Nostalgia del Sud. Quando l’Italia era il sogno degli artisti tedeschi

Ad Ascona, una mostra indaga il fascino esercitato dal Belpaese su una generazione di autori germanofoni tra Otto e Novecento. Tra paesaggi, mito e modernità, emerge il ritratto di un’Europa in dialogo.

Conosci il paese dove fioriscono i limoni?
Tra le foglie scure splende l’arancio d’oro,
Una dolce brezza spira dal cielo azzurro,
Quieto sta il mirto e alto cresce l’alloro.
Lo conosci tu?
Là, là
Vorrei con te, o mio diletto, andare!

Johann Wolfgang von Goethe

Nostalgia del sud
Artisti tedeschi in Italia 1865-1915

di Andrea Valenti
Arte, mostre, fotografia, atmosfere

Dal 26 aprile al 26 agosto 2026, il Museo Castello San Materno di Ascona accoglie Nostalgia del Sud. Artisti tedeschi in Italia 1865-1915, un’esposizione che riunisce quaranta opere – tra dipinti, incisioni, disegni e sculture – firmate da quattordici artisti di area germanofona. Curata da Harald Flebig e sostenuta dalla Fondazione per la cultura Kurt e Barbara Alten, la mostra restituisce un capitolo significativo della storia culturale europea: quello del viaggio in Italia come esperienza formativa, estetica ed esistenziale.

Il mito dell’Italia tra arte e desiderio

“Conosci il paese dove fioriscono i limoni?”: il celebre verso di Johann Wolfgang von Goethe, evocato nel percorso espositivo, sintetizza l’attrazione esercitata dall’Italia su intere generazioni di artisti del Nord Europa. Tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il Belpaese si affermò infatti come una meta privilegiata, capace di offrire non solo un patrimonio artistico e architettonico senza pari, ma anche una qualità della luce, dei paesaggi e della vita quotidiana percepita come alternativa alle tensioni industriali e politiche che attraversavano le regioni oltre le Alpi.

L’Italia diventava così uno spazio simbolico prima ancora che geografico: luogo di ritorno alle origini della cultura occidentale, ma anche laboratorio di rinnovamento linguistico. Per molti artisti, il viaggio a sud rappresentava una sorta di rito di passaggio, una sospensione dalle regole accademiche e un’apertura verso nuove possibilità espressive.

Una generazione tra accademia e sperimentazione

Le opere in mostra – tutte provenienti da un’importante collezione privata tedesca e presentate per la prima volta al pubblico – documentano la varietà di approcci adottati da questi autori. Lontani dalle Accademie dei loro paesi d’origine, essi trovarono in Italia un contesto più libero, capace di stimolare la ricerca individuale e il confronto diretto con la tradizione.

Tra i protagonisti spiccano figure come Otto Greiner e Sigmund Lipinsky, pittori e incisori che rielaborarono in chiave moderna temi classici, intrecciando suggestioni simboliste e riferimenti alla mitologia. Accanto a loro, il pittore ungherese Adolf Hirémy-Hirschl propone una visione intensamente narrativa e teatrale, in cui il passato viene reinterpretato attraverso una sensibilità contemporanea.

Non meno significativo è il contributo di Oswald Achenbach, tra i principali esponenti della scuola paesaggistica di Düsseldorf, e dell’acquerellista austriaco Ludwig Passini. Entrambi furono profondamente colpiti dalla varietà dei paesaggi italiani: dalle vedute urbane di Venezia e Roma alle atmosfere luminose del Golfo di Napoli. Le loro opere restituiscono un’Italia concreta e insieme idealizzata, sospesa tra osservazione diretta e costruzione poetica.

Paesaggio, vita quotidiana e identità culturale

Uno degli aspetti più interessanti della mostra è il modo in cui questi artisti guardano alla vita quotidiana delle comunità locali. Contadini, pescatori, scene di mercato o scorci di vita urbana diventano soggetti privilegiati, osservati con uno sguardo che oscilla tra documentazione e fascinazione.

Questa attenzione per l’“autenticità” del vivere italiano si inserisce in un più ampio contesto europeo, segnato dalla nostalgia per un mondo percepito come più semplice e armonioso. In opposizione alla crescente industrializzazione del Nord, il Sud assume i tratti di un luogo ancora integro, dove il rapporto tra uomo e natura appare più diretto.

Tuttavia, non si tratta di una rappresentazione ingenua o puramente idilliaca. In molti casi, queste immagini rivelano una consapevolezza critica, una tensione tra realtà e mito che riflette le trasformazioni culturali dell’epoca.

Un crocevia di relazioni e influenze

Il soggiorno in Italia non fu soltanto un’esperienza individuale, ma anche un’occasione di incontro e scambio. Gli artisti germanofoni si inserirono attivamente nella scena culturale locale, intrecciando rapporti con colleghi italiani, mecenati e collezionisti, e partecipando alle principali esposizioni.

Questa dimensione relazionale emerge con forza nel percorso espositivo, che evidenzia come l’Italia fosse un vero e proprio crocevia internazionale. Qui si confrontavano tradizioni diverse, si sperimentavano nuovi linguaggi e si ridefinivano i confini dell’arte moderna.

Accanto ai nomi già citati, la mostra include anche artisti come Anton von Werner, Adolph von Menzel e lo scultore August Gaul, testimoni di una pluralità di sguardi e di esperienze che contribuiscono a delineare un panorama ricco e articolato.

Una mostra che parla al presente

Pur concentrandosi su un periodo storico ben definito – dal 1865 allo scoppio della Prima guerra mondiale – Nostalgia del Sud offre spunti di riflessione che risuonano anche oggi. Il tema del viaggio come occasione di conoscenza e trasformazione, così come quello del dialogo tra culture, appare quanto mai attuale in un’epoca segnata da nuove forme di mobilità e da rinnovate tensioni identitarie.

Allo stesso tempo, la mostra invita a interrogarsi sul concetto stesso di “Sud”, inteso non solo come luogo geografico, ma come costruzione culturale, spazio dell’immaginazione e del desiderio. Un’idea che continua a esercitare un fascino persistente, capace di attraversare epoche e linguaggi.

Un catalogo per approfondire

Ad accompagnare l’esposizione, un catalogo pubblicato da Wienand Verlag di Colonia, curato da Harald Flebig e Ilse Ruch, raccoglie contributi di studiosi internazionali tra cui Emanuele Bardazzi, Manuel Carrera, Sarah Kinzel, Alexander Kunkel, Susanne Scherrer e Julia Tietz. Uno strumento prezioso per approfondire i temi della mostra e per collocare le opere in un più ampio contesto storico e critico.

Con Nostalgia del Sud, il Museo Castello San Materno propone dunque non solo un viaggio nella storia dell’arte, ma anche una riflessione sul potere delle immagini di costruire visioni condivise. Un invito a guardare l’Italia – e l’Europa – attraverso gli occhi di chi, più di un secolo fa, vi cercava bellezza, libertà e ispirazione.


NOSTALGIA DEL SUD. Artisti tedeschi in Italia 1865-1915
Ascona, Museo Castello San Materno
26 aprile – 26 agosto 2026
 
Orari:
da giovedì a sabato, 10.00 — 12.00; 14.00 — 17.00
domenica e festivi, 14.00 — 16.00
 
Ingresso:
intero: 7 Franchi svizzeri; ridotto: 5 Franchi svizzeri
 
Informazioni:
T. +41 91 7598160/40; E. museosanmaterno@ascona.ch
 
Sito internet: www.museoascona.ch
 
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Marta Pedroli E. marta.pedroli@clp1968.it | T. + 39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Pericoli tra pietra e visione: a Cemmo il tempo si fa pittura

“Tullio Pericoli. Terre rupestri e Terremobili” – Cemmo di Capo di Ponte (BS) –
installation view – photo credit Davide Bassanesi

Alla Pieve di San Siro, nel cuore della Valle Camonica, Tullio Pericoli mette in dialogo arte contemporanea e incisioni rupestri. Una mostra intensa e misurata, dove il segno arcaico si trasforma in racconto del presente. Un dialogo millenario tra segno e paesaggio.

Pericoli tra pietra e visione: a Cemmo il tempo si fa pittura

di Andrea Valenti
Redazione Arte – Sezione Mostre

Nel silenzio austero della Pieve di San Siro a Cemmo, uno degli edifici romanici più suggestivi della Valle Camonica, prende forma un confronto serrato tra epoche lontane. Dal 28 marzo al 17 maggio 2026, la mostra Terre rupestri e Terremobili porta nella navata antica lo sguardo e la mano di Tullio Pericoli, pittore e disegnatore tra i più riconoscibili del panorama italiano contemporaneo.

Il progetto nasce da una tensione precisa: rileggere il patrimonio millenario delle incisioni rupestri – cuore del primo sito UNESCO italiano – attraverso una sensibilità attuale, capace di coglierne non solo la forma, ma l’energia simbolica e la persistente vitalità. Non si tratta di una semplice citazione archeologica, ma di un attraversamento. Pericoli osserva, assorbe e restituisce, trasformando quei segni primordiali in una lingua pittorica mobile, inquieta, profondamente contemporanea.

Le “Terremobili”: paesaggi instabili del presente

Al centro della mostra si collocano 31 oli su tela, costruiti a partire dall’incontro dell’artista con i graffiti dell’età del Ferro, in particolare con la celebre mappa di Bedolina. Da questo confronto nasce la serie delle “Terremobili”, un termine che suggerisce instabilità e mutazione, evocando scenari naturali fragili, attraversati da tensioni profonde.

Le opere si presentano come superfici vibranti, in cui il segno non è mai statico ma continuamente in trasformazione. Linee, tracciati e campiture cromatiche si intrecciano dando vita a composizioni che sembrano oscillare tra memoria e visione. Il riferimento al segno rupestre non è mai illustrativo: è piuttosto un principio generativo, un alfabeto antico che si riattiva nel presente.

In questa dinamica si inserisce una riflessione più ampia, che tocca anche il nostro tempo: quei segni lontani entrano in risonanza con immagini contemporanee, talvolta drammatiche, suggerendo una continuità tra passato e attualità. La terra, da sempre superficie di incisione e racconto, diventa qui luogo di trasformazione e crisi.

Un allestimento che ascolta lo spazio

Uno degli aspetti più riusciti dell’esposizione è la sua capacità di inserirsi nella Pieve senza alterarne l’identità. L’allestimento, volutamente essenziale, rinuncia a ogni elemento invasivo per lasciare che siano le opere a emergere in relazione diretta con la pietra e la luce.

Le strutture espositive sono leggere, quasi invisibili. Nulla interrompe la percezione dello spazio sacro: al contrario, la mostra sembra adattarsi al ritmo architettonico della chiesa, instaurando un dialogo silenzioso ma costante. In questo equilibrio, la pittura di Pericoli non si impone, ma si accorda al luogo.

Fondamentale è anche il ruolo della luce. Un sistema illuminotecnico calibrato con precisione costruisce una narrazione visiva fatta di chiaroscuri e accenti puntuali. La luce non invade, ma rivela: esalta le superfici, sottolinea i dettagli, guida lo sguardo senza mai distrarlo. È un elemento attivo, che contribuisce a rendere l’esperienza di visita intima e contemplativa.

Un’esperienza immersiva tra visione e racconto

A completare il percorso espositivo, una videoproiezione sull’abside amplifica la dimensione narrativa del progetto. Le immagini dialogano con l’architettura, trasformando lo spazio in una sorta di racconto visivo continuo, dove pittura e luce si intrecciano.

La mostra si configura così come un’esperienza stratificata, in cui il visitatore è chiamato a muoversi tra livelli diversi: quello storico, legato al contesto della Valle Camonica; quello artistico, costruito dalla ricerca di Pericoli; e quello percettivo, che si attiva nella relazione diretta con lo spazio.

Non è un percorso didascalico, ma un invito all’ascolto. Le opere non spiegano, ma suggeriscono. Non illustrano, ma evocano. E proprio in questa sospensione tra visibile e invisibile si gioca la forza dell’intero progetto.

Un progetto corale radicato nel territorio

Promossa dall’Associazione culturale d’ADA in collaborazione con l’artista, la mostra si inserisce in una rete di relazioni che coinvolge istituzioni, fondazioni e realtà locali. Il sostegno di enti pubblici e privati, insieme alla partecipazione di partner culturali, testimonia la volontà di costruire un dialogo ampio tra arte, territorio e comunità.

Durante i fine settimana, il pubblico può usufruire di accompagnamenti critici affidati a giovani studiose di storia dell’arte, mentre visite guidate più articolate collegano la mostra al Parco archeologico di Seradina e Bedolina e al Museo della Preistoria (MUPRE). Un sistema integrato che rafforza il legame tra l’intervento contemporaneo e il contesto archeologico.

Anche il catalogo, pubblicato da Moebius con un saggio critico di Salvatore Settis, contribuisce a delineare il quadro teorico dell’iniziativa, offrendo strumenti di approfondimento per una lettura più consapevole.

Tra memoria e attualità, la persistenza del segno

Terre rupestri e Terremobili è, in definitiva, una mostra che lavora sul tempo. Non in senso lineare, ma come stratificazione. Il passato non è distante, ma continuamente riattivato; il presente non è isolato, ma attraversato da memorie profonde.

Pericoli costruisce un ponte tra questi piani, utilizzando il segno come elemento di continuità. Un segno che nasce dalla pietra, ma si muove, cambia, si trasforma. E che, nel farlo, ci interroga: su ciò che resta, su ciò che muta, su ciò che siamo ancora in grado di vedere.

In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, la mostra invita a rallentare. A osservare. A riconoscere, nei segni più antichi, qualcosa che continua a parlarci.


TULLIO PERICOLI. Terre rupestri e Terremobili
Cemmo di Capo di Ponte (BS), Pieve di San Siro (via Pieve di San Siro)
28 marzo – 17 maggio 2026
Orari
Sabato e domenica, 10.00-19.00
Gli altri giorni, su prenotazione
 
Ingresso gratuito
 
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Ilenia Rubino E. ilenia.rubino@clp1968.it
T. + 39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Hokusai e l’enigma dell’Onda: quando il Giappone parla all’Europa

Una mostra a Lecco indaga il segreto compositivo e simbolico dell’immagine più celebre dell’arte giapponese. Tra geometria, natura e influenze occidentali, emerge un dialogo inatteso tra culture lontane.

Hokusai e l’enigma dell’Onda: quando il Giappone parla all’Europa

di Marta Bellomi
Arte e storia dell’arte

C’è un’immagine che, più di ogni altra, ha saputo attraversare confini geografici e culturali fino a diventare un’icona universale: La grande onda al largo di Kanagawa. Non è soltanto una xilografia giapponese dell’Ottocento, ma un segno riconoscibile ovunque, capace di parlare a sensibilità diverse senza perdere la propria identità. È proprio da questo enigma visivo e culturale che prende avvio la mostra Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa, allestita dal 21 marzo al 27 settembre 2026 al Palazzo delle Paure di Lecco.

L’esposizione, curata da Paolo Linetti con un intervento di Simona Bartolena, riunisce un nucleo significativo di opere del maestro giapponese Katsushika Hokusai (1760–1849), proponendo non solo un percorso storico-artistico, ma una vera e propria indagine sulle ragioni profonde del suo successo globale.

La grammatica nascosta dell’immagine

Il cuore della mostra ruota attorno alla celebre Onda, ma la prospettiva adottata è tutt’altro che celebrativa. L’attenzione si concentra piuttosto sulla sua costruzione interna: un sistema di linee, angoli e proporzioni che risponde a principi armonici sorprendentemente vicini alla tradizione occidentale.

Secondo le ricerche di Linetti, Hokusai avrebbe utilizzato veri e propri schemi geometrici per organizzare le sue composizioni. Due di questi modelli, rinvenuti nel 2021, vengono esposti come chiave interpretativa per comprendere il funzionamento interno delle immagini. Non si tratta di semplici intuizioni artistiche, ma di una struttura rigorosa che trasforma la rappresentazione della natura in un linguaggio universale.

È forse qui che si annida il segreto dell’Onda: nella sua capacità di essere insieme spontanea e costruita, immediata e calcolata, orientale nella sensibilità ma leggibile anche attraverso categorie visive occidentali.

L’acqua come forma del mondo

La scelta di Lecco come sede della mostra non è casuale. Città d’acqua, affacciata su uno dei paesaggi più celebri della letteratura italiana, offre un contesto ideale per riflettere su un elemento che in Hokusai diventa protagonista assoluto.

L’acqua, nelle sue opere, non è mai semplice sfondo. È materia viva, forza in movimento, simbolo di trasformazione. Dalle cascate impetuose alle onde in tempesta, fino alle superfici più calme e distese, Hokusai ne coglie ogni variazione, traducendola in segno grafico.

La mostra segue questa evoluzione, soffermandosi in particolare sui dettagli: i riccioli della schiuma, le masse fluide, le linee di tensione che attraversano le composizioni. Elementi apparentemente decorativi che, in realtà, rivelano un’attenzione quasi scientifica al comportamento dell’acqua.

Due onde, due visioni del mondo

Accanto alla celebre Onda di Kanagawa, il percorso espositivo presenta anche opere meno note ma altrettanto significative, come Il Fuji visto dal mare, tratto dalla serie delle Cento vedute del monte Fuji (1834–1835).

Qui l’acqua cambia volto: non più forza distruttiva, ma presenza pacificata, quasi meditativa. La composizione si distende, il ritmo si fa più lento, e la natura appare in equilibrio con lo sguardo umano. Le due immagini, poste idealmente in dialogo, delineano una doppia lettura del mondo: da un lato la potenza incontrollabile, dall’altro l’armonia possibile.

È in questo contrasto che si misura la complessità di Hokusai, artista capace di tenere insieme tensione e quiete, caos e ordine, senza mai ridurre l’una all’altra.

Il Giappone visto dall’Europa

Uno dei capitoli più interessanti della mostra riguarda l’influenza dell’arte giapponese sull’Occidente. A partire dalla metà dell’Ottocento, il fenomeno del Giapponismo investe l’Europa, modificando profondamente il gusto e il linguaggio degli artisti.

Le stampe ukiyo-e, con le loro composizioni asimmetriche, l’uso del colore piatto e la libertà dello sguardo, offrono un’alternativa radicale ai modelli accademici. Pittori come Monet, Van Gogh, Whistler o Toulouse-Lautrec ne colgono immediatamente le potenzialità, integrandole nelle proprie ricerche.

La mostra ricostruisce questo passaggio attraverso una sezione dedicata, evidenziando come l’incontro con l’estetica giapponese abbia contribuito alla nascita della modernità artistica europea. Non si tratta di una semplice influenza, ma di un vero e proprio scambio, in cui le immagini viaggiano e si trasformano.

Un dialogo contemporaneo

A chiudere il percorso, una presenza contemporanea: l’opera Omaggio a Hokusai di Armando Fettolini, inserita nella sezione sul Giapponismo. Non è un semplice tributo, ma un tentativo di riattivare quel dialogo tra passato e presente che attraversa tutta la mostra.

Accanto, una sala video con un filmato a cura di Simona Bartolena accompagna il visitatore in un approfondimento narrativo e didattico, rendendo accessibili anche i passaggi più complessi.

Una mostra che interroga lo sguardo

Più che una retrospettiva, quella di Lecco è una mostra che pone domande. Perché un’immagine nata nel Giappone del XIX secolo continua a parlarci oggi? Quali meccanismi visivi la rendono così potente? E cosa succede quando due culture, apparentemente distanti, si riconoscono in uno stesso linguaggio?

Forse la risposta sta proprio in quella “onda” che dà il titolo all’esposizione: una forma che non si ferma, che attraversa il tempo e lo spazio, che muta senza perdere la propria identità.


Note essenziali

Mostra: Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa
Sede: Palazzo delle Paure, Lecco
Date: 21 marzo – 27 settembre 2026
Orari: martedì 10–14; mercoledì–domenica 10–18; lunedì chiuso
Biglietti: intero €12; ridotto €8; bambini/scuole €5; cumulativo €15
A cura di: Paolo Linetti, con intervento di Simona Bartolena
Produzione: ViDi cultural e Ponte43, con Comune di Lecco e Sistema Museale Urbano Lecchese
Patrocinio: Consolato Generale del Giappone a Milano

Catalogo: edizioni ViDi cultural


Informazioni
Tel. 0341 286729
palazzopaure@comune.lecco.it | www.vidicultural.com
 
Ufficio stampa Comune di Lecco
Anna Rosa | ufficio.stampa@comune.lecco.it
 
Ufficio stampa ViDi
CLP Relazioni Pubbliche
Marta Pedroli | marta.pedroli@clp1968.it
T. +39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Andy Warhol, l’arte come specchio del consumo

Dalla pubblicità alla celebrità, dalla serialità alla morte: Andy Warhol ha trasformato l’arte in un dispositivo di osservazione del mondo contemporaneo. Non più rappresentazione, ma riflesso lucido e implacabile della società dei consumi.

Andy Warhol, l’arte come specchio del consumo

di Luca Ferraris
Cultura contemporanea e design

ANDY WARHOL
Ladies and Gentlemen
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 marzo – 19 luglio 2026

Quando si parla di Andy Warhol, il rischio è sempre lo stesso: ridurre la sua opera a un repertorio di immagini iconiche – le lattine di zuppa, Marilyn, Elvis – che sembrano ormai appartenere più alla cultura visiva collettiva che alla storia dell’arte. Eppure Warhol è stato qualcosa di più radicale: non ha semplicemente rappresentato il suo tempo, lo ha decodificato.

Nato a Pittsburgh nel 1928, Warhol si forma come illustratore pubblicitario. Questo dettaglio non è marginale: è proprio nel linguaggio della pubblicità che apprende la logica della ripetizione, dell’impatto immediato, della riconoscibilità. Quando negli anni Sessanta entra nella scena artistica newyorkese, porta con sé un’idea nuova: l’arte può parlare la stessa lingua del mercato.

La nascita della Pop Art americana

Il passaggio decisivo avviene con la Pop Art. Se in Europa il movimento mantiene un legame critico con la cultura di massa, negli Stati Uniti – e in particolare con Warhol – assume una forma più ambigua. Le celebri Campbell’s Soup Cans (1962) non denunciano il consumismo: lo replicano, lo espongono, lo rendono visibile.

Warhol non giudica, non interpreta. Si limita a mostrare. Ed è proprio questa apparente neutralità a risultare destabilizzante. L’arte, fino a quel momento, aveva sempre cercato una distanza dal quotidiano; Warhol, al contrario, la annulla. Il supermercato entra nel museo senza filtri.

Serialità e riproduzione: l’opera come prodotto

Uno degli aspetti più innovativi del suo lavoro è l’uso della serialità. Attraverso la tecnica della serigrafia, Warhol riproduce immagini in sequenza, spesso con variazioni minime di colore o di contrasto. Il risultato è una riflessione implicita sul concetto stesso di originalità.

In un mondo dominato dalla riproducibilità tecnica, l’opera unica perde centralità. Warhol lo comprende prima di molti teorici: l’arte non è più un oggetto irripetibile, ma un’immagine che può circolare, moltiplicarsi, consumarsi.

Le sue serie dedicate a Marilyn Monroe sono emblematiche: il volto dell’attrice diventa un’icona ripetuta fino all’usura, un simulacro che sopravvive alla persona reale. La celebrità si trasforma in superficie.

La Factory: laboratorio e spettacolo

Attorno a Warhol nasce un vero e proprio sistema produttivo: la Factory. Più che uno studio, è un ambiente ibrido, a metà tra laboratorio artistico e luogo di aggregazione sociale. Qui si incontrano artisti, musicisti, attori, outsider. Tutto diventa materiale creativo.

La Factory anticipa molte dinamiche contemporanee: la collaborazione diffusa, la contaminazione tra linguaggi, la costruzione dell’identità artistica come performance. Warhol stesso diventa un personaggio, una figura pubblica costruita con la stessa attenzione riservata alle sue opere.

Celebrità, media e ossessione per la visibilità

Warhol è tra i primi a intuire il potere dei media nella costruzione del mito. La sua celebre frase sui “quindici minuti di celebrità” non è solo una provocazione: è una diagnosi. In un sistema dominato dalla visibilità, la fama diventa effimera e replicabile.

Le sue opere dedicate a incidenti, sedie elettriche, disastri, mostrano l’altra faccia di questo meccanismo: la tragedia trasformata in immagine, consumata rapidamente e poi sostituita da un’altra. Anche la morte diventa spettacolo.

Un’eredità ancora attuale

A distanza di decenni, il lavoro di Warhol continua a interrogare il presente. In un’epoca dominata dai social media, dalla riproduzione infinita delle immagini, dalla costruzione dell’identità digitale, le sue intuizioni appaiono sorprendentemente profetiche.

Warhol non ha semplicemente anticipato il nostro tempo: ne ha messo a nudo i meccanismi fondamentali. Ha mostrato come il valore si sposti dall’oggetto all’immagine, dalla realtà alla sua rappresentazione.

Oltre l’icona

Ridurre Warhol a un simbolo della Pop Art significa non coglierne la complessità. La sua opera non è un elogio del consumismo, né una sua critica esplicita. È piuttosto un dispositivo di osservazione: uno specchio che restituisce l’immagine della società senza deformarla, ma proprio per questo senza attenuarne le contraddizioni.

In questo senso, Warhol resta uno degli artisti più lucidi del Novecento. Non perché abbia fornito risposte, ma perché ha saputo porre le domande giuste — e lasciarle aperte.


Andy Warhol. Ladies and Gentlemen
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 marzo – 19 luglio 2026
 
Mostra a cura di
Chiara Vorrasi
 
Organizzata da
Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara
www.palazzodiamanti.it
 
Ufficio Stampa
Studio Esseci
Simone Raddi, simone@studioesseci.net
tel. +39 049 663499

Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Redazione Experiences

Il volto delle donne. Arte, politica e cittadinanza nella storia della Repubblica

Al Senato della Repubblica una mostra intreccia due percorsi raramente messi in dialogo: la grande tradizione delle artiste italiane e il ruolo delle Madri Costituenti. Un racconto che attraversa cinque secoli di storia per interrogare l’identità civile del Paese.

A sinistra: Elizabeth Vigée Le Brun, Autoritratto, 1790, olio su tela, 59 x 42 cm, Roma, Accademia Nazionale di San Luca
Al centro: Sofonisba Anguissola (1535-1625), Autoritratto alla spinetta, 1555 circa, olio su tela, 56,3 x 48 cm, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte
A destra: Elizabeth Vigée Le Brun, Ritratto della figlia, 1792, olio su tela, cm 45 x 35, Bologna, Pinacoteca Nazionale

Il volto delle donne. Arte, politica e cittadinanza nella storia della Repubblica

di Chiara Vassallo
storia dell’arte e politiche culturali

Una mostra simbolica nel cuore delle istituzioni

C’è un luogo che più di ogni altro, in Italia, rappresenta la storia della nostra democrazia: Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica. È qui che si svolge la mostra “Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti”, promossa dal Senato insieme al Ministero della Cultura e organizzata dai Musei Nazionali di Perugia.

L’esposizione, aperta dal 6 marzo al 7 giugno 2026, nasce nel contesto delle celebrazioni per gli ottant’anni della Repubblica italiana e si propone di raccontare una storia spesso rimasta in secondo piano: quella delle donne che, in ambiti diversi, hanno contribuito a costruire l’identità culturale e politica del Paese.

Il percorso compie un gesto curatoriale semplice ma efficace. Da una parte riunisce opere di alcune delle più importanti artiste italiane tra il Quattrocento e l’Ottocento; dall’altra ricostruisce il ruolo delle ventuno donne elette all’Assemblea Costituente nel 1946. Due storie lontane nel tempo ma accomunate da una stessa domanda: come si costruisce, passo dopo passo, lo spazio pubblico delle donne.

Le artiste: una genealogia spesso dimenticata

Uno degli aspetti più sorprendenti della mostra è la qualità del nucleo artistico. Per la prima volta negli spazi del Senato vengono presentate opere di alcune protagoniste della pittura italiana tra Rinascimento e primo Ottocento.

Tra i nomi più noti figura Artemisia Gentileschi, oggi riconosciuta come una delle grandi voci del Barocco europeo. La sua vicenda artistica e personale – segnata da una straordinaria determinazione professionale in un ambiente dominato dagli uomini – è diventata negli ultimi decenni il simbolo di una riscoperta critica delle artiste dimenticate.

Accanto a lei compaiono figure come Sofonisba Anguissola, raffinata ritrattista attiva tra Italia e Spagna, e Lavinia Fontana, tra le prime pittrici professioniste della storia europea. La loro presenza testimonia come, già nel pieno del Rinascimento, alcune donne riuscissero a conquistare uno spazio nella pratica artistica, spesso grazie al sostegno di famiglie colte o di corti illuminate.

Il percorso arriva poi al Settecento con Rosalba Carriera, celebre per i suoi ritratti a pastello che conquistarono l’aristocrazia europea e contribuirono a definire il gusto rococò. Le sue opere raccontano un momento in cui la presenza femminile nella pittura diventa più visibile, anche grazie alla crescente circolazione delle opere e al sistema internazionale delle corti.

La mostra non si limita a presentare capolavori isolati. Il filo conduttore è piuttosto una genealogia: un racconto che evidenzia come, sebbene in condizioni spesso marginali, le donne abbiano partecipato attivamente alla costruzione della cultura figurativa europea.

Dalle artiste alle Madri Costituenti

Il secondo asse del percorso porta il visitatore in un tempo molto più vicino: quello della nascita della Repubblica.

Nel 1946, per la prima volta nella storia italiana, le donne partecipano alle elezioni politiche e vengono elette all’Assemblea Costituente. Sono ventuno, provenienti da diversi partiti e tradizioni culturali, e il loro contributo si rivela decisivo nella definizione dei principi fondamentali della nuova democrazia.

La mostra dedica una sezione documentaria a queste figure, ricordando il ruolo di protagoniste come Nilde Iotti, destinata a diventare la prima donna presidente della Camera dei deputati, oppure Teresa Mattei, la più giovane tra le costituenti, impegnata nella definizione dei diritti civili e dell’uguaglianza tra i sessi.

Attraverso fotografie, documenti e materiali d’archivio, il visitatore può seguire il lavoro di queste donne nei mesi in cui prende forma la Costituzione della Repubblica Italiana. Non si tratta di una presenza simbolica: molte di loro intervengono direttamente nella scrittura di articoli fondamentali, in particolare quelli dedicati alla parità giuridica e al ruolo della famiglia nella nuova società repubblicana.

Il dialogo tra arte e politica diventa qui particolarmente suggestivo. Se le pittrici dei secoli passati hanno dovuto conquistare uno spazio nel sistema artistico, le Madri Costituenti hanno invece contribuito a definire le regole stesse della cittadinanza democratica.

Un racconto della Repubblica attraverso i volti

Il titolo della mostra – Il volto delle donne – suggerisce una chiave di lettura precisa. Il volto è innanzitutto un tema figurativo, centrale nella tradizione del ritratto; ma è anche una metafora della rappresentanza politica e dell’identità civile.

Il percorso espositivo mette così in relazione due dimensioni della presenza femminile nella storia italiana: quella simbolica, legata alla rappresentazione artistica, e quella concreta, legata alla partecipazione alla vita pubblica.

Il risultato è un racconto stratificato, che attraversa cinque secoli di storia e mostra come l’emancipazione femminile non sia stata il frutto di un singolo momento, ma il risultato di un processo lungo e spesso discontinuo.

Un dialogo tra memoria e presente

La scelta di ospitare questa mostra proprio al Senato non è casuale. Negli ultimi anni molte istituzioni culturali italiane hanno avviato progetti dedicati alla riscoperta delle artiste e alla valorizzazione delle figure femminili nella storia nazionale.

In questo caso, tuttavia, il contesto istituzionale conferisce al progetto un significato particolare. Non si tratta solo di un’esposizione d’arte, ma di una riflessione sulla memoria civile della Repubblica.

Le opere e i documenti presentati ricordano che l’ingresso delle donne nella sfera pubblica è stato un processo complesso, fatto di conquiste graduali e spesso di invisibilità storica. Raccontarlo oggi, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, significa restituire una parte essenziale della nostra storia collettiva.


Note essenziali

Mostra: Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti
Sede: Palazzo Madama, Roma
Promotori: Senato della Repubblica e Ministero della Cultura
Organizzazione: Musei Nazionali di Perugia
Date: 6 marzo – 7 giugno 2026
Tema: il contributo delle donne alla cultura e alla nascita della Repubblica italiana attraverso arte, documenti e testimonianze storiche.


INFORMAZIONI
IL VOLTO DELLE DONNE
80 anni di Repubblica: storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti
Roma, Palazzo Madama
6 marzo 2026 – 7 giugno 2026
 
UFFICI STAMPA
Ufficio stampa Senato
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Redazione Experiences

Escher conquista Parigi: oltre 200.000 visitatori per il maestro delle illusioni

In meno di tre mesi, la prima grande mostra dedicata a M.C. Escher nella Capitale francese, a La Monnaie de Paris, ha superato la straordinaria soglia dei 200.000 visitatori, trasformandosi in uno degli eventi culturali più celebrati della stagione parigina.

Un debutto che ha conquistato pubblico e critica, consacrando l’universo visionario del genio olandese come protagonista assoluto della scena artistica internazionale. Un successo che porta la firma di Arthemisia che si conferma player di punta a livello internazionale nella produzione e organizzazione di grandi mostre d’arte.

Escher conquista Parigi: oltre 200.000 visitatori per il maestro delle illusioni

di Serena Galimberti
arti visive e storia dell’arte contemporanea

Alla Monnaie de Paris la grande retrospettiva dedicata a M.C. Escher si impone come uno degli eventi culturali più visitati della stagione parigina. In meno di tre mesi l’universo visionario dell’artista olandese ha attirato oltre 200.000 persone, confermando il fascino senza tempo delle sue architetture impossibili e delle sue illusioni percettive.

Parigi non è una città facile da sorprendere. Tra musei storici, grandi mostre e un calendario culturale fitto durante tutto l’anno, l’offerta artistica della capitale francese è tra le più competitive al mondo. Eppure la grande esposizione dedicata a Maurits Cornelis Escher, ospitata negli spazi monumentali della Monnaie de Paris, è riuscita nell’impresa di distinguersi, registrando oltre 200.000 visitatori in meno di tre mesi e imponendosi come uno degli appuntamenti più frequentati della stagione.

Un risultato che testimonia quanto l’opera dell’artista olandese continui a parlare al pubblico contemporaneo. Le sue incisioni, costruite su prospettive paradossali, trasformazioni infinite e giochi matematici, non appartengono soltanto alla storia dell’arte grafica del Novecento: sono diventate una sorta di linguaggio universale, capace di coinvolgere studiosi, curiosi e nuove generazioni.

L’esposizione, aperta dal 15 novembre 2025 al 1° marzo 2026, rappresenta infatti la prima grande mostra parigina dedicata all’artista olandese e si presenta come un’immersione completa nel suo universo visionario.

Un artista tra due mondi

Escher è una figura difficile da collocare nella storia dell’arte. Nato nel 1898 a Leeuwarden, nei Paesi Bassi, è noto soprattutto per le sue incisioni che sfidano la percezione: scale che salgono e scendono contemporaneamente, architetture impossibili, superfici che si trasformano senza fine.

La sua opera nasce dall’incontro tra due mondi apparentemente lontani: arte e matematica.

Le sue composizioni, fatte di tassellazioni, metamorfosi e paradossi geometrici, non sono soltanto esercizi di virtuosismo grafico. Sono riflessioni profonde sul modo in cui percepiamo lo spazio, sul rapporto tra ordine e infinito, tra logica e immaginazione.

Per questo il lavoro di Escher ha affascinato non solo storici dell’arte, ma anche matematici, architetti e scienziati. Le sue immagini sono diventate una sorta di laboratorio visivo in cui la geometria si trasforma in poesia.

Dai paesaggi italiani alle illusioni ottiche

La mostra parigina segue l’intera evoluzione dell’artista. Le prime sale raccontano gli anni della formazione alla Scuola di Architettura e Arti decorative di Haarlem, dove Escher studia incisione sotto la guida di Samuel Jessurun de Mesquita. Qui impara le tecniche che resteranno centrali nella sua produzione: xilografia, linoleografia, litografia.

Una sezione fondamentale è dedicata al periodo italiano, quando l’artista vive a Roma tra il 1923 e il 1935. In questi anni viaggia molto, attraversando l’Italia e il Mediterraneo. Disegna paesaggi, monasteri, città e scogliere che poi trasforma in incisioni di grande precisione.

Opere come Il chiostro di Monreale, le vedute di Roma o i paesaggi della Corsica mostrano un artista ancora legato alla realtà naturale, ma già attratto da prospettive insolite e da composizioni geometriche. Sono i primi segnali di una ricerca che presto lo porterà altrove.

La rivelazione dell’Alhambra

Una svolta decisiva arriva nel 1936, quando Escher visita nuovamente l’Alhambra di Granada. I motivi ornamentali dell’architettura islamica — figure che si ripetono all’infinito senza lasciare spazi vuoti — lo colpiscono profondamente.

Da quel momento inizia uno studio sistematico delle tassellazioni, ovvero delle suddivisioni del piano in forme che si incastrano perfettamente tra loro.

Nascono così alcune delle sue immagini più celebri: composizioni in cui pesci diventano uccelli, lucertole si trasformano in poligoni e figure geometriche si animano improvvisamente. In queste metamorfosi il confine tra mondo naturale e struttura matematica si dissolve.

Le architetture dell’impossibile

Negli anni Quaranta e Cinquanta Escher spinge la sua ricerca ancora oltre. L’interesse per la matematica lo conduce a studiare superfici topologiche, solidi geometrici e strutture paradossali. Le sue incisioni diventano veri e propri esperimenti visivi.

Opere come Relativity, Belvedere, Ascending and Descending o Waterfall mostrano ambienti apparentemente plausibili ma in realtà impossibili. Scale che si rincorrono in circuiti infiniti, edifici dove la gravità cambia direzione, mondi dove l’interno e l’esterno si confondono. Guardarle significa accettare una vertigine: quella di un universo dove le leggi dello spazio non sono più certe.

Una mostra pensata come esperienza

L’allestimento alla Monnaie de Paris è stato concepito non solo come una sequenza di opere, ma come una vera esperienza immersiva. Accanto alle incisioni originali, il percorso include installazioni interattive, video e dispositivi didattici che aiutano a comprendere i principi visivi alla base delle immagini di Escher.

Tra le installazioni più suggestive figurano:

  • Relativity Installation, che altera la percezione delle proporzioni;
  • Mirror Installation, dove i riflessi si moltiplicano all’infinito;
  • Optical Installation, dedicata ai giochi percettivi;
  • Spherical Selfie Installation, ispirata alla celebre Hand with Reflecting Sphere.

Il risultato è una mostra capace di parlare a pubblici diversi: studiosi, famiglie, studenti, appassionati di arte e scienza.

Un artista diventato icona

Negli anni Sessanta le immagini di Escher entrarono nella cultura popolare grazie al movimento hippie e alla grafica psichedelica. Poster, copertine musicali e riviste contribuirono a diffondere le sue immagini in tutto il mondo.

Da allora la sua influenza non si è mai interrotta. Architetti, designer, musicisti e cineasti continuano a trovare nelle sue opere una fonte inesauribile di idee. Oggi le sue architetture impossibili sembrano quasi anticipare i mondi virtuali e le simulazioni digitali.

Il paradosso di Escher

Escher non appartiene davvero a nessuna scuola. Non è un surrealista, anche se i suoi mondi sembrano usciti da un sogno. Non è un matematico, anche se i matematici lo considerano uno dei loro.

È un artista che ha costruito un linguaggio unico, dove la precisione dell’incisione incontra l’immaginazione. Forse è per questo che le sue opere continuano a esercitare un fascino così potente: perché ci ricordano che la realtà non è sempre ciò che sembra. E che, a volte, basta cambiare punto di vista per scoprire un universo completamente nuovo.


Note essenziali

Mostra: M.C. Escher
Luogo: Monnaie de Paris, Parigi
Periodo: 15 novembre 2025 – 1 marzo 2026
Visitatori registrati: oltre 200.000 in meno di tre mesi Cs chiusura_Escher Parigi
Produzione e organizzazione: Arthemisia e Fever
Curatori: Federico Giudiceandrea, Jean-Hubert Martin
Collaborazioni: M.C. Escher Foundation, M.C. Escher Heritage, Maurits
Patrocinio: Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi


Microsoft Word – Bozza ITA_Cs chiusura_Escher Parigi.IS.doc
UFFICIO STAMPA
Claudine Colin Communication – FINN Partners
Elsa Sarfati
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Arthemisia
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sam@arthemisia.it | M. +39 392 4325883 press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306
Fever
press@feverup.com
Redazione Experiences

Carlo Scarpa e la Biennale: un dialogo lungo quarant’anni tra arti e architettura

Al Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno, una mostra racconta il rapporto decisivo tra Carlo Scarpa e la Biennale di Venezia. Dipinti, sculture, vetri muranesi e disegni inediti ricostruiscono una “geografia culturale” che ha orientato l’intera ricerca del maestro veneziano.

Carlo Scarpa e la Biennale: un dialogo lungo quarant’anni tra arti e architettura

di Luca Ferraris
architettura e design

A Possagno, nel cuore della pedemontana trevigiana, il Museo Gypsotheca Antonio Canova dedica fino all’11 gennaio 2026 un’ampia ricognizione a Carlo Scarpa, figura cardine dell’architettura e dell’allestimento del Novecento. La mostra, intitolata Carlo Scarpa e le arti alla Biennale. Opere e vetri dalla Collezione Gemin, concentra l’attenzione su un sodalizio che ha segnato quasi quarant’anni di attività: quello con la Biennale di Venezia, frequentata e poi servita dall’architetto dal 1934 al 1972 .

Non si tratta di un capitolo marginale, ma di un laboratorio permanente. Nei Giardini e negli spazi espositivi veneziani Scarpa sperimenta soluzioni, costruisce ambienti, affina un lessico fatto di luce radente, materiali accostati con precisione quasi artigianale, percorsi calibrati sul passo del visitatore. Tra gli interventi più noti: la biglietteria d’ingresso ai Giardini, il cortile-giardino e il soppalco del Padiglione Italia, il Padiglione del Libro e quello del Venezuela . Architetture effimere e permanenti che hanno ridefinito il modo di esporre arte in Italia.

Una collezione come mappa culturale

Curata da Mario Gemin e Orietta Lanzarini, con un comitato scientifico presieduto da Moira Mascotto, la rassegna attinge integralmente alla raccolta di Luciano Gemin, architetto trevigiano, allievo, collaboratore e amico di Scarpa . La scelta non è solo filologica: la Collezione Gemin consente di leggere dall’interno le relazioni intellettuali e artistiche che hanno alimentato la ricerca scarpiana.

Il percorso si articola in tre sezioni – Gli artisti, I vetri, La Biennale – secondo un filo conduttore dichiarato: la passione per le arti coltivata da Scarpa soprattutto nel contesto veneziano .

Nella prima sezione compaiono opere di protagonisti assoluti del Novecento, tra cui Paul Klee, Gustav Klimt, Giorgio Morandi, Arturo Martini, Alberto Viani e Osvaldo Licini . Non è una parata di nomi, ma un sistema di riferimenti. Attraverso disegni, dipinti e sculture – dall’Angelo di Klee del 1937 allo Studio di donna di profilo di Klimt del 1900, fino ai bronzi di Martini e alle opere di Viani e Mario De Luigi – si ricostruisce quella che Lanzarini definisce una “geografia culturale”: un atlante di presenze che hanno inciso sull’immaginario di Scarpa .

In queste opere si avverte un’attenzione comune al segno, alla superficie, alla tensione tra figura e spazio. Temi che ritornano negli allestimenti scarpiani, dove la distanza tra opera e architettura si fa dialogo, mai subordinazione.

Murano, la fornace come officina sperimentale

La seconda sezione è dedicata ai vetri muranesi, una ventina di pezzi realizzati per le fornaci Cappellin e Venini . Qui emerge un altro versante decisivo: l’esperienza in fornace come apprendistato tecnico e poetico.

Con la M.V.M. Cappellin (1926-31) e poi con la ditta di Paolo Venini (1932-47), Scarpa lavora direttamente sulla materia, esplora trasparenze, inclusioni, spessori. Tra il 1934 e il 1942, la collaborazione con Venini lo porta a partecipare alle edizioni della Biennale sia come progettista di vetri sia come allestitore delle sale riservate alla ditta muranese .

Il vetro, con la sua ambivalenza tra fragilità e rigore formale, diventa per Scarpa un banco di prova: ricerca tecnica e tensione artistica procedono insieme. Le superfici cangianti e le stratificazioni cromatiche anticipano quella sensibilità materica che si ritroverà negli interni museali e nei dettagli costruttivi.

1968: l’architetto che si fa artista

La terza sezione affronta un episodio emblematico: la Biennale del 1968. Una serie di disegni autografi, in gran parte inediti, documenta il progetto di ampliamento degli spazi del Padiglione Italia . In quell’occasione la rassegna “Linee della ricerca: dall’informale alle nuove strutture” ospita, per la prima volta, mostre dedicate ad architetti come Franco Albini, Louis Kahn, Paul Rudolph e allo stesso Scarpa .

Ed è qui che avviene uno scarto significativo: Scarpa decide di presentarsi non come architetto ma come artista, esponendo quattro sculture divenute iconiche, tre delle quali oggi conservate nella Collezione Gemin . Un gesto che rivela la natura ibrida del suo percorso, sospeso tra progetto e opera autonoma.

Due ulteriori disegni, riemersi durante la preparazione della mostra, costituiscono l’unica testimonianza nota dell’allestimento per la XXXVI Biennale del 1972, dedicata ai capolavori della pittura del XX secolo 1900-1945, nella Sala Napoleonica . È l’ultimo atto della sua collaborazione con l’ente veneziano.

Luciano Gemin e l’eredità di un maestro

La mostra è anche un omaggio a Luciano Gemin (1928-2023), la cui vicenda si intreccia con quella del museo e con la traiettoria di Scarpa . Conosciutisi allo IUAV di Venezia, i due instaurano un rapporto di amicizia e lavoro che durerà fino alla morte dell’architetto, avvenuta a Sendai nel 1978, in seguito a un incidente .

Gemin porterà a compimento l’ultimo progetto condiviso, quello per la Banca Popolare di Gemona, e trarrà ispirazione da quell’esperienza per realizzare l’Ala Gemin del Museo di Possagno, accanto all’ampliamento progettato da Scarpa tra il 1955 e il 1957 . Oggi quegli spazi accolgono mostre temporanee, in un dialogo continuo tra memoria e sperimentazione.

In occasione dell’esposizione è previsto anche un intervento di restauro conservativo su una sezione del celebre ampliamento scarpiano, con la temporanea inagibilità dell’ambiente detto “Cannocchiale” . L’operazione, sostenuta dal MIC e realizzata con la collaborazione della Soprintendenza e dell’Università Iuav di Venezia, sottolinea quanto l’opera di Scarpa sia oggi oggetto di tutela attiva e studio approfondito.

Un laboratorio ancora attuale

Il catalogo, in co-edizione con SAGEP, raccoglie saggi dei curatori e di studiosi come Moira Mascotto, Carla Sonego ed Elisabetta Barisoni . Completa il progetto un calendario di conferenze e attività didattiche.

A distanza di quasi mezzo secolo dalla scomparsa, Carlo Scarpa continua a interrogare il nostro modo di esporre, abitare, attraversare lo spazio. La mostra di Possagno non si limita a celebrarne il talento: ne restituisce la rete di relazioni, il dialogo serrato con gli artisti, la capacità di trasformare la Biennale in un campo di prova permanente. Un laboratorio che, oggi come allora, chiede attenzione e misura.


Note essenziali

Carlo Scarpa e le arti alla Biennale. Opere e vetri dalla Collezione Gemin
Possagno (TV), Museo Gypsotheca Antonio Canova
22 giugno 2025 – 11 gennaio 2026
Orari: mar-ven 9.30-18.00; sab, dom e festivi 9.30-19.00
Biglietti: intero €13; ridotto €10
Info: www.museocanova.it


CARLO SCARPA E LE ARTI ALLA BIENNALE. Opere e vetri dalla Collezione Gemin
Possagno (TV), Museo Gypsotheca Antonio Canova (via Antonio Canova 74)
22 giugno 2025 – 11 gennaio 2026
 
Orari:
martedì-venerdì, 9.30-18.00
sabato, domenica e festivi, 9.30-19.00
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
 
Biglietti:
intero: €13,00; ridotto: €10
 
Informazioni:
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Sito internet
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Redazione Experiences

Alle radici dell’assoluto. Constantin Brâncuși tra Oltenia e Roma

Una mostra ai Mercati di Traiano ripercorre le origini culturali e formali di Constantin Brâncuși, nel 150° anniversario della nascita. Un viaggio che intreccia artigianato arcaico e classicità romana per spiegare come nasce l’idea moderna di infinito.

Alle radici dell’assoluto. Constantin Brâncuși tra Oltenia e Roma

di Chiara Vassallo
Arti visive del Novecento e avanguardie storiche.

Un’occasione rara per osservare, nel cuore di Roma, come un artista partito dall’intaglio contadino sia riuscito a ridefinire per sempre il concetto stesso di forma.

Dal 20 febbraio al 19 luglio 2026 i Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali ospitano Constantin Brâncuși. Le Origini dell’Infinito, un progetto che si inserisce nel programma bilaterale dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026, promosso dall’Ambasciata di Romania in Italia con il sostegno dei Ministeri della Cultura e degli Affari Esteri dei due Paesi, sotto l’Alto Patronato dei rispettivi Presidenti .

Non è una semplice retrospettiva celebrativa per il 150° anniversario della nascita di Brâncuși (1876–1957). La mostra, curata da Erwin Kessler, direttore del Museo Nazionale d’Arte della Romania, sceglie una prospettiva precisa: tornare alle matrici culturali e simboliche che hanno reso possibile la sua rivoluzione formale .

Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali – con il coinvolgimento della Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, l’esposizione nasce da una rete di collaborazioni che unisce istituzioni romene e italiane: il Museo Nazionale d’Arte della Romania, il Museo d’Arte Nazionale di Craiova, il Museo Distrettuale Gorj “Alexandru Ștefulescu”, con il supporto organizzativo di Civita Mostre e Musei e Zètema Progetto Cultura .

Oltenia: la scultura come gesto originario

Il primo asse curatoriale guarda all’Oltenia, la regione natale di Brâncuși. Qui l’intaglio ligneo non è arte “alta”, ma pratica quotidiana: pilastri, colonne, motivi torsionati, decorazioni geometriche che portano in sé una simbologia arcaica.

Il metodo della taille directe – lavorare direttamente il blocco di legno o di pietra senza mediazioni – nasce da questa tradizione. Non più lo scultore che concepisce e delega, ma l’artista che scava, inventa, scopre la forma dentro la materia. Il gesto diventa parte dell’opera, e l’opera conserva la traccia fisica del suo farsi .

In mostra compaiono anche pilastri lignei provenienti dal Centro di Ricerca e Promozione “Constantin Brâncuși” di Târgu Jiu e dal Museo Distrettuale Gorj, con altezze variabili tra 130 e 196 cm, esempi concreti di quella torsade lignea che diventerà, nel linguaggio dell’artista, la celebre Colonna senza fine . Qui la continuità tra tradizione contadina e astrazione modernista è evidente: il motivo modulare si fa ritmo, il ritmo si fa idea.

Roma antica: la forma come essenza

Il secondo asse si radica nella Roma antica. Durante la sua formazione, Brâncuși studia la scultura romana come modello di perfezione formale. Non si tratta di imitazione, ma di un apprendistato dello sguardo: partire dalla figura per estrarne l’essenza.

La mostra introduce questo dialogo attraverso opere meno note ma decisive. Testa di bambino (bronzo) , Frammento di torso (Coscia) in marmo, datato 1909–1910 , o la Danaide in pietra di Vratsa : lavori che giocano con l’idea del frammento archeologico, come se fossero reperti emersi da uno scavo.

Il Torso – una mezza coscia concepita come frammento di una presunta Venere antica – non è rovina, ma invenzione controllata. La frattura è scelta, non subita. La classicità diventa linguaggio da riscrivere.

Anche la monumentale Preghiera, fusa in bronzo e firmata sotto il braccio sinistro , si colloca in questa soglia: una figura ancora leggibile, ma già protesa verso l’astrazione, ponte tra realismo simbolico e sintesi formale .

Dal mito alla forma pura

Dopo aver delineato le due radici – arcaica romena e classica romana – il percorso segue l’evoluzione verso la sintesi modernista. Qui la semplificazione non è impoverimento, ma concentrazione.

Prometeo (Testa di bambino) , con la sua levigatezza quasi astratta, e soprattutto Signorina Pogany (bronzo, esemplare del 1950 dalla versione del 1912) , mostrano come la figura si trasformi in archetipo: occhi chiusi, volto ovale, superficie lucida che cattura e riflette lo spazio.

La Sedia in pietra , legata idealmente al complesso monumentale di Târgu-Jiu e alla serie della Tavola del Silenzio, segna un ulteriore passaggio: l’oggetto diventa forma pura, quasi geometrica. Non è più rappresentazione, ma dispositivo spaziale.

In questo processo, il mito resta una cornice concettuale: Brâncuși non abbandona il simbolo, lo condensa. Le sue opere sembrano provenire da un tempo remoto e, insieme, da un futuro ancora da nominare .

L’infinito come progetto moderno

Il titolo della mostra non è un omaggio poetico, ma una dichiarazione teorica. “Le origini dell’infinito” indicano un’idea precisa: l’infinito non come misura illimitata, ma come continuità visiva e spirituale tra forma, spazio e tempo.

La Colonna senza fine – evocata attraverso i pilastri lignei dell’Oltenia – cresce verso l’alto per suggerire una ripetizione potenzialmente illimitata. La modernità di Brâncuși sta qui: nell’aver compreso che la riduzione all’essenziale non chiude la forma, la apre.

Allestire questa riflessione nei Mercati di Traiano significa collocare la scultura modernista dentro un luogo che è esso stesso stratificazione di epoche. Tra le arcate romane e i mattoni imperiali, l’idea di frammento, di permanenza, di durata acquista un’eco particolare.

Brâncuși, che a Parigi dialogò con le avanguardie e trasmise il metodo della taille directe anche ad Amedeo Modigliani , appare così non solo come innovatore, ma come mediatore tra mondi: il villaggio e la capitale, il legno intagliato e il marmo classico, il mito arcaico e l’astrazione del Novecento.


Note essenziali per la visita

Constantin Brâncuși. Le Origini dell’Infinito
Roma, Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali
20 febbraio – 19 luglio 2026

Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, nell’ambito dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026 .
Collaborazioni principali: Museo Nazionale d’Arte della Romania, Museo d’Arte Nazionale di Craiova, Museo Distrettuale Gorj “Alexandru Ștefulescu” .


Ufficio stampa Civita Mostre e Musei
Ombretta Roverselli | ombretta.roverselli@civita.art

Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura
Lorenzo Vincenti | l.vincenti@zetema.it
Anna Maria Baiamonte | a.baiamonte@zetema.it
Redazione Experiences

Ruth Orkin. L’illusione del tempo, tra cinema e fotografia

Dal 5 marzo al 19 luglio 2026 Bologna dedica la più ampia retrospettiva italiana a Ruth Orkin. Un percorso di 187 immagini racconta la visione di una fotografa che trasformò l’immagine fissa in racconto in movimento.

Ruth Orkin. L’illusione del tempo, tra cinema e fotografia

di Serena Galimberti
Experiences – Fotografia e linguaggi dell’immagine

Dal 5 marzo al 19 luglio 2026, le sale di Palazzo Pallavicini ospitano Ruth Orkin. The Illusion of Time, la più vasta retrospettiva mai organizzata in Italia dedicata alla fotografa e regista statunitense Ruth Orkin. La mostra, curata da Anne Morin, riunisce 187 fotografie, due macchine fotografiche originali e una selezione di documenti che restituiscono la traiettoria di una protagonista del Novecento visivo.

Promossa da Pallavicini srl – Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci – con il coordinamento testi di Francesca Bogliolo e in collaborazione con diChroma Photography, l’iniziativa gode del patrocinio del Comune di Bologna, della FIAF e dell’AIRF. Un progetto che si inserisce nel percorso avviato negli ultimi anni da Palazzo Pallavicini per valorizzare figure femminili decisive nella storia della fotografia, dopo le personali dedicate a Vivian Maier, Tina Modotti e Lee Miller.

Il cinema come vocazione mancata

Per comprendere Ruth Orkin occorre partire dal cinema. Nata nel 1921, cresce tra i set della Hollywood degli anni Venti e Trenta. La madre, Mary Ruby, è attrice del muto: la bambina frequenta le quinte degli studios, respira l’atmosfera dei grandi teatri di posa e sogna la regia. Ma nella prima metà del Novecento la strada per una donna cineasta è quasi impraticabile.

Il destino devia, non si spezza. Una macchina fotografica Univex, acquistata per pochi centesimi, diventa lo strumento di una reinvenzione. Orkin non abbandona il cinema: lo traduce. L’immagine fissa diventa sequenza, racconto, montaggio. È in questo scarto che nasce la sua cifra.

Road Movie: attraversare l’America

Nel 1939, appena diciassettenne, Orkin attraversa in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York. Non è soltanto un viaggio: è un esercizio di sguardo. Il progetto, poi noto come Road Movie, si sviluppa come un diario visivo in ordine cronologico, costruito con didascalie manoscritte che ricordano i taccuini di produzione cinematografica della madre.

Le immagini scorrono come fotogrammi: la linearità temporale è dichiarata, la progressione narrativa evidente. La strada diventa set, l’America un grande scenario mobile. In questo primo gesto si definisce il metodo: la fotografia come racconto in movimento, come “illusione del tempo” appunto.

La strada come palcoscenico

L’influenza della settima arte riaffiora nella serie Dall’alto, dove Orkin osserva la vita quotidiana affacciata alla finestra. La strada, vista dall’alto, si trasforma in teatro spontaneo. I passanti – inconsapevoli – diventano attori; le traiettorie dei corpi generano ritmo, alternanza, pausa.

Non c’è enfasi, ma una magnetica fluidità. Il movimento è suggerito, mai dichiarato. È qui che la fotografa mostra la propria maturità: il tempo non è solo ciò che passa, ma ciò che si costruisce nella mente di chi guarda.

Ritratti: l’intimità dell’icona

La mostra bolognese dedica un’ampia sezione ai ritratti di personalità che hanno segnato il Novecento culturale. Davanti al suo obiettivo passano Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock e Orson Welles.

Non sono immagini celebrative. Orkin evita la posa monumentale; preferisce un dialogo diretto, rapido, quasi domestico. La forza sta nell’immediatezza: ambienti e persone emergono con naturalezza, come se la macchina fotografica fosse un’estensione dello sguardo.

Un percorso espositivo strutturato

L’allestimento costruisce una narrazione coerente, che segue la traiettoria biografica e stilistica dell’artista. Le 187 fotografie sono accompagnate da documenti e dalle due macchine fotografiche che ne hanno segnato il percorso, oggetti che diventano parte integrante del racconto.

Il catalogo, edito da Pallavicini srl con prefazione di Mary Engel, direttrice dell’Archivio Fotografico Ruth Orkin, offre un ulteriore strumento di approfondimento, collocando l’opera della fotografa nel contesto più ampio della cultura visiva del XX secolo.

Una riflessione sul tempo

Il titolo della mostra non è un artificio retorico. “The Illusion of Time” rimanda alla tensione costante tra immobilità e movimento. In Orkin la fotografia non congela: suggerisce ciò che è appena accaduto o sta per accadere. È un tempo sospeso, cinematografico, ma privo di colonna sonora.

In un’epoca dominata dall’immagine istantanea e dalla riproducibilità infinita, il suo lavoro invita a rallentare. A osservare la sequenza, non il singolo scatto. A cogliere il racconto nascosto tra un fotogramma e l’altro.


Note essenziali per la visita

Ruth Orkin. The Illusion of Time
Bologna, Palazzo Pallavicini (via San Felice 24)
5 marzo – 19 luglio 2026

Orari: da giovedì a domenica, 10.00–20.00 (ultimo ingresso 19.00).
Aperture straordinarie: 5 e 6 aprile (Pasqua e Pasquetta), 25 aprile, 1° maggio, 1 e 2 giugno.

Biglietti: intero €16; ridotti e agevolazioni da €14 a €12; formule famiglia, scuole e gruppi previste.
Prenotazione obbligatoria per gruppi e scuole.

Accessibilità: ingresso per persone non deambulanti tramite montascale mobile a cingoli (portata fino a 140 kg complessivi).


Informazioni:
E-mail: info@palazzopallavicini.comsegreteria@palazzopallavicini.com
da martedì a sabato dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16
 
Ufficio stampaCLP Relazioni Pubbliche
Ilenia Rubino E. ilenia.rubino@clp1968.it
T. +39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Paolo Conte. Un artista “original” nel senso più radicale

Un successo straordinario per “PAOLO CONTE. Original”, la mostra-evento dedicata a uno dei più grandi protagonisti della cultura italiana contemporanea, che ha già conquistato un pubblico di oltre 18 mila visitatori, tra curiosi e appassionati dell’artista. A grande richiesta e visti l’entusiasmo e la partecipazione crescenti, la mostra è prorogata fino al 6 aprile negli spazi di Palazzo Mazzetti di Asti, confermandosi come uno degli appuntamenti culturali più rilevanti della stagione.

Paolo Conte. Un artista “original” nel senso più radicale

di Serena Galimberti
Arte e cultura visiva

Ad Asti la più ampia mostra mai dedicata all’anima pittorica del Maestro proroga fino al 6 aprile. Un percorso che attraversa settant’anni di disegni, jazz e memoria.

C’è un Paolo Conte che viene prima delle canzoni. Prima di Azzurro, prima dei teatri esauriti dall’Olympia di Parigi al Blue Note di New York, prima ancora del pianoforte in frac. È il Paolo Conte che disegna, che sperimenta il colore, che affida a una linea rapida e febbrile la costruzione di un mondo parallelo. È a questo universo che è dedicata “Paolo Conte. Original”, la più ampia mostra mai realizzata in Italia e all’estero sull’attività figurativa del Maestro, allestita a Palazzo Mazzetti ad Asti dal 5 novembre 2025 e ora prorogata fino al 6 aprile 2026, dopo aver già superato i 18 mila visitatori .

La rassegna riunisce 143 opere su carta, realizzate nell’arco di quasi settant’anni, molte delle quali inedite, provenienti dall’archivio personale custodito dalla Fondazione Egle e Paolo Conte ETS . È un corpus che restituisce, con sorprendente coerenza, la dimensione visiva di un autore che non ha mai separato davvero musica, parola e immagine.

Il disegno come “vizio capitale”

«Il disegno è uno dei miei due vizi capitali, più antico di quello per la musica e le canzoni», ha dichiarato Conte. La mostra prende sul serio questa affermazione e la traduce in percorso. Grafite e inchiostro, tempera e tecnica mista si alternano in un itinerario che mette in luce la centralità del segno: un tratto che non descrive soltanto, ma suggerisce, allude, lascia spazio al non detto.

Tra i lavori esposti figura Higginbotham (1957), omaggio a uno dei primi grandi trombonisti jazz, dipinto quando l’artista aveva appena vent’anni . È un’opera che anticipa un’intera costellazione iconografica: strumenti musicali, figure allungate, atmosfere sospese, un’espressività che dialoga con le avanguardie del primo Novecento.

Accanto ai disegni più rapidi e caricaturali – come quelli dedicati ai Jitterbug, frequentatori delle sale da ballo americane tra anni Venti e Quaranta – emergono figure femminili sinuose, mannequins che sembrano uscire da una canzone e rientrarvi subito dopo. Il confine tra immagine e testo resta mobile, come accade nei suoi versi.

Razmataz, opera totale

Cuore della mostra è un’ampia selezione di tavole tratte da Razmataz, il progetto multimediale che Conte concepisce a partire dal 1989 e che nel 2001 trova compimento in un’opera “totale” di oltre due ore e venti minuti, con 28 composizioni musicali e circa 1800 tavole. Ambientato nella Parigi degli anni Venti, il racconto intreccia la misteriosa scomparsa della ballerina Razmataz con l’arrivo in Europa del jazz afroamericano.

In mostra compaiono ritratti emblematici – M.me Fines Herbes, Mariam, Zarah, Flirt – e figure-simbolo come La Reine Noire, evocazione della stagione della Revue Nègre e dell’irruzione di Joséphine Baker sulla scena parigina. Il jazz, in questo contesto, non è citazione nostalgica ma energia primigenia, linguaggio che scardina gerarchie e rinnova l’immaginario europeo.

Il percorso, curato da Manuela Furnari sotto la guida diretta di Paolo Conte, è costruito secondo una logica interna all’universo poetico dell’artista: rigoroso e insieme sorprendente, invita il pubblico – come da esplicito desiderio del Maestro – a “immaginare con libertà massima”.

Il colore come suono

Un capitolo centrale è dedicato alla relazione tra tonalità musicale e colore. Conte ha più volte parlato di un proprio “immaginario cromatico”: a ogni tonalità corrisponde una tinta precisa. Questa sinestesia attraversa le opere degli anni Settanta – Squirrel, Uomo-Circo, Meridiana girata al contrario, Aquilone foulard – dove il gioco dei contrasti costruisce scene insieme ironiche e malinconiche.

Il colore si fa accordo, armonia visiva analoga a quella musicale. E non è un caso che nei pastelli su cartoncino nero realizzati dal 2013 in poi – ventinove opere in mostra – l’artista parli di “esercizio di stile”, evocando Queneau e, indirettamente, Kandinskij. Linee e piani danzano sul fondo scuro in omaggio alla musica classica, al jazz, alla letteratura, dal Mozart della Marcia alla turca a Baudelaire, fino a Picasso.

Asti e il ritorno a casa

Per Asti la mostra ha il valore di un ritorno. Paolo Conte, nato qui nel 1937, dopo gli studi in giurisprudenza e le prime esperienze jazz, ha mantenuto un legame costante con la città. Già nel 2023 era stato invitato a esporre agli Uffizi; ora Palazzo Mazzetti ospita la più vasta ricognizione sulla sua produzione figurativa.

Il successo di pubblico – oltre 18 mila visitatori nei primi mesi – ha spinto la Fondazione Asti Musei a prorogare l’esposizione fino al 6 aprile, includendo il periodo delle vacanze pasquali. Una scelta che conferma il ruolo di Asti come polo culturale di riferimento in Piemonte al di fuori dell’area torinese.

Un progetto corale

La mostra è realizzata dalla Fondazione Asti Musei, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, dalla Regione Piemonte e dal Comune di Asti, in collaborazione con Arthemisia, Fondazione Egle e Paolo Conte e REA Edizioni Musicali, con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali e di Fondazione CRT; sponsor è la Banca di Asti, media partner La Stampa.

Ad accompagnare l’esposizione è il catalogo edito da Moebius (144 pagine, formato cartonato), pensato come ritratto affettuoso e insieme critico dell’artista.

Un maestro “tout court”

“Original” non è soltanto un titolo. È una dichiarazione di poetica. Paolo Conte, artista fuori dalle mode, ha costruito un paesaggio sonoro e visivo abitato da pugili, pianisti, ballerine, lune ironiche e malinconiche. La pittura non è appendice della musica, ma sua gemella segreta.

La mostra di Asti rende visibile questa doppia anima. E ricorda che, prima di ogni successo internazionale, c’è stato un ragazzo con un foglio bianco – o nero – davanti, deciso a far danzare una linea.


Note essenziali
Paolo Conte. Original
Palazzo Mazzetti, Corso Vittorio Alfieri 357, Asti
5 novembre 2025 – 6 aprile 2026 (proroga)
Orari: lunedì–domenica 10.00–19.00 (ultimo ingresso un’ora prima)
Biglietto mostra incluso nello smarticket di Palazzo Mazzetti (€ 5)
Info: www.museidiasti.com
Hashtag ufficiale: #PaoloConteAsti


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