Il documentario riaccende il dibattito su memoria, istituzioni e libertà culturale


Un documentario atteso, una decisione contestata e una polemica che travalica il cinema. Il caso del film dedicato a Giulio Regeni diventa terreno di scontro tra politica culturale e responsabilità civile. Il mancato finanziamento pubblico al documentario riaccende il dibattito su memoria, istituzioni e libertà culturale.


di Chiara Vassallo

Il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti, nasce con l’ambizione di ricostruire la verità giudiziaria e umana attorno al caso del ricercatore italiano ucciso al Cairo nel 2016. Un lavoro costruito su testimonianze, materiali d’archivio e anni di indagini segnati da depistaggi e omissioni. Ma ancora prima della sua diffusione pubblica, il film è diventato oggetto di un acceso confronto politico.

La Commissione Cinema del Ministero della Cultura ha infatti deciso di non assegnare alcun finanziamento al progetto. Una scelta che, pur formalmente autonoma, ha generato un’immediata reazione nel mondo culturale e istituzionale, trasformando un’opera cinematografica in un caso emblematico del rapporto tra politica e produzione artistica.

La vicenda ha assunto un valore simbolico anche per il contesto in cui si inserisce: a dieci anni dalla morte di Regeni, il documentario si propone come strumento di memoria e consapevolezza civile. Non a caso, la sua presentazione è avvenuta all’Università Statale di Milano nell’ambito dell’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni”, coinvolgendo decine di atenei e migliaia di partecipanti. Un segnale chiaro della dimensione pubblica e collettiva che il progetto intende assumere.

Le parole della famiglia Regeni, intervenuta durante la presentazione, restituiscono il clima di amarezza che accompagna la decisione ministeriale. Più che una sorpresa, il mancato sostegno viene percepito come l’ennesimo episodio di una lunga serie di ostacoli incontrati nel percorso verso la verità. Un sentimento condiviso anche da una parte del mondo intellettuale, che legge nella scelta un segnale politico più che tecnico.

Locandina del film

Il dibattito si è così rapidamente ampliato, coinvolgendo autori, associazioni di categoria e forze politiche. Al centro della discussione non c’è soltanto il destino di un singolo film, ma il funzionamento stesso dei meccanismi di finanziamento pubblico e il grado di autonomia delle commissioni incaricate di valutare i progetti. In molti hanno sollevato interrogativi sulla trasparenza dei criteri adottati e sull’eventuale influenza di orientamenti ideologici.

In questo senso, il caso Regeni si inserisce in una riflessione più ampia sul ruolo della cultura nella costruzione della memoria collettiva. Un documentario che affronta una vicenda ancora aperta e controversa diventa inevitabilmente un dispositivo critico, capace di interrogare le istituzioni e di mettere in discussione narrazioni consolidate.

Al di là delle polemiche, resta il dato essenziale: Giulio Regeni – Tutto il male del mondo si configura come un’opera necessaria, destinata a mantenere viva l’attenzione su una delle vicende più dolorose e irrisolte della storia recente italiana. E proprio questa sua funzione civile, più che il suo valore artistico, sembra essere al centro di una controversia destinata a proseguire.


Redazione

La Sicilia può stare sul meridiano d’Europa?

Nel suo intervento, il prof. Cosimo Inferrera riflette sul progressivo ridimensionamento del ruolo strategico del Mezzogiorno nelle politiche infrastrutturali europee. A partire dal Corridoio Berlino-Palermo, oggi di fatto interrotto, l’autore evidenzia le criticità che mantengono la Sicilia in una condizione di isolamento logistico. Tra alta velocità incompiuta e il dibattito sul Ponte sullo Stretto, emerge l’assenza di una visione coerente. Inferrera richiama quindi l’urgenza di una strategia macroregionale mediterranea, capace di trasformare il Sud in piattaforma centrale dei traffici globali.


La Sicilia può stare sul meridiano d’Europa?

di Cosimo Inferrera
Patologo umano Medico ippocratico
Emerito Classe Medico Biologica
Accademia Peloritana de’ Pericolanti

Ho scritto su Moleskine (*) di febbraio 2026, “Cecità o scelte obbligate verso il Canale di Sicilia?” e nel marzo successivo “Verso una strategia macroregionale per il Mediterraneo, quella terza via!”. 

Con la politica delle Reti TEN-T “Linee guida per lo sviluppo delle Reti Transeuropee” (Decisione UE n° 884/2004), l’Unione Europea riconosceva il carattere strategico dell’Italia nell’area euro-mediterranea. I Progetti Prioritari PP6 Lione-Torino-Budapest, PP24 Genoa-Rotterdam, PP21 Autostrade del mare, ma soprattutto il progetto prioritario PP1 Berlino-Palermo valorizzavano la vocazione mediterranea del nostro Paese!

La Comunicazione della Commissione sulle Prospettive di Bilancio “A budget for Europe 2020”, presentato al Consiglio ed al Parlamento Europeo il 29 giugno 2011 ha segnato un radicale cambiamento di approccio. In tale Comunicazione è individuato un modello di pianificazione e finanziamento basato su due livelli:

  • il primo, d’interesse europeo (core network), sul quale si concentrano le risorse di bilancio comunitario;
  • il secondo nazionale (comprehensive network), la cui realizzazione e finanziamento sarebbe spettata soprattutto agli Stati membri.

L’UE decide di dare priorità al Corridoio Europeo, deviandolo da Napoli verso Bari, già realizzato. Oggi Bari è una città europea, e Palermo? A Palermo si arriva via mare, lasciando completamente isolate Calabria, Lucania e Sicilia. Francesco Attaguile, già sindaco di Catania, membro della Commissione per la difesa degli interessi meridionali riconosce il valore della scelta verso la Puglia, però contestualmente lancia un vivo appello a non dimenticare Palermo, destinazione finale del Corridoio PP-1!

Mai appello fu totalmente eluso. Si organizza un incontro dalla Fondazione Merita, in collaborazione con Ferrovie dello Stato Italiane, che riunisce ministri, sindaci, tecnici e studiosi per fare il punto sull’operazione della principale infrastruttura ferroviaria del Mezzogiorno (Notiziario di Dimensione Trasporti, marzo 2026). L’evento si è inserito nel quadro del nuovo «EU High Speed Rail Action Plan3», che prevede investimenti continentali pari a 350 miliardi entro il 2040 e 550 miliardi entro il 2050. La Salerno–Reggio Calabria si ribadisce come un segmento essenziale del Corridoio Scandinavo‑Mediterraneo (ScanMed), il più lungo e complesso dei Corridoi TEN‑T per l’importanza della priorità denominato appunto PP1.

L’Unione Europea punta a realizzare la rete AV core ed extended core entro il 2040; a raddoppiare il traffico AV entro il 2030 e a triplicarlo entro il 2050. Il presidente della Fondazione Merita, Claudio De Vincenti ha aperto i lavori ricordando che l’opera rappresenta una svolta epocale per il Mezzogiorno. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi ha sottolineato che l’alta velocità non è solo un progetto ingegneristico, ma una leva sociale ed economica capace di cambiare il destino dei territori.  Le relazioni tecniche del professor Mario Rosario Mazzola e del Commissario Straordinario Lucio Menta hanno ricostruito nel dettaglio l’avanzamento dell’opera e le sue criticità progettuali.

Di fatto, il Corridoio Europeo Berlino-Palermo, tuttora fermo a Salerno si rivela un inganno per il Sud. Secondo il viceministro Edoardo Rixi, senza un collegamento efficiente lungo la costa tirrenica e senza il Ponte sullo Stretto, la rete meridionale non sarebbe in grado di sostenere adeguati carichi di traffico per giustificare gli investimenti.

Inoltre, abbiamo di fronte il secondo ostacolo decisivo – dopo quasi un secolo di rimpalli favorevoli o contrari – il Ponte sullo Stretto di Messina, alla luce della recente sentenza della Corte dei Conti. Per fine aprile, si annuncia un convegno presso il Senato della Repubblica dedicato alla presentazione del libro di Mario Primo Cavaleri “Il Ponte che verrà”. Dovrebbe emergere l’esperienza fondamentale dei cinesi sulla luce fra le torri, non superiore a 1400 m – conditio sine qua non per il transito di treni AC – e quindi la necessità di bandire un concorso internazionale per il Ponte sullo Stretto di Messina. Nonostante tutto, il Dott. Ciucci annuncia per il prossimo settembre l’inizio dei lavori della grande opera, il Ponte sullo Stretto a campata unica di 3300 m, mai vista al mondo, oggetto di acerbe critiche dei principali strutturisti italiani (Calzona, Misiti, Risitano …).

Noi diciamo amaramentenon solo il Ponte, anche ”il Corridoio Europeo Berlino-Palermo che verrà!” Da PP1, cioè progetto prioritario primo, a futuro anteriore, un tempo composto <sarà fatto!>, utilizzato per esprimere un’azione che avverrà nel futuro prima di un’altra.

Rebus sic stantibus, dubitiamo che la Sicilia possa stare sul Meridiano d’Europa, isolata da nord, dal mondo che cresce e si sviluppa, e da sud senza un porto (ad esempio Augusta) idoneo ad accogliere i mega container, che transitano numerosi nel Canale di Sicilia. La situazione non si schioda, nonostante i figli di Sicilia siano sugli scanni più alti della Repubblica.

Non solo il Corridoio Europeo, deviato e amputato, neanche pare giusto lasciare marcire quel “Progetto di Sistema per il Sud in Italia, per l’Italia in Europa”, concepito da figure accademiche e istituzionali – come Adriano Giannola Svimez, Aurelio Misiti Cnim e Pierpaolo Maggiora Arge – per trasformare il Mezzogiorno da area depressa a piattaforma logistica e produttiva centrale nel Mediterraneo. Quello stesso documento letto, apprezzato, fatto proprio con visibile entusiasmo dal Signor Presidente della Repubblica!

L’idea centrale è che il Sud non sia un problema, ma la via privilegiata di accesso all’Europa nel contesto del nuovo meridiano asiatico-americano. Punti chiave del Progetto sono il Southern Range e l’Esagono, che mirano a creare una Nuova Portualità di Sistema del Sud d’Italia, strutturando un “Esagono” logistico che unisce le sei Zone Economiche Speciali (ZES) principali: Napoli, Bari, Taranto, Gioia Tauro, Catania/Augusta, Palermo. Per un ruolo strategico, l’obiettivo è intercettare i traffici commerciali, che provengono dall’Asia via Suez, dalla Russia via Dardanelli/Bosforo e dalle Americhe via Gibilterra, e attrezzare il Sud come gateway per l’Europa per cui il Ponte sullo Stretto deve avere una luce di 1400 m fra le torri, non di più.

Con l’approccio di sistema, il progetto si propone di superare la frammentazione regionale e di agire come una Macroregione Mediterranea Integrata. Dal 2024, il sistema delle ZES è stato unificato per coprire l’intero Mezzogiorno con oltre 6 mld di euro di investimenti autorizzati e un forte impatto occupazionale stimato.

In conclusione, il progetto è visto come chiave per rendere strutturale la crescita del Sud, trasformando il Meridione in un “laboratorio” economico competitivo nel contesto euro-mediterraneo. L’UE rimane ancoraggio valido per limitare i danni alle Regioni meridionali, accumulate in oltre un secolo e mezzo di Stato unitario. Il campanilismo va bene per la sacrosanta identità del passato, il futuro vuole ben altro! Non vanno più di moda i predicozzi sull’altruismo! Si metta al bando la parcellizzazione delle risorse con la pletora dei Centri di Costo (ad esempio nell’Università) e/o dei Centri di Spesa (ad esempio nella Sanità pubblica) ripetitivi, adiacenti, inefficienti ed inefficaci rispetto a paradigmi desueti.

Dunque, è il momento della verità per la Macroregione del Mediterraneo e il Progetto di Sistema: si vuole lanciare una strategia macroregionale di tipo europeo nel Mediterraneo o è perduta anche questa?

(*) Moleskine cultura in rotocalcoRivista dell’Associazione Culturale Moleskine di Messina


Da Cosimo Inferrera