
Alla Biennale del Merletto 2026 il Museo di Burano racconta una stagione dimenticata, quando il merletto smise di essere ornamento per diventare visione. Tra disegni, cartoni e capolavori rari, riaffiora una storia sospesa tra mani e idee.
di Andrea Valenti
C’è un momento, tra le stanze silenziose del Museo del Merletto di Burano, in cui il tempo sembra fermarsi. Non è un effetto scenografico, né una suggestione cercata: accade davvero, quando lo sguardo si posa su quei fili sottili, intrecciati con una pazienza che oggi appare quasi irreale. La Biennale del Merletto 2026, con la mostra Merletti d’Autore, apre proprio da qui, da questa sospensione. Un luogo e un racconto che non si limitano a esporre oggetti, ma interrogano una memoria.
Dal 21 aprile 2026 all’8 gennaio 2027, Burano torna a essere il centro di una riflessione più ampia sull’arte del merletto, quella che negli anni Venti e Trenta del Novecento tentò una metamorfosi: da mestiere a linguaggio. Il progetto, curato da Chiara Squarcina e Giorgio Levi, si inserisce nella quinta edizione della Biennale, che affiancherà alla mostra incontri, appuntamenti e un convegno internazionale dedicato a questa pratica antica e inquietamente moderna.

Quando il merletto diventa arte
La storia che la mostra racconta ha un punto di origine preciso, quasi una soglia simbolica: il 1927. È allora che, in Italia, prende forma un’idea nuova e ambiziosa — che il merletto possa essere riconosciuto come arte decorativa autonoma, al pari del vetro o della ceramica. Non più semplice ornamento domestico, ma progetto, visione, dialogo tra artista e artigiano.
Il percorso espositivo segue questa traiettoria con discrezione, senza forzature. Disegni preparatori, cartoni esecutivi e pubblicazioni d’epoca restituiscono il clima di quegli anni, quando figure come Giulio Rosso, Fausto Melotti, Vittorio Zecchin, Giovanni Gariboldi e Tomaso Buzzi sperimentavano un lessico nuovo, sospeso tra rigore e fantasia. Non si tratta solo di nomi: sono tracce di un momento in cui il merletto cercava un’identità diversa, più consapevole.
La mostra suggerisce, più che dimostrare, come quella stagione sia stata breve e intensa, quasi un lampo. Le opere esposte — spesso pezzi unici o realizzati per grandi esposizioni — portano con sé una fragilità che è anche il segno del loro valore: esperimenti, tentativi, promesse.
Le mani e il progetto
All’ingresso, il visitatore incontra due presenze silenziose: le tecniche del merletto ad ago e a tombolo. Non sono spiegazioni didascaliche, ma inviti a comprendere. Perché dietro ogni opera non c’è soltanto un disegno, ma un gesto ripetuto, un sapere che si tramanda.
È qui che la mostra trova il suo equilibrio più sottile. Da un lato l’idea, il progetto, l’intervento dell’artista; dall’altro la pratica, la lentezza, la comunità. Venezia, Cantù, Bologna: i centri produttivi evocati nel percorso non sono semplici coordinate geografiche, ma nodi di una rete fatta di competenze e di memoria.
Il merletto, sembra suggerire l’esposizione, non è mai davvero individuale. Anche quando porta la firma di un autore, resta il risultato di un lavoro collettivo, di mani anonime che traducono l’idea in materia. Una tensione che non si risolve, ma che forse costituisce la sua forza.
Un’eredità fragile
Non è un caso che la mostra sia dedicata a Doretta Davanzo Poli, tra le più autorevoli studiose del merletto italiano. La sua presenza, evocata all’inizio del percorso, agisce come una guida discreta. Non una celebrazione, ma un riconoscimento: senza il lavoro di chi ha studiato, catalogato, raccontato, molte di queste opere sarebbero rimaste invisibili.
E invisibile è, in fondo, anche il patrimonio che il Museo del Merletto custodisce. Non solo oggetti, ma un sapere immateriale fatto di tecniche, linguaggi, relazioni. La Fondazione Musei Civici di Venezia insiste su questo punto: il museo non è un luogo di conservazione passiva, ma un presidio attivo, un punto di contatto tra passato e presente.
C’è, in queste parole, una responsabilità che supera l’ambito culturale. Difendere il merletto significa difendere una forma di conoscenza che rischia di scomparire, schiacciata dalla velocità contemporanea.

Il respiro internazionale
Tra le sezioni più suggestive della mostra, quella dedicata all’esposizione internazionale di arti decorative italiane del 1931 allo Stedelijk Museum. Un episodio che potrebbe sembrare marginale, ma che invece segna un passaggio decisivo: per la prima volta, il merletto italiano si presenta all’estero accanto a ceramiche e vetri di Murano, conquistando pubblico e critica.
In vetrina, il catalogo originale e un’opera emblematica: La festa del Redentore di Tomaso Buzzi per Melville & Ziffer. Un titolo che già contiene un racconto, e che qui si traduce in una trama di fili che sembrano trattenere la luce. Non c’è enfasi, nella presentazione di questi materiali. Piuttosto una misura, una distanza che permette allo spettatore di avvicinarsi senza essere guidato troppo. È una scelta curatoriale precisa: lasciare che siano le opere a parlare, con la loro voce fragile.
Continuità e ritorni
Il percorso si chiude con uno sguardo al secondo dopoguerra, quando il merletto d’autore tenta un nuovo slancio. Ancora una volta, attraverso collaborazioni tra artisti e manifatture. Non è più lo stesso entusiasmo degli anni Trenta, ma una forma di resistenza, quasi.
Accanto ai lavori moderni, i merletti antichi dialogano in silenzio. Non c’è contrapposizione, ma una continuità sottile. Le innovazioni tecniche e stilistiche emergono proprio da questo confronto, da questa sovrapposizione di tempi. E forse è qui che la mostra trova il suo punto più alto: nel suggerire che il merletto non appartiene a un’epoca, ma a una durata. Una linea che attraversa il tempo, fatta di ritorni, di variazioni minime, di differenze impercettibili.
Un racconto che resta aperto
Uscendo dal museo, Burano appare diversa. Le case colorate, le calli strette, il silenzio dell’acqua: tutto sembra partecipare a questa narrazione. Il merletto non è più soltanto un oggetto esposto, ma una presenza diffusa, un segno che attraversa l’isola. La Biennale del Merletto 2026 non offre risposte definitive. Non cerca di chiudere il discorso. Piuttosto, lo riapre. Invita a guardare con più attenzione, a riconoscere il valore di ciò che è fragile, lento, apparentemente marginale.
In un tempo che privilegia la velocità e la produzione seriale, il merletto d’autore appare quasi fuori luogo. Eppure, proprio per questo, necessario. Come un filo sottile che resiste, che tiene insieme passato e futuro senza farsi vedere troppo. E forse è questa la sua verità più profonda: non essere mai del tutto visibile. Non spiegarsi fino in fondo. Restare, come certe storie, sospeso tra ciò che si vede e ciò che si intuisce.
| Articolo redazionale |
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