita una delle più importanti esposizioni della stagione. LEI propone un viaggio nell’immaginario femminile attraverso opere di Van Gogh, Modigliani, Picasso, Klimt, Giacometti e molti altri protagonisti dell’arte moderna e contemporanea, provenienti esclusivamente dalle collezioni della GNAMC di Roma.


Guardare un volto significa entrare in una storia. Ogni ritratto custodisce un’identità, un’epoca, una visione del mondo, ma anche il modo in cui una società sceglie di rappresentare sé stessa. Da questa consapevolezza nasce LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre. Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, la grande esposizione che dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027 occuperà le sale del Palazzo del Governatore di Parma, riunendo oltre sessanta opere provenienti esclusivamente dalla collezione della GNAMC di Roma.
L’iniziativa rappresenta il secondo capitolo della collaborazione avviata tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, dopo il successo della retrospettiva dedicata a Giacomo Balla. L’esposizione è stata concepita appositamente per la città emiliana e si inserisce nel progetto Museo migrante, attraverso il quale la GNAMC porta i propri capolavori fuori dalla sede romana, favorendo una più ampia diffusione del patrimonio artistico nazionale. La mostra coincide inoltre con l’ottantesimo anniversario del voto alle donne in Italia, offrendo una significativa occasione per riflettere sull’evoluzione della rappresentazione femminile nella cultura visiva moderna.

Curata da Renata Cristina Mazzantini e Cesare Biasini Selvaggi, l’esposizione si sviluppa in tredici sale attraverso dipinti, sculture, disegni, fotografie e arazzi. Alcune opere sono state acquisite recentemente dalla GNAMC, tra cui Nu Debout, un pastello realizzato da Pablo Picasso intorno al 1906 e donato nel 2025 dalla Cy Twombly Foundation, testimonianza della continua crescita delle collezioni del museo romano.

La figura femminile occupa da secoli una posizione centrale nella storia dell’arte occidentale. Dal Rinascimento fino alle avanguardie del Novecento, il ritratto di donna è stato molto più di un esercizio di rappresentazione: è diventato il luogo in cui si sono riflesse trasformazioni sociali, psicologiche e culturali. Tra XIX e XX secolo, in particolare, la modernità modifica profondamente il modo di osservare e raccontare il volto femminile. L’interesse non si concentra più soltanto sul rango sociale o sulla bellezza ideale, ma sulla personalità, sulla complessità interiore e sull’identità individuale.

Le protagoniste della mostra appartengono infatti a mondi differenti e raccontano esperienze molto diverse tra loro. Si passa dalla Signora Ginoux, immortalata da Vincent van Gogh nell’Arlesiana e figura legata agli anni trascorsi dal pittore ad Arles, alla celebre marchesa Luisa Casati, simbolo dell’eccentricità della Belle Époque e ritratta da Giovanni Boldini; dalla raffinata Hanka Zborowska, moglie del mercante d’arte Léopold Zborowski e modello di Amedeo Modigliani, fino a Carminella, giovane appartenente al popolo napoletano fissata sulla tela da Antonio Mancini. Accanto a queste compaiono Palma Bucarelli, storica direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e protagonista della rinascita museale italiana del secondo dopoguerra, interpretata da Alberto Savinio, ed Elsa Martinelli, icona del cinema italiano ritratta da Giosetta Fioroni. Insieme, queste figure costruiscono un racconto corale dell’universo femminile, nel quale ogni volto supera la propria individualità per diventare simbolo di un’esperienza condivisa.

L’eccezionalità dell’esposizione risiede anche nella qualità dei prestiti. Parma accoglie opere raramente concesse fuori dalla sede romana della GNAMC, una delle più importanti raccolte italiane dedicate all’arte del XIX e XX secolo. Tra queste figurano gli eleganti disegni di Gustav Klimt, compreso uno studio per Le tre età della donna, la monumentale Femme de Venise VI di Alberto Giacometti, le enigmatiche Femmes di Man Ray, la delicata Bambina che ride di Medardo Rosso e la magnetica Donna in bianco di Kees van Dongen, opere che testimoniano differenti interpretazioni della figura femminile tra Simbolismo, Secessione viennese, Surrealismo, Espressionismo e ricerca plastica del Novecento.

Una parte significativa del percorso è dedicata anche alle artiste che hanno contribuito a ridefinire il ruolo della donna nell’arte contemporanea. Dalla forza scultorea di Antonietta Raphaël alle fotografie di Dora Maar e Francesca Woodman, fino alle performance di Vanessa Beecroft e Marinella Senatore, emerge una pluralità di linguaggi accomunati dalla volontà di superare stereotipi consolidati e di affrontare temi quali identità, libertà, autodeterminazione e rapporto con il corpo. La mostra non racconta dunque soltanto le donne ritratte dagli artisti, ma anche il modo in cui le artiste hanno progressivamente conquistato uno spazio autonomo nella storia dell’arte.

Un’intera sezione approfondisce inoltre la ricerca artistica italiana tra le due guerre mondiali. Attraverso le opere di Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Antonio Donghi, Achille Funi, Mario Sironi, Renato Guttuso, Arturo Martini, Adolfo Wildt, Giacomo Manzù e altri protagonisti, il percorso mette in evidenza come la rappresentazione femminile abbia progressivamente preso le distanze dagli stereotipi promossi dalla propaganda fascista. Al posto dell’immagine esclusivamente domestica e materna emergono figure autonome, silenziose ma determinate, capaci di esprimere inquietudini, forza interiore e nuove aspirazioni individuali.

Prodotta dal Comune di Parma e dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, con la collaborazione della Solares Fondazione delle Arti e il sostegno di Fondazione Cariparma e Regione Emilia-Romagna, la mostra conferma la vocazione della città emiliana a ospitare progetti di rilievo nazionale, valorizzando il dialogo tra istituzioni e patrimonio pubblico. L’esposizione sarà visitabile al primo piano del Palazzo del Governatore, nel cuore del centro storico, con un articolato programma di aperture, attività didattiche e iniziative dedicate ai diversi pubblici.

LEI propone così una riflessione che va ben oltre il ritratto. Attraverso oltre due secoli di storia dell’arte, la mostra racconta come il volto femminile sia diventato il luogo privilegiato nel quale gli artisti hanno interrogato la modernità, il cambiamento sociale e la costruzione dell’identità. Ne emerge un mosaico ricco di sfumature, nel quale ogni opera contribuisce a restituire la complessità dell’esperienza femminile e, insieme, la straordinaria capacità dell’arte di trasformare uno sguardo individuale in patrimonio universale.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Mario Cresci e la Pietà Rondanini: quando la fotografia diventa dialogo con Michelangelo

Alla Cavallerizza di Brescia ventotto opere raccontano il lungo confronto dell’artista ligure con l’ultima scultura di Michelangelo. Un percorso che trasforma l’immagine fotografica in uno spazio di riflessione sulla memoria, sul dolore e sulla condizione umana, all’interno delle celebrazioni per il Bicentenario della Vittoria Alata.

La fotografia non si limita a documentare un capolavoro della storia dell’arte, ma ne esplora le possibilità interpretative. È questo il cuore della mostra che la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana dedica a Mario Cresci, protagonista della ricerca visiva italiana contemporanea, attraverso un progetto nato dall’incontro con la Pietà Rondanini di Michelangelo.


Dal 19 luglio al 30 agosto 2026 la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana di Brescia ospita Mario Cresci. In aliam figuram mutare. Interazioni con la Pietà Rondanini di Michelangelo, mostra curata da Roberto Mutti che propone un intenso itinerario all’interno della ricerca di uno dei più autorevoli protagonisti della fotografia italiana contemporanea. L’iniziativa rientra nel programma di eventi promosso dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei in occasione del Bicentenario del ritrovamento della Vittoria Alata, creando un ideale dialogo tra due capolavori della scultura e due differenti modi di interrogare il patrimonio artistico.

L’esposizione riunisce ventotto opere nate da un approfondito percorso di studio che Mario Cresci ha dedicato alla Pietà Rondanini, l’ultima e incompiuta scultura di Michelangelo Buonarroti, universalmente considerata una delle testimonianze più alte della sua ricerca spirituale. Conservata oggi nel Museo della Pietà Rondanini, all’interno dell’antico Ospedale Spagnolo del Castello Sforzesco di Milano, l’opera rappresenta una delle espressioni più radicali della fase estrema dell’artista fiorentino. La figura allungata del Cristo sorretto dalla Vergine rompe infatti gli equilibri plastici delle precedenti Pietà, trasformando il marmo in una materia quasi ascetica, essenziale, capace di suggerire più che descrivere.

È proprio questa tensione irrisolta ad aver attratto Cresci, che tra il 2013 e il 2016 ha costruito un dialogo silenzioso e continuo con la scultura michelangiolesca. Il suo lavoro prende avvio dall’osservazione della Pietà nel precedente allestimento nella Sala degli Scarlioni del Castello Sforzesco e prosegue dopo il trasferimento nell’attuale sede museale, dove la nuova collocazione offre differenti prospettive di lettura. Il cambiamento dello spazio espositivo diventa così parte integrante della ricerca, suggerendo nuovi punti di vista e nuove possibilità interpretative.

Il titolo latino della mostra, In aliam figuram mutare, richiama l’idea della trasformazione e sintetizza efficacemente il senso dell’intero progetto. Le fotografie non intendono riprodurre fedelmente il capolavoro di Michelangelo, ma accompagnarne una continua metamorfosi percettiva. Attraverso inquadrature, dettagli, rapporti di luce e variazioni dello sguardo, Cresci costruisce immagini autonome che conservano il riferimento alla scultura senza mai ridursi a semplice documentazione.

A sinistra: Mario Cresci, “Nella luce #04”, dalla serie “In aliam figuram mutare”, Milano 2013-Bergamo 2016, Courtesy Archivio Mario Cresci, Galleria Matèria, Civico Archivio Fotografico
A destra: Mario Cresci, “Nella luce #06”, dalla serie “In aliam figuram mutare”, Milano 2013-Bergamo 2016, Courtesy Archivio Mario Cresci, Galleria Matèria, Civico Archivio Fotografico

Da oltre mezzo secolo Mario Cresci sviluppa infatti una ricerca che supera i confini tradizionali della fotografia. Formatosi negli anni Sessanta, ha intrecciato linguaggi differenti – fotografia, grafica, antropologia visiva, design e comunicazione – elaborando un metodo di lavoro fondato sull’osservazione critica della realtà e sulla capacità dell’immagine di produrre conoscenza. Le sue opere si collocano in un territorio in cui la fotografia diventa insieme documento, interpretazione e riflessione teorica.

Questa impostazione emerge con particolare evidenza nelle immagini dedicate alla Pietà Rondanini. La superficie del marmo, le torsioni delle figure, le ombre e le imperfezioni della materia vengono isolate e ricomposte fino a trasformarsi in segni visivi che evocano temi universali. Il dolore, la memoria, la fragilità dell’esistenza e il trascorrere del tempo non sono illustrati, ma suggeriti attraverso un linguaggio essenziale, privo di effetti spettacolari, nel quale il silenzio diventa parte integrante della narrazione.

L’interesse di Cresci per il rapporto tra immagine e pensiero attraversa tutta la sua carriera. Nato a Chiavari nel 1942 e da tempo residente a Bergamo, ha partecipato più volte alla Biennale di Venezia e le sue fotografie sono presenti, fin dagli anni Settanta, nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York e di numerose istituzioni dedicate all’arte contemporanea. Parallelamente all’attività artistica ha svolto un intenso lavoro nell’ambito della didattica, dirigendo l’Accademia Carrara di Bergamo e insegnando in importanti università e scuole di alta formazione, nella convinzione che l’arte possa rappresentare anche uno strumento di crescita culturale e sociale. Negli ultimi anni la sua ricerca è stata oggetto di importanti riletture museali, dal MAXXI di Roma fino alla costituzione, nel 2023, dell’Archivio d’artista Mario Cresci, nato per tutelare e valorizzare un patrimonio creativo tra i più significativi della cultura visiva italiana.

La mostra bresciana assume così un significato che va oltre la presentazione di un ciclo fotografico. L’incontro tra la ricerca contemporanea di Cresci e la forza spirituale della Pietà Rondanini dimostra come i grandi capolavori continuino a generare nuove letture e nuovi linguaggi, confermando la capacità dell’arte di attraversare i secoli senza perdere la propria attualità. In questo confronto tra fotografia e scultura, tra immagine e memoria, il visitatore è invitato non tanto a osservare un’opera già conosciuta, quanto a riscoprirla attraverso uno sguardo diverso, capace di restituire alla contemplazione una dimensione profondamente umana.


Ufficio stampa CLP Relazioni Pubbliche
Clara Cervia | clara.cervia@clp1968.it
Ufficio stampa Fondazione Brescia Musei
Francesca Raimondi | raimondi@bresciamusei.com
Ufficio stampa Comune di Brescia
Rossella Prestini | rprestini@comune.brescia.it
Articolo a cura della Redazione Experiences

Palazzetto Bru Zane, una stagione tra riscoperte e capolavori: il Romanticismo francese dialoga con Beethoven

La programmazione 2026-2027 del Centre de musique romantique française intreccia la figura della compositrice Clémence de Grandval con il bicentenario della morte di Beethoven, affiancando concerti, opera, cine-concerti e attività divulgative per raccontare la ricchezza dell’Ottocento musicale europeo.

Venezia si conferma uno dei principali laboratori internazionali dedicati alla riscoperta del patrimonio musicale romantico francese. La nuova stagione del Palazzetto Bru Zane propone un percorso che unisce ricerca musicologica, esecuzione storicamente informata e divulgazione, offrendo nuove prospettive su autori celebri e protagonisti ancora poco conosciuti.


L’Ottocento musicale continua a rivelare pagine ancora inesplorate. È da questa convinzione che prende forma la stagione 2026-2027 del Palazzetto Bru Zane – Centre de musique romantique française, istituzione veneziana che da oltre quindici anni si dedica alla valorizzazione del repertorio romantico francese attraverso concerti, pubblicazioni, produzioni discografiche e attività di ricerca. Il nuovo cartellone mette in dialogo due figure lontane per notorietà ma accomunate dalla capacità di illuminare un’epoca: Clémence de Grandval, compositrice ancora poco frequentata dalle sale da concerto, e Ludwig van Beethoven, osservato questa volta attraverso la ricezione della sua musica nella Francia tra la fine del Settecento e l’inizio del Romanticismo.

Fondato nel 2009 grazie alla Fondation Bru, il Palazzetto Bru Zane ha sede nello storico Casino Zane, elegante edificio settecentesco nel sestiere di San Polo, e si è affermato come uno dei principali centri europei dedicati alla riscoperta del patrimonio musicale francese compreso tra il 1780 e il 1920. La sua attività non si limita all’organizzazione di concerti, ma comprende un intenso lavoro di ricerca archivistica, edizioni critiche, registrazioni discografiche e collaborazioni con teatri e istituzioni musicali internazionali, contribuendo al ritorno in repertorio di opere dimenticate e compositori trascurati.

La stagione si apre in autunno con il festival Clémence de Grandval, una nobile all’avanguardia, in programma a Venezia dal 3 al 29 ottobre 2026. I sette concerti previsti intendono riportare all’attenzione una musicista che, pur appartenendo all’aristocrazia francese, dovette confrontarsi con i pregiudizi riservati alle donne compositrici del XIX secolo. Attiva anche nella Société nationale de musique, fondata nel 1871 per promuovere la musica francese contemporanea, Grandval sviluppò una produzione ampia e raffinata, nella quale convivono musica da camera, repertorio vocale, opere liriche e pagine sinfoniche. Il festival valorizza soprattutto la sua scrittura cameristica, affiancandola a quella dei contemporanei per evidenziarne l’originalità e la modernità.

Negli ultimi anni la figura di Clémence de Grandval è stata oggetto di un crescente interesse musicologico, favorito proprio dall’attività del Palazzetto Bru Zane. La riscoperta della sua produzione richiede spesso un paziente lavoro di ricostruzione delle fonti: molte partiture sopravvivono infatti soltanto in materiali orchestrali o in manoscritti conservati presso biblioteche e archivi europei. Per questa ragione il centro veneziano ha avviato un articolato programma editoriale che comprende il recupero di opere come Les Fiancés de Rosa, della Messa, del Concertino per violino e orchestra e del dittico sinfonico tratto da Atala, restituendole alla pratica esecutiva contemporanea. Parallelamente sarà ampliata la piattaforma digitale Bru Zane Mediabase, con nuovi documenti, cataloghi, materiali iconografici e una mostra virtuale dedicata alla vita musicale parigina degli anni Settanta dell’Ottocento.

Il secondo grande percorso della stagione sarà dedicato al bicentenario della morte di Beethoven con il festival Beethoven oltre i confini, in programma dal 3 aprile al 13 maggio 2027. L’obiettivo non è celebrare semplicemente il compositore di Bonn, ma osservare l’impatto che la sua opera ebbe sulla cultura musicale francese tra il 1790 e il 1815, in un’Europa segnata dalla Rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche. Attraverso sette concerti, il pubblico potrà confrontare la produzione dei contemporanei francesi con quella beethoveniana, ascoltando repertori raramente eseguiti accanto a pagine del Maestro tedesco e cogliendo il dialogo tra la tradizione classica e la nascente sensibilità romantica.

Accanto ai due festival principali, la stagione propone numerosi appuntamenti che riflettono la vocazione divulgativa del Palazzetto Bru Zane. È previsto un concerto natalizio dedicato al trio per clarinetto, violoncello e pianoforte, un recital pianistico dell’8 marzo affidato a Elisabeth Pion, dedicato alle compositrici francesi dell’Ottocento, e una nuova edizione dei cine-concerti, che recuperano la tradizione delle proiezioni del cinema muto accompagnate dalla musica dal vivo. In cartellone figurano Pioniere del grande schermo, il ciclo Comici ritrovati durante il Carnevale di Venezia e la proiezione di Napoléon di Abel Gance, uno dei capolavori assoluti del cinema muto europeo. Cinque conferenze, laboratori-concerto per famiglie e il progetto educativo Romantici in erba, rivolto alle scuole del Veneto, completano un’offerta pensata per coinvolgere pubblici di ogni età.

Tra gli eventi più attesi figura inoltre il ritorno di Carmen di Georges Bizet al Teatro La Fenice. L’allestimento, basato sulle ricerche musicologiche del Palazzetto Bru Zane, punta a ricostruire una versione il più possibile vicina a quella delle origini e sarà presentato in otto rappresentazioni. L’iniziativa conferma il ruolo del centro veneziano non soltanto come luogo di studio, ma anche come protagonista nella restituzione scenica del patrimonio operistico francese, attraverso un dialogo costante fra ricerca scientifica e pratica musicale.

L’attività editoriale accompagnerà la programmazione concertistica con nuove pubblicazioni. Tra queste spicca l’edizione discografica della Médée di Luigi Cherubini, nella versione originale del 1797, diretta da Julien Chauvin e destinata ad arricchire la prestigiosa collana Opéra français del Bru Zane Label. Anche in questo caso il progetto nasce da un accurato lavoro filologico sulle fonti, elemento che costituisce uno dei tratti distintivi dell’istituzione veneziana.

La stagione 2026-2027 conferma così la missione culturale del Palazzetto Bru Zane: riportare alla luce un patrimonio musicale che per lungo tempo è rimasto ai margini della programmazione internazionale, offrendo al pubblico non soltanto occasioni di ascolto, ma anche strumenti per comprendere il contesto storico, artistico e sociale in cui quelle opere sono nate. Un invito a riscoprire il Romanticismo francese nella sua straordinaria varietà, dove accanto ai grandi nomi trovano finalmente spazio voci che la storia aveva lasciato in secondo piano.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Una quotidianità fatta di pane, frittate, ortaggi, osterie, amici e preoccupazioni per la salute

Fra pane, uova, ortaggi e cene con gli amici, le annotazioni private di Jacopo Carucci raccontano un’esistenza sorprendentemente concreta. Più che un semplice elenco di pasti, il suo diario restituisce il ritratto vivo di un artista immerso nella Firenze del Cinquecento, fra lavoro, salute e quotidianità.

Le pagine che Pontormo compilò negli ultimi anni della sua vita permettono di osservare da vicino non soltanto la dieta di un pittore rinascimentale, ma anche il ritmo di una città, le sue consuetudini alimentari e il rapporto fra arte e vita quotidiana. Un documento raro, prezioso per storici e appassionati.


di Marco Bellini

Quando si pensa ai grandi protagonisti del Rinascimento, l’immaginazione corre quasi sempre alle botteghe, ai colori, ai capolavori destinati a chiese e palazzi. Più raramente ci si interroga sulla loro quotidianità: cosa mangiavano, come trascorrevano le serate, quali fossero le loro preoccupazioni più intime. A colmare questo vuoto interviene uno dei documenti più singolari della cultura italiana del Cinquecento: il diario di Jacopo Carucci, detto Pontormo, conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e compilato negli ultimi anni della sua vita, tra il gennaio 1554 e l’ottobre 1556. Le informazioni che seguono derivano principalmente dall’approfondimento pubblicato da Federico Giannini e Ilaria Baratta su Finestre sull’Arte, intitolato Il diario del Pontormo: cosa mangiava un artista nel Cinquecento, integrato con dati storici e biografici ricavati dalla letteratura specialistica dedicata al pittore e alla Firenze rinascimentale.

Pontormo, nato a Pontorme presso Empoli nel 1494 e morto a Firenze il 1° gennaio 1557, è uno dei maggiori interpreti del Manierismo italiano. Allievo di Andrea del Sarto, sviluppò un linguaggio pittorico originale, caratterizzato da figure allungate, colori irreali e composizioni di intensa tensione emotiva. Negli ultimi anni della sua esistenza era impegnato nell’immenso cantiere degli affreschi del coro della basilica di San Lorenzo, iniziati nel 1546 e purtroppo distrutti nel Settecento. Attorno a quell’impresa ruota quasi ogni pagina del diario.

Il manoscritto non nasce con ambizioni letterarie. È un promemoria personale, una registrazione quasi quotidiana di ciò che accadeva durante le giornate del pittore. Lavoro, condizioni meteorologiche, salute, incontri e soprattutto cibo convivono nello stesso spazio, con una naturalezza che rende queste annotazioni una testimonianza eccezionale della vita nella Firenze medicea. Proprio questa spontaneità distingue il diario da qualsiasi autobiografia costruita a posteriori: Pontormo non scrive per essere letto, ma per ricordare.

L’inizio del racconto coincide con un episodio sfortunato. Il 7 gennaio 1554 l’artista cade e si procura una seria lesione alla spalla e al braccio. Per alcuni giorni viene ospitato nella casa del Bronzino, suo allievo e poi collega, prima di rientrare nella propria abitazione, ancora sofferente. Dopo la convalescenza, le annotazioni diventano regolari e iniziano a descrivere, con sorprendente precisione, anche ciò che compare sulla sua tavola.

La dieta appare semplice, ma non misera. Il pane costituisce l’alimento fondamentale e viene spesso annotato persino nel peso. Le uova ricorrono con impressionante frequenza, cucinate sode, in padella oppure trasformate nel cosiddetto “pesce d’uovo”, una frittata ripiegata che ricordava, nella forma, un pesce. Accanto a pane e uova compaiono insalate di lattuga, indivia e borragine, cavoli, rape, piselli, asparagi, carciofi, ricotta, formaggi, fichi secchi e mandorle. È un’alimentazione che riflette la disponibilità stagionale dei prodotti e l’economia domestica della Toscana del tempo.

La carne compare con minore frequenza, ma non rappresenta affatto un’eccezione. Pontormo annota vitella, pollo, castrato, capretto, coniglio, lepre, maiale cotto nel vino, salsicce e una notevole varietà di selvaggina. Non mancano anatre, faraone, tordi e altri volatili molto apprezzati nelle tavole fiorentine del XVI secolo. Anche il pesce trova spazio, sia nelle cene più modeste sia nei pranzi condivisi con gli amici. In una circostanza il pittore registra perfino l’acquisto di un grosso pesce e di alcuni pesciolini fritti, indicando con scrupolo la spesa sostenuta: dodici soldi, una cifra che gli studiosi hanno rapportato a circa un quarantesimo della paga mensile di un muratore dell’epoca.

Il diario, tuttavia, non è un ricettario. Ogni pasto è strettamente collegato allo stato di salute dell’artista. Pontormo osserva il proprio corpo con attenzione quasi ossessiva, annotando capogiri, disturbi digestivi, dolori alla gola, febbri e malesseri vari. Cerca continuamente relazioni tra ciò che ha mangiato e il modo in cui si sente, modificando talvolta la dieta quando teme di aver ecceduto. In alcune pagine arriva persino a formulare consigli personali su alimentazione, esercizio fisico e cambiamenti stagionali, convinto che salute e clima fossero profondamente connessi.

Per lungo tempo questa attenzione al proprio organismo ha alimentato l’immagine di un Pontormo solitario, malinconico e ipocondriaco. Una lettura ormai ridimensionata dalla critica più recente. Le stesse pagine del diario raccontano infatti un uomo tutt’altro che isolato. Le occasioni conviviali sono numerose. Il Bronzino compare con continuità, insieme ad altri amici, come Attaviano, con i quali il pittore divide pranzi, cene e soste nelle osterie cittadine. In un’occasione ricorda con entusiasmo alcuni “crespelli mirabili” gustati a casa dell’amico; in un’altra aspetta con piacere un pane al rosmarino promessogli dalla madre di una giovane di nome Maria. Piccoli dettagli che restituiscono un carattere più aperto e partecipe della vita sociale di quanto suggeriscano certi stereotipi.

Anche il tempo atmosferico occupa uno spazio importante nelle annotazioni. Piogge, freddo, gelo e giornate serene vengono registrati quasi quotidianamente, non per semplice curiosità, ma perché influenzano direttamente il lavoro dell’affresco. L’umidità e le basse temperature potevano compromettere la corretta stesura dell’intonaco e dei colori. Così il diario diventa anche una cronaca tecnica del mestiere del pittore, capace di mostrare quanto la creazione artistica dipendesse da fattori molto concreti.

Il calendario liturgico modifica sensibilmente la tavola del Pontormo. Nei giorni di vigilia e durante i periodi di digiuno prescritti dalla Chiesa i pasti si fanno più sobri, talvolta vengono addirittura omessi. Con il ritorno delle festività ricompaiono invece preparazioni più ricche, come agnello, capretto e altri piatti tipici della tradizione pasquale. Il ritmo dell’alimentazione segue dunque quello dell’anno religioso, offrendo agli storici un’ulteriore chiave di lettura della società fiorentina della metà del Cinquecento.

Il diario si interrompe improvvisamente il 23 ottobre 1556. Due mesi dopo Pontormo morirà. Le ultime annotazioni ricordano ancora un persistente fastidio alla gola, piccolo dettaglio che assume un significato particolare alla luce degli eventi successivi. Rimane però soprattutto il valore straordinario di queste pagine, capaci di raccontare la grande storia attraverso la vita ordinaria.

Lontano dall’immagine romantica del genio isolato, emerge un uomo che lavora senza tregua, misura il pane, osserva il cielo, si preoccupa della digestione, cena con gli amici e annota tutto con pazienza. È proprio questa normalità a rendere il diario del Pontormo un documento eccezionale. Nelle sue righe il Rinascimento perde l’aura monumentale per ritrovare il volto autentico di chi lo ha costruito giorno dopo giorno, sedendosi ogni sera davanti a un piatto di pane, verdure e uova, prima di tornare, l’indomani, a dipingere la storia.


Articolo a cura della Redazione Experiences

Tra memoria, linguaggio e AI: Sasha Stiles trasforma il Lorem Ipsum in un’opera vivente

A Palazzo Citterio, il nuovo progetto dell’artista e poetessa americana di origini calmucche apre una riflessione sulla scrittura come organismo in continua trasformazione. Tra filologia, poesia e sistemi generativi, Lorem Ipsum Variorum esplora il destino del linguaggio nell’era dell’intelligenza artificiale.

Un testo che tutti hanno visto ma quasi nessuno ha mai letto diventa il punto di partenza di un’indagine sull’origine del significato, sulla memoria culturale e sul dialogo tra creatività umana e intelligenza artificiale. Dal 15 luglio al 25 ottobre 2026 il grande LED wall di Palazzo Citterio ospita il nuovo progetto di Sasha Stiles, curato da Clelia Patella.


Esistono parole che attraversano i secoli quasi invisibili, sopravvivendo ai cambiamenti della cultura e della tecnologia senza perdere del tutto la propria capacità evocativa. Il celebre Lorem ipsum, onnipresente nell’editoria e nella grafica come testo segnaposto, appartiene a questa categoria. È proprio da questa presenza discreta ma persistente che prende avvio Lorem Ipsum Variorum, il nuovo progetto dell’artista e poetessa americana di origini calmucche Sasha Stiles, allestito dal 15 luglio al 25 ottobre 2026 sul grande LED wall di Palazzo Citterio, a Milano, nell’ambito del programma espositivo realizzato in collaborazione con il Museo nazionale dell’Arte digitale e curato da Clelia Patella.

Nata a Pasadena nel 1980, Sasha Stiles è oggi una delle figure più autorevoli nel panorama internazionale della poesia generativa e della ricerca artistica sull’intelligenza artificiale. La sua pratica intreccia linguaggio, installazione, sistemi computazionali e performance, interrogando il rapporto tra memoria, creatività e nuove tecnologie. L’artista considera infatti l’IA non come un semplice strumento, ma come un interlocutore capace di ampliare la riflessione sui processi attraverso cui il linguaggio evolve e si trasmette nel tempo.

Il punto di partenza dell’opera è il celebre Lorem ipsum, il testo pseudo-latino derivato da un frammento del De finibus bonorum et malorum di Marco Tullio Cicerone. Alterato nei secoli attraverso copie, omissioni e trascrizioni, questo brano è diventato il segnaposto universale della progettazione editoriale e tipografica. Proprio questa lunga storia di trasformazioni interessa Sasha Stiles, che vi riconosce la metafora di un linguaggio mai statico, continuamente riscritto, tradotto e reinterpretato.

Sul grande LED wall di Palazzo Citterio scorrono manifesti digitali, pagine editoriali, tavole tipografiche, frammenti di codice, iscrizioni luminose e archivi immaginari che vengono continuamente ricombinati, dando vita a connessioni inattese tra epoche, forme e sistemi di scrittura. Il titolo stesso dell’opera richiama la tradizione filologica: il termine variorum indica infatti le edizioni annotate che raccolgono varianti e interpretazioni di uno stesso testo. In questo caso, tuttavia, non esiste una versione definitiva da recuperare: è proprio l’accumulo delle differenze a generare nuovi significati.

Nel testo curatoriale, Clelia Patella sottolinea come l’opera entri nello spazio originario della scrittura, quello in cui le parole non hanno ancora assunto una forma definitiva e il linguaggio rimane sospeso tra memoria, errore e possibilità. Secondo la curatrice, l’intelligenza artificiale rappresenta soltanto l’ultimo capitolo di una storia molto più antica, costruita nel tempo da copisti, traduttori, tipografi, editori, biblioteche e archivi che hanno continuamente riscritto e trasmesso il sapere. È in questa prospettiva che il Lorem ipsum diventa il simbolo di una memoria culturale che sopravvive proprio grazie alle sue trasformazioni.

Patella osserva inoltre che, attraverso il suo alter ego algoritmico Technelegy, Sasha Stiles sviluppa una serie di “traduzioni impossibili”: il celebre testo segnaposto, privo di un autentico contenuto semantico, viene sottoposto a processi generativi che producono nuove interpretazioni poetiche e visive. Le cosiddette “allucinazioni” delle macchine, lungi dall’essere considerate semplici errori, diventano così il riflesso di una tendenza profondamente umana: quella di cercare connessioni e significati anche nell’incertezza, trasformando la lacuna in possibilità creativa.

Questa riflessione si inserisce in un dibattito culturale più ampio che attraversa oggi filosofia del linguaggio, media studies e digital humanities. La scrittura generativa, infatti, mette in discussione il concetto tradizionale di autorialità, mostrando come ogni testo sia il risultato di una lunga stratificazione di memorie, citazioni, traduzioni ed errori. L’opera di Stiles suggerisce così che anche i modelli linguistici contemporanei rendono visibile un processo che appartiene da sempre alla storia della cultura: nessuna parola nasce isolata, ma da una rete di relazioni sedimentate nel tempo.

Il contesto espositivo contribuisce a rafforzare questo dialogo. Inserita all’interno della Grande Brera e in ideale continuità con la Biblioteca Nazionale Braidense, l’installazione trasforma il LED wall in una pagina luminosa del presente, dove libri, manoscritti, archivi e sistemi digitali convivono in un unico racconto sulla trasmissione del sapere. La memoria libraria e quella algoritmica non vengono contrapposte, ma poste in relazione come espressioni diverse di una medesima tensione culturale.

Il direttore della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense, Angelo Crespi, interpreta il progetto come un ulteriore tassello del programma espositivo sviluppato con il Museo nazionale dell’Arte digitale, capace di collocare la Grande Brera al centro del dibattito artistico contemporaneo. Anche Maria Paola Borgarino, direttrice del Museo nazionale dell’Arte digitale, evidenzia come l’utilizzo di Technelegy consenta all’artista di scomporre e ricostruire il testo originario attraverso una pluralità di versioni che danno forma a un inedito poema multimediale.

L’attività internazionale di Sasha Stiles conferma il rilievo della sua ricerca. Vincitrice del Prix Ars Electronica e del Lumen Prize, l’artista ha presentato i propri lavori in istituzioni come il Museum of Modern Art di New York, il Lincoln Center, Art Basel e Outernet London, collaborando inoltre con realtà quali Google Arts & Culture, Gucci e Bang & Olufsen. La sua ricerca, sviluppata in particolare dal 2018 attorno ai rapporti tra poesia e intelligenza artificiale, rappresenta oggi uno dei riferimenti più autorevoli per comprendere le trasformazioni della creatività nell’era generativa.

Con Lorem Ipsum Variorum Palazzo Citterio propone dunque molto più di un’installazione digitale. L’opera invita il pubblico a ripensare il linguaggio come organismo vivente, capace di attraversare epoche, tecnologie e culture trasformandosi continuamente. In un momento storico in cui l’intelligenza artificiale alimenta interrogativi sulla natura della scrittura e dell’autorialità, Sasha Stiles suggerisce una prospettiva diversa: la memoria culturale non si conserva immobilizzando il passato, ma continua a vivere proprio grazie alle sue infinite riscritture.


Responsabile ufficio comunicazione La Grande Brera
Marco Toscano | E. marco.toscano@cultura.gov.it
 
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Marta Pedroli | E. marta.pedroli@clp1968.it
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Articolo a cura della Redazione Experiences

L’estate del MA*GA: cinque mostre per attraversare l’arte tra spazio, memoria, AI e moda

Da Paolo Scheggi a Vincenzo Agnetti, dalle sperimentazioni digitali di Giovanni Ferrario alle pratiche partecipative del Premio Gallarate, fino al dialogo tra Brunetta e Missoni: il museo di Gallarate propone un itinerario che racconta oltre mezzo secolo di ricerca artistica e si completa con una rassegna dedicata ai grandi maestri del cinema.

L’estate del Museo MAGA si trasforma in un percorso attraverso alcuni dei temi centrali dell’arte contemporanea: la relazione tra opera e spazio, il valore della memoria, il rapporto con la tecnologia, la partecipazione del pubblico e l’incontro tra arti visive e moda. Un programma che rimane aperto fino all’11 ottobre 2026 e che invita a leggere il presente attraverso linguaggi differenti.*


Il Museo MA*GA di Gallarate affronta la stagione estiva con un progetto espositivo unitario, costruito attorno a cinque mostre che, pur diverse per epoca, linguaggi e protagonisti, condividono una medesima tensione: interrogare il modo in cui l’arte continua a ridefinire il rapporto tra esperienza, conoscenza e società. Dalla ricerca ambientale degli anni Sessanta fino alle più recenti sperimentazioni legate all’intelligenza artificiale, il percorso proposto dal museo lombardo mette in dialogo alcuni protagonisti del secondo Novecento con le pratiche artistiche contemporanee, estendendo lo sguardo anche alla moda e al cinema.

Il nucleo centrale della programmazione è rappresentato dalla grande mostra dedicata a Paolo Scheggi (1940-1971), figura tra le più originali della ricerca artistica italiana del dopoguerra. L’esposizione Qui e altrove. Gli ambienti di Paolo Scheggi 1964-1971, curata da Ilaria Bignotti ed Emma Zanella, concentra l’attenzione sulla fase in cui l’artista supera definitivamente la dimensione della superficie pittorica per trasformare lo spazio in esperienza fisica. Attraverso circa sessanta opere tra fotografie, documenti e maquette vengono ricostruiti alcuni ambienti storici oggi perduti, come Tomba della geometria e Piramide. Della Metafisica, consentendo di comprendere come Scheggi abbia interpretato l’arte come luogo da attraversare e non soltanto da osservare. La sua ricerca, sviluppata nel clima dello Spazialismo milanese e alimentata dalle celebri Intersuperfici, anticipa molte riflessioni che diventeranno centrali nell’arte ambientale e installativa degli anni successivi.

Accanto a Scheggi trova spazio un’altra figura decisiva dell’arte concettuale italiana, Vincenzo Agnetti (1926-1981), cui è dedicata la mostra Le strade terminano prima di cominciare. Curata da Alessandro Castiglioni, la rassegna indaga il ruolo della fotografia all’interno della sua ricerca, non come semplice documento ma come dispositivo capace di trasformare l’immagine in memoria, traccia e riflessione filosofica. Il percorso riunisce una trentina di opere nelle quali parola, fotografia e tecnologia dialogano costantemente: dall’installazione Il Trono, realizzata insieme allo stesso Scheggi, fino al celebre Libro dimenticato a memoria, passando per la Macchina Drogata, sorprendente calcolatrice linguistica che sostituisce i numeri con lettere per generare combinazioni casuali di parole. L’esposizione ricorda come Agnetti sia stato uno degli interpreti più raffinati dell’arte concettuale internazionale, protagonista di Documenta 5 a Kassel e presente nelle principali collezioni museali europee.

Il dialogo con il presente prosegue attraverso Giovanni Ferrario, artista e teorico che affronta il tema dell’immagine nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Stato di quiete presenta il progetto Atlante del verosimile (2025), composto da diciassette nature morte generate mediante sistemi di IA. L’apparente immobilità delle composizioni nasconde in realtà la continua instabilità dei processi algoritmici che le producono. Le immagini non rappresentano oggetti realmente esistiti, ma simulazioni plausibili costruite da reti neurali e modelli probabilistici, aprendo una riflessione sul concetto stesso di creatività e sul ruolo dell’autore nell’era digitale. In un momento storico in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo profondamente il rapporto tra produzione artistica e strumenti tecnologici, il progetto di Ferrario si colloca nel dibattito internazionale sulle pratiche post-fotografiche e sulla nuova estetica delle immagini sintetiche.

Un diverso modo di intendere l’opera emerge invece in Arte Viva. Processi performativi e partecipativi come pratica, esposizione collegata alla ventottesima edizione del Premio Gallarate e curata da Lorenzo Balbi, Eva Fabbris e Caterina Riva. I cinque artisti coinvolti – Allison Grimaldi Donahue, Francesco Fonassi, Francesca Grilli, Beatrice Marchi e Martina Rota – condividono una concezione dell’arte come esperienza collettiva piuttosto che come oggetto concluso. Installazioni sonore, interventi performativi, pratiche partecipative e dispositivi relazionali invitano il pubblico a diventare parte attiva dell’opera, affrontando temi che spaziano dalla memoria delle migrazioni ai traumi ambientali, fino ai processi di cura e di ricostruzione emotiva. Il progetto testimonia una delle tendenze più significative della ricerca contemporanea, orientata a valorizzare l’interazione sociale e il coinvolgimento diretto dello spettatore.

La stagione espositiva si completa con Il vizio del vestire. Le illustrazioni di Brunetta per Missoni, curata dall’Archivio Missoni. La mostra rende omaggio a Bruna Moretti Mateldi, conosciuta come Brunetta, illustratrice che ha contribuito in maniera determinante all’immaginario della moda italiana del Novecento. Attraverso bozzetti, tavole originali e materiali editoriali viene ricostruito il lungo sodalizio con Ottavio e Rosita Missoni, iniziato alla fine degli anni Cinquanta e culminato nel volume Il Vizio del Vestire del 1981. Il tratto essenziale e ironico di Brunetta seppe raccontare non soltanto gli abiti, ma anche l’evoluzione del costume femminile e della società italiana, traducendo in segni grafici la rivoluzione cromatica e materica introdotta dalla maison Missoni, protagonista del design tessile internazionale.

Ad accompagnare il programma espositivo torna anche Le Stanze del Cinema, rassegna curata da Alessandro Castiglioni che conclude il proprio percorso con due classici della cinematografia italiana del Novecento: Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni, in programma il 25 luglio, e La terrazza (1980) di Ettore Scola il 1° agosto. Due opere profondamente diverse ma accomunate dalla capacità di raccontare le trasformazioni culturali dell’Italia contemporanea: il primo, liberamente ispirato a un racconto di Julio Cortázar, è diventato uno dei film simbolo della modernità cinematografica europea; il secondo offre invece uno sguardo corale e disincantato sulla crisi della borghesia intellettuale italiana. Le proiezioni si svolgono nell’arena esterna dell’HIC MA*GA MAJNO, con ingresso libero, confermando la volontà del museo di estendere la propria proposta culturale oltre le arti visive.

Accanto alle mostre, il museo rinnova anche la collaborazione con Ricola, che nei primi venerdì di agosto, settembre e ottobre offre l’ingresso gratuito ai primi cinquanta visitatori a partire dalle ore 15, accompagnando l’iniziativa con degustazioni delle proprie tisane presso l’ArtCafé. Un’attenzione alla fruizione pubblica che si inserisce nella più ampia missione del MA*GA: essere non soltanto uno spazio espositivo, ma un luogo di incontro, ricerca e partecipazione culturale, capace di mettere in relazione patrimonio storico, sperimentazione artistica e comunità.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Settembre-arte: da Man Ray a Monet, passando per Klimt, Doisneau e i grandi festival della fotografia

Mostre di respiro internazionale, festival dedicati alla fotografia, appuntamenti con l’antiquariato e nuove aperture museali delineano un settembre che attraversa il Novecento e arriva al contemporaneo. Da Parma a Venezia, da Ferrara a Firenze, il calendario culturale italiano inaugura l’autunno con una straordinaria concentrazione di eventi.


Settembre segna tradizionalmente il ritorno della grande stagione espositiva, ma quest’anno il calendario italiano assume un respiro particolarmente ampio, trasformando il Paese in una rete di città accomunate dalla volontà di raccontare l’arte attraverso prospettive diverse. Pittura, fotografia, arti decorative, contemporaneo e antiquariato dialogano lungo un itinerario che unisce istituzioni storiche e festival internazionali, offrendo al pubblico un panorama capace di attraversare oltre un secolo di cultura visiva. L’avvio è affidato a due appuntamenti dedicati ai protagonisti della modernità artistica. Il 12 settembre la Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, presso Parma, inaugura Man Ray: tutto, annunciata come la più ampia retrospettiva mai realizzata in Italia sull’artista statunitense. Nato Emmanuel Radnitzky nel 1890, Man Ray fu tra le figure più influenti delle avanguardie del Novecento. Vicino al Dadaismo prima e al Surrealismo poi, trasformò fotografia, cinema sperimentale, pittura e oggetti d’arte in strumenti di continua ricerca. Celebri invenzioni come le rayografie, ottenute senza macchina fotografica direttamente sulla carta fotosensibile, rappresentano ancora oggi uno dei contributi più originali alla storia della fotografia contemporanea.

Pochi giorni più tardi, il 19 settembre, Palazzo dei Diamanti a Ferrara apre Da Monet a Van Gogh a Kandinsky, un percorso che attraversa alcune delle tappe decisive dell’arte moderna. Impressionismo, Postimpressionismo e Astrattismo non vengono semplicemente accostati come movimenti successivi, ma raccontati come fasi di una profonda trasformazione dello sguardo europeo. Claude Monet rivoluzionò il rapporto con la luce e il paesaggio; Vincent van Gogh portò la pittura verso una potente dimensione emotiva; Vasilij Kandinskij inaugurò una nuova concezione dell’immagine, emancipandola definitivamente dalla rappresentazione del reale. Il progetto espositivo si inserisce nella lunga tradizione di Palazzo dei Diamanti, sede tra le più prestigiose della programmazione artistica italiana.

La seconda parte del mese conduce a Venezia, dove patrimonio storico e ricerca contemporanea convivono in modo naturale. Il 24 settembre Ca’ Rezzonico presenta al pubblico la Donazione Rubelli, destinata ad arricchire le collezioni dedicate alle arti decorative e alla storia del tessuto veneziano. La famiglia Rubelli rappresenta infatti una delle eccellenze italiane nella produzione di tessuti d’arte, interprete di una tradizione manifatturiera che, dal XIX secolo, continua a dialogare con il restauro e l’architettura d’interni.

Il giorno successivo Ca’ Pesaro inaugura la mostra personale dedicata a Nicolas Lamas, artista peruviano la cui ricerca si concentra sulle relazioni tra natura, archeologia, tecnologia e memoria materiale. Parallelamente, il Muvec – Casa della Contemporaneità di Mestre propone un approfondimento sulla Secessione viennese attraverso Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka. Tre personalità differenti, accomunate dall’aver ridefinito il linguaggio figurativo della Vienna tra Otto e Novecento, trasformando il ritratto, il paesaggio e la rappresentazione del corpo umano in strumenti di indagine psicologica e simbolica.

Accanto alle arti visive, settembre conferma il ruolo centrale della fotografia. A Savignano sul Rubicone torna infatti SI FEST, giunto alla trentacinquesima edizione e articolato nei fine settimana dell’11-13, 19-20 e 26-27 settembre. Nato nel 1992, il festival è oggi uno dei principali punti di riferimento italiani per la fotografia d’autore, capace di mettere in dialogo autori storici, giovani fotografi, editori e studiosi in un confronto costante sulle evoluzioni del linguaggio fotografico.

Il 24 settembre Palazzo dei Musei di Modena dedica invece una grande mostra a Robert Doisneau, curata da Gabriel Bauret. Circa 130 fotografie in bianco e nero, provenienti dall’Atelier Robert Doisneau di Montrouge, restituiscono il percorso di uno dei maggiori interpreti della fotografia umanista francese. Le sue immagini hanno raccontato la quotidianità della Parigi del dopoguerra con uno sguardo insieme poetico e documentario, capace di trasformare gesti ordinari, bambini, lavoratori, innamorati e strade cittadine in icone della memoria collettiva. Il celebre Le Baiser de l’Hôtel de Ville, pur rimanendo la fotografia più nota, rappresenta soltanto una parte di una produzione molto più ampia, dedicata alla dignità della vita quotidiana.

Due giorni dopo, il 26 settembre, prende il via il Festival della Fotografia Etica di Lodi, manifestazione ormai riconosciuta a livello internazionale per l’attenzione al fotogiornalismo e ai grandi temi sociali contemporanei. Guerre, migrazioni, cambiamenti climatici, diritti civili e trasformazioni ambientali trovano spazio attraverso il linguaggio delle immagini, confermando come la fotografia possa ancora svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione della coscienza civile.

La stessa data segna anche l’apertura della trentaquattresima Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, ospitata nello storico Palazzo Corsini. Considerata la più antica mostra-mercato dedicata all’arte italiana, la manifestazione rappresenta uno degli appuntamenti più autorevoli per collezionisti, studiosi e galleristi provenienti da tutto il mondo. Accanto all’aspetto commerciale, la Biennale costituisce un importante osservatorio sul collezionismo internazionale e sulla valorizzazione del patrimonio storico-artistico.

L’ultimo fine settimana del mese propone infine un diverso rapporto con il paesaggio attraverso Verde Grazzano, il festival botanico ospitato nel Parco e Castello di Grazzano Visconti, in provincia di Piacenza. Qui la cultura incontra il giardinaggio, la biodiversità e il patrimonio storico, confermando come il tema della sostenibilità possa essere affrontato anche attraverso la valorizzazione del paesaggio storico e delle tradizioni botaniche italiane.

Il calendario di settembre restituisce così l’immagine di un sistema culturale diffuso, nel quale musei, fondazioni, festival e istituzioni costruiscono un racconto corale della creatività europea. Dalle avanguardie storiche alla fotografia umanista, dalle arti decorative al contemporaneo, fino all’antiquariato e alla cultura del paesaggio, ogni appuntamento contribuisce a delineare una stagione che invita non soltanto a visitare mostre, ma a leggere l’arte come uno strumento privilegiato per comprendere la complessità del presente.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Edward Hopper, il silenzio che continua a parlare


Palazzo Blu dedica una grande retrospettiva al maestro americano: oltre 150 opere e materiali d’archivio raccontano il pittore che trasformò la solitudine in un linguaggio universale

Ci sono artisti che dipingono il mondo e altri che ne colgono le pause. La grande mostra di Palazzo Blu accompagna il visitatore dentro l’universo di Edward Hopper, dove luce, spazio e attesa diventano protagonisti di un racconto che continua a interrogare il nostro tempo.


Andrea Valenti

A volte una stanza illuminata basta a raccontare un’intera esistenza. Una finestra aperta, un distributore di benzina ai margini della strada, un caffè notturno quasi deserto. Edward Hopper non ha mai cercato il clamore. Ha preferito ascoltare il silenzio delle cose, lasciando che fossero gli spazi a parlare prima ancora delle persone. È proprio questa voce discreta che Palazzo Blu di Pisa invita a riscoprire con una delle più importanti esposizioni della stagione artistica 2026-2027, dedicata al maestro della pittura americana del Novecento. Dal 14 ottobre 2026 al 7 marzo 2027, oltre 150 opere ricostruiscono il suo percorso creativo attraverso dipinti, acquerelli, incisioni, disegni e materiali d’archivio provenienti dal Whitney Museum of American Art di New York, offrendo una lettura ampia e rinnovata della sua produzione.

La mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Blu, il Whitney Museum of American Art e MondoMostre, con il contributo della Fondazione Pisa. A curarla sono Kim Conaty, Nancy and Steve Crown Family Chief Curator del museo newyorkese, e Barbara Haskell, due studiose che da anni approfondiscono la figura di Hopper e il suo ruolo nella cultura visiva del XX secolo. L’obiettivo non è semplicemente riunire una selezione di opere celebri, ma accompagnare il visitatore dentro il laboratorio dell’artista, seguendo il filo invisibile che lega luoghi, esperienze personali e ricerca pittorica.

Hopper appartiene a quella rara categoria di pittori che sembrano raccontare poco e invece raccontano tutto. Le sue tele sono abitate da persone immobili, spesso sole, sospese in un tempo che non coincide mai con l’orologio. Non accade quasi nulla, eppure ogni immagine suggerisce ciò che è appena successo o ciò che potrebbe accadere di lì a poco. È questa tensione silenziosa ad aver influenzato generazioni di fotografi, registi e scrittori. Alfred Hitchcock guardava alle sue architetture per costruire atmosfere inquietanti; Wim Wenders e David Lynch hanno più volte riconosciuto il debito verso quella pittura capace di trasformare la luce in narrazione; persino il cinema contemporaneo continua a dialogare con quelle inquadrature ferme, essenziali, quasi cinematografiche.

L’esposizione pisana ripercorre l’intera vicenda artistica del pittore attraverso una selezione che comprende oli, acquerelli, acqueforti e disegni, ai quali si aggiungono preziosi documenti provenienti dal Sanborn Hopper Archive, acquisito dal Whitney Museum circa dieci anni fa. Lettere, fotografie, taccuini, corrispondenze e altri materiali permettono di entrare nella dimensione più privata dell’artista, seguendo il lento processo che precedeva ogni dipinto. Si scopre così quanto la sua apparente semplicità fosse in realtà il risultato di un metodo rigoroso, costruito attraverso studi preparatori, osservazioni pazienti e continui ripensamenti.

Ad arricchire il percorso saranno inoltre opere di altri artisti americani contemporanei, chiamate a dialogare con quelle di Hopper. Non si tratta di semplici confronti stilistici, ma di un modo per restituire il clima culturale nel quale maturò una delle poetiche più riconoscibili dell’arte del Novecento. Il visitatore può così cogliere affinità e differenze, comprendendo meglio l’originalità di un autore che riuscì a costruire una cifra personale senza mai rincorrere le avanguardie più rumorose.

La mostra si sviluppa seguendo i luoghi che hanno modellato il suo immaginario. New York occupa naturalmente il centro della scena. Hopper vi abitò per quasi sessant’anni, osservandone le trasformazioni con uno sguardo tanto partecipe quanto distante. La città diventa nelle sue opere un organismo fatto di finestre illuminate, strade improvvisamente vuote, uffici, alberghi, teatri e appartamenti nei quali la modernità sembra consumarsi senza rumore. Non è una metropoli spettacolare. È piuttosto il luogo dove ogni individuo sembra cercare un proprio equilibrio tra presenza e isolamento.

Accanto a New York emerge Parigi, dove Hopper soggiornò in tre occasioni all’inizio del Novecento. La capitale francese rappresentò il confronto con la pittura europea e con una diversa concezione della luce. Pur frequentando gli ambienti artistici della città, Hopper rimase estraneo alle seduzioni delle avanguardie, preferendo sviluppare una ricerca personale che avrebbe trovato piena maturazione soltanto negli anni successivi. Da quella esperienza, tuttavia, derivò un’attenzione nuova per le atmosfere urbane e per il rapporto tra architettura e figura umana, destinata a diventare uno dei tratti distintivi della sua opera.

Il viaggio conduce poi nel New England, tra Gloucester, il Maine e Cape Cod. Qui il paesaggio cambia ritmo. Le città lasciano spazio alle case isolate, alle coste battute dal vento, ai fari, alle strade deserte immerse in una luce limpida che sembra scolpire ogni superficie. È in questi luoghi che Hopper approfondisce il rapporto con il paesaggio americano, osservando il dialogo tra natura e presenza umana con la stessa attenzione riservata agli ambienti cittadini. Anche quando il mare entra nei suoi dipinti, non interrompe il silenzio. Lo amplifica.

L’itinerario espositivo è organizzato in cinque sezioni. “Gli esordi” racconta gli anni della formazione e il lavoro come illustratore e incisore. “Parigi” approfondisce l’incontro con la cultura europea. “New York” raccoglie il cuore della sua produzione più celebre. “New England” esplora il paesaggio e la luce della costa atlantica. Infine “Jo ed Edward” restituisce il ruolo fondamentale della moglie Josephine Hopper, pittrice a sua volta, collaboratrice instancabile, archivista, modella e testimone privilegiata dell’intero percorso creativo del marito. Senza il suo lavoro di catalogazione, annotazione e conservazione, una parte importante della memoria di Hopper sarebbe probabilmente andata perduta.

È una presenza discreta, quella di Jo, ma decisiva. Come spesso accade nelle grandi storie dell’arte, la luce cade sul protagonista mentre qualcun altro, appena fuori dall’inquadratura, tiene insieme il racconto. Anche questa scelta curatoriale contribuisce a restituire una figura più complessa dell’artista, mostrando quanto la sua ricerca sia stata alimentata da relazioni, confronti e pazienti sedimentazioni.

Con questa esposizione Palazzo Blu conferma il proprio ruolo tra le principali sedi italiane dedicate alle grandi mostre internazionali. Negli ultimi anni il museo pisano ha costruito un programma capace di intrecciare qualità scientifica e ampia partecipazione del pubblico, rafforzando la collaborazione con importanti istituzioni museali straniere. L’arrivo di Hopper rappresenta un nuovo capitolo di questo percorso e offre alla città un’occasione rara: osservare da vicino un artista che continua a parlare al presente senza mai alzare la voce.

Fino al 30 settembre 2026 è inoltre prevista una promozione Early Bird sul biglietto Open, utilizzabile in qualsiasi data entro la conclusione della mostra. È un invito a programmare la visita con anticipo, ma soprattutto a concedersi il tempo necessario. Perché davanti a un dipinto di Edward Hopper la fretta è sempre fuori posto. Le sue opere non chiedono di essere guardate. Chiedono, con gentilezza, di essere abitate. E forse è proprio questa la ragione per cui, a distanza di tanti decenni, continuano a sembrarci così sorprendentemente vicine.


Articolo a cura della Redazione Experiences

Palazzo Farnese ritrova il suo volto

Concluso il grande restauro delle facciate e delle coperture: il capolavoro del Rinascimento torna a raccontare cinque secoli di storia tra Italia e Francia

Dopo quattro anni di lavori e un investimento di 8,5 milioni di euro, Palazzo Farnese riappare senza impalcature. Il restauro restituisce alla città uno dei massimi capolavori dell’architettura rinascimentale, confermando il valore di una collaborazione internazionale che guarda al futuro senza dimenticare la storia.


Paolo Ferranti

Palazzo Farnese è uno di quegli edifici che sembrano attraversare i secoli con l’indifferenza di chi sa di appartenere all’eternità. Tuttavia, anche i monumenti più celebri, come gli uomini, hanno bisogno di cure. Dopo quattro anni di cantiere, il grande palazzo romano torna finalmente a mostrarsi nella sua interezza: le impalcature sono scomparse, le facciate hanno ritrovato colori e profondità, i tetti sono stati consolidati e uno dei simboli del Rinascimento italiano può di nuovo dialogare con la città senza filtri. Non è soltanto la conclusione di un restauro. È il ritorno sulla scena di un protagonista assoluto della storia dell’arte europea. L’intervento, avviato nel 2021 e preparato da una lunga fase progettuale iniziata nel 2017, ha richiesto un investimento di circa 8,5 milioni di euro, finanziato dal Ministero francese dell’Europa e degli Affari Esteri e dal Ministero francese dell’Istruzione superiore e della Ricerca.

Una cifra importante, ma perfettamente giustificata dalla complessità di un edificio che dal 1874 ospita l’Ambasciata di Francia in Italia e, dall’anno successivo, anche l’École française de Rome, prestigioso istituto di ricerca che continua a svolgere un ruolo fondamentale nello studio dell’archeologia, della storia e della storia dell’arte del Mediterraneo.

Il restauro è stato realizzato grazie alla collaborazione tra l’Ambasciata di Francia, l’École française de Rome e la Soprintendenza speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma. Una cooperazione che va oltre gli aspetti tecnici e assume un valore culturale e diplomatico. Come ha ricordato l’ambasciatrice Anne-Marie Descôtes, prendersi cura di Palazzo Farnese significa custodire un patrimonio italiano di valore universale, ma anche rafforzare quel dialogo tra Italia e Francia che proprio attraverso la cultura trova una delle sue espressioni più solide.

I lavori si sono sviluppati in quattro fasi successive. Prima il recupero del tetto e della facciata lungo via dei Farnesi con il rifacimento degli infissi; quindi il restauro del lato di via del Mascherone; successivamente la manutenzione della facciata principale su piazza Farnese; infine gli interventi lungo il fronte verso il Tevere, con il recupero del muro del giardino e delle coperture. Dietro questa scansione apparentemente ordinaria si cela un lavoro di straordinaria precisione, dove ogni pietra raccontava una storia diversa e ogni superficie imponeva soluzioni calibrate caso per caso.

Particolare attenzione è stata dedicata alle murature storiche, consolidate senza alterarne la materia originale, alle coperture in tegole antiche, agli infissi lignei e alle opere di falegnameria. È stato restaurato anche il monumentale stemma del Gran Cardinale Alessandro Farnese, mentre il muro di cinta ha rivelato testimonianze rimaste per secoli quasi invisibili: antiche porte carraie, finestre murate e tracce dell’evoluzione architettonica del complesso. Non meno significativo è stato il recupero della finestra dipinta all’angolo della facciata su piazza Farnese, ricostruita seguendo il disegno originario e restituendo all’insieme quella raffinata armonia cromatica che il tempo aveva progressivamente attenuato.

Del resto Palazzo Farnese non è un edificio qualsiasi. La sua storia coincide con quella dell’architettura italiana del Cinquecento. La costruzione venne avviata nel 1513 per volontà del cardinale Alessandro Farnese, destinato a diventare papa Paolo III nel 1534. Nel corso di oltre settant’anni il progetto passò attraverso le mani dei maggiori protagonisti dell’epoca: Antonio da Sangallo il Giovane ne impostò l’impianto monumentale; Michelangelo intervenne ridisegnando il celebre cornicione e modificando la parte superiore della facciata; Jacopo Barozzi da Vignola contribuì agli sviluppi dell’edificio; Giacomo della Porta completò l’opera nel 1589. Difficile immaginare una squadra più autorevole. La soprintendente speciale Daniela Porro li ha definiti efficacemente un “poker di assi” dell’architettura italiana. Una definizione che, per una volta, non suona come una metafora giornalistica ma come una semplice constatazione.

Se l’esterno rappresenta uno dei modelli più compiuti del classicismo rinascimentale, gli interni custodiscono alcuni dei vertici assoluti della pittura europea. Il capolavoro è naturalmente la Galleria Farnese, affrescata tra il 1597 e il 1608 da Annibale Carracci con la collaborazione del fratello Agostino. La grande volta, ispirata alle Metamorfosi di Ovidio, costituisce uno dei massimi esempi di illusionismo pittorico: architettura, scultura e pittura sembrano fondersi in un unico spazio immaginario. Molti storici dell’arte considerano questo ciclo il punto di arrivo della pittura rinascimentale e, allo stesso tempo, il punto di partenza del linguaggio barocco che avrebbe dominato l’Europa nel Seicento.

Ma Palazzo Farnese è molto più della sua galleria. Il Salone d’Ercole conserva preziosi arazzi seicenteschi e monumentali sarcofagi decorati con scene mitologiche; il Camerino e la Sala dei Possedimenti testimoniano l’eleganza della decorazione cinquecentesca; il grande cortile, il vestibolo e il giardino raccontano la concezione umanistica dello spazio come luogo di rappresentanza e armonia. Persino i sotterranei custodiscono sorprendenti testimonianze dell’antica Roma, con mosaici a tessere bianche e nere raffiguranti mostri marini e i celebri Desultores, gli acrobati che eseguivano spettacolari esercizi a cavallo durante i giochi circensi.

Il cantiere, tuttavia, non rappresenta un punto d’arrivo. Al contrario, apre una nuova stagione di studi. Durante i lavori sono stati raccolti dati, rilievi, analisi dei materiali e documentazioni che offriranno agli studiosi nuovi strumenti per comprendere meglio le tecniche costruttive, le trasformazioni subite dall’edificio e le strategie di conservazione più efficaci. L’École française de Rome ha già annunciato che questa straordinaria mole di informazioni sarà al centro delle future attività di ricerca, proseguendo una tradizione scientifica che accompagna il palazzo da oltre centocinquant’anni.

È questa, forse, la lezione più interessante del restauro. Un monumento non si conserva per nostalgia, ma perché continua a produrre conoscenza. Le pietre parlano, purché qualcuno abbia la pazienza di ascoltarle. Palazzo Farnese torna così a essere non soltanto una delle più alte espressioni dell’architettura rinascimentale, ma anche un laboratorio permanente dove passato e futuro convivono senza disturbarsi. E in un’epoca che spesso confonde la velocità con il progresso, non è poco ricordare che la vera modernità sa ancora fermarsi davanti a un cornicione di Michelangelo, a un affresco dei Carracci o a una finestra ritrovata dopo secoli di silenzio.


Articolo a cura della Redazione Experiences