Ventunesimo Secolo – l’arte in scena tra natura e disincanto

Al Teatro di Documenti un esperimento collettivo che fonde arti visive e performative per interrogare il presente. Una mostra che si fa spettacolo e uno spettacolo che si dissolve nella pratica artistica condivisa. A Roma, un gruppo di artisti mette in discussione il nostro rapporto con la natura e con il sistema che abitiamo, coinvolgendo direttamente il pubblico in un processo vivo e in divenire.


di Marta Bellomi

C’è qualcosa di fragile e insieme ostinato nell’idea che l’arte possa ancora essere un luogo di incontro reale, non mediato, quasi necessario. “Ventunesimo Secolo”, presentato il 3 maggio 2026 al Teatro di Documenti di Roma, nasce proprio da questa urgenza: mettere in scena non un risultato, ma un processo, non un’opera compiuta, ma una tensione condivisa.
Il progetto, ideato da Progetto 8 e Le Officine Universali, si muove lungo un confine sottile – quello tra mostra e spettacolo – senza mai scegliere definitivamente da che parte stare. Ed è forse in questa indecisione fertile che trova il suo senso più autentico. Gli artisti non lavorano nei loro studi, ma si espongono, letteralmente, allo sguardo del pubblico, costruendo in tempo reale un’esperienza che mescola disegno, pittura, fotografia, videoarte, performance, musica e drammaturgia. Un gesto che richiama certe pratiche dell’arte relazionale teorizzata da Nicolas Bourriaud, dove l’opera non è più oggetto ma occasione di relazione.

Alla base c’è il monologo “Ventunesimo Secolo” di Massimo Napoli, una scrittura che affonda con ironia e disincanto nella contraddizione più evidente del nostro tempo: il desiderio di dominio sulla natura e la sua inevitabile resistenza. Napoli immagina provocatoriamente un ritorno alle foreste mentre, paradossalmente, continuiamo a distruggerle. È un cortocircuito che conosciamo bene, e che qui diventa materia viva, condivisa.

Daniele Contavalli parte proprio da questo testo per costruire un paesaggio di parole. Le sue opere – “Testo Secondo” e “Testo Terzo” – sembrano attraversare un processo quasi biologico: dal caos iniziale delle voci a una forma più definita, senza mai perdere del tutto quell’irregolarità originaria. La scena diventa così un luogo di coltivazione del linguaggio, un campo aperto dove le parole crescono, si scontrano, si trasformano.

Con Laura della Gatta il discorso si fa corpo e suono. La sua performance intreccia tessuti iridescenti, musica d’arpa e movimento, evocando un’onda anomala che nasce dalle profondità della natura. Non c’è nulla di decorativo: è piuttosto un’immersione sensoriale che restituisce la forza imprevedibile degli elementi. In un tempo che cerca continuamente di controllare tutto, questo abbandono al flusso appare quasi radicale.

Claudio Marani introduce invece un dialogo diretto, e sorprendente, con il mondo vegetale. La sua video-installazione “Dialoghi con Flora” utilizza sensori applicati alle foglie per tradurre in segnali percepibili ciò che normalmente resta invisibile. Non è solo un esperimento tecnologico: è un invito a riconoscere una forma di vita che scorre accanto a noi, silenziosa ma non per questo meno intensa. In un’epoca segnata dalla crisi climatica, questo tipo di attenzione assume un valore quasi etico.

Il lavoro di Enrico Pulsoni, “F.U.L. – Fare Un Libro”, sembra muoversi in un’altra direzione, più didattica, ma in realtà profondamente connessa al resto. L’idea che chiunque possa costruire un libro seguendo istruzioni precise diventa una metafora potente: il sapere come qualcosa di condivisibile, replicabile, non elitario. È un gesto che rimette al centro la responsabilità del fare, senza deleghe.

Claudia Quintieri osserva invece il rapporto tra città e natura con uno sguardo discreto. Nel video “Lì o là”, le rotaie del tram si moltiplicano come linee di un disegno urbano che sembra espandersi all’infinito, mentre piccoli segni di vita – un albero, un piccione – resistono, quasi per ostinazione. Le cartoline che distribuisce al pubblico, con domande sul retro, aprono uno spazio intimo di riflessione: dove siamo davvero, e dove stiamo andando?

Infine Giuseppe Scelfo, con la sua azione “Dammi il là”, porta in scena una pratica che unisce disegno, voce e musica. Il suo lavoro, da sempre attento alla luce e alla trasparenza, sembra cercare una forma di umanità frammentata ma ancora leggibile, come se ogni segno fosse un tentativo di ricomporre qualcosa che si è disperso.

“Ventunesimo Secolo” non offre risposte, e forse non è questo il suo compito. Piuttosto, costruisce un ambiente in cui le domande possono emergere senza essere immediatamente risolte. In questo senso, il pubblico non è spettatore passivo, ma parte integrante di un equilibrio instabile, chiamato a partecipare, a reagire, a lasciarsi attraversare.

C’è, in fondo, una qualità profondamente contemporanea in tutto questo: la consapevolezza che il nostro tempo non può essere raccontato in modo lineare, che le forme devono mescolarsi, contaminarsi, perdere i propri confini. E che forse, proprio in questa perdita, si nasconde una possibilità nuova.

All’uscita, resta una sensazione difficile da definire. Non tanto di aver visto qualcosa, quanto di aver preso parte a un momento. E in un’epoca che consuma immagini con velocità quasi distratta, questa esperienza lenta, imperfetta, condivisa, ha il valore raro delle cose che resistono.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it> 
Articolo redazionale

La città si specchia negli anni Venti e ritrova il gusto di un’eleganza d’epoca

Una mostra a Palazzo Medici Riccardi racconta il volto meno prevedibile di Firenze negli anni Venti: quello che dialoga con il Déco, tra arti applicate, moda e trasformazioni sociali. Un viaggio in un’epoca che cercava leggerezza mentre tutto cambiava.


di Salvatore Greco

C’è un momento, nella storia di ogni città, in cui smette di guardarsi allo specchio del passato e prova a rifarsi il trucco. Firenze, che con il passato ha sempre avuto un rapporto quasi ossessivo, negli anni Venti fece qualcosa del genere. Senza troppo clamore, senza strappi evidenti – perché certe rivoluzioni, da queste parti, si fanno in punta di piedi – ma con una determinazione silenziosa che oggi torna a farsi vedere nella mostra “Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti”, allestita a Palazzo Medici Riccardi.
Il Déco, si sa, è uno stile che non ama le mezze misure. Nato ufficialmente con l’Exposition internationale des arts décoratifs di Parigi nel 1925, si diffonde rapidamente come un profumo persistente: geometrie eleganti, linee pulite, materiali preziosi, un’idea di modernità che non rinuncia al lusso. Eppure Firenze, città di pietra e di memoria, non sembrava il terreno più fertile per una simile estetica. O forse sì, se si accetta l’idea che anche le città più “classiche” abbiano bisogno, ogni tanto, di cambiare ritmo.

La mostra ricostruisce proprio questo passaggio, evitando la trappola della nostalgia e puntando piuttosto su una narrazione concreta, fatta di oggetti, opere, testimonianze. Più di duecento pezzi – tra dipinti, sculture, arredi, ceramiche, abiti – raccontano un mondo in cui arte e vita quotidiana cominciavano a parlarsi con una certa naturalezza. Non è solo una questione di stile: è una questione di mentalità.

Negli anni Venti, Firenze non è più soltanto la culla del Rinascimento. È una città che prova a stare al passo con il presente, attraversata da fermenti culturali e sociali che la avvicinano alle grandi capitali europee. Il Déco diventa allora una lingua franca, un modo per dire “siamo anche noi dentro questo tempo”. Senza rinnegare il passato, certo – quello resta lì, ingombrante e rassicurante – ma provando a ritagliarsi uno spazio nuovo.

Tra i protagonisti di questa stagione emergono figure che oggi meriterebbero forse una rilettura più attenta. Artisti e artigiani che lavorano sul confine tra arte maggiore e arti applicate, un confine che il Déco contribuisce a rendere sempre più poroso. Le manifatture ceramiche, per esempio, conoscono una stagione particolarmente felice: le forme si fanno essenziali, le decorazioni stilizzate, i colori decisi. Non è più solo decorazione, è un modo di pensare l’oggetto.

E poi c’è la moda, che negli anni Venti diventa un laboratorio privilegiato di sperimentazione. Gli abiti esposti raccontano una trasformazione radicale del corpo e del ruolo femminile: linee più semplici, tessuti leggeri, una libertà di movimento che è anche una dichiarazione d’intenti. La donna Déco non è più soltanto una figura ornamentale: è parte attiva di una società che cambia, anche se non sempre se ne accorge.

Il percorso espositivo ha il merito di non isolare questi fenomeni, ma di inserirli in un contesto più ampio. Gli anni Venti, dopotutto, non sono soltanto un decennio di eleganza e feste. Sono anche gli anni del primo dopoguerra, di un’Italia che cerca di rimettere insieme i pezzi e che, nel farlo, si affida spesso all’estetica come forma di consolazione. Il Déco, con la sua apparente leggerezza, nasconde una tensione sottile: quella tra il desiderio di dimenticare e la necessità di reinventarsi.

Firenze, in questo senso, è un caso interessante. Non diventa mai una capitale del Déco come Parigi o Milano, ma sviluppa una sua declinazione, più misurata, più discreta. Una specie di Déco “alla fiorentina”, verrebbe da dire, dove la modernità si mescola con una certa prudenza. Non è un limite, ma una caratteristica. E forse è proprio questa misura a rendere oggi la mostra particolarmente convincente.

Passeggiando tra le sale di Palazzo Medici Riccardi, si ha la sensazione di assistere a una conversazione tra epoche diverse. I soffitti affrescati, le pareti cariche di storia, fanno da contrappunto agli oggetti esposti, creando un dialogo che non sempre è pacifico, ma che proprio per questo risulta interessante. È come se il passato e il presente si osservassero con un certo sospetto, cercando però un punto d’incontro.

Alla fine, quello che resta non è solo l’immagine di un decennio, ma una domanda implicita: quanto siamo davvero disposti a cambiare? Gli anni Venti, con il loro entusiasmo e le loro contraddizioni, sembrano suggerire che ogni trasformazione è sempre parziale, mai definitiva. Firenze lo sapeva già allora. E, a giudicare da questa mostra, continua a saperlo ancora oggi.


Articolo redazionale

Dal caos della metropoli alla cultura del “contract”: il pragmatismo radicale di OMA

Non è mai stato un teorico da salotto né un costruttore disciplinato. Rem Koolhaas attraversa l’architettura come un campo di battaglia, dove le idee contano quanto i cantieri. E oggi rilancia da Milano una parola chiave: “contract”.


di Carlo Venturi

Rem Koolhaas non ha mai cercato di piacere. Troppo irregolare per essere accademico, troppo lucido per farsi sedurre dalle mode. Da mezzo secolo osserva la città, la seziona, la rimonta. E nel farlo, spesso, infastidisce. È il prezzo di chi non si limita a costruire edifici, ma pretende di capire il mondo che li produce.
Nato a Rotterdam nel 1944, Koolhaas arriva all’architettura passando per il giornalismo e il cinema. Non è un dettaglio: prima impara a raccontare, poi a progettare. Questo spiega perché i suoi edifici sembrano sempre contenere una narrazione, anche quando appaiono ostili. Alla Architectural Association di Londra affina il metodo, ma è con la fondazione di OMA – Office for Metropolitan Architecture – nel 1975 che comincia a fare sul serio.

Il suo primo manifesto, “Delirious New York”, è già un programma: prendere la realtà, anche la più caotica, e trasformarla in teoria. Manhattan diventa un laboratorio dove l’eccesso non è una deviazione, ma una regola. Koolhaas non cerca ordine: cerca senso nel disordine.

Negli anni Novanta, con “S,M,L,XL”, porta questa attitudine all’estremo. Un libro che è insieme archivio, saggio e provocazione. Qui nasce l’idea della “Generic City” – la città senza identità, replicabile ovunque, figlia della globalizzazione. Un’intuizione che oggi, tra aeroporti identici e skyline intercambiabili, suona meno provocatoria di quanto sembrasse allora.

Nel frattempo costruisce. E costruisce molto. La Biblioteca Centrale di Seattle – un sistema di volumi sovrapposti e trasparenti – tenta di reinventare un’istituzione in declino. La Casa da Música di Porto rompe la grammatica del teatro tradizionale. Il quartier generale della CCTV a Pechino sfida la tipologia del grattacielo con un anello strutturale che è insieme simbolo e azzardo ingegneristico.

Ma Koolhaas non si è mai fermato all’oggetto architettonico. Il suo vero campo d’azione è più ampio: riguarda i processi, le economie, le relazioni tra discipline. È qui che si inserisce una delle sue riflessioni più recenti, emersa con chiarezza al Salone del Mobile di Milano, dove insieme al socio David Gianotten ha delineato la visione di OMA per l’edizione del 2027.

La parola chiave è “contract”. Termine scivoloso, difficilmente traducibile, che tiene insieme ideazione e produzione, progettazione e gestione. Non un semplice appalto, ma un sistema. Koolhaas lo definisce senza giri di parole: un gruppo di competenze diverse – architetti, designer, scienziati, artigiani, sviluppatori, imprenditori – che lavorano insieme su un progetto. Tradotto: meno autori solitari, più intelligenza collettiva.

Non è una teoria astratta. È pragmatismo. Koolhaas lo dice chiaramente: il contract è capacità di fare sistema. E Milano, con la sua rete produttiva e culturale, è il luogo ideale perché questo modello attecchisca. Non è un caso che proprio il Salone del Mobile diventi il laboratorio di questa idea: una fiera che da anni ha smesso di essere solo esposizione per trasformarsi in piattaforma di scambio.

Qui Koolhaas torna a fare quello che gli riesce meglio: leggere una trasformazione prima che diventi evidente. L’architettura, suggerisce, non può più essere un gesto isolato. Deve farsi infrastruttura di relazioni. Un cambio di prospettiva che mette in crisi il mito dell’architetto-star, ma che risponde a una realtà sempre più complessa.

Naturalmente, non tutto è lineare. Il lavoro di Koolhaas è stato spesso criticato per la sua ambiguità: troppo vicino ai grandi poteri economici, troppo disposto a operare dentro le logiche del mercato globale. Accuse non del tutto infondate. Ma è proprio questa posizione scomoda – interna e al tempo stesso critica – a renderlo ancora rilevante.

Negli ultimi anni ha spostato l’attenzione anche fuori dalle metropoli, indagando il mondo rurale con la mostra “Countryside, The Future”. Un altro terreno poco battuto dall’architettura spettacolare. Segno che, ancora una volta, preferisce le domande alle risposte.

Koolhaas non offre soluzioni rassicuranti. Non promette ordine. Piuttosto, insiste nel mostrare le contraddizioni. Oggi, con il “contract”, prova a indicare una via operativa dentro quel caos che lui stesso ha contribuito a descrivere. Non è detto che funzioni. Ma è un tentativo serio. E, di questi tempi, non è poco.


Articolo redazionale

RAW FOR PEACE Roma, la cultura scende in strada e incita alla pace

Una giornata, cento eventi, mille protagonisti. Il 24 aprile 2026 la Capitale diventa un laboratorio diffuso dove arte e pensiero cercano di rimettere insieme ciò che il mondo divide.


di Davide Rinaldi

C’è una cosa che gli italiani sanno fare bene: organizzare eventi. Anche troppi, a volte. Ma ogni tanto ne arriva uno che ha un’ambizione più grande: quella delle iniziative che provano a incidere, non solo a esistere. RAW for Peace – in programma a Roma il 24 aprile 2026 – appartiene a questa categoria più unica che rara.
Il progetto nasce dentro Rome Art Week, piattaforma ormai consolidata che mette in rete oltre mille tra artisti, curatori e spazi espositivi. Una comunità ampia, viva, anche un po’ caotica – come tutte le cose interessanti. E proprio questa rete è il motore dell’iniziativa: non un festival calato dall’alto, ma una mobilitazione diffusa, quasi una chiamata alle arti in senso letterale.

Il risultato è una costellazione di oltre cento eventi disseminati nella città. Non un unico centro, ma tanti punti – gallerie, studi, spazi indipendenti, luoghi ibridi – che per un giorno si trasformano in presìdi culturali. Una geografia alternativa di Roma, che non passa per i monumenti ma per le idee.

Ora, la parola “pace” rischia sempre di suonare sospetta. Troppo grande, troppo usata, spesso troppo vuota. RAW for Peace prova a evitarne la retorica spostando il discorso: la pace non come slogan, ma come pratica quotidiana. Non come soluzione finale, ma come esercizio continuo. In altre parole, qualcosa che si fa – non qualcosa che si dichiara.

E qui entra in gioco la cultura. Che, diciamolo, negli ultimi anni è stata trattata un po’ come il prezzemolo: buona per tutto, indispensabile per niente. Il progetto ribalta la prospettiva: la cultura non è un accessorio, ma uno strumento. Serve a creare relazioni, a immaginare alternative, a tenere aperto il dialogo quando tutto spinge verso la chiusura.

Non è un’idea nuova. Già nel secondo dopoguerra, mentre l’Europa cercava di ricostruirsi non solo fisicamente ma anche mentalmente, artisti e intellettuali furono chiamati a ridefinire l’immaginario collettivo. Oggi il contesto è diverso, ma le fratture – guerre, polarizzazioni, conflitti sociali – non sono meno profonde. La differenza è che adesso siamo più veloci a reagire e più lenti a capire.

RAW for Peace prova a rallentare quel tempo. Lo fa con una pluralità di linguaggi che è insieme una scelta estetica e politica: arti visive, certo, ma anche letteratura, poesia, musica, teatro, performance, incontri pubblici. Nessuna gerarchia, nessun format imposto. L’unica condizione è la coerenza: mettere al centro una riflessione autentica sul tema.

È una specie di orchestra senza direttore. O meglio, con molti direttori e molti spartiti. Ogni partecipante porta il proprio linguaggio, la propria sensibilità, il proprio pubblico. Il risultato non sarà uniforme – e per fortuna. Perché la pace, se esiste, non è mai monocorde.

C’è poi un aspetto interessante, che riguarda il ruolo pubblico degli operatori culturali. Artisti e curatori non vengono più considerati solo produttori di opere, ma attori del discorso civile. Non sempre lo vogliono, non sempre ci riescono, ma qui vengono invitati a provarci. A generare domande più che risposte, relazioni più che oggetti.

Il progetto si regge su alcuni principi semplici, quasi disarmanti. Primo: la pace è anche un fatto culturale, non solo diplomatico. Secondo: la pluralità dei linguaggi è una risorsa, non un problema. Terzo: il territorio conta – anzi, è parte dell’opera. Quarto: partecipare significa assumersi una responsabilità pubblica. Quinto: la cultura può ancora incidere sul presente, anche se non risolve tutto.

Letti così, sembrano buoni propositi. Messaggi da agenda di inizio anno. Ma messi in pratica, anche solo per un giorno, possono produrre qualcosa di meno prevedibile: una città che si ascolta, invece di parlarsi addosso.

Roma, da questo punto di vista, è un laboratorio perfetto. Abituata al passato, spesso distratta dal presente, ogni tanto sorprende per la sua capacità di reinventarsi. RAW for Peace si inserisce in questa tradizione intermittente: quella delle occasioni in cui la città smette di essere un museo e torna a essere un luogo vivo.

Non cambierà il mondo, naturalmente. Non fermerà le guerre, né scioglierà le polarizzazioni. Ma potrebbe fare qualcosa di più realistico – e forse più utile: creare le condizioni perché le persone si incontrino, si ascoltino, si riconoscano. Che, di questi tempi, non è poco. Anzi, è già un inizio.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo redazionale

In Egitto il riflesso di un mondo che cercava l’eternità

Una scoperta archeologica riporta alla luce un frammento poco noto dell’Egitto romano. Tra le sabbie emerge una tomba con mummie dotate di lingue d’oro e un papiro enigmatico. Un racconto che parla di morte, ma soprattutto di ciò che gli uomini hanno sempre sperato di trovare oltre di essa.


di Lorenzo Bianchi

C’è un momento, nel lavoro degli archeologi, in cui la polvere smette di essere solo polvere. Diventa memoria. È accaduto ancora una volta in Egitto, dove una missione ha portato alla luce una tomba di epoca romana che sembra custodire non solo corpi, ma un’intera visione del mondo. Dentro, mummie con piccole lingue d’oro adagiate nella bocca e un papiro raro, fragile come un pensiero antico.
La scoperta si inserisce in quel lungo dialogo tra la civiltà egizia e il dominio romano, un periodo – tra il I secolo a.C. e il IV d.C. – in cui le tradizioni locali non scomparvero, ma si trasformarono. Roma governava, ma l’Egitto continuava a parlare con i suoi dèi. E forse proprio per questo, nelle sepolture, si incontrano segni di entrambe le culture: il rigore amministrativo romano e il mistero millenario del culto dei morti egizio.

Le lingue d’oro trovate nelle mummie non sono un semplice ornamento. Secondo gli studiosi, avevano una funzione precisa: permettere al defunto di parlare nell’aldilà, di rivolgersi agli dèi, di affrontare il giudizio di Osiride. L’oro – metallo incorruttibile – era scelto per la sua capacità simbolica di resistere al tempo, di attraversarlo senza consumarsi. In questo gesto c’è qualcosa di profondamente umano: il timore del silenzio eterno, il desiderio di continuare a dire “io”.

Non è la prima volta che simili pratiche emergono negli scavi egiziani, ma ogni ritrovamento aggiunge una sfumatura. Qui, nella tomba appena scoperta, il contesto suggerisce una comunità che viveva pienamente immersa nella cultura egizia, pur sotto il controllo romano. Le mummie, preparate con cura, indicano una certa disponibilità economica. Non siamo di fronte a tombe faraoniche, ma nemmeno a sepolture modeste: piuttosto, a una classe intermedia, forse funzionari o notabili locali.

Accanto ai corpi, il papiro. È questo l’oggetto che, più di ogni altro, costringe a fermarsi. Non tanto per la sua rarità – benché sia notevole trovare un documento conservato in condizioni tali da poter essere studiato – quanto per ciò che rappresenta. I papiri erano strumenti quotidiani: contratti, lettere, testi religiosi, contabilità. Ma alcuni, come quello rinvenuto, sembrano oscillare tra il pratico e il sacro. Potrebbe contenere formule rituali, o indicazioni legate al viaggio nell’aldilà. Gli studiosi stanno ancora lavorando alla sua decifrazione, e in questo tempo sospeso si avverte tutta la distanza tra noi e chi lo ha scritto.

L’Egitto romano è spesso raccontato come una provincia dell’impero, una terra amministrata per il grano e le sue risorse. Ma scoperte come questa restituiscono una realtà più complessa. Alessandria, capitale culturale del Mediterraneo, era un crocevia di lingue e religioni. Il greco conviveva con il demotico, il latino con i culti antichi. In questo mosaico, anche la morte diventava un luogo di incontro.

Osservando queste mummie con le loro lingue d’oro, si potrebbe essere tentati di leggerle come curiosità esotiche. Ma sarebbe un errore. In fondo, anche oggi cerchiamo modi per lasciare tracce, per farci ascoltare oltre il tempo. Cambiano i mezzi – un archivio digitale, una fotografia, un libro – ma non l’intenzione. L’uomo continua a temere l’oblio.

Gli archeologi lavorano lentamente, strato dopo strato, come se ogni granello di sabbia fosse una parola da decifrare. E in questo lavoro c’è qualcosa che assomiglia alla scrittura: entrambe cercano di dare forma a ciò che altrimenti svanirebbe. La tomba scoperta in Egitto non è solo un sito da catalogare, ma una storia da ascoltare.

Forse è questo che rende l’archeologia così vicina alla nostra esperienza: ci ricorda che non siamo i primi a porci certe domande. Che altri, prima di noi, hanno guardato il cielo e si sono chiesti cosa ci fosse oltre. E che, in qualche modo, hanno cercato di prepararsi. La lingua d’oro, allora, non è solo un oggetto rituale. È una risposta. Fragile, imperfetta, ma profondamente umana. Un piccolo tentativo di attraversare il silenzio.


Articolo redazionale

Il segno del viaggio: un’idea di lusso nata sulle strade del mondo

Una vendita all’asta riporta alla luce oggetti storici firmati Louis Vuitton, tra bauli, accessori e creazioni d’epoca. Non solo moda, ma testimonianze di un’epoca in cui viaggiare significava attraversare il tempo e lo spazio con eleganza e misura.


di Giulio Rinaldi

Ci sono oggetti che non si limitano a essere posseduti. Attraversano le epoche, cambiano proprietari, ma restano fedeli a una funzione più profonda: raccontare una storia. È il caso dei pezzi Louis Vuitton messi all’asta a Parigi per celebrare i 130 anni del celebre monogramma. Non una semplice vendita, ma una ricognizione dentro un’idea di lusso che nasce nell’Ottocento e arriva, quasi intatta, fino a oggi.
Il monogramma LV, con i suoi fiori stilizzati e le iniziali intrecciate, compare nel 1896 per volontà di Georges Vuitton, figlio del fondatore Louis. Era una risposta concreta a un problema molto moderno: la contraffazione. Ma diventò presto altro. Un segno riconoscibile, capace di trasformare un oggetto funzionale in un simbolo. Ancora oggi è uno dei marchi più identificabili al mondo.

All’asta parigina sono passati oggetti che raccontano questo passaggio. Bauli da viaggio, valigie, cappelliere, ma anche pezzi più rari, realizzati su misura per clienti particolari. Alcuni risalgono alla fine del XIX secolo, quando il viaggio non era turismo ma necessità, esplorazione, talvolta avventura. I bauli Vuitton, con la loro struttura piatta e resistente, nascono proprio per rispondere a queste esigenze. Diversi da quelli bombati dell’epoca, si potevano impilare nei vagoni ferroviari e nelle stive delle navi. Una soluzione semplice, ma decisiva.

La casa fondata nel 1854 a Parigi ha costruito la sua reputazione su questa attenzione pratica. Louis Vuitton era un artigiano, prima ancora che un imprenditore. Aveva imparato il mestiere come apprendista, lavorando per l’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III. Non cercava l’effetto, ma la durata. I suoi bauli dovevano resistere ai viaggi lunghi, ai cambi di clima, agli urti. Il lusso, allora, era prima di tutto affidabilità.

Nel corso del tempo, quell’affidabilità è diventata stile. Il monogramma, introdotto a fine secolo, ha dato una forma visiva a questa identità. E oggi, guardando gli oggetti passati in asta, si coglie una continuità che non è solo estetica. Ogni pezzo conserva i segni dell’uso: graffi, patine, piccole imperfezioni. Non difetti, ma tracce di vita.

Tra gli esemplari più interessanti figurano bauli personalizzati, realizzati per accompagnare viaggiatori in destinazioni lontane. Alcuni erano progettati per contenere guardaroba completi, altri per strumenti specifici. In un’epoca senza plastica e senza standardizzazione, ogni oggetto aveva una funzione precisa. E ogni funzione richiedeva un progetto.

Il mercato delle aste ha accolto questi pezzi con attenzione. Non solo collezionisti, ma anche istituzioni e appassionati hanno partecipato alla vendita. I risultati confermano un interesse crescente per il design storico e per gli oggetti che uniscono estetica e utilità. In questo senso, Louis Vuitton occupa una posizione particolare. Non è soltanto un marchio di moda, ma un capitolo della storia del viaggio.

Oggi il marchio fa parte del gruppo LVMH, uno dei principali conglomerati del lusso a livello globale. La sua produzione si è ampliata, includendo abbigliamento, accessori, profumi. Ma il cuore resta quello originario: il bagaglio. Non come oggetto, ma come idea. Portare con sé qualcosa che resista, che accompagni, che duri.

Guardando questi bauli all’asta, si ha l’impressione di osservare una geografia in movimento. Ogni graffio può essere un porto, ogni etichetta un passaggio. Non è nostalgia, ma memoria concreta. In un tempo in cui il viaggio è diventato rapido e spesso anonimo, questi oggetti ricordano un ritmo diverso. Più lento, forse più consapevole.

Il successo dell’asta non è solo economico. È culturale. Dimostra che esiste ancora un interesse per le storie che gli oggetti portano con sé. E che il lusso, quando è autentico, non coincide con l’ostentazione, ma con la capacità di durare nel tempo.

Louis Vuitton, in fondo, ha costruito la sua fortuna su una promessa semplice: accompagnare il viaggio. A distanza di oltre un secolo, quella promessa continua a trovare ascolto. Non perché il mondo sia rimasto uguale, ma perché certi bisogni – muoversi, partire, portare con sé ciò che conta – non cambiano mai davvero.


Articolo redazionale

Merletti d’autore: il filo invisibile che lega arte e memoria a Burano

Alla Biennale del Merletto 2026 il Museo di Burano racconta una stagione dimenticata, quando il merletto smise di essere ornamento per diventare visione. Tra disegni, cartoni e capolavori rari, riaffiora una storia sospesa tra mani e idee.


di Andrea Valenti

C’è un momento, tra le stanze silenziose del Museo del Merletto di Burano, in cui il tempo sembra fermarsi. Non è un effetto scenografico, né una suggestione cercata: accade davvero, quando lo sguardo si posa su quei fili sottili, intrecciati con una pazienza che oggi appare quasi irreale. La Biennale del Merletto 2026, con la mostra Merletti d’Autore, apre proprio da qui, da questa sospensione. Un luogo e un racconto che non si limitano a esporre oggetti, ma interrogano una memoria.

Dal 21 aprile 2026 all’8 gennaio 2027, Burano torna a essere il centro di una riflessione più ampia sull’arte del merletto, quella che negli anni Venti e Trenta del Novecento tentò una metamorfosi: da mestiere a linguaggio. Il progetto, curato da Chiara Squarcina e Giorgio Levi, si inserisce nella quinta edizione della Biennale, che affiancherà alla mostra incontri, appuntamenti e un convegno internazionale dedicato a questa pratica antica e inquietamente moderna.

Quando il merletto diventa arte

La storia che la mostra racconta ha un punto di origine preciso, quasi una soglia simbolica: il 1927. È allora che, in Italia, prende forma un’idea nuova e ambiziosa — che il merletto possa essere riconosciuto come arte decorativa autonoma, al pari del vetro o della ceramica. Non più semplice ornamento domestico, ma progetto, visione, dialogo tra artista e artigiano.

Il percorso espositivo segue questa traiettoria con discrezione, senza forzature. Disegni preparatori, cartoni esecutivi e pubblicazioni d’epoca restituiscono il clima di quegli anni, quando figure come Giulio Rosso, Fausto Melotti, Vittorio Zecchin, Giovanni Gariboldi e Tomaso Buzzi sperimentavano un lessico nuovo, sospeso tra rigore e fantasia. Non si tratta solo di nomi: sono tracce di un momento in cui il merletto cercava un’identità diversa, più consapevole.

La mostra suggerisce, più che dimostrare, come quella stagione sia stata breve e intensa, quasi un lampo. Le opere esposte — spesso pezzi unici o realizzati per grandi esposizioni — portano con sé una fragilità che è anche il segno del loro valore: esperimenti, tentativi, promesse.

Le mani e il progetto

All’ingresso, il visitatore incontra due presenze silenziose: le tecniche del merletto ad ago e a tombolo. Non sono spiegazioni didascaliche, ma inviti a comprendere. Perché dietro ogni opera non c’è soltanto un disegno, ma un gesto ripetuto, un sapere che si tramanda.

È qui che la mostra trova il suo equilibrio più sottile. Da un lato l’idea, il progetto, l’intervento dell’artista; dall’altro la pratica, la lentezza, la comunità. Venezia, Cantù, Bologna: i centri produttivi evocati nel percorso non sono semplici coordinate geografiche, ma nodi di una rete fatta di competenze e di memoria.

Il merletto, sembra suggerire l’esposizione, non è mai davvero individuale. Anche quando porta la firma di un autore, resta il risultato di un lavoro collettivo, di mani anonime che traducono l’idea in materia. Una tensione che non si risolve, ma che forse costituisce la sua forza.

Un’eredità fragile

Non è un caso che la mostra sia dedicata a Doretta Davanzo Poli, tra le più autorevoli studiose del merletto italiano. La sua presenza, evocata all’inizio del percorso, agisce come una guida discreta. Non una celebrazione, ma un riconoscimento: senza il lavoro di chi ha studiato, catalogato, raccontato, molte di queste opere sarebbero rimaste invisibili.

E invisibile è, in fondo, anche il patrimonio che il Museo del Merletto custodisce. Non solo oggetti, ma un sapere immateriale fatto di tecniche, linguaggi, relazioni. La Fondazione Musei Civici di Venezia insiste su questo punto: il museo non è un luogo di conservazione passiva, ma un presidio attivo, un punto di contatto tra passato e presente.

C’è, in queste parole, una responsabilità che supera l’ambito culturale. Difendere il merletto significa difendere una forma di conoscenza che rischia di scomparire, schiacciata dalla velocità contemporanea.

Il respiro internazionale

Tra le sezioni più suggestive della mostra, quella dedicata all’esposizione internazionale di arti decorative italiane del 1931 allo Stedelijk Museum. Un episodio che potrebbe sembrare marginale, ma che invece segna un passaggio decisivo: per la prima volta, il merletto italiano si presenta all’estero accanto a ceramiche e vetri di Murano, conquistando pubblico e critica.

In vetrina, il catalogo originale e un’opera emblematica: La festa del Redentore di Tomaso Buzzi per Melville & Ziffer. Un titolo che già contiene un racconto, e che qui si traduce in una trama di fili che sembrano trattenere la luce. Non c’è enfasi, nella presentazione di questi materiali. Piuttosto una misura, una distanza che permette allo spettatore di avvicinarsi senza essere guidato troppo. È una scelta curatoriale precisa: lasciare che siano le opere a parlare, con la loro voce fragile.

Continuità e ritorni

Il percorso si chiude con uno sguardo al secondo dopoguerra, quando il merletto d’autore tenta un nuovo slancio. Ancora una volta, attraverso collaborazioni tra artisti e manifatture. Non è più lo stesso entusiasmo degli anni Trenta, ma una forma di resistenza, quasi.

Accanto ai lavori moderni, i merletti antichi dialogano in silenzio. Non c’è contrapposizione, ma una continuità sottile. Le innovazioni tecniche e stilistiche emergono proprio da questo confronto, da questa sovrapposizione di tempi. E forse è qui che la mostra trova il suo punto più alto: nel suggerire che il merletto non appartiene a un’epoca, ma a una durata. Una linea che attraversa il tempo, fatta di ritorni, di variazioni minime, di differenze impercettibili.

Un racconto che resta aperto

Uscendo dal museo, Burano appare diversa. Le case colorate, le calli strette, il silenzio dell’acqua: tutto sembra partecipare a questa narrazione. Il merletto non è più soltanto un oggetto esposto, ma una presenza diffusa, un segno che attraversa l’isola. La Biennale del Merletto 2026 non offre risposte definitive. Non cerca di chiudere il discorso. Piuttosto, lo riapre. Invita a guardare con più attenzione, a riconoscere il valore di ciò che è fragile, lento, apparentemente marginale.

In un tempo che privilegia la velocità e la produzione seriale, il merletto d’autore appare quasi fuori luogo. Eppure, proprio per questo, necessario. Come un filo sottile che resiste, che tiene insieme passato e futuro senza farsi vedere troppo. E forse è questa la sua verità più profonda: non essere mai del tutto visibile. Non spiegarsi fino in fondo. Restare, come certe storie, sospeso tra ciò che si vede e ciò che si intuisce.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo redazionale

21Art: fondata da Alessandro Benetton su un progetto di Davide Vanin

Una piattaforma nata da un’intuizione di Davide Vanin e sviluppata da Alessandro Benetton si misura oggi con la realtà. Il programma primavera 2026 racconta come il digitale possa tradursi in esperienza culturale concreta.


di Lorenzo Bianchi

C’è un momento, quando si osserva un’opera d’arte, in cui il tempo sembra rallentare. Non accade sempre, e non accade per tutti, ma quando succede si ha la sensazione che quell’immagine – o quella materia – non appartenga più solo a chi l’ha creata. Diventa qualcosa di condiviso, un passaggio. Forse è da questa idea, semplice e difficile insieme, che nasce 21Art.
La società fondata da Alessandro Benetton su un progetto di Davide Vanin si inserisce in un tempo che ha smesso di considerare l’arte come un territorio chiuso. Non più solo collezioni private o musei silenziosi, ma piattaforme, comunità, nuovi modi di accesso. Eppure, la domanda resta: cosa significa davvero avvicinare l’arte senza svuotarla?

Un’idea semplice, una sfida complessa

21Art nasce con un obiettivo che, a dirlo, sembra lineare: rendere il collezionismo più accessibile attraverso strumenti digitali. La possibilità di frazionare la proprietà di un’opera apre scenari nuovi, dove più persone possono partecipare a ciò che prima era riservato a pochi. Ma dietro questa apertura si nasconde una tensione sottile.

Il mercato dell’arte non è un mercato qualsiasi: è fatto di relazioni, di fiducia, di narrazioni costruite nel tempo. Trasportarlo nel digitale non significa solo cambiare supporto, ma ridefinire il modo in cui attribuiamo valore. In questo senso, 21Art si muove su un crinale delicato. Non si limita a proporre una soluzione tecnologica, ma prova a costruire un racconto. Perché possedere una quota di un’opera non basta: bisogna comprenderla, sentirla propria, entrarci in dialogo.

Alessandro Benetton: impresa e visione culturale

Nel percorso di Alessandro Benetton si riconosce una costante: l’attenzione a ciò che cambia. Non solo nei mercati, ma nei comportamenti, nei desideri, nelle forme della partecipazione. Con 21Art, questa attenzione si sposta sul terreno della cultura. Non è un’operazione puramente finanziaria, né una semplice diversificazione. Piuttosto, sembra il tentativo di abitare uno spazio intermedio, dove investimento e significato si intrecciano.

Il pubblico a cui si rivolge il progetto non è quello dell’arte specialistica, né quello del consumo rapido. È un pubblico curioso, consapevole, disposto a interrogarsi. E forse è proprio qui che si gioca la partita: nel costruire una relazione nuova tra opera e osservatore.

Davide Vanin e l’intuizione originaria

Se Benetton rappresenta la struttura, Davide Vanin resta il punto di partenza. La sua intuizione nasce dall’osservazione di un mondo che cambia forma: le barriere si abbassano, ma non sempre questo produce comprensione.

L’idea di rendere il collezionismo più inclusivo non è nuova, ma raramente è stata affrontata senza semplificazioni. Vanin prova a evitare questa trappola, mantenendo una certa profondità nel modo in cui le opere vengono selezionate e raccontate. Perché ogni opera, prima di essere un asset, è una storia. E senza quella storia, resta solo un oggetto.

Dalla visione alla pratica: il programma primavera 2026

Se fino a qui 21Art poteva apparire come un’idea, è nel programma della primavera 2026 che il progetto prende forma concreta. Le iniziative annunciate delineano un percorso che va oltre la piattaforma digitale, entrando nel territorio dell’esperienza diretta. Mostre, collaborazioni con artisti contemporanei, momenti di incontro: il calendario restituisce l’immagine di una realtà che cerca di costruire comunità attorno all’arte, non solo portafogli condivisi. Non si tratta soltanto di offrire opere in cui investire, ma di creare contesti in cui queste opere possano essere comprese, vissute, discusse.

In questo passaggio si coglie qualcosa di importante. La tecnologia resta uno strumento, ma non è il fine. Il vero obiettivo sembra essere quello di riportare l’arte dentro una dimensione relazionale, dove il valore non è solo economico, ma anche culturale. Guardando a queste iniziative, si ha l’impressione che 21Art stia cercando un equilibrio raro: usare il digitale per avvicinare, senza sostituire l’esperienza fisica; ampliare il pubblico, senza semplificare il contenuto.

Tecnologia e cultura: un dialogo necessario

Il dialogo tra tecnologia e arte è spesso raccontato come inevitabile, ma raramente è davvero risolto. La velocità del digitale mal si concilia con la lentezza della contemplazione. Eppure, ignorare questo incontro non è più possibile. 21Art si inserisce in questo spazio di frizione, provando a trasformarlo in un terreno fertile. Non sempre sarà facile. Molti progetti simili hanno mostrato quanto sia fragile questo equilibrio.

Ma forse il punto non è evitare il rischio, quanto accettarlo come parte del processo. Ogni tentativo di innovare nel campo dell’arte porta con sé una domanda di fondo: cosa siamo disposti a cambiare, e cosa vogliamo preservare?

Un nuovo modo di collezionare

Collezionare, oggi, non è più solo accumulare. È scegliere, interpretare, costruire un percorso. In questo senso, la proposta di 21Art introduce una forma di partecipazione che riflette il nostro tempo: condivisa, distribuita, meno esclusiva.

Resta però una questione aperta. Questa democratizzazione porterà a una maggiore consapevolezza o rischierà di ridurre l’arte a prodotto? La risposta non è scontata. Dipenderà da come questi strumenti verranno usati, e da quanto sapranno mantenere viva la complessità dell’arte.

Tra mercato e responsabilità

Ogni innovazione, soprattutto quando tocca la cultura, porta con sé una responsabilità. Rendere accessibile il collezionismo significa anche educare lo sguardo, fornire strumenti per comprendere. In questo senso, 21Art può diventare qualcosa di più di una piattaforma: un luogo di mediazione tra mondi diversi. Ma perché questo accada, sarà necessario evitare scorciatoie, mantenere una certa lentezza anche dentro la velocità del digitale.

Uno sguardo oltre

Forse, alla fine, la domanda più interessante non è se 21Art funzionerà, ma cosa racconta di noi. Di un tempo in cui vogliamo partecipare a tutto, ma rischiamo di perdere il senso delle cose. Se riuscirà a mantenere viva quella distanza necessaria tra noi e l’opera — quella che ci permette di interrogarla, invece di possederla soltanto — allora il progetto avrà trovato la sua strada. E in quel caso, l’arte tornerà a essere ciò che è sempre stata: non un bene da dividere, ma un’esperienza da attraversare.


Articolo redazionale

Il sospetto che non vogliono confessare

Mentre crisi globali e trasformazioni tecnologiche ridefiniscono il lavoro, molti leader continuano a opporsi al remoto. Non è solo una questione organizzativa – è una battaglia per il controllo. E il prezzo lo pagano produttività, innovazione e fiducia.


di Clara Montesi

C’è una domanda che nessuno nei vertici aziendali ama davvero affrontare: perché, dopo tutto quello che abbiamo imparato, insistono ancora a volerci seduti davanti a una scrivania? Non è nostalgia. Non è efficienza. È qualcosa di più scomodo: il timore di perdere il controllo.
Durante la pandemia il lavoro da remoto non è stato una scelta, è stato un esperimento globale forzato. Eppure ha funzionato. In molti settori la produttività non è crollata – anzi, in certi casi è aumentata. I dipendenti hanno guadagnato autonomia, flessibilità, tempo. Le aziende hanno risparmiato su spazi e costi operativi. Sembrava l’inizio di una rivoluzione. E invece no. Appena possibile, il richiamo è arrivato: tornate in ufficio. Perché?

La verità è che il potere ama la presenza
Il lavoro in presenza è rassicurante per chi comanda. Permette di vedere, controllare, intervenire. È un teatro in cui il potere si manifesta fisicamente – negli uffici angolari, nelle riunioni infinite, nei corridoi dove si decide ciò che non verrà mai verbalizzato.

Il remoto rompe questo schema. Sposta il baricentro. Costringe i leader a fidarsi – e la fiducia, si sa, è merce rara nelle gerarchie rigide. Non si tratta solo di gestione del lavoro, ma di identità: cosa significa essere un capo se non puoi più “vedere” chi lavora? Molti manager non hanno strumenti per valutare le performance senza ricorrere alla presenza. E allora scelgono la strada più semplice: riportare tutti sotto lo stesso tetto. È una resa, non una strategia.

Produttività o paranoia?
I dati, quelli veri, raccontano una storia diversa. Studi accademici e analisi di istituti indipendenti mostrano che il lavoro da remoto, se ben organizzato, non riduce la produttività. Può migliorarla. Riduce l’assenteismo, aumenta la soddisfazione, favorisce la concentrazione.

Eppure la narrativa dominante insiste sul contrario. Si parla di calo di creatività, di perdita di cultura aziendale, di isolamento. Alcuni di questi problemi esistono – ma sono gestibili. Non sono una condanna. La verità è che molti leader confondono la difficoltà di adattamento con l’inefficacia del modello. È più facile dire “non funziona” che ammettere “non sappiamo farlo funzionare”.

Il mito dell’ufficio come fucina di idee
C’è poi l’argomento più romantico – e più fragile: l’ufficio come luogo insostituibile di innovazione. Le idee nascono davanti alla macchinetta del caffè, nei corridoi, negli incontri casuali. È una narrazione seducente, ma parziale.

L’innovazione non è un accidente. È il risultato di processi, di cultura, di investimenti. Può nascere ovunque, se le condizioni lo permettono. Il remoto richiede nuove forme di collaborazione – strumenti digitali, metodologie agili, comunicazione chiara. Non è meno creativo. È diverso. Chi rimpiange il “caso” spesso dimentica quanto tempo si perdeva in riunioni inutili, interruzioni continue, presenza obbligata. Il remoto elimina il superfluo. E questo, per alcuni, è un problema.

Generazioni a confronto
I lavoratori più giovani hanno capito qualcosa che molti leader ignorano: il lavoro non è un luogo, è un’attività. Non vogliono sacrificare ore di vita in spostamenti inutili. Non vogliono essere valutati per la presenza, ma per i risultati.

E sono pronti a cambiare azienda per ottenerlo. Il mercato del lavoro si sta muovendo in questa direzione, lentamente ma inesorabilmente. Le imprese che insistono su modelli rigidi rischiano di perdere talenti. E allora la domanda diventa ancora più urgente: vale davvero la pena difendere un sistema che allontana le persone migliori?

Crisi su crisi, e sempre la stessa risposta
Viviamo in un’epoca di crisi multiple – sanitarie, climatiche, economiche. Il lavoro da remoto potrebbe essere una risposta concreta: meno spostamenti, meno emissioni, maggiore resilienza. Eppure viene trattato come un’eccezione, non come una possibilità strutturale. È un paradosso. Abbiamo gli strumenti, abbiamo le prove, abbiamo l’esperienza. Ci manca la volontà.

La posta in gioco è più alta di quanto sembri
Non si tratta solo di dove lavoriamo. Si tratta di come concepiamo il lavoro, il potere, la fiducia. Il remoto mette in discussione modelli consolidati – e per questo fa paura. Ma ogni trasformazione reale passa da una crisi di identità. I leader che sapranno affrontarla avranno un vantaggio competitivo enorme. Gli altri resteranno aggrappati a un passato che non tornerà. La domanda, alla fine, è semplice e brutale: vogliamo aziende più efficienti o leader più tranquilli? Perché spesso le due cose non coincidono.


Articolo redazionale

Il cibo come confine e incontro: nasce “Sobremesa”, progetto europeo di identità e appartenenza


Un nuovo progetto europeo mette il cibo al centro di una riflessione politica e culturale. “Sobremesa” esplora le relazioni tra identità, migrazione e appartenenza, trasformando la tavola in uno spazio di dialogo e conflitto. Un laboratorio diffuso che parte dal Sud Europa per interrogare il presente del continente.


di Elena Serra

C’è un momento, dopo il pasto, in cui la tavola smette di essere solo un luogo funzionale e diventa altro – spazio di parola, di memoria, di relazione. In spagnolo si chiama “sobremesa”, e non è solo un’abitudine culturale ma una postura nei confronti del mondo. Da questa intuizione prende forma Sobremesa: Vagaries of the Palate, progetto di cooperazione culturale transnazionale co-finanziato dal programma Creative Europe, che sceglie il cibo come lente per leggere le tensioni e le trasformazioni dell’Europa contemporanea.
L’operazione è più radicale di quanto sembri. Perché sottrae il cibo alla retorica rassicurante del patrimonio e lo restituisce alla sua natura politica. Non più solo tradizione da conservare, ma campo di negoziazione, dispositivo di memoria, pratica di appartenenza. La tavola – ci suggerisce Sobremesa – è un’arena in cui si incontrano e si scontrano storie di colonialismo, migrazioni, ospitalità ed esclusione. E anche di cura, che non è mai neutra, ma sempre situata.

Il progetto coinvolge una rete articolata di professionisti, curatori e organizzazioni culturali provenienti da Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, con una particolare attenzione ai Paesi Baschi. Tra i partner figurano realtà attive nella produzione culturale e nella ricerca sociale come Fix in Art ed Echoes Residency in Grecia, Reversocollettivo in Italia, Food Hack Lab in Spagna, Lisbon Art Weekend e Hangar in Portogallo. Una geografia che non è casuale, ma riflette un’Europa meridionale storicamente attraversata da scambi, rotte migratorie e stratificazioni culturali.

È da qui che Sobremesa decide di partire: da territori che non possono raccontarsi senza fare i conti con il movimento, con l’attraversamento, con l’alterità. In questo senso, il cibo diventa un linguaggio comune, ma non pacificato. Un codice che include e insieme esclude, che definisce identità ma le mette anche in discussione.

Uno degli assi portanti del progetto è la costruzione dell’“Atlante del Gusto”, un dispositivo editoriale e territoriale che in Italia avrà come primo campo di indagine la Sardegna. La scelta non è neutra. L’isola, con la sua complessa relazione tra isolamento e apertura, tra radicamento e trasformazione, rappresenta un laboratorio ideale per interrogare le pratiche alimentari contemporanee. Non si tratta di catalogare ricette o prodotti, ma di tracciare una geografia culturale che tenga insieme tradizione e cambiamento, memoria e innovazione.

Come ha sottolineato Claudio Morelli, fondatore di Reversocollettivo, il progetto si configura come “una casa aperta ad accogliere nuove visioni e nuove narrazioni”, capace di restituire le storie dei territori attraverso il cibo e la nutrizione. Una dichiarazione che va letta anche come presa di posizione: raccontare il cibo significa scegliere quali storie rendere visibili e quali lasciare ai margini.

Il primo incontro ufficiale del partenariato si è svolto a Salonicco nell’aprile 2026, segnando l’avvio operativo di un percorso che durerà tre anni. Cinque giorni di lavoro condiviso in cui metodologie, obiettivi e linee di ricerca sono stati messi in comune, avviando un dialogo interdisciplinare destinato a essere il cuore del progetto.

Parallelamente, è stata lanciata la piattaforma digitale del progetto, concepita come un archivio in divenire e uno spazio aperto di scambio. Qui confluiranno saggi, interviste, ricette e strumenti di ricerca, rendendo accessibile un patrimonio di conoscenze che non vuole restare confinato negli ambienti accademici o artistici. L’obiettivo è chiaro: costruire una risorsa utile per artisti, ricercatori, operatori culturali ed educatori, ma anche per chiunque voglia interrogarsi sul significato politico del cibo oggi.

Nei prossimi mesi è prevista anche la realizzazione di un documentario che attraverserà i territori coinvolti, offrendo uno sguardo situato e transnazionale sulle tematiche al centro del progetto. Un racconto visivo che, se coerente con le premesse, dovrà evitare l’estetizzazione folkloristica per restituire invece la complessità delle relazioni che il cibo attiva.

Sobremesa si definisce come un laboratorio di ricerca trans-europeo, ma ambisce a essere anche qualcosa di più: una piattaforma culturale capace di incidere sulle politiche pubbliche. Non è un passaggio secondario. Significa riconoscere che le pratiche culturali – e tra queste quelle legate al cibo – non sono solo espressioni simboliche, ma strumenti concreti di costruzione sociale.

A partire dal 2027, il progetto prevede un’estensione verso l’Europa orientale e settentrionale, ampliando il raggio d’azione e mettendo alla prova la propria capacità di dialogare con contesti ancora diversi. Una sfida che sarà tanto più significativa quanto più riuscirà a mantenere lo sguardo critico che ne ha segnato l’avvio.

In un tempo in cui il cibo è spesso ridotto a spettacolo o a consumo rapido, Sobremesa prova a restituirgli spessore. Non per nostalgia, ma per responsabilità. Perché ciò che mangiamo – e con chi lo condividiamo – continua a dire molto di ciò che siamo. E soprattutto di ciò che scegliamo di diventare.


Da Daccapo Comunicazione <info@daccapocomunicazione.it>
Articolo redazionale