Aemilia Ars per Bologna. L’arte e la città

Una mostra racconta il movimento che trasformò l’artigianato bolognese in un laboratorio moderno di arte, lavoro e identità urbana

Al Museo Civico Medievale di Bologna un’esposizione ripercorre la vicenda di Aemilia Ars, esperienza unica del Liberty italiano che unì artisti, artigiani, imprenditori e istituzioni educative. Un percorso che racconta come il recupero della tradizione possa diventare progetto culturale, innovazione produttiva e costruzione dell’identità cittadina.


Dal 4 giugno al 6 settembre 2026 il Lapidario del Museo Civico Medievale ospita la mostra “Aemilia Ars per Bologna. L’arte e la città”, promossa dai Musei Civici d’Arte Antica del Comune di Bologna e curata da Silvia Battistini, Giancarlo Benevolo e Mark Gregory D’Apuzzo. L’esposizione nasce con l’obiettivo di restituire al pubblico il significato storico e culturale di Aemilia Ars, una delle più originali espressioni italiane del rinnovamento delle arti decorative tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La vicenda di Aemilia Ars si inserisce in quel vasto movimento europeo che, in reazione agli effetti più standardizzati della produzione industriale, cercò di restituire dignità artistica agli oggetti della vita quotidiana. In Inghilterra il punto di riferimento fu il movimento Arts and Crafts promosso da William Morris; in Belgio e Francia si svilupparono le esperienze dell’Art Nouveau; in Italia prese forma il Liberty. Bologna elaborò una propria risposta originale a queste tendenze internazionali, fondata sul recupero delle tradizioni artigiane locali e sul dialogo tra progettazione artistica e produzione manifatturiera.

La società per azioni Aemilia Ars venne fondata il 3 dicembre 1898 per iniziativa di Alfonso Rubbiani, figura centrale della cultura bolognese tra Otto e Novecento, con il sostegno dei conti Francesco Cavazza e Cesare Ranuzzi Segni. Accanto a loro ebbe un ruolo importante anche la contessa Lina Bianconcini Cavazza, protagonista di numerose attività organizzative e formative. Fin dall’inizio l’obiettivo era ambizioso: recuperare le competenze dell’artigianato regionale, inserirle nel nuovo contesto industriale e migliorare la qualità estetica degli oggetti destinati alla vita domestica.

La mostra ricostruisce le radici di questo progetto partendo dalle profonde trasformazioni urbanistiche che interessarono Bologna tra Ottocento e Novecento. L’apertura di nuove strade, l’abbattimento di gran parte delle mura medievali e gli interventi di risanamento modificarono radicalmente il volto della città. Di fronte a queste trasformazioni nacque un movimento di tutela del patrimonio storico che vide proprio in Rubbiani uno dei suoi protagonisti più attivi. Attraverso restauri, studi archivistici e campagne di sensibilizzazione si cercò di salvaguardare torri, portici e monumenti che rischiavano di scomparire sotto la spinta della modernizzazione.

In questo contesto maturò l’idea che il recupero del passato non dovesse limitarsi alla conservazione degli edifici storici, ma potesse diventare una fonte di ispirazione per la produzione contemporanea. I cantieri di restauro divennero veri laboratori di sperimentazione. Le competenze sviluppate nella ricostruzione di elementi architettonici e decorativi furono progressivamente applicate alla progettazione di mobili, ferri battuti, vetri, legature, ceramiche e oggetti d’uso quotidiano.

Tra i protagonisti di questa stagione figurano artisti come Augusto Sezanne, Achille e Giulio Casanova, Alfredo Tartarini, Giuseppe De Col e Alberto Pasquinelli. I loro progetti reinterpretavano motivi medievali e rinascimentali attraverso un linguaggio aggiornato alle sensibilità europee del tempo. Particolare attenzione venne riservata al ferro battuto, considerato una delle espressioni più moderne del design decorativo dell’epoca. Nel 1899 Aemilia Ars promosse addirittura ventiquattro concorsi destinati alla progettazione di oggetti innovativi, funzionali ed economicamente sostenibili.

Nonostante il successo ottenuto nelle esposizioni nazionali e internazionali, la società non riuscì a raggiungere una stabilità economica sufficiente e cessò la propria attività commerciale già nel 1903. Tuttavia l’esperienza lasciò un’eredità culturale duratura. Le idee, i modelli produttivi e il gusto estetico promossi da Aemilia Ars continuarono a influenzare artisti, artigiani e scuole professionali ben oltre la vita della società stessa.

Uno degli aspetti più interessanti messi in evidenza dall’esposizione riguarda il rapporto tra formazione e lavoro. Aemilia Ars non fu soltanto un’esperienza artistica ma anche un progetto sociale. Le scuole professionali cittadine, gli istituti religiosi e numerose strutture assistenziali furono coinvolti nella preparazione di una manodopera qualificata. Particolare rilievo assunse la formazione femminile, soprattutto nell’ambito del ricamo e del merletto, settore che divenne il vero motore della continuità del marchio dopo la chiusura della società originaria.

Guidato da Lina Bianconcini Cavazza, il dipartimento dei merletti sviluppò una rete produttiva e commerciale capace di coinvolgere centinaia di donne tra città e campagna. Nel 1905 oltre mille lavoranti collaboravano alla realizzazione di manufatti destinati ai mercati italiani e internazionali. Pur non garantendo un reddito autonomo, questa attività contribuì ad accrescere le opportunità economiche femminili e a diffondere competenze professionali che sarebbero sopravvissute per gran parte del Novecento.

Il merletto Aemilia Ars rappresenta ancora oggi una delle espressioni più riconoscibili della tradizione artigianale bolognese. Nel 2021 è stato riconosciuto come patrimonio storico-culturale identitario della città attraverso la denominazione De.Co. Numerosi esemplari sono conservati in istituzioni prestigiose come il Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum e il Victoria and Albert Museum, a testimonianza della rilevanza internazionale raggiunta da questa produzione.

La mostra presenta materiali raramente esposti provenienti dalle raccolte dei Musei Civici d’Arte Antica: disegni preparatori, campioni tessili, ferri battuti, vetri, pubblicazioni, progetti di restauro e documenti didattici. Il percorso mette in luce non solo la qualità degli oggetti, ma anche il sistema culturale che li ha generati, fatto di ricerca storica, progettazione, educazione e collaborazione tra competenze diverse.

In parallelo, grazie alla collaborazione con ASP Città di Bologna, la Quadreria di Palazzo Rossi Poggi Marsili ospita la mostra “Un filo lungo secoli. Ricamo e formazione femminile a Bologna dai conservatori agli Istituti Educativi”, che approfondisce il ruolo degli istituti assistenziali e scolastici nella trasmissione delle tecniche del ricamo e del merletto.

Più che una semplice rassegna dedicata al Liberty bolognese, “Aemilia Ars per Bologna. L’arte e la città” propone una riflessione sul rapporto tra patrimonio storico, formazione professionale e innovazione. La vicenda di Aemilia Ars dimostra infatti come la valorizzazione delle tradizioni possa trasformarsi in un motore di sviluppo culturale e sociale. Un tema che, a oltre un secolo di distanza, conserva una sorprendente attualità e continua a interrogare il modo in cui le città costruiscono la propria identità attraverso il dialogo tra memoria e progetto.


Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Marisa Merz, il tempo dell’arte. Torino celebra il centenario con una grande mostra diffusa

Dal Castello di Rivoli alla Fondazione Merz, passando per la GAM, tre istituzioni uniscono le forze per raccontare una delle figure più originali dell’arte italiana del secondo Novecento

Nel centenario della nascita di Marisa Merz, Torino dedica all’artista una grande esposizione diffusa che coinvolge tre sedi museali. Un progetto eccezionale per ampiezza e ambizione che ripercorre una ricerca artistica capace di intrecciare vita quotidiana, materia, memoria e dimensione poetica.


Dal 29 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 Torino rende omaggio a Marisa Merz con un progetto espositivo di rara portata. Intitolata “Marisa Merz. La danza delle ore”, la mostra coinvolge contemporaneamente il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, la Fondazione Merz e la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, dando vita a un percorso articolato che celebra il centenario della nascita dell’artista torinese, avvenuta il 23 maggio 1926. Il progetto nasce dalla collaborazione tra alcune delle più importanti istituzioni culturali del territorio e rappresenta uno degli appuntamenti più significativi della stagione artistica italiana del 2026.

La scelta di dedicare una grande retrospettiva a Marisa Merz appare quasi inevitabile. Artista schiva e insieme centrale nella storia dell’arte contemporanea, è stata l’unica donna associata al nucleo originario dell’Arte Povera, il movimento teorizzato nel 1967 dal critico Germano Celant. Pur condividendo con altri protagonisti del gruppo la sperimentazione sui materiali e la volontà di superare le convenzioni artistiche tradizionali, Marisa Merz ha sviluppato una ricerca profondamente personale, distante da qualsiasi ortodossia estetica.

Le sue opere nascono spesso da gesti quotidiani e da materiali semplici: fili di rame intrecciati, lamine di alluminio, tessuti, cera, argilla, carta. Elementi apparentemente fragili che nelle sue mani diventano strumenti di una riflessione sul tempo, sul corpo e sulla memoria. La dimensione domestica, lungi dall’essere un limite, si trasforma nel suo lavoro in un laboratorio creativo dove arte e vita si incontrano senza soluzione di continuità.

La mostra torinese intende proprio restituire questa complessità. Curata da Chiara Bertola, Sébastien Delot, Francesco Manacorda, Beatrice Merz, Chiara Parisi e Marianna Vecellio, l’esposizione è costruita come un racconto a più voci che attraversa l’intera vicenda creativa dell’artista. Le tre sedi coinvolte dialogano tra loro offrendo prospettive differenti ma complementari, capaci di evidenziare l’evoluzione di una ricerca che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia dell’arte.

Il titolo, “La danza delle ore”, richiama una delle dimensioni centrali dell’opera di Marisa Merz: il tempo. Non il tempo monumentale della storia ufficiale, ma quello più intimo e quotidiano che scandisce i gesti della vita, il lavoro delle mani, l’attesa, la trasformazione della materia. Secondo il progetto curatoriale, il percorso espositivo metterà in dialogo il processo creativo, l’uso dei materiali, la casa come luogo di sperimentazione e la concezione dello spazio come esperienza al tempo stesso fisica e mentale.

L’iniziativa assume anche un forte valore simbolico per la città di Torino. Qui Marisa Merz ha vissuto e lavorato per gran parte della sua esistenza, condividendo con Mario Merz non soltanto una vicenda personale ma uno dei capitoli più influenti dell’arte europea del dopoguerra. Torino fu infatti uno dei laboratori principali dell’Arte Povera, accanto a Genova e Roma, e continua ancora oggi a custodirne la memoria attraverso musei, fondazioni e collezioni di rilievo internazionale.

La presentazione ufficiale del progetto si è svolta a Milano, nella Sala Forum del Museo del Novecento, sottolineando la crescente collaborazione tra le due città. Non si tratta soltanto di un gesto istituzionale. L’asse culturale Torino-Milano è ormai una delle realtà più dinamiche del panorama italiano e rappresenta un modello di cooperazione capace di generare ricerca, produzione culturale e visibilità internazionale.

L’omaggio a Marisa Merz arriva inoltre in un momento di rinnovata attenzione verso il contributo delle artiste donne alla storia dell’arte del Novecento. Negli ultimi anni musei, università e centri di ricerca hanno avviato un vasto processo di rilettura critica che ha riportato al centro figure spesso marginalizzate dalle narrazioni ufficiali. In questo contesto, l’opera di Marisa Merz appare particolarmente attuale. La sua capacità di trasformare materiali umili in immagini di straordinaria intensità poetica continua infatti a dialogare con molte delle questioni che attraversano l’arte contemporanea: il rapporto tra pubblico e privato, tra lavoro e cura, tra memoria individuale e storia collettiva.

La mostra si annuncia come una delle più ampie mai dedicate all’artista. Il percorso comprenderà opere provenienti da collezioni pubbliche e private, accanto a lavori raramente esposti e ad alcuni materiali inediti. Un’occasione difficilmente replicabile per comprendere la profondità di una ricerca che ha saputo coniugare sperimentazione e intimità, rigore concettuale e sensibilità lirica.

Ad accompagnare l’esposizione sarà un catalogo unico, presentato nell’ambito di un convegno dedicato all’artista. Anche questo aspetto conferma la volontà delle istituzioni coinvolte di costruire non soltanto un evento celebrativo, ma uno strumento di studio e approfondimento destinato a lasciare un segno duraturo nella conoscenza dell’opera di Marisa Merz.

A cento anni dalla nascita, la sua voce continua a parlare al presente. E Torino, città che ne ha accompagnato il percorso umano e creativo, sceglie di celebrarla con un progetto all’altezza della sua eredità artistica.


Da Press Office <press@castellodirivoli.org>E7E7E7
Articolo a cura della Redazione Experiences

Da Monet a Kandinsky, il lungo cammino della modernità

A Ferrara una grande mostra racconta come la pittura europea ha trasformato il modo di vedere il mondo, dalla natura osservata dal vero fino alle soglie dell’astrazione

Dal 19 settembre 2026 al 10 gennaio 2027 Palazzo dei Diamanti propone un ampio percorso dedicato alle rivoluzioni artistiche che, tra Ottocento e Novecento, hanno cambiato per sempre il rapporto tra arte e realtà. Centoventi opere provenienti in gran parte dal Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam ricostruiscono una delle stagioni più fertili della cultura europea.


Tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento la pittura europea attraversa una trasformazione radicale. In pochi decenni gli artisti passano dall’osservazione diretta della natura alla progressiva emancipazione dell’immagine dal mondo visibile, aprendo la strada alle avanguardie e all’astrazione. È questo il tema della mostra “Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità”, ospitata a Palazzo dei Diamanti di Ferrara dal 19 settembre 2026 al 10 gennaio 2027. L’esposizione, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte in collaborazione con il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e con le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, è curata da Sandra Kisters e Vasilij Gusella.

Il progetto riunisce 120 opere tra dipinti, disegni e incisioni, provenienti principalmente dalle raccolte del prestigioso museo olandese, una delle più importanti istituzioni europee per l’arte moderna e contemporanea. Fondata nel XIX secolo e arricchita nel tempo grazie a collezionisti come Daniël George van Beuningen, la raccolta di Rotterdam conserva capolavori che documentano l’evoluzione della pittura occidentale dal Medioevo al Novecento.

L’esposizione si sviluppa in nove sezioni e utilizza il paesaggio e la vita moderna come filo conduttore per raccontare il cambiamento dello sguardo artistico. Il percorso prende avvio dalla Scuola di Barbizon, il gruppo di pittori francesi che, a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, scelse di lavorare all’aperto nella foresta di Fontainebleau. Artisti come Théodore Rousseau e Jean-François Millet contribuirono a consolidare un nuovo rapporto con la natura, osservata senza idealizzazioni e studiata direttamente dal vero. Quell’approccio avrebbe esercitato una profonda influenza su gran parte della pittura europea successiva.

Anche in Italia l’attenzione alla realtà e alla luce si tradusse in un linguaggio innovativo. I Macchiaioli, attivi soprattutto in Toscana, elaborarono una ricerca fondata sui contrasti cromatici e luminosi che anticipò, per molti aspetti, alcune intuizioni dell’impressionismo francese. Nomi come Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, presenti nel percorso espositivo, testimoniano una stagione fondamentale della pittura italiana dell’Ottocento.

La mostra dedica ampio spazio all’impressionismo, movimento che tra gli anni Settanta e Ottanta del XIX secolo rivoluzionò la rappresentazione del mondo visibile. Claude Monet, Camille Pissarro, Auguste Renoir, Alfred Sisley ed Edgar Degas cercarono di restituire sulla tela la percezione immediata della realtà, catturando le variazioni della luce, dell’atmosfera e del movimento. La loro pittura non mirava più alla descrizione analitica dell’oggetto, ma alla registrazione dell’esperienza visiva nel suo continuo mutare.

Parallelamente, nei Paesi Bassi, la Scuola dell’Aia sviluppò una sensibilità affine ma più raccolta e meditativa. Le vedute e i paesaggi degli artisti olandesi privilegiavano tonalità sobrie e atmosfere silenziose, offrendo una lettura del reale meno spettacolare ma altrettanto moderna. Questo dialogo tra Francia e Olanda costituisce uno degli aspetti più interessanti del percorso ferrarese.

Negli anni Ottanta dell’Ottocento emerge però una nuova generazione di artisti che mette in discussione i presupposti stessi dell’impressionismo. I postimpressionisti non si accontentano più di registrare le impressioni visive. Paul Gauguin ricerca una pittura sintetica e simbolica; Vincent van Gogh carica il colore di intensità emotiva; Paul Signac approfondisce le ricerche scientifiche sulla percezione cromatica; Odilon Redon esplora territori visionari e interiori. Il quadro diventa così uno spazio di interpretazione della realtà, non più soltanto di osservazione.

Questo processo trova sviluppi originali anche in Italia. Il divisionismo di Giovanni Segantini, Gaetano Previati e Giovanni Pellizza da Volpedo applica principi scientifici alla scomposizione della luce, ma li trasforma in strumenti poetici e simbolici. Le loro opere affrontano temi sociali, spirituali e allegorici, mostrando come la modernità artistica non coincida necessariamente con la rappresentazione della città industriale, ma possa nascere anche dall’indagine del paesaggio e della dimensione interiore.

La modernità urbana entra comunque con forza nella pittura europea tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Le grandi capitali diventano laboratori di nuove esperienze visive e sociali. In Italia questa tensione culmina nel futurismo, movimento che celebra la velocità, il dinamismo, la macchina e la trasformazione incessante della città contemporanea. Umberto Boccioni e Carlo Carrà, presenti in mostra, incarnano questa stagione di straordinaria energia creativa.

Ma il percorso non si conclude con le avanguardie storiche. L’esposizione segue infatti il progressivo allontanamento degli artisti dalla rappresentazione naturalistica fino alle soglie dell’astrazione. Figure come Vasilij Kandinsky e Piet Mondrian trasformano il quadro in un linguaggio autonomo, fondato su forme, colori e relazioni interne indipendenti dal dato reale. È una svolta che cambia definitivamente il destino dell’arte occidentale e che segna l’inizio della ricerca moderna del Novecento.

Più che una semplice rassegna di capolavori, la mostra ferrarese si presenta dunque come una grande narrazione della nascita della sensibilità moderna. Attraverso il paesaggio, la città, la luce e il colore, il visitatore assiste alla trasformazione di un’intera idea di arte: da specchio del mondo a strumento autonomo di conoscenza e interpretazione della realtà. Un passaggio cruciale che continua ancora oggi a influenzare il nostro modo di guardare le immagini e di comprendere il rapporto tra esperienza, percezione e rappresentazione.

La presenza di protagonisti come Gustave Courbet, Claude Monet, Vincent van Gogh, Pablo Picasso, Pierre Bonnard, Édouard Vuillard, Kandinsky e Mondrian, accanto a importanti maestri italiani, permette di leggere questa evoluzione come un fenomeno europeo, fatto di influenze reciproche, scambi culturali e percorsi paralleli.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Mondrian ritrovato: il lungo restauro di un capolavoro della Collezione Peggy Guggenheim

Dopo oltre cinque anni di studi, analisi scientifiche e interventi conservativi, uno dei dipinti più celebri di Piet Mondrian torna a mostrarsi sotto una luce nuova. La Collezione Peggy Guggenheim di Venezia conclude un complesso progetto interdisciplinare che ha permesso di recuperare aspetti fondamentali della concezione spaziale e percettiva dell’opera, alterati da un restauro eseguito negli anni Sessanta.

Un dipinto apparentemente essenziale, costruito con pochi colori e rigorose geometrie, si rivela oggi molto più complesso di quanto apparisse. Il restauro di Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938 / Composizione con rosso 1939 ha riportato alla luce la raffinata ricerca sulla luce, sulle superfici e sullo spazio elaborata da Piet Mondrian negli ultimi anni della sua carriera.


Tra le opere simbolo della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938 / Composizione con rosso 1939 occupa un posto particolare. Realizzata tra il 1938 e il 1940, in un periodo cruciale della storia europea segnato dall’avvicinarsi della Seconda guerra mondiale, l’opera appartiene alla fase finale della ricerca artistica di Piet Mondrian, quando il maestro olandese stava sviluppando una sintesi sempre più raffinata dei principi del Neoplasticismo. Oggi il dipinto torna visibile al pubblico dopo un articolato progetto di studio e conservazione avviato nel 2021 dalla Collezione Peggy Guggenheim e concluso nel 2026.

L’opera è nuovamente esposta nell’ambito della mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, visitabile fino al 19 ottobre 2026. Il completamento del progetto rappresenta non soltanto un importante intervento conservativo, ma anche un contributo significativo alla conoscenza dell’opera tarda di Mondrian.

Per comprendere il valore di questa ricerca occorre ricordare che Mondrian fu una delle figure centrali dell’avanguardia europea del Novecento. Cofondatore del movimento De Stijl insieme a Theo van Doesburg, l’artista elaborò una visione estetica basata sulla riduzione della realtà a forme geometriche essenziali, linee ortogonali e colori primari. Dietro questa apparente semplicità si nascondeva però una complessa riflessione filosofica influenzata dalla teosofia e dalla ricerca di un ordine universale capace di trascendere il mondo visibile.

Il progetto veneziano è nato dalla necessità di riesaminare le conseguenze del restauro eseguito a New York nel 1968. In quell’occasione il dipinto venne sottoposto a pulitura, verniciatura, rintelatura e montaggio su un supporto a nido d’ape, oltre a ricevere una nuova cornice. Interventi realizzati secondo le pratiche conservative dell’epoca, ma che nel tempo avevano modificato sensibilmente l’aspetto dell’opera, attenuando le differenze tra superfici opache e lucide e compromettendo parte della sofisticata costruzione percettiva ideata dall’artista.

La ricerca è stata coordinata da Luciano Pensabene Buemi, Head of Conservation and Technical Research della Collezione Peggy Guggenheim, in collaborazione con i dipartimenti di conservazione del Solomon R. Guggenheim Museum di New York e con numerosi istituti scientifici, musei e specialisti internazionali. Il progetto ha assunto rapidamente una dimensione interdisciplinare, integrando conservazione, indagini diagnostiche avanzate, studi archivistici e ricerca storico-artistica.

Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dallo studio riguarda le celebri linee nere che strutturano la composizione. L’immagine tradizionale di Mondrian come artista della pura astrazione geometrica rischia infatti di nascondere la complessità materiale del suo lavoro. Le analisi hanno dimostrato che le linee nere non erano semplici tratti grafici, ma superfici costruite attraverso molteplici strati di pittura e vernici. Mondrian interveniva ripetutamente sulle sue opere, modificando rapporti dimensionali, proporzioni e qualità superficiali per ottenere un equilibrio estremamente calibrato.

Particolarmente significativo è risultato il diverso trattamento delle superfici. I campi bianchi e colorati conservano tracce evidenti delle pennellate e una finitura opaca, mentre le linee nere erano concepite come elementi lucidi, capaci di riflettere la luce e di attivare otticamente lo spazio del dipinto. Non si trattava di una scelta marginale. Già nel 1920 Mondrian sottolineava l’importanza di questa caratteristica affermando che le linee dovevano essere lucide, altrimenti sarebbero risultate “morte”. Lo studio veneziano ha confermato quanto questo equilibrio tra opacità e riflessione fosse fondamentale per la percezione dell’opera.

L’intervento di pulitura ha utilizzato sistemi gelificati sviluppati nell’ambito del progetto europeo GREENART, iniziativa dedicata alla messa a punto di materiali sostenibili per la conservazione del patrimonio culturale. L’applicazione di queste tecnologie ha consentito di rimuovere alterazioni superficiali e recuperare la complessa articolazione luminosa originariamente prevista dall’artista.

Fondamentale è stato anche il contributo delle analisi scientifiche condotte nell’ambito dell’infrastruttura europea IPERION HS, grazie alla collaborazione con i laboratori del Consiglio Nazionale delle Ricerche e alla piattaforma MOLAB dell’infrastruttura europea E-RIHS dedicata all’Heritage Science. Attraverso tecniche diagnostiche non invasive, gli studiosi hanno individuato modifiche compositive, pentimenti e tracce di versioni precedenti dell’opera, rivelando il carattere dinamico del processo creativo di Mondrian.

La ricerca non si è limitata al singolo dipinto. Gli studiosi hanno confrontato oltre venti opere realizzate durante il periodo londinese e quello successivo trascorso tra Europa e Stati Uniti, conservate in importanti istituzioni internazionali come il Museum of Modern Art di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, la Fondation Beyeler di Basilea e il Kunstmuseum Den Haag, che custodisce il più importante nucleo di opere dell’artista. Questo confronto ha permesso di ricostruire con maggiore precisione le pratiche operative adottate da Mondrian negli ultimi anni della sua attività.

Tra i risultati più rilevanti emerge anche la ricostruzione del sistema di incorniciatura originale. Dalla fine degli anni Trenta Mondrian aveva iniziato a considerare la cornice come parte integrante della composizione. L’artista utilizzava sottocornici arretrate e nastri telati dipinti per attenuare il confine tra quadro e ambiente circostante, trasformando l’opera in un dispositivo spaziale capace di dialogare con la parete e con lo spazio architettonico. La cornice applicata nel 1968 è stata quindi rimossa e sostituita con una ricostruzione filologicamente fondata della struttura originaria, realizzata in collaborazione con specialisti dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

Il risultato finale restituisce oggi un’opera più vicina alla visione concepita da Mondrian. Non si tratta semplicemente di un recupero estetico, ma della riscoperta di una concezione dello spazio che anticipa molte ricerche artistiche e architettoniche della seconda metà del Novecento. La superficie del dipinto torna a essere un luogo di tensioni percettive, dove luce, riflessi, profondità e geometria dialogano in un equilibrio sofisticato.

Il progetto veneziano dimostra come la conservazione contemporanea non sia soltanto una pratica tecnica, ma uno strumento di conoscenza. Attraverso la collaborazione tra restauratori, storici dell’arte, scienziati e istituzioni internazionali, un’opera apparentemente familiare è stata riletta e compresa in modo nuovo. Nel caso di Mondrian, artista che ha fatto della precisione e dell’equilibrio la propria cifra espressiva, recuperare le condizioni percettive originarie significa restituire al pubblico una parte essenziale del suo pensiero e della sua straordinaria modernità.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Turner e il Lago di Como: quando il viaggio diventa pittura

Un grande progetto realizzato dal Comune di Como e dalla Tate di Londra riporta in Italia il maestro del Romanticismo inglese, affiancandolo a due protagonisti dell’arte britannica contemporanea, Jim Lambie e David Batchelor

Dal 29 maggio al 27 settembre 2026 Como ospita un articolato progetto espositivo che attraversa tre sedi cittadine. Al centro, l’opera di William Turner e il suo rapporto con il paesaggio italiano, affiancati da due interventi contemporanei che riflettono sul colore, sulla percezione e sull’esperienza dello spazio.


Esistono artisti come Joseph Mallord William Turner che raccontano luoghi trasformati in stati d’animo. A quasi due secoli dai suoi viaggi italiani, il grande pittore romantico inglese torna idealmente sulle rive del Lario grazie a un importante progetto espositivo promosso dal Comune di Como e dalla Tate di Londra, una delle più prestigiose istituzioni museali britanniche. Dal 29 maggio al 27 settembre 2026 Palazzo del Broletto, la Pinacoteca Civica e San Pietro in Atrio diventano i protagonisti di una manifestazione che mette in dialogo il patrimonio storico e la ricerca contemporanea, offrendo una lettura ampia del rapporto tra luce, colore e paesaggio.

Curata da Elizabeth Brooke, la mostra principale, intitolata “Turner: l’incanto del lago di Como e del paesaggio italiano”, riunisce opere provenienti interamente dalle collezioni Tate e approfondisce uno degli aspetti più significativi della produzione dell’artista: il ruolo del viaggio nella formazione del suo linguaggio pittorico. Per Turner viaggiare non significava semplicemente osservare nuovi panorami. Ogni spostamento diventava un’occasione per sperimentare nuove soluzioni visive, studiare gli effetti atmosferici e interrogarsi sul rapporto tra natura e percezione.

Nato a Londra nel 1775, Turner è considerato il più importante esponente del Romanticismo inglese e una figura fondamentale nella storia dell’arte occidentale. Le sue ricerche sulla luce e sul colore avrebbero influenzato profondamente gli impressionisti francesi e, in prospettiva, molte delle avanguardie del Novecento. Claude Monet ammirava la sua capacità di dissolvere le forme nella luminosità atmosferica, mentre numerosi storici dell’arte hanno individuato nelle sue opere mature sorprendenti anticipazioni dell’astrazione.

Il percorso espositivo comasco prende avvio dal Palazzo del Broletto, antico centro del potere civile medievale della città. Qui sono riuniti sette acquerelli dedicati al Lago di Como, testimonianze preziose dell’interesse che Turner sviluppò per il paesaggio lariano durante i suoi soggiorni italiani. Il lago gli offrì un laboratorio naturale ideale: montagne che si riflettono sull’acqua, improvvisi cambiamenti meteorologici, giochi di luce e prospettive in continuo mutamento. Elementi che ben si adattavano alla sua ricerca sulla percezione visiva e sull’instabilità della natura.

La selezione consente di seguire l’evoluzione del suo stile lungo oltre vent’anni. Si passa dagli schizzi realizzati durante il primo viaggio in Italia del 1819, ancora fortemente legati all’osservazione topografica, alle opere eseguite per l’edizione illustrata del poema Italy di Samuel Rogers, pubblicata nel 1830, fino agli studi cromatici realizzati durante i soggiorni del 1842 e del 1843. In queste opere più tarde il paesaggio smette progressivamente di essere una descrizione geografica e diventa una visione atmosferica nella quale architettura, acqua, cielo e luce tendono a fondersi in un’unica vibrazione cromatica.

La mostra offre anche l’occasione per presentare nuovi studi dedicati alla presenza di Turner sul territorio comasco. Le ricerche di Pietro Berra e Federico Crimi hanno approfondito i suoi spostamenti nell’area lariana, contribuendo a ridefinire alcune cronologie e a comprendere meglio quali aspetti del paesaggio abbiano attirato il suo sguardo. Il confronto tra le vedute ottocentesche e il territorio contemporaneo consente inoltre di cogliere le profonde trasformazioni urbanistiche e ambientali avvenute nel corso di due secoli.

Un elemento particolarmente suggestivo dell’allestimento è rappresentato dalla proiezione del film immersivo JMW Turner On the Wing, prodotto da Tate Digital. Attraverso immagini, testimonianze e ricostruzioni dei luoghi visitati dall’artista, il documentario accompagna il pubblico lungo i percorsi che hanno alimentato la sua immaginazione, dalle montagne del Galles alle Alpi svizzere, dalla campagna italiana fino alle coste inglesi. L’opera permette di comprendere come il viaggio sia stato per Turner non soltanto una pratica di osservazione ma un vero metodo di conoscenza.

La seconda sede della rassegna è la Pinacoteca Civica di Como, dove una selezione di quattro dipinti a olio mette in evidenza il dialogo tra il maestro inglese e la cultura italiana. Qui emergono con particolare chiarezza i riferimenti alla tradizione classica, alla letteratura e alla dimensione simbolica del paesaggio. La luce assume una funzione sempre più centrale, non soltanto come elemento descrittivo ma come principio strutturale e spirituale dell’immagine. Nelle opere della maturità la materia pittorica tende infatti a dissolversi nell’atmosfera, anticipando soluzioni che avrebbero trovato pieno sviluppo soltanto decenni più tardi.

Sempre in Pinacoteca, nello spazio Campo quadro, documenti, stampe, mappe e dipinti provenienti dalle collezioni civiche permettono di ricostruire la Como incontrata da Turner. Tra i materiali esposti compare una pianta cittadina del 1871 nella quale è ancora indicato l’albergo dove soggiornò il pittore durante la sua permanenza sul lago. È un tassello che contribuisce a restituire concretezza storica a un viaggio diventato parte della memoria culturale europea.

Accanto al percorso dedicato a Turner, il progetto si amplia verso la contemporaneità con la mostra “Feeling Colour”, ospitata nell’ex chiesa di San Pietro in Atrio. Anche questa esposizione nasce dalla collaborazione con la Tate e mette a confronto due figure di primo piano della scena artistica britannica: Jim Lambie e David Batchelor.

Jim Lambie, nato a Glasgow nel 1964, è noto a livello internazionale per le sue installazioni costruite attraverso l’uso del colore come elemento spaziale. A Como presenta una nuova versione di Zobop, progetto avviato nel 1999 e diventato una delle sue opere più riconoscibili. Attraverso l’applicazione di bande di nastro vinilico colorato che si sviluppano dal perimetro verso il centro dello spazio, Lambie trasforma l’ambiente in un’esperienza percettiva immersiva, sospesa tra rigore geometrico e libertà visiva. La realizzazione dell’opera ha coinvolto anche gli studenti dell’Accademia Aldo Galli, sottolineando il carattere partecipativo dell’iniziativa.

David Batchelor, artista e teorico del colore nato a Dundee nel 1955, propone invece una riflessione sul linguaggio visivo della città contemporanea. Le sue opere utilizzano materiali di recupero, insegne luminose, elementi industriali e componenti urbani trasformandoli in sculture dalle forti qualità cromatiche. L’opera presentata a Como appartiene alla serie Monochromobiles e rappresenta un esempio significativo della sua ricerca sul rapporto tra colore, architettura e vita quotidiana.

L’insieme delle tre mostre costruisce un dialogo sorprendentemente coerente. Turner, Lambie e Batchelor appartengono a epoche, linguaggi e contesti differenti, ma condividono un interesse comune per la luce, il colore e l’esperienza del luogo. Dall’osservazione romantica del paesaggio alle installazioni contemporanee che trasformano la percezione dello spazio, il progetto dimostra come alcune questioni fondamentali dell’arte continuino a rinnovarsi nel tempo.

Con questa collaborazione internazionale Como rafforza la propria posizione nel panorama culturale europeo. La presenza della Tate, la valorizzazione dei Musei Civici e il dialogo tra patrimonio storico e ricerca contemporanea restituiscono l’immagine di una città capace di interpretare la cultura come strumento di sviluppo e di relazione. Il risultato è un progetto che invita il pubblico a guardare il paesaggio, la città e l’arte con occhi nuovi, seguendo idealmente il percorso di uno dei più grandi viaggiatori della pittura europea.


Articolo a cura della Redazione Experiences

Paolo Conte: a Parigi la mostra che svela il volto meno conosciuto del cantautore

All’Istituto Italiano di Cultura oltre sessanta opere raccontano quasi settant’anni di attività grafica e pittorica del maestro astigiano. Un viaggio nell’universo visivo di un autore che ha trasformato musica, parole e immagini in un linguaggio unico.

Dal 9 giugno al 4 settembre 2026 l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi ospita “Paolo Conte. Original”, la prima grande esposizione francese dedicata all’attività pittorica del celebre cantautore. Più di sessanta opere, realizzate tra il 1957 e il 2023, permettono di esplorare una dimensione creativa rimasta a lungo privata e poco conosciuta al grande pubblico.


Quando si pensa a Paolo Conte, l’immaginazione corre immediatamente alla sua voce inconfondibile, alle atmosfere jazzate, alle canzoni che hanno segnato la storia della musica italiana e internazionale. Eppure, prima ancora delle note e delle parole, esiste un altro Paolo Conte: quello che disegna, dipinge e costruisce mondi attraverso immagini, colori e segni grafici. È proprio questa dimensione meno nota che la mostra “Paolo Conte. Original”, ospitata dall’Istituto Italiano di Cultura di Parigi dal 9 giugno al 4 settembre 2026, porta per la prima volta all’attenzione del pubblico francese.
Promossa e organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Parigi e da Arthemisia, in collaborazione con la Fondazione Egle e Paolo Conte e REA Edizioni Musicali, l’esposizione nasce da un’iniziativa della Fondazione Asti Musei, che aveva già reso omaggio al grande artista piemontese con una precedente presentazione a Palazzo Mazzetti di Asti. Curata da Manuela Furnari, tra le più autorevoli studiose dell’opera contiana, la mostra propone un percorso che attraversa quasi settant’anni di produzione artistica, dal 1957 al 2023.

Il titolo, Original, richiama una definizione che lo stesso Conte attribuisce alla propria attività pittorica. «Il disegno è uno dei miei due vizi capitali, più antico di quello per la musica e le canzoni», ha dichiarato il maestro. Una frase che sintetizza bene il senso dell’esposizione: riscoprire la sorgente originaria di un immaginario che, nel corso dei decenni, ha alimentato non soltanto la sua produzione visiva ma anche quella musicale.

La mostra riunisce oltre sessanta opere su carta realizzate con tecniche differenti. Disegni, tempere, inchiostri e composizioni astratte raccontano una ricerca costante, sviluppata parallelamente alla carriera musicale ma quasi sempre lontana dai riflettori. Per molto tempo questi lavori sono rimasti confinati in una dimensione privata, diventando una sorta di diario visivo attraverso il quale l’artista ha elaborato suggestioni, ricordi e passioni.

L’esposizione consente di entrare nel cuore della poetica contiana. Nei suoi fogli compaiono figure eleganti e malinconiche, musicisti, atmosfere urbane, richiami al jazz e al cinema, personaggi sospesi tra ironia e nostalgia. È lo stesso universo evocato nelle canzoni, ma tradotto in immagini. Il visitatore scopre così come il tratto grafico e la scrittura musicale condividano una medesima sensibilità narrativa.

Tra i lavori esposti spicca Higginbotham del 1957, realizzato a tempera e inchiostro. L’opera è dedicata a uno dei protagonisti del trombone jazz e testimonia quanto questa musica, amatissima da Conte fin dalla giovinezza, abbia influenzato la sua immaginazione. Il jazz non è soltanto una componente sonora della sua produzione artistica, ma una vera chiave interpretativa del mondo, una lente attraverso cui osservare personaggi, luoghi e relazioni.

Un nucleo centrale della mostra è dedicato a Razmataz, il grande progetto multimediale che Paolo Conte ha ideato, scritto, musicato e illustrato personalmente. L’opera, pubblicata nel 2000 dopo anni di lavoro, comprende oltre 1.800 disegni e rappresenta uno dei più ambiziosi esperimenti artistici del panorama europeo contemporaneo. Ambientata nella Parigi degli anni Venti, racconta la misteriosa scomparsa di una ballerina sullo sfondo dell’arrivo del jazz in Europa, trasformando la capitale francese in un palcoscenico popolato da musicisti, impresari, danzatrici e figure enigmatiche.

Le tavole selezionate per la mostra permettono di cogliere l’eccezionale libertà espressiva di Conte. Le influenze delle avanguardie storiche, dell’Art Déco, dell’illustrazione europea del primo Novecento e del linguaggio cinematografico si intrecciano in una narrazione visiva ricca di ritmo e movimento. È un omaggio alla modernità degli anni Venti, un periodo che l’autore ha spesso descritto come un’epoca attraversata da una nuova energia creativa e da una particolare sensualità culturale.

A completare il percorso interviene una serie di opere astratte realizzate su cartoncino nero. In questi lavori il segno si libera dalla rappresentazione figurativa e dialoga direttamente con il colore, la musica e la letteratura. Le composizioni rivelano un artista interessato non soltanto al racconto per immagini ma anche alla dimensione più sperimentale della forma visiva.

La mostra offre inoltre l’occasione per rileggere la figura di Paolo Conte nella sua complessità. Nato ad Asti nel 1937 e laureato in giurisprudenza, il futuro cantautore iniziò la carriera professionale come avvocato prima di affermarsi come autore di canzoni. Negli anni Sessanta firmò successi destinati a entrare nella memoria collettiva italiana, tra cui Azzurro per Adriano Celentano e Insieme a te non ci sto più per Caterina Caselli. A partire dagli anni Settanta costruì una delle carriere più originali della musica europea, sviluppando uno stile che univa jazz, chanson francese, suggestioni letterarie e una scrittura poetica immediatamente riconoscibile.

Parallelamente, però, non ha mai abbandonato il disegno. Questa passione lo ha accompagnato per tutta la vita, fino a ottenere importanti riconoscimenti istituzionali. Nel 2023 è stato invitato a esporre le proprie opere alla Galleria degli Uffizi di Firenze, confermando il crescente interesse della critica e delle istituzioni culturali verso la sua produzione visiva.

L’allestimento parigino è concepito come un itinerario immersivo che riflette l’universo poetico dell’autore. Il percorso segue il suo sguardo, ma lascia spazio all’interpretazione personale del pubblico. Lo stesso Conte ha più volte sottolineato l’importanza di preservare nell’arte «la possibilità di immaginare con libertà massima», una dichiarazione che sembra riassumere l’intero progetto espositivo.

In un momento storico in cui le discipline artistiche dialogano sempre più tra loro, “Paolo Conte. Original” assume un significato particolare. Non si limita a celebrare un grande musicista, ma invita a osservare la continuità profonda che lega immagini, suoni e parole all’interno di un’unica ricerca creativa. Per il pubblico francese rappresenta una scoperta; per chi già conosce l’opera del cantautore è invece l’occasione di avvicinarsi alla sorgente più intima del suo immaginario.


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Man Ray, l’arte senza confini: alla Fondazione Magnani-Rocca la retrospettiva

Alla Fondazione Magnani-Rocca la più ampia retrospettiva italiana dedicata all’artista che ha trasformato fotografia, oggetto e immaginario del Novecento

Oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, film, ready-made e progetti grafici raccontano alla Fondazione Magnani-Rocca la traiettoria di Man Ray, figura centrale delle avanguardie del XX secolo. La mostra ripercorre un percorso creativo che ha attraversato Dada, Surrealismo, moda, cinema e design, restituendo l’attualità di un artista capace di abolire ogni distinzione tra linguaggi e discipline.


A cinquant’anni dalla morte di Man Ray, avvenuta a Parigi nel novembre del 1976, la Fondazione Magnani-Rocca dedica all’artista americano la più vasta retrospettiva mai realizzata in Italia. “Man Ray: tutto”, in programma dal 12 settembre al 13 dicembre 2026 nella Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo, presso Parma, riunisce oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, sculture, oggetti, film, libri, edizioni grafiche e materiali d’archivio, con l’obiettivo di restituire la natura radicalmente interdisciplinare della sua ricerca. Il titolo della mostra sintetizza efficacemente la prospettiva curatoriale scelta da Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi: raccontare Man Ray nella sua interezza, senza privilegiare un solo linguaggio espressivo. Una scelta non scontata, considerando che gran parte della fortuna critica dell’artista si è concentrata soprattutto sulla fotografia, spesso isolata dal resto della sua produzione. In realtà Emmanuel Radnitzky – questo il suo nome all’anagrafe, nato a Philadelphia nel 1890 da una famiglia di immigrati ebrei russi – fu uno degli interpreti più completi dell’idea moderna di artista totale.

La mostra emiliana segue il suo percorso a partire dagli anni newyorkesi, segnati dall’incontro con Alfred Stieglitz e Marcel Duchamp e dall’adesione al Dada americano. È in questo contesto che Man Ray inizia a mettere in discussione l’idea tradizionale di opera d’arte, sviluppando una pratica fondata sull’ibridazione dei media, sull’ironia e sul riuso degli oggetti quotidiani. Opere come By Itself del 1918 o la celebre Obstruction del 1920 – installazione composta da decine di grucce sospese – testimoniano la precoce attenzione verso l’assemblaggio e la serialità, elementi che avrebbero influenzato larga parte dell’arte contemporanea del secondo dopoguerra.

L’arrivo a Parigi nel 1921 rappresenta però il vero punto di svolta. Accolto da Duchamp nel cuore delle avanguardie europee, Man Ray entra rapidamente nel circuito surrealista e diventa il fotografo più richiesto dell’ambiente artistico e letterario della capitale francese. Nei suoi ritratti passano Pablo Picasso, Jean Cocteau, André Breton, Salvador Dalí, Max Ernst, Gertrude Stein, Luis Buñuel e molte altre figure decisive della cultura del Novecento. Parallelamente, sviluppa una ricerca tecnica che cambia radicalmente la storia della fotografia.

Sono gli anni dei rayographs, immagini ottenute senza macchina fotografica attraverso l’impressione diretta di oggetti sulla carta fotosensibile. La tecnica, già intuita da Christian Schad e riconducibile alle sperimentazioni ottocentesche dei fotogrammi, viene trasformata da Man Ray in un linguaggio autonomo, capace di produrre immagini sospese tra astrazione e apparizione. Lo stesso accade con la solarizzazione, procedimento realizzato insieme a Lee Miller, che altera i contorni dell’immagine creando un effetto metallico e straniante destinato a diventare una delle firme visive del Surrealismo.

Tra le opere più celebri esposte alla Fondazione Magnani-Rocca figura Le Violon d’Ingres del 1924, fotografia ormai entrata nell’immaginario collettivo del XX secolo. Il corpo nudo di Kiki de Montparnasse, trasformato in uno strumento musicale attraverso l’applicazione delle “effe” di un violino, diventa un gioco concettuale sulla rappresentazione femminile, sulla metamorfosi dell’oggetto e sulla tradizione artistica europea. Nel 2022 una stampa originale dell’opera è stata battuta all’asta da Christie’s per oltre 12 milioni di dollari, diventando la fotografia più costosa mai venduta fino a quel momento. Accanto a questo capolavoro compaiono immagini fondamentali come Noire et Blanche, Lacrime, Anatomies e i ritratti di Lee Miller e Nusch Éluard.

Il rapporto con Lee Miller occupa una posizione centrale anche nella dimensione biografica e creativa dell’artista. Arrivata a Parigi nel 1929 come modella e apprendista, Miller divenne collaboratrice, musa e compagna di Man Ray, contribuendo direttamente allo sviluppo delle sue sperimentazioni fotografiche. La loro relazione influenzò profondamente entrambi, fino alla separazione nei primi anni Trenta. È proprio dalla fine di quel legame che nasce Object to Be Destroyed, il celebre metronomo con l’occhio fotografico applicato sulla lancetta, opera destinata a diventare una delle icone del Surrealismo.

La retrospettiva dedica ampio spazio anche alla pittura, spesso rimasta in ombra rispetto alla produzione fotografica. Dipinti come À l’Heure de l’Observatoire – Les Amoureux, realizzato tra il 1932 e il 1934, mostrano quanto il lessico surrealista di Man Ray fosse debitore tanto alla cultura metafisica quanto al cinema e alla pubblicità moderna. Le enormi labbra sospese sopra Parigi anticipano infatti molte soluzioni visive della Pop Art e della grafica contemporanea.

Accanto alle opere pittoriche emergono gli oggetti d’affezione, ready-made modificati che reinterpretano la lezione duchampiana in chiave più narrativa e ironica. Cadeau, il ferro da stiro coperto di chiodi presentato nel 1921 alla Librairie Six di Philippe Soupault, resta uno degli esempi più noti di trasformazione perturbante dell’oggetto quotidiano. L’opera originale venne rubata il giorno stesso dell’inaugurazione, ma Man Ray ne autorizzò numerose repliche nel corso della vita, mettendo implicitamente in discussione il concetto di autenticità artistica molto prima della diffusione dell’arte seriale contemporanea.

Un aspetto particolarmente interessante del percorso espositivo riguarda il rapporto tra arte e design. Opere come Palettable, tavolo a forma di tavolozza progettato nel 1941, mostrano come Man Ray abbia attraversato con naturalezza il territorio del progetto d’arredo, anticipando la dissoluzione delle barriere tra arti applicate e arti maggiori. La sua influenza sul design radicale degli anni Sessanta e Settanta è oggi ampiamente riconosciuta da storici e istituzioni museali, dal Centre Pompidou al MoMA di New York.

La mostra include inoltre documenti e immagini legati all’Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938, tra cui Résurrection des Mannequins, testimonianza di uno degli allestimenti più visionari del Novecento. In quella celebre esposizione parigina Duchamp trasformò gli spazi della Galerie Beaux-Arts in un ambiente immersivo e destabilizzante, anticipando molte pratiche installative contemporanee. Man Ray partecipò decorando manichini e contribuendo all’atmosfera teatrale dell’evento, confermando il suo ruolo centrale nella costruzione dell’estetica surrealista.

Non mancano infine i film sperimentali, dai cortometraggi astratti come Le Retour à la Raison fino a L’Étoile de mer, opere che dialogano con il cinema d’avanguardia europeo degli anni Venti e con la ricerca visiva di Buñuel, Clair e Cocteau. Anche nel cinema Man Ray rifiuta la narrazione convenzionale, preferendo frammenti, sovrimpressioni, ritmi visivi e associazioni libere.

Il percorso trova una collocazione significativa nella Villa dei Capolavori della Fondazione Magnani-Rocca, istituzione che negli ultimi anni ha costruito un programma espositivo dedicato ai grandi protagonisti delle avanguardie storiche europee. Inserire Man Ray accanto alle collezioni permanenti di Tiziano, Monet, Morandi, Renoir, Goya o de Chirico significa evidenziare il dialogo continuo tra tradizione e modernità che attraversa tutta la storia dell’arte occidentale.

A rendere ancora più attuale la figura di Man Ray è la sua capacità di anticipare molte dinamiche dell’arte contemporanea: la contaminazione tra media, la serialità, l’uso dell’immagine come dispositivo concettuale, il rapporto con la moda e con la cultura di massa, la costruzione dell’identità attraverso la fotografia. Non è un caso che Andy Warhol lo abbia considerato uno dei propri riferimenti principali. Entrambi hanno compreso, in epoche diverse, che l’arte del Novecento non poteva più limitarsi a un solo linguaggio.

“Man Ray: tutto” non si limita così a celebrare un protagonista delle avanguardie storiche, ma restituisce il ritratto di un autore che continua a parlare al presente. In un’epoca dominata dalla circolazione incessante delle immagini e dalla contaminazione tra discipline, la sua opera appare meno come una testimonianza storica e più come una chiave per comprendere la cultura visiva contemporanea.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo redazionale

Palladio conquista Pechino: oltre 540 mila visitatori per la grande mostra dedicata all’architetto veneto

Al Museo Nazionale della Cina si chiude una delle più importanti operazioni di diplomazia culturale italiana degli ultimi anni. Tra architettura, paesaggio e dialogo interculturale, l’opera di Andrea Palladio si conferma un linguaggio globale capace di attraversare secoli e continenti.

Più di 540 mila visitatori in poco più di tre mesi: la mostra “Geometry, Harmony and Life” dedicata ad Andrea Palladio ha trasformato il Museo Nazionale della Cina in uno dei principali luoghi di incontro tra cultura architettonica italiana e pubblico asiatico. Un successo che rilancia il ruolo contemporaneo del classicismo palladiano e apre nuove prospettive di collaborazione culturale tra Italia e Cina.


Con oltre 540 mila ingressi registrati tra il 3 febbraio e il 15 maggio 2026, la mostra Geometry, Harmony and Life. The Architecture of Andrea Palladio from Antiquity to Classicism, ospitata al Museo Nazionale della Cina di Pechino, si è imposta come uno degli eventi culturali italiani più rilevanti organizzati nel Paese asiatico negli ultimi anni. L’esposizione, promossa dall’Ambasciata d’Italia a Pechino e dall’Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza e Treccani, ha rappresentato anche una delle più vaste ricognizioni internazionali dedicate all’architetto vicentino negli ultimi decenni.

La figura di Andrea Palladio continua del resto a occupare una posizione centrale nella storia dell’architettura occidentale. Nato a Padova nel 1508 e attivo soprattutto nella Repubblica di Venezia, Palladio ha ridefinito il lessico classico del Rinascimento attraverso ville, palazzi e chiese costruiti principalmente nel territorio veneto. La sua influenza, però, ha superato da tempo i confini italiani. Con la pubblicazione dei Quattro libri dell’architettura nel 1570, il suo metodo progettuale fondato su proporzione, simmetria e armonia geometrica è diventato un riferimento imprescindibile per architetti europei e americani, dal neoclassicismo inglese di Inigo Jones fino agli edifici istituzionali di Thomas Jefferson negli Stati Uniti.

La mostra di Pechino ha scelto di leggere questa eredità non come semplice fenomeno storico, ma come linguaggio ancora capace di dialogare con il presente. L’allestimento progettato dallo Studio Cibic è stato concepito come uno spazio di relazione tra cultura italiana e cultura cinese, mettendo in evidenza le convergenze tra il pensiero palladiano e alcune tradizioni estetiche orientali legate all’equilibrio tra architettura, natura e paesaggio. Un approccio che ha contribuito a rendere l’esposizione accessibile anche a un pubblico non specialistico, trasformando il percorso in un’esperienza immersiva e narrativa.

Curata da Donata Battilotti dell’Università di Udine, Guido Beltramini del CISA Andrea Palladio, Massimo Bray per Treccani e Fernando Marías dell’Universidad Autónoma de Madrid, la mostra ha coinvolto numerose istituzioni italiane e cinesi. Tra i prestatori figuravano il Palladio Museum di Vicenza, i Musei Civici e la Biblioteca Bertoliana della città veneta, i Musei Civici di Bassano del Grappa, il Complesso Monumentale della Pilotta di Parma e la Biblioteca Nazionale della Cina. Tra le opere esposte anche il celebre Capriccio con edifici palladiani di Canaletto, dipinto emblematico della fortuna iconografica dell’architettura palladiana nel Settecento europeo.

Particolarmente significativa è stata anche la presenza del progetto fotografico di Lois Conner dedicato ai paesaggi palladiani del Veneto. L’artista americana, nota per il suo lavoro sul paesaggio cinese realizzato con grande formato panoramico, ha contribuito a stabilire un ulteriore ponte visivo tra Oriente e Occidente. Le sue immagini hanno mostrato come le ville palladiane non siano soltanto architetture monumentali, ma dispositivi culturali inseriti in un preciso equilibrio territoriale, agricolo e sociale.

Il successo della mostra riflette inoltre il crescente interesse della Cina per la cultura del progetto e per la storia dell’architettura occidentale. Negli ultimi vent’anni il Paese ha investito in modo massiccio nella costruzione di musei, istituzioni culturali e scuole di design, alimentando una nuova attenzione verso i modelli storici europei. In questo contesto, Palladio rappresenta un caso particolarmente efficace: il suo linguaggio razionale, fondato sulla misura e sull’ordine, dialoga con temi contemporanei come la sostenibilità, il rapporto con il paesaggio e la qualità dello spazio abitato.

Non a caso la mostra è stata inaugurata alla presenza dei ministri della Cultura italiano e cinese, Alessandro Giuli e Sun Yeli, assumendo fin dall’inizio anche una dimensione diplomatica. Edoardo Demo, presidente del CISA Andrea Palladio, ha definito il progetto l’inizio di una più ampia stagione di collaborazioni culturali tra Italia e Cina, mentre lo stesso ministro Giuli ha parlato di “capolavoro di diplomazia culturale”.

Accanto all’esposizione è stato realizzato anche un ampio catalogo trilingue – italiano, inglese e cinese – pubblicato da Treccani con contributi di alcuni dei maggiori studiosi internazionali di Palladio. Si tratta della prima pubblicazione di riferimento dedicata all’architetto vicentino destinata specificamente al mercato culturale cinese, un elemento che conferma la volontà di trasformare l’evento in una piattaforma stabile di studio e divulgazione.

Il progetto non si conclude però con la chiusura della mostra al Museo Nazionale della Cina. Il prossimo 10 luglio sarà inaugurata a Pechino, presso il Tsinghua Art Museum, la nuova esposizione Chinese Voices on Palladio, dedicata agli sviluppi contemporanei dell’eredità palladiana e al modo in cui architetti e studiosi cinesi reinterpretano oggi il suo pensiero. Il progetto sarà curato dal Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino insieme alla Scuola di Architettura della Tsinghua University, una delle istituzioni accademiche più prestigiose della Cina.

A più di quattro secoli dalla pubblicazione dei Quattro libri dell’architettura, l’opera di Palladio continua dunque a funzionare come un sistema aperto di idee, capace di attraversare epoche e geografie diverse. Il successo di Pechino dimostra che il classicismo palladiano non appartiene soltanto alla storia dell’arte europea, ma continua a essere percepito come uno strumento contemporaneo per riflettere sul rapporto tra spazio, società e cultura materiale.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo redazionale

La misura dell’UNO: dieci anni di Arte Etica con responsabilità e coscienza critica

Alla Fabbrica del Vapore di Milano una grande mostra collettiva celebra il decennale del Movimento Arte Etica e riporta al centro il rapporto tra creazione artistica, libertà espressiva e responsabilità culturale

Dal 5 giugno al 13 settembre 2026 lo Spazio Messina della Fabbrica del Vapore ospita “La misura dell’UNO”, esposizione che riunisce artisti, installazioni, video, fotografia e pratiche sonore attorno a una domanda sempre più urgente: quale ruolo può avere oggi l’arte in una società attraversata da crisi ambientali, conflitti identitari e trasformazioni tecnologiche?


A dieci anni dalla sua fondazione, il Movimento Arte Etica torna a interrogare il presente con una mostra che ambisce a essere insieme piattaforma critica, esperienza immersiva e riflessione collettiva sul significato contemporaneo dell’atto artistico. “La misura dell’UNO”, ospitata negli spazi della Fabbrica del Vapore di Milano dal 5 giugno al 13 settembre 2026, nasce come progetto corale dedicato al rapporto tra etica ed estetica, tema che attraversa da sempre la storia dell’arte ma che oggi assume una nuova urgenza. Curata da Sandro Orlandi Stagl e coprodotta con il Comune di Milano, la mostra riunisce artisti appartenenti a generazioni, linguaggi e percorsi differenti, chiamati a confrontarsi con una domanda tanto semplice quanto radicale: è ancora possibile produrre arte senza interrogarsi sulle conseguenze culturali, politiche e morali delle immagini?

L’interrogativo attraversa l’intero progetto espositivo e si innesta in una lunga tradizione teorica che va dall’estetica filosofica ottocentesca fino ai dibattiti contemporanei sull’intelligenza artificiale, sul mercato globale dell’arte e sulla crisi delle forme tradizionali della rappresentazione. Se il Novecento aveva rivendicato l’autonomia dell’opera attraverso le avanguardie storiche e il modernismo, il presente sembra invece riportare al centro il problema della responsabilità dello sguardo. Non più soltanto “che cos’è arte?”, ma anche “a cosa risponde l’arte?” e “verso chi è responsabile l’artista?”.

È proprio questo il nucleo teorico del testo critico di Sandro Orlandi Stagl, che orienta l’intera esposizione. “La bellezza, se è autentica, non è mai neutra: implica sempre una posizione, una visione del mondo”, scrive il curatore, individuando nella tensione tra etica ed estetica non una contraddizione, ma un campo vitale di confronto. In questa prospettiva il gesto creativo non viene interpretato come esercizio autoreferenziale, ma come atto capace di produrre senso, influenzare immaginari e incidere sulle sensibilità collettive.

Il titolo stesso della mostra allude a questa ricerca di equilibrio. “La misura dell’UNO” suggerisce infatti il tentativo di ritrovare una possibile sintesi dentro la frammentazione contemporanea: un’idea di unità che non cancelli la complessità, ma la attraversi. Il concetto richiama tanto la filosofia neoplatonica quanto alcune riflessioni della cultura estetica novecentesca, dove l’arte viene spesso interpretata come strumento di ricomposizione simbolica del reale. Orlandi Stagl parla apertamente della necessità di “ritrovare ordine e senso profondo all’interno dell’esperienza caotica e frammentata del mondo”.

La mostra traduce queste riflessioni in un percorso articolato che mette in dialogo pittura, disegno, fotografia, installazione, video, suono e scultura. Ogni opera mantiene la propria autonomia linguistica, ma contribuisce alla costruzione di un ambiente collettivo nel quale temi come ambiente, energia, giustizia sociale, memoria, identità e tutela culturale emergono come questioni centrali della contemporaneità.

Gli artisti coinvolti – Afran, Gino Alberti, Marco Bertìn, Angelo Bonello, Carlo Bonfà, Julia Bornefeld, Francesco Carofiglio, Luigi Dellatorre, Massimo Donà, Gianfranco Gentile, Marco Gradi, Franco Mazzucchelli, Matteo Mezzadri, Jorge R. Pombo, Antonio Riello, Alberto Salvetti e Alessandro Zannier – rappresentano approcci molto differenti tra loro. Alcuni lavorano sul rapporto tra tecnologia e percezione, altri sulla materia e sulla memoria, altri ancora sul paesaggio sociale e sull’ironia critica. Il risultato non è una mostra tematica in senso tradizionale, ma una costellazione di posizioni che riflette la natura plurale del dibattito contemporaneo.

La scelta della Fabbrica del Vapore come sede assume un valore simbolico preciso. Ex complesso industriale milanese riconvertito a centro culturale, lo spazio rappresenta da anni uno dei principali laboratori urbani dedicati alla sperimentazione artistica contemporanea. La sua identità, costruita attorno al recupero dell’archeologia industriale e alla promozione di pratiche interdisciplinari, si accorda perfettamente con un progetto che mette al centro il rapporto tra produzione culturale e trasformazione sociale.

Uno degli aspetti più interessanti della mostra riguarda però la costruzione dell’esperienza di visita. “La misura dell’UNO” non si limita infatti all’esposizione tradizionale delle opere, ma introduce un sistema narrativo immersivo che amplia le possibilità di fruizione. Attraverso QR code disseminati lungo il percorso, il pubblico può accedere a contenuti di approfondimento, materiali dietro le quinte e connessioni critiche. Parallelamente, un racconto sonoro ideato e scritto da Alessandra Pacilli accompagna il visitatore in una dimensione narrativa non lineare.

Cinque voci narranti, interpretate da doppiatori professionisti e associate a differenti figure retoriche, costruiscono un itinerario aperto, privo di gerarchie e di direzioni obbligate. Non una guida didattica, dunque, ma un dispositivo poetico capace di suggerire relazioni e generare interpretazioni personali. In questo senso la mostra si inserisce nel più ampio dibattito contemporaneo sulla museografia esperienziale, che negli ultimi anni ha ridefinito il ruolo del pubblico trasformandolo da semplice osservatore a soggetto attivo della costruzione di significato.

La riflessione sull’etica dell’arte assume inoltre una particolare rilevanza nel contesto culturale attuale, segnato dall’espansione delle immagini digitali, dalla crescente influenza degli algoritmi e dalla diffusione dell’intelligenza artificiale generativa. Lo stesso testo di Orlandi Stagl richiama esplicitamente la “crisi del senso nell’epoca dell’intelligenza artificiale”, suggerendo come il problema della responsabilità artistica non possa più essere separato dalle trasformazioni tecnologiche che ridefiniscono produzione, distribuzione e consumo delle immagini.

In questo scenario, “La misura dell’UNO” propone una posizione precisa: restituire dignità al gesto creativo come forma di libertà e insieme come gesto di cura. Non un ritorno moralistico all’arte impegnata, ma il tentativo di riaprire uno spazio critico dentro una contemporaneità dominata dalla velocità, dalla spettacolarizzazione e dalla continua esposizione mediatica.

L’inaugurazione della mostra è prevista per il 4 giugno 2026 alla presenza dell’assessore alla Cultura del Comune di Milano Tommaso Sacchi e di Maria Fratelli, dirigente dell’Unità Progetti Speciali e Fabbrica del Vapore. Un segnale istituzionale che conferma l’interesse crescente verso pratiche artistiche capaci di intrecciare ricerca estetica, riflessione sociale e partecipazione pubblica.


Da Paola Martino ufficio stampa <paolamartinoufficiostampa@gmail.com> 
Articolo redazionale

Florence Biennale 2027, il tempo come materia dell’arte contemporanea

La XVI edizione della rassegna fiorentina celebra trent’anni di attività con un tema dedicato a memoria, caducità ed eternità nell’epoca digitale

Dal 23 al 31 ottobre 2027 la Fortezza da Basso ospiterà la XVI Florence Biennale, appuntamento internazionale dedicato all’arte e al design contemporaneo. Nel trentennale della manifestazione, il tema scelto guarda alla trasformazione della percezione del tempo nella società connessa e al ruolo dell’arte nel restituire profondità all’esperienza contemporanea.


A trent’anni dalla sua nascita, la Florence Biennale sceglie di interrogare una delle questioni più pervasive del presente: il tempo. La XVI edizione della manifestazione internazionale dedicata all’arte e al design contemporaneo, in programma alla Fortezza da Basso di Firenze dal 23 al 31 ottobre 2027, porterà infatti il titolo “Beyond the Sense of Time. Memory, Caducity and Eternity in Contemporary Art and Design”, sviluppando una riflessione curatoriale che intreccia filosofia, cultura visiva e trasformazioni tecnologiche.

Fondata nel 1997, la Florence Biennale si è progressivamente affermata come una delle piattaforme internazionali più riconoscibili dedicate agli artisti emergenti e indipendenti. Nel corso degli anni ha accolto migliaia di partecipanti provenienti da tutto il mondo, costruendo un modello espositivo ibrido tra mostra internazionale, laboratorio culturale e spazio di networking creativo. L’ultima edizione ha registrato oltre 21.000 visitatori, con più di 600 artisti e designer provenienti da 84 Paesi e cinque continenti. Tra gli ospiti insigniti del premio alla carriera figuravano Patricia Urquiola e Tim Burton, due personalità emblematiche della contaminazione contemporanea tra progetto, immaginario e cultura visuale.

Il tema scelto per il 2027 prosegue il percorso curatoriale elaborato da Giovanni Cordoni negli ultimi anni. Dopo aver affrontato le questioni dell’identità e della dualità dell’esistenza, la Biennale concentra ora l’attenzione sulla dimensione temporale come nodo centrale dell’esperienza contemporanea. Alla base della riflessione vi è l’idea che i media digitali abbiano modificato radicalmente la percezione del tempo: archivi, memoria e attualità convivono oggi in un presente continuo, caratterizzato da simultaneità e accesso permanente all’informazione.

Il rapporto tra arte e tempo attraversa l’intera storia della modernità. Dalle avanguardie futuriste, ossessionate dalla velocità e dal dinamismo urbano, fino alle sperimentazioni video e digitali degli ultimi decenni, gli artisti hanno spesso cercato di tradurre visivamente la mutazione della percezione temporale. Se il Novecento industriale celebrava l’accelerazione, il XXI secolo sembra invece confrontarsi con una condizione di sovraccarico permanente, nella quale passato e presente tendono a collassare nello stesso flusso informativo. In questo scenario, l’arte contemporanea prova a recuperare spessore critico, rallentamento e consapevolezza.

La XVI Florence Biennale articolerà il tema lungo tre direttrici principali: “Memory”, dedicata alla persistenza del passato e alla costruzione dell’identità; “Caducity”, legata alla coscienza della finitudine e dell’impermanenza; “Eternity”, intesa come tensione verso ciò che supera il limite temporale. Una tripartizione che richiama questioni centrali anche nel dibattito contemporaneo sul design e sulla cultura materiale: la durata degli oggetti, la memoria incorporata nelle forme e il rapporto tra consumo, conservazione e obsolescenza.

Negli ultimi anni, infatti, il design ha progressivamente abbandonato la sola dimensione funzionalista per confrontarsi con temi ambientali, archivistici e relazionali. Molti progettisti contemporanei lavorano oggi sulla fragilità dei materiali, sul recupero degli scarti o sulla temporalità dell’esperienza d’uso. In questo senso, il riferimento alla caducità assume anche una valenza ecologica e sociale: riflettere sul tempo significa interrogarsi sulla sostenibilità dei processi produttivi e sul destino degli oggetti nel ciclo accelerato del consumo globale.

Non è casuale che tra le opere citate come ispirazione per il concept figurino lavori di Refik Anadol e Anthony Howe. Le installazioni immersive di Anadol, basate sull’elaborazione algoritmica di grandi quantità di dati, affrontano spesso il tema della memoria digitale e della visualizzazione dell’invisibile. Howe, invece, è noto per le sue sculture cinetiche monumentali, sospese tra ingegneria, natura e movimento perpetuo. Entrambi rappresentano una ricerca artistica che usa tecnologia e dinamismo per riflettere sulla percezione umana del tempo.

La comunicazione visiva della XVI edizione è stata affidata a Chiara Zhu, artista e designer vincitrice del terzo Premio Internazionale “Leonardo da Vinci” per il Design assegnato durante la XV Florence Biennale del 2025. La scelta conferma l’intenzione della manifestazione di valorizzare percorsi emersi all’interno della stessa piattaforma espositiva, trasformando la Biennale non soltanto in un evento temporaneo, ma in un ecosistema culturale capace di generare continuità professionale e relazionale.

Secondo il direttore Jacopo Celona, il trentennale rappresenta un momento di consolidamento internazionale e insieme uno stimolo progettuale verso il futuro. Nel corso di tre decenni, la Florence Biennale ha infatti ampliato progressivamente il proprio raggio d’azione, intercettando il crescente dialogo tra arti visive, design, architettura, moda e nuove tecnologie. In una fase storica segnata da crisi geopolitiche, trasformazioni climatiche e ridefinizioni culturali globali, il tema del tempo assume quindi anche una dimensione politica: recuperare memoria collettiva e immaginare forme condivise di futuro.

Accanto al programma espositivo, l’edizione 2027 proporrà conferenze, performance, progetti speciali, iniziative didattiche e anteprime internazionali. Le candidature sono già aperte per artisti e designer provenienti da tutto il mondo, con sezioni dedicate a pittura, scultura, fotografia, video art, installazioni, performance, arte digitale e design nelle sue diverse declinazioni, dall’architettura alla comunicazione visiva.

Nel panorama delle grandi manifestazioni internazionali, le biennali hanno assunto negli ultimi decenni un ruolo sempre più centrale nella costruzione del dibattito culturale globale. Da Venezia a São Paulo, da Istanbul a Sharjah, questi eventi funzionano oggi come osservatori privilegiati delle trasformazioni sociali e simboliche contemporanee. La Florence Biennale, pur mantenendo una struttura autonoma rispetto ai grandi circuiti istituzionali, si inserisce in questa geografia culturale proponendo un modello aperto, transdisciplinare e fortemente orientato al dialogo internazionale.

Nel 2027, il confronto con il tempo appare inevitabile. In un’epoca dominata dalla velocità algoritmica, dall’istantaneità della comunicazione e dalla continua produzione di immagini, arte e design tornano così a rivendicare una funzione essenziale: dare forma alla memoria, misurare la fragilità dell’esistenza e immaginare ciò che può sopravvivere oltre il presente.


Da CULTURALIA <info@culturaliart.com>
Articolo redazionale