
Un nuovo progetto europeo mette il cibo al centro di una riflessione politica e culturale. “Sobremesa” esplora le relazioni tra identità, migrazione e appartenenza, trasformando la tavola in uno spazio di dialogo e conflitto. Un laboratorio diffuso che parte dal Sud Europa per interrogare il presente del continente.
di Elena Serra
C’è un momento, dopo il pasto, in cui la tavola smette di essere solo un luogo funzionale e diventa altro – spazio di parola, di memoria, di relazione. In spagnolo si chiama “sobremesa”, e non è solo un’abitudine culturale ma una postura nei confronti del mondo. Da questa intuizione prende forma Sobremesa: Vagaries of the Palate, progetto di cooperazione culturale transnazionale co-finanziato dal programma Creative Europe, che sceglie il cibo come lente per leggere le tensioni e le trasformazioni dell’Europa contemporanea.
L’operazione è più radicale di quanto sembri. Perché sottrae il cibo alla retorica rassicurante del patrimonio e lo restituisce alla sua natura politica. Non più solo tradizione da conservare, ma campo di negoziazione, dispositivo di memoria, pratica di appartenenza. La tavola – ci suggerisce Sobremesa – è un’arena in cui si incontrano e si scontrano storie di colonialismo, migrazioni, ospitalità ed esclusione. E anche di cura, che non è mai neutra, ma sempre situata.
Il progetto coinvolge una rete articolata di professionisti, curatori e organizzazioni culturali provenienti da Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, con una particolare attenzione ai Paesi Baschi. Tra i partner figurano realtà attive nella produzione culturale e nella ricerca sociale come Fix in Art ed Echoes Residency in Grecia, Reversocollettivo in Italia, Food Hack Lab in Spagna, Lisbon Art Weekend e Hangar in Portogallo. Una geografia che non è casuale, ma riflette un’Europa meridionale storicamente attraversata da scambi, rotte migratorie e stratificazioni culturali.

È da qui che Sobremesa decide di partire: da territori che non possono raccontarsi senza fare i conti con il movimento, con l’attraversamento, con l’alterità. In questo senso, il cibo diventa un linguaggio comune, ma non pacificato. Un codice che include e insieme esclude, che definisce identità ma le mette anche in discussione.
Uno degli assi portanti del progetto è la costruzione dell’“Atlante del Gusto”, un dispositivo editoriale e territoriale che in Italia avrà come primo campo di indagine la Sardegna. La scelta non è neutra. L’isola, con la sua complessa relazione tra isolamento e apertura, tra radicamento e trasformazione, rappresenta un laboratorio ideale per interrogare le pratiche alimentari contemporanee. Non si tratta di catalogare ricette o prodotti, ma di tracciare una geografia culturale che tenga insieme tradizione e cambiamento, memoria e innovazione.
Come ha sottolineato Claudio Morelli, fondatore di Reversocollettivo, il progetto si configura come “una casa aperta ad accogliere nuove visioni e nuove narrazioni”, capace di restituire le storie dei territori attraverso il cibo e la nutrizione. Una dichiarazione che va letta anche come presa di posizione: raccontare il cibo significa scegliere quali storie rendere visibili e quali lasciare ai margini.
Il primo incontro ufficiale del partenariato si è svolto a Salonicco nell’aprile 2026, segnando l’avvio operativo di un percorso che durerà tre anni. Cinque giorni di lavoro condiviso in cui metodologie, obiettivi e linee di ricerca sono stati messi in comune, avviando un dialogo interdisciplinare destinato a essere il cuore del progetto.
Parallelamente, è stata lanciata la piattaforma digitale del progetto, concepita come un archivio in divenire e uno spazio aperto di scambio. Qui confluiranno saggi, interviste, ricette e strumenti di ricerca, rendendo accessibile un patrimonio di conoscenze che non vuole restare confinato negli ambienti accademici o artistici. L’obiettivo è chiaro: costruire una risorsa utile per artisti, ricercatori, operatori culturali ed educatori, ma anche per chiunque voglia interrogarsi sul significato politico del cibo oggi.
Nei prossimi mesi è prevista anche la realizzazione di un documentario che attraverserà i territori coinvolti, offrendo uno sguardo situato e transnazionale sulle tematiche al centro del progetto. Un racconto visivo che, se coerente con le premesse, dovrà evitare l’estetizzazione folkloristica per restituire invece la complessità delle relazioni che il cibo attiva.
Sobremesa si definisce come un laboratorio di ricerca trans-europeo, ma ambisce a essere anche qualcosa di più: una piattaforma culturale capace di incidere sulle politiche pubbliche. Non è un passaggio secondario. Significa riconoscere che le pratiche culturali – e tra queste quelle legate al cibo – non sono solo espressioni simboliche, ma strumenti concreti di costruzione sociale.
A partire dal 2027, il progetto prevede un’estensione verso l’Europa orientale e settentrionale, ampliando il raggio d’azione e mettendo alla prova la propria capacità di dialogare con contesti ancora diversi. Una sfida che sarà tanto più significativa quanto più riuscirà a mantenere lo sguardo critico che ne ha segnato l’avvio.
In un tempo in cui il cibo è spesso ridotto a spettacolo o a consumo rapido, Sobremesa prova a restituirgli spessore. Non per nostalgia, ma per responsabilità. Perché ciò che mangiamo – e con chi lo condividiamo – continua a dire molto di ciò che siamo. E soprattutto di ciò che scegliamo di diventare.
| Articolo redazionale |
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