Sebastião Salgado, lo sguardo che ha raccontato il dolore del mondo e la bellezza della Terra

A Bassano del Grappa la prima grande retrospettiva italiana dedicata al fotografo brasiliano ripercorre cinquant’anni di lavoro, dalle miniere di Serra Pelada alle terre incontaminate di Genesis

Oltre 160 fotografie per raccontare l’intera parabola creativa di Sebastião Salgado, maestro della fotografia contemporanea scomparso nel 2025. Dal 24 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 il Museo Civico di Bassano del Grappa ospita una mostra che restituisce il senso complessivo di un’opera capace di coniugare denuncia sociale, rigore formale e coscienza ecologica.


La grande fotografia internazionale torna protagonista a Bassano del Grappa. Dopo le mostre dedicate a Ruth Orkin, Dorothea Lange e Brassaï, il Museo Civico della città veneta propone dal 24 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 una retrospettiva interamente dedicata a Sebastião Salgado, uno degli autori che più profondamente hanno modificato il modo di guardare il mondo attraverso l’immagine fotografica. La mostra, intitolata Sebastião Salgado. Fotografie della collezione Maison Européenne de la Photographie, Parigi, rappresenta la prima esposizione italiana a ricostruire in maniera completa l’intera vicenda artistica del fotografo brasiliano, scomparso nel 2025.

Promossa dal Comune e dai Musei Civici di Bassano del Grappa insieme alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi e a Silvana Editoriale, con il patrocinio della Regione del Veneto, l’esposizione si inserisce in un momento particolarmente significativo per la città, impegnata nel percorso di candidatura a Capitale italiana della Cultura 2029 e nel ritorno del Cavallo colossale di Antonio Canova.

Nato nel 1944 nello stato brasiliano di Minas Gerais, Salgado non proveniva dal mondo dell’arte. Laureato in economia, iniziò a fotografare quasi per caso nei primi anni Settanta, abbandonando progressivamente la carriera di economista per dedicarsi completamente all’immagine. Da quel momento la fotografia diventò per lui uno strumento di conoscenza e testimonianza, capace di raccontare le grandi trasformazioni sociali del pianeta, le migrazioni, il lavoro umano, i conflitti e, negli ultimi decenni, la necessità di preservare gli ecosistemi ancora intatti.

Curata da Pascal Hoël, responsabile delle collezioni della Maison Européenne de la Photographie, la rassegna riunisce oltre 160 fotografie e segue un andamento cronologico che consente di leggere il percorso creativo dell’autore nella sua interezza. La collaborazione tra Salgado e la MEP affonda le radici negli anni Ottanta e si è consolidata nel tempo fino alla donazione, nel 2018, di 105 opere da parte di Sebastião e di Lélia Wanick Salgado, compagna di vita e figura centrale nell’organizzazione e nella progettazione dei suoi lavori editoriali ed espositivi.

La prima sezione dell’esposizione attraversa i primi venticinque anni di attività del fotografo e comprende alcune delle serie più celebri della fotografia contemporanea. Other Americas documenta le culture contadine e indigene dell’America Latina; Sahel racconta la devastazione delle carestie africane; Serra Pelada Gold Mine – Brazil restituisce le impressionanti immagini della gigantesca miniera d’oro brasiliana, trasformata in un formicaio umano di lavoratori e speranze infrante. Seguono Workers, straordinaria indagine sulla fatica del lavoro manuale nel mondo industriale e preindustriale, Kuwait, dedicata agli incendi dei pozzi petroliferi dopo la guerra del Golfo, e le serie Exodus e Children of the Exodus, che affrontano il tema delle migrazioni e degli sfollamenti di massa.

Sono immagini che hanno segnato la memoria visiva degli ultimi decenni del Novecento. In esse il bianco e nero assume una forza quasi scultorea e l’estetica non attenua il dramma, ma lo rende ancora più evidente. È proprio questa capacità di tenere insieme etica ed estetica che ha reso il lavoro di Salgado immediatamente riconoscibile e universalmente apprezzato.

La seconda parte della mostra è interamente dedicata a Genesis, il progetto al quale il fotografo lavorò per oltre sette anni e che segna una svolta decisiva nella sua ricerca. Dopo aver osservato per decenni le ferite dell’umanità, Salgado rivolse il proprio sguardo verso i luoghi della Terra ancora preservati dall’intervento umano: foreste tropicali, deserti, ghiacciai, montagne e comunità indigene. Ne nacque un vasto affresco fotografico che celebra la bellezza e la fragilità del pianeta e che, al tempo stesso, costituisce un potente appello alla tutela ambientale.

Questa conversione ecologica non fu soltanto artistica. Insieme a Lélia Wanick Salgado, il fotografo promosse in Brasile l’Instituto Terra, un progetto di riforestazione e recupero ambientale che ha contribuito alla rinascita di una vasta area della Mata Atlântica. La sua opera fotografica e il suo impegno civile finirono così per convergere in un’unica riflessione sul destino condiviso dell’umanità e sul rapporto tra l’uomo e la natura.

A Bassano del Grappa questa sintesi prende forma in un percorso di rara intensità emotiva. La mostra restituisce infatti l’idea di un autore che ha attraversato cinquant’anni di storia contemporanea mantenendo uno sguardo coerente e profondamente umano. Come lo stesso Salgado ebbe a dire, «tutto quello che ho fatto, nell’insieme, è lo specchio della mia vita».

L’esposizione è accompagnata da un catalogo bilingue italiano e inglese pubblicato da Silvana Editoriale e da un articolato programma didattico destinato ai diversi pubblici. Sono inoltre previsti due appuntamenti cinematografici dedicati alla proiezione del documentario Il sale della terra, diretto da Wim Wenders e da Juliano Ribeiro Salgado, premiato al Festival di Cannes nel 2014 e considerato uno dei ritratti più intensi mai dedicati a un fotografo contemporaneo.

Con questa ampia retrospettiva, Bassano del Grappa conferma la propria vocazione a diventare un punto di riferimento per la fotografia d’autore. Ma soprattutto offre l’occasione di rileggere l’opera di un artista che ha saputo fare della fotografia non soltanto un mezzo espressivo, ma un modo di interrogare la coscienza del nostro tempo, invitando a guardare con attenzione tanto le ferite del mondo quanto la sua irriducibile bellezza.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Bhutan, 108 Chorten per la pace che coinvolgerà quarantamila volontari

Nella futura Gelephu Mindfulness City, il Regno del Bhutan prepara un’impresa senza precedenti: l’innalzamento simultaneo di 108 Chorten lungo dodici chilometri di territorio. Un’iniziativa che unisce spiritualità, partecipazione collettiva e visione culturale in un tempo segnato da tensioni globali.

Il 1° novembre 2026 il Bhutan realizzerà uno dei più ambiziosi progetti spirituali della sua storia recente. Nella Gelephu Mindfulness City saranno eretti contemporaneamente 108 Chorten, monumenti sacri del Buddhismo, come offerta collettiva dedicata alla pace, alla compassione e alla memoria. L’iniziativa coinvolgerà decine di migliaia di volontari e rappresenta uno degli interventi simbolici più significativi promossi dal piccolo regno himalayano negli ultimi anni.


Il Bhutan ha annunciato ufficialmente che il 1° novembre 2026 vedrà la realizzazione del cosiddetto Project 108, un vasto programma che prevede l’innalzamento simultaneo di 108 Chorten all’interno della Gelephu Mindfulness City, il nuovo centro urbano in fase di sviluppo nel sud del Paese. L’annuncio è stato reso pubblico da Sua Maestà Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, Re del Bhutan, durante le celebrazioni per il suo quarantaseiesimo compleanno. L’intervento interesserà un percorso di circa dodici chilometri che costeggia il fiume Mao. I monumenti, alti quindici metri ciascuno, saranno collocati a intervalli regolari di 108 metri l’uno dall’altro, creando una lunga sequenza architettonica e simbolica nel paesaggio della futura città. La scelta del luogo non è casuale. Gelephu Mindfulness City rappresenta infatti uno dei progetti strategici più importanti del Bhutan contemporaneo, concepito per integrare sviluppo economico, sostenibilità ambientale e valori spirituali.

Nel linguaggio buddhista himalayano il termine Chorten corrisponde allo stupa, una struttura monumentale che custodisce reliquie, testi sacri e oggetti rituali. Il tipo scelto per il Project 108 è il Jangchub Chorten, noto anche come Stupa dell’Illuminazione. Si tratta della forma che celebra il raggiungimento dell’Illuminazione da parte del Buddha ed è considerata la più importante tra le otto tipologie tradizionali di stupa presenti nell’iconografia buddhista. All’interno di queste costruzioni vengono collocati zungs, cioè testi sacri, preghiere, formule rituali e benedizioni che, secondo la tradizione, continuano a diffondere benefici spirituali a tutti coloro che entrano in contatto con il monumento.

Il significato dell’iniziativa va ben oltre l’aspetto architettonico. Gli organizzatori hanno chiarito che il progetto non nasce come dimostrazione di capacità costruttiva né come attrazione spettacolare. L’obiettivo è offrire un gesto collettivo rivolto al mondo in un periodo caratterizzato da conflitti, instabilità e incertezze. Secondo Dasho Tashi Dorji, responsabile della Spiritual Workstream della Gelephu Mindfulness City Authority, l’erezione di un Chorten rappresenta uno degli atti più meritori nella tradizione buddhista e il Project 108 intende trasformare questo gesto individuale in un’offerta condivisa a beneficio dell’intera umanità.

Particolarmente significativa è la scelta del numero 108. Nelle tradizioni buddhiste esso possiede una forte valenza simbolica ed è associato alle 108 afflizioni o oscuramenti mentali che ostacolano la piena realizzazione spirituale dell’individuo. La purificazione di queste condizioni rappresenta uno dei percorsi fondamentali verso la compassione e la consapevolezza. Il numero ricorre inoltre in numerosi aspetti della cultura asiatica, dai rosari buddhisti e induisti alle pratiche meditative. Anche in ambito matematico e astronomico il 108 ha suscitato interesse per alcune sue ricorrenze numeriche e proporzionali, contribuendo ad alimentarne il valore simbolico nel corso dei secoli.

La realizzazione del progetto richiederà uno sforzo organizzativo eccezionale. Per consentire l’innalzamento simultaneo delle strutture in un solo giorno saranno mobilitati circa 40.000 volontari distribuiti nei 108 siti individuati. Le fondazioni e tutte le opere preparatorie verranno completate nei mesi precedenti, mentre il 1° novembre 2026 sarà dedicato esclusivamente all’elevazione delle strutture esterne.

Da tempo migliaia di persone sono già impegnate nelle attività preliminari. Il lavoro viene svolto secondo il principio dello zhabto, una pratica tradizionale bhutanese di servizio comunitario volontario che unisce cooperazione civile e valore spirituale. Partecipano monaci, studenti, agricoltori, professionisti e membri della diaspora bhutanese residente all’estero. In questo contesto il lavoro manuale non è considerato soltanto una necessità organizzativa, ma una forma di partecipazione spirituale e di responsabilità condivisa verso la collettività.

Il Bhutan, spesso citato a livello internazionale per la sua attenzione al concetto di Felicità Interna Lorda, continua così a proporre un modello di sviluppo che cerca di integrare crescita economica, tutela ambientale e dimensione spirituale. Il Project 108 si inserisce pienamente in questa visione, trasformando un’iniziativa religiosa in un grande esercizio di partecipazione civile.

Gli organizzatori hanno inoltre aperto il progetto al sostegno internazionale. Singoli cittadini, famiglie, comunità, istituzioni e organizzazioni buddhiste di tutto il mondo possono contribuire alla realizzazione dei Chorten attraverso offerte individuali o collettive. Ogni monumento può essere sostenuto da specifiche sponsorizzazioni, mentre ulteriori contributi vengono raccolti attraverso una piattaforma dedicata.

Quando il 1° novembre 2026 i 108 Chorten sorgeranno contemporaneamente lungo il fiume Mao, il risultato non sarà soltanto un nuovo complesso monumentale. Sarà soprattutto la manifestazione visibile di una scelta culturale e spirituale che affida alla cooperazione, alla memoria e alla pace il compito di lasciare un segno duraturo nel paesaggio e nella coscienza collettiva.


Da Cecilia Sandroni <comunicazione@italienspr.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Giorgio Morandi conquista Shanghai

La più grande mostra mai organizzata all’estero sul maestro bolognese porta in Cina oltre 140 opere e rilancia il ruolo di Bologna come centro internazionale della diplomazia culturale

Dal 17 giugno al 28 ottobre 2026 il Museum of Art Pudong di Shanghai ospita la più ampia retrospettiva mai realizzata fuori dall’Italia dedicata a Giorgio Morandi. Un progetto che unisce ricerca scientifica, relazioni internazionali e valorizzazione del patrimonio culturale bolognese, offrendo al pubblico cinese una lettura completa dell’opera di uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento.


Dal 17 giugno al 28 ottobre 2026 il Museum of Art Pudong di Shanghai presenta Giorgio Morandi. Solo (乔治·莫兰迪:独白), la più importante mostra mai realizzata all’estero dedicata al pittore bolognese e la prima grande retrospettiva monografica dell’artista organizzata in Cina. L’esposizione rappresenta un passaggio significativo nel percorso di internazionalizzazione del patrimonio culturale di Bologna e conferma l’interesse crescente che il pubblico asiatico nutre nei confronti di uno dei maestri più influenti dell’arte italiana del Novecento.
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra il Comune di Bologna, il Museo Morandi, il MAMbo e il Museum of Art Pudong, all’interno di una più ampia strategia di diplomazia culturale che utilizza il patrimonio artistico come strumento di dialogo tra Paesi e tradizioni differenti. In questo contesto, la figura di Morandi assume un valore simbolico particolare: un artista profondamente radicato nella sua città e, allo stesso tempo, universalmente riconosciuto per la capacità di trasformare soggetti quotidiani in una riflessione sul tempo, sullo spazio e sulla percezione.

Curata da Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo e del Museo Morandi, insieme a Francesco D’Arelli, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai, la mostra riunisce oltre 140 opere tra dipinti, incisioni, acquerelli e disegni. Il percorso espositivo offre una visione complessiva dell’intera vicenda artistica morandiana, presentando capolavori raramente esposti fuori dall’Italia e numerose opere mai mostrate prima in Cina. Accanto ai lavori più noti trovano spazio documenti, oggetti appartenuti all’artista e materiali provenienti da Casa Morandi e dal Museo Morandi, contribuendo a restituire non soltanto il risultato finale della sua ricerca, ma anche il metodo e l’ambiente in cui essa si è sviluppata.

Il titolo Solo sintetizza efficacemente l’impostazione curatoriale. La mostra non propone confronti con altri artisti né percorsi paralleli. Morandi occupa da solo l’intero spazio espositivo, in una sorta di “assolo” visivo che richiama la concentrazione e il rigore della sua ricerca. L’idea riflette una caratteristica essenziale della sua opera: la capacità di costruire un universo complesso a partire da un repertorio limitato di oggetti e forme.

Nato a Bologna nel 1890 e scomparso nel 1964, Giorgio Morandi trascorse quasi tutta la propria esistenza tra lo studio di via Fondazza e la casa di Grizzana, oggi Grizzana Morandi, sull’Appennino bolognese. La sua produzione si sviluppò attorno a pochi soggetti ricorrenti – bottiglie, scatole, vasi, paesaggi e fiori – che vennero osservati e reinterpretati attraverso variazioni minime ma continue. Questo metodo rigoroso, spesso definito ascetico dalla critica, ha influenzato generazioni di artisti e continua a essere studiato in tutto il mondo. Pur vivendo lontano dai principali centri internazionali dell’avanguardia, Morandi riuscì a costruire un linguaggio autonomo che dialogava con la pittura metafisica, con la tradizione italiana e con alcune ricerche europee contemporanee senza mai aderire completamente a nessuna corrente.

L’esposizione di Shanghai si articola in 35 sezioni e comprende materiali di particolare rilevanza storica. Tra questi figurano il torchio originale utilizzato dall’artista per le incisioni, presentato per la prima volta fuori da Bologna, opere restaurate per l’occasione, documenti d’archivio e fotografie realizzate da Gianni Berengo Gardin dedicate agli studi di Bologna e Grizzana. Un film prodotto appositamente per la mostra dal regista Germano Maccioni accompagna inoltre il visitatore nei luoghi morandiani, ricostruendo il rapporto dell’artista con la città e con il territorio che ne ha alimentato l’immaginario.

Particolarmente significativo è il riferimento ai luoghi della formazione e della vita quotidiana di Morandi. L’itinerario evocato dal film comprende l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove insegnò tecniche dell’incisione dal 1930 al 1956, la Pinacoteca Nazionale, che frequentava abitualmente per studiare la pittura bolognese del Seicento, e la casa di via Fondazza, oggi visitabile come museo. Si tratta di elementi che aiutano a comprendere come la dimensione apparentemente appartata dell’artista fosse in realtà alimentata da un dialogo costante con la storia dell’arte e con la tradizione figurativa italiana.

Il progetto introduce anche un dialogo con il presente grazie alla presenza di un lavoro dell’artista britannica Tacita Dean, testimonianza della persistente influenza esercitata da Morandi sulla ricerca contemporanea. Negli ultimi decenni, infatti, il pittore bolognese è stato oggetto di attenzione da parte di numerosi artisti internazionali, attratti dalla sua capacità di esplorare il rapporto tra forma, luce e spazio attraverso un linguaggio essenziale.

Un ruolo importante è svolto dall’allestimento progettato da Aldo Cibic e dal suo studio. Gli ambienti sono stati concepiti come spazi raccolti e immersivi, nei quali la luce diffusa e l’assenza di effetti spettacolari favoriscono una relazione diretta con le opere. L’obiettivo è restituire al visitatore quella dimensione di concentrazione e silenzio che costituisce uno degli aspetti più caratteristici della pittura morandiana.

La scelta di Shanghai non è casuale. Negli ultimi anni l’interesse cinese verso Morandi è cresciuto in modo costante, coinvolgendo studiosi, collezionisti e istituzioni museali. Diversi osservatori hanno sottolineato le affinità tra la sensibilità dell’artista e alcuni principi della tradizione estetica orientale, come l’attenzione al vuoto, all’equilibrio compositivo e alla contemplazione. In questo senso, la mostra non rappresenta soltanto un’importante operazione espositiva, ma anche un terreno di confronto tra culture visive differenti che condividono una comune attenzione all’essenziale.

A ospitare l’esposizione è il Museum of Art Pudong, inaugurato nel 2021 e progettato da Jean Nouvel. Situato lungo il fiume Huangpu, il museo si è rapidamente imposto come uno dei principali poli culturali dell’Asia grazie a collaborazioni con istituzioni di primo piano come la Galleria Borghese, le Gallerie degli Uffizi, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Musée d’Orsay e il Musée du Louvre.

L’iniziativa si inserisce infine in un programma più ampio di valorizzazione internazionale dell’eredità morandiana che proseguirà successivamente in Asia con una tappa prevista a Seoul. Attraverso questa strategia, Bologna rafforza il proprio ruolo di custode dell’opera di Morandi e consolida la presenza dell’artista nei grandi circuiti museali internazionali. La mostra di Shanghai diventa così non soltanto una retrospettiva di eccezionale rilievo, ma anche un esempio concreto di come il patrimonio culturale possa trasformarsi in uno strumento di relazione, conoscenza e cooperazione tra Paesi lontani.


Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Milano, Palazzo Reale dedica una grande antologica a uno dei maestri del secondo Novecento

Da Milano al mito, dalla memoria alla dissoluzione dell’immagine: oltre settant’anni di ricerca artistica raccontati in una mostra che ripercorre l’intera vicenda creativa di Mario Raciti, protagonista appartato ma centrale della pittura italiana contemporanea.

Palazzo Reale di Milano rende omaggio a Mario Raciti con una vasta retrospettiva che attraversa oltre sette decenni di attività. Circa cento opere raccontano l’evoluzione di un linguaggio pittorico sospeso tra visione, poesia e interrogazione esistenziale, confermando il ruolo dell’artista milanese tra le figure più significative del secondo Novecento italiano.


Dal 1° luglio al 20 settembre 2026 Palazzo Reale di Milano ospita “Mario Raciti. Opere 1952-2025”, una grande mostra antologica curata da Luca Pietro Nicoletti che ripercorre l’intera parabola creativa dell’artista milanese, dalle prove giovanili degli anni Cinquanta fino ai lavori più recenti. L’esposizione, promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, si inserisce nel programma dedicato ai “Maestri a Milano”, il ciclo che negli ultimi anni ha celebrato figure come Ruggero Savinio, Grazia Varisco e Valerio Adami. L’ingresso sarà gratuito per tutta la durata della manifestazione.

La mostra rappresenta anche un ritorno simbolico alle origini. Nato a Milano nel 1934, Raciti ha costruito nella città il proprio percorso umano e professionale, intrecciando rapporti con alcuni protagonisti della cultura italiana del secondo Novecento. Dopo una laurea in giurisprudenza e l’avvio della professione forense, nei primi anni Sessanta decide di dedicarsi completamente alla pittura, scelta che segna l’inizio di una ricerca destinata a svilupparsi lungo oltre mezzo secolo di attività.

Per comprendere la sua opera occorre tornare alla Milano del dopoguerra, uno dei principali laboratori culturali europei. In quegli anni la città vede convivere le esperienze dell’astrazione, dell’informale e delle nuove avanguardie, mentre gallerie, editori e riviste alimentano un confronto continuo tra arti visive, letteratura e filosofia. È in questo clima che Raciti incontra personalità decisive come il poeta Roberto Sanesi e l’editore Vanni Scheiwiller. Il dialogo con Sanesi contribuisce ad ampliare l’orizzonte poetico della sua pittura, mentre Scheiwiller pubblica nel 1970 la prima monografia dedicata all’artista, sancendone la crescente rilevanza nel panorama nazionale.

La formazione culturale di Raciti si nutre di riferimenti che vanno ben oltre la pittura. Le letture di Rainer Maria Rilke, Friedrich Hölderlin, Johann Wolfgang Goethe e Robert Musil si intrecciano a una profonda passione musicale che comprende Richard Wagner, Gustav Mahler e Franz Schubert. Da questi universi nasce una pittura che non cerca la descrizione del reale, ma una dimensione ulteriore, un territorio mentale in cui memoria, percezione e tensione spirituale convivono.

La critica ha spesso collocato Raciti nell’ambito del post-informale, una definizione che individua gli artisti capaci di raccogliere l’eredità dell’Informale europeo senza rinunciare a una costruzione più meditata dell’immagine. Nel suo caso, tuttavia, la componente lirica assume un ruolo centrale. Le superfici pittoriche non si limitano a registrare gesti o materie, ma diventano luoghi di apparizioni, tracce e presenze che sembrano emergere da una dimensione nascosta.

Un passaggio importante della sua carriera avviene negli anni Settanta, quando entra a far parte della Galleria Morone di Enzo Spadon accanto a figure come Claudio Olivieri, Valentino Vago ed Enrico Della Torre. In quel contesto prende forma una delle esperienze più significative della pittura milanese del periodo, caratterizzata da una ricerca sul colore, sulla luce e sulla percezione che si sviluppa al di fuori delle logiche più spettacolari dell’arte contemporanea.

Nel tempo le sue opere entrano nelle raccolte di importanti istituzioni pubbliche e private. Lavori di Raciti sono oggi conservati nelle collezioni di Intesa Sanpaolo, nelle raccolte del MART di Rovereto, allo CSAC dell’Università di Parma e in storiche collezioni private che hanno contribuito alla diffusione dell’arte italiana del secondo Novecento.

Il rapporto con Milano trova una consacrazione decisiva nel 1988, quando il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea gli dedica una grande mostra personale. In quell’occasione la direttrice Mercedes Garberi acquisisce trentasei opere destinate alle collezioni civiche. Oggi quel nucleo, conservato al Museo del Novecento, costituisce uno dei punti focali della retrospettiva di Palazzo Reale.

L’esposizione presenta circa cento opere provenienti dal Museo del Novecento, dal MART e da collezioni private, offrendo una lettura completa dell’evoluzione del suo linguaggio. Il percorso si apre con le figurazioni emblematiche degli anni Sessanta e prosegue con le celebri Presenze-assenze degli anni Settanta, dove la pittura si fa sempre più rarefatta e allusiva. Seguono le Mitologie degli anni Ottanta e i Misteri degli anni Novanta, cicli nei quali il riferimento simbolico si intreccia a una crescente riflessione sul destino umano.

Nel nuovo secolo la ricerca di Raciti si orienta verso esiti ancora più complessi. L’immagine tende progressivamente a dissolversi, lasciando emergere interrogativi sul dolore, sulla trascendenza e sulla difficoltà della comunicazione. Ne sono testimonianza le opere dedicate alla crocifissione, il ciclo Why appartenente a I fiori del Profondo e le serie più recenti Una o due figure e Fonti. In questi lavori il fiore, elemento ricorrente nella sua iconografia, perde la sua dimensione ornamentale e diventa segno di distanza, ferita, impossibilità dell’incontro.

La mostra milanese arriva dopo una serie di importanti tappe espositive che hanno contribuito a consolidare la conoscenza dell’opera di Raciti, dalle rassegne di Palazzo Sarcinelli a Conegliano e Palazzo Magnani a Reggio Emilia fino alla grande esposizione del MART di Rovereto. Un percorso culminato nel 2023 con la pubblicazione del catalogo ragionato dell’opera pittorica, strumento fondamentale per lo studio e la valorizzazione del suo lavoro.

Più che una semplice retrospettiva, l’iniziativa di Palazzo Reale offre l’occasione per rileggere la vicenda di un artista che ha attraversato le trasformazioni dell’arte italiana mantenendo una posizione autonoma e riconoscibile. In un’epoca spesso dominata dall’immagine immediata e dal rumore visivo, la pittura di Mario Raciti continua a interrogare il silenzio, l’assenza e il mistero, proponendo una riflessione sulla fragilità dell’esperienza umana che conserva oggi una sorprendente attualità.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Festa della Musica a Palazzo Farnese, una notte tra elettronica e dialogo culturale

Nel cuore dell’Ambasciata di Francia a Roma torna l’appuntamento che unisce la tradizione francese della Fête de la Musique alle nuove frontiere della club culture europea. Sul palco Kompromat, Whitemary e lo showcase Ex Aequa per una serata gratuita dedicata alle sonorità elettroniche contemporanee.

La Festa della Musica trasforma ancora una volta il cortile rinascimentale di Palazzo Farnese in uno spazio aperto all’incontro tra linguaggi musicali, sperimentazione e scambio culturale. Un evento che conferma il ruolo della musica come strumento di dialogo tra Francia e Italia e come linguaggio capace di coinvolgere nuove generazioni di pubblico.


Venerdì 19 giugno il cortile di Palazzo Farnese, sede dell’Ambasciata di Francia in Italia, si trasformerà per una sera in una grande pista da ballo a cielo aperto. Dalle 19 alle 00.30, la terza edizione romana della Festa della Musica porterà nel cuore della capitale alcune delle espressioni più interessanti della scena elettronica contemporanea grazie alla collaborazione tra l’Ambasciata di Francia, Institut Français Italia e Spring Attitude Festival. L’ingresso sarà gratuito, con registrazione obbligatoria.
L’iniziativa affonda le proprie radici nella storica Fête de la Musique, manifestazione nata in Francia nel 1985 per volontà del Ministero della Cultura francese. L’idea, semplice ma rivoluzionaria, era quella di celebrare il solstizio d’estate attraverso concerti diffusi e gratuiti negli spazi pubblici. In pochi decenni il progetto è diventato un fenomeno internazionale, coinvolgendo centinaia di città in Europa e nel mondo e contribuendo a ridefinire il rapporto tra musica, cittadinanza e spazio urbano.

A Roma l’evento trova una cornice particolarmente significativa. Palazzo Farnese, uno dei massimi capolavori dell’architettura rinascimentale italiana, realizzato nel corso del Cinquecento con il contributo di Antonio da Sangallo il Giovane e Michelangelo, apre nuovamente il proprio cortile monumentale a una proposta culturale che guarda al presente. Il contrasto tra la monumentalità storica dell’edificio e le sonorità elettroniche contemporanee rappresenta uno degli elementi più interessanti dell’iniziativa, capace di mettere in dialogo patrimonio e innovazione.

Il programma musicale di quest’anno è costruito attorno a tre protagonisti che rappresentano differenti percorsi della cultura elettronica europea. Al centro della serata ci sarà il live dei Kompromat, progetto nato dall’incontro tra il produttore francese Vitalic e Rebeka Warrior, musicista e performer nota per il suo lavoro con Sexy Sushi e Mansfield.TYA. Il duo ha conquistato negli ultimi anni un ruolo di primo piano nella scena continentale grazie a una proposta che intreccia techno, EBM, new wave e suggestioni post-punk, dando vita a un immaginario sonoro intenso e riconoscibile. La loro presenza a Roma rappresenta uno degli appuntamenti più attesi della stagione estiva per gli appassionati di musica elettronica.

Accanto a loro salirà sul palco Whitemary, tra le figure più originali della nuova scena italiana. Cantautrice, produttrice e DJ, l’artista romana ha costruito negli anni un linguaggio personale in cui convivono scrittura pop, ricerca sonora e sensibilità clubbing. Il suo lavoro si colloca in una generazione di musicisti che hanno superato le tradizionali separazioni tra concerto, performance elettronica e cultura del dancefloor, contribuendo a ridefinire il panorama musicale indipendente italiano.

Completa il programma uno showcase curato da Ex Aequa, progetto dedicato alla promozione dell’inclusione e della parità di opportunità nel settore della musica elettronica. Negli ultimi anni il tema della rappresentanza e dell’accesso alle professioni creative è diventato centrale all’interno della cultura club europea, e iniziative come Ex Aequa si inseriscono in un più ampio movimento volto a rendere il settore più aperto, diversificato e sostenibile.

La collaborazione con Spring Attitude Festival conferma inoltre il ruolo sempre più rilevante che il festival romano ha assunto nel panorama culturale nazionale. Nato per esplorare le connessioni tra musica contemporanea, arti digitali e innovazione, Spring Attitude si è affermato come uno dei principali punti di riferimento italiani per la ricerca elettronica e le nuove culture urbane. La partnership con l’Institut Français Italia rafforza una relazione culturale consolidata tra i due Paesi, fondata non soltanto sulla valorizzazione del patrimonio storico ma anche sulla promozione delle espressioni artistiche più attuali.

Nelle precedenti edizioni, il palco franco-italiano di Palazzo Farnese ha ospitato artisti come La Femme, Cosmo, Carmen Consoli, Vitalic e NTO, contribuendo a costruire una programmazione capace di attraversare generi e pubblici differenti. La scelta di puntare oggi sulle traiettorie più innovative dell’elettronica conferma la volontà di intercettare le trasformazioni in atto nella musica contemporanea e di dialogare con una comunità creativa sempre più internazionale.

L’ambasciatrice di Francia in Italia Anne-Marie Descôtes ha sottolineato come l’attenzione verso la scena elettronica franco-italiana rappresenti un modo concreto per avvicinare un pubblico giovane e creativo, evidenziando il crescente entusiasmo con cui Roma ha accolto le precedenti edizioni dell’iniziativa.

La manifestazione si inserisce inoltre nel progetto Ambasciata Verde, programma volto a promuovere pratiche sostenibili e a ridurre l’impatto energetico degli eventi culturali. Con il sostegno di Edison e il contributo di partner privati e istituzionali, la serata propone dunque un modello che unisce spettacolo, responsabilità ambientale e cooperazione culturale internazionale.

Per una notte, il cortile di Palazzo Farnese tornerà così a essere uno spazio di incontro tra storia e contemporaneità. Un luogo simbolico della diplomazia culturale europea che, attraverso la musica elettronica, si apre alla città e alle sue energie creative, trasformando una tradizione nata in Francia oltre quarant’anni fa in un’esperienza condivisa nel cuore di Roma.


Da FAM Press <info@fampress.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Filarete, l’architetto senza volto che continua a interrogare il Rinascimento

Al Palladio Museum di Vicenza un seminario internazionale riapre il dossier su Antonio Averlino, figura sfuggente del Quattrocento tra arte, architettura e teoria urbana

Due giornate di studio hanno riunito a Vicenza alcuni dei maggiori specialisti internazionali per approfondire la figura di Filarete, protagonista del Rinascimento italiano ma ancora oggi avvolto da numerose zone d’ombra. Al centro del confronto, la sua attività artistica, il ruolo nelle corti italiane e il celebre trattato che ha influenzato la cultura architettonica europea.


Ci sono personaggi che, pur occupando una posizione centrale nella storia dell’arte e dell’architettura, continuano a sfuggire a una definizione definitiva. Antonio Averlino, universalmente conosciuto come Filarete, appartiene a questa categoria. Artista, scultore, teorico e architetto, fu contemporaneo di figure come Leon Battista Alberti e Filippo Brunelleschi, ma il suo percorso resta ancora oggi disseminato di interrogativi. A lui il Palladio Museum di Vicenza ha dedicato il seminario internazionale “Filarete tra corti e città”, svoltosi il 27 e 28 maggio 2026, che ha riunito diciotto studiosi provenienti da Europa e Stati Uniti con l’obiettivo di aggiornare le ricerche su uno dei protagonisti più enigmatici del Rinascimento italiano.

La vicenda biografica di Filarete presenta infatti numerose lacune. Non si conoscono con certezza né la data di nascita né quella della morte. Le informazioni sulla sua formazione sono frammentarie e gran parte dell’attività precedente agli anni Trenta del Quattrocento resta avvolta nell’incertezza. Eppure il suo nome è legato a una delle imprese artistiche più importanti del secolo: la realizzazione della monumentale porta bronzea dell’antica Basilica di San Pietro in Vaticano, un’opera che testimonia il passaggio dalla tradizione tardomedievale alla nuova sensibilità umanistica.

La fortuna critica dell’artista non è stata lineare. Giorgio Vasari, nelle sue celebri Vite, lo giudicò con una certa severità, considerandolo distante dal modello ideale del Rinascimento fiorentino. Questo giudizio contribuì per secoli a relegare Filarete in una posizione marginale rispetto ai grandi protagonisti della cultura rinascimentale. Le ricerche più recenti hanno invece mostrato come il suo contributo sia stato fondamentale non soltanto sul piano artistico, ma anche su quello teorico e urbanistico.

Il seminario vicentino ha affrontato queste questioni attraverso tre percorsi di approfondimento. La prima sessione, dedicata a Firenze e Roma, ha concentrato l’attenzione sugli anni della formazione e sulle origini del bronzetto rinascimentale, una produzione che rivela il crescente interesse per l’antichità classica e che trova una delle sue espressioni più significative proprio nelle decorazioni della porta di San Pietro.

La seconda sessione ha seguito l’artista nei suoi spostamenti nell’Italia settentrionale. Dopo aver lasciato Roma attorno al 1447, Filarete attraversò diverse realtà politiche e culturali della penisola prima di approdare nel 1451 alla corte di Francesco Sforza a Milano. Qui rimase fino al 1465, contribuendo alla definizione dell’immagine monumentale della nuova dinastia sforzesca. In quegli anni partecipò alla progettazione dell’Ospedale Maggiore, noto oggi come Ca’ Granda, una delle più importanti realizzazioni architettoniche del Quattrocento italiano. La sua attività si intrecciò inoltre con i rapporti tra Milano, Venezia e gli altri centri della pianura padana, contribuendo alla diffusione di idee e modelli che avrebbero segnato la cultura architettonica del tempo.

La terza sessione ha affrontato uno degli aspetti più affascinanti della sua eredità: il Trattato di architettura. Redatto in forma dialogica e riccamente illustrato, il testo rappresenta una delle più originali riflessioni teoriche del Rinascimento. Al suo interno compare la celebre descrizione di Sforzinda, città ideale concepita come una stella a otto punte, organizzata secondo principi geometrici e simbolici che anticipano molte riflessioni urbanistiche dei secoli successivi. Per gli studiosi il trattato continua a rappresentare una sfida interpretativa: il linguaggio complesso, le digressioni narrative e la ricchezza di riferimenti tecnici rendono ancora oggi difficile una lettura univoca.

L’interesse per Filarete deriva proprio dalla sua natura sfuggente. A differenza di altri protagonisti del Rinascimento, non fu soltanto un costruttore o un teorico. La sua opera attraversa discipline diverse: dalla scultura alla medaglistica, dall’architettura alla progettazione urbana, fino alla riflessione politica sulle città e sulle corti. In questo senso la sua figura appare particolarmente moderna, capace di muoversi tra ambiti differenti e di concepire il progetto come uno strumento per interpretare e trasformare la società.

Al seminario hanno partecipato studiosi provenienti da importanti università e istituzioni internazionali, tra cui Università di Torino, Vrije Universiteit Brussel, Sapienza Università di Roma, Yale University, J. Paul Getty Museum, Musée du Louvre, Staatliche Kunstsammlungen Dresden e Zentralinstitut für Kunstgeschichte di Monaco. La varietà delle competenze coinvolte ha confermato quanto il tema continui a suscitare interesse ben oltre i confini italiani.

L’iniziativa del Palladio Museum si inserisce in una più ampia stagione di studi che negli ultimi decenni ha contribuito a ridefinire il profilo di Filarete. Lontano dall’immagine marginale tramandata dalla storiografia tradizionale, emerge oggi un protagonista della cultura umanistica europea, capace di mettere in dialogo arte, tecnica e immaginazione. Le molte domande ancora aperte sulla sua vita non rappresentano soltanto un limite documentario, ma costituiscono anche il motivo del fascino che continua a circondare la sua figura.

A oltre cinque secoli dalla sua scomparsa, Filarete resta dunque un autore da decifrare. Proprio questa condizione di permanente ricerca spiega perché il suo nome continui a richiamare specialisti da tutto il mondo. Vicenza ha offerto un nuovo capitolo di questa indagine collettiva, confermando che alcuni protagonisti del Rinascimento hanno ancora molto da raccontare.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Le cucine del mondo come geografia del dialogo: il Suq Festival torna a Genova

Dal 14 al 24 giugno il Porto Antico ospita la ventottesima edizione della manifestazione che intreccia teatro, culture, sostenibilità e gastronomia internazionale. Al centro il tema “Attraversare i confini”, filo conduttore di incontri, spettacoli e percorsi del gusto.

Dieci cucine provenienti da diverse aree del pianeta, laboratori per bambini, showcooking, incontri dedicati all’alimentazione sostenibile e alle pratiche dell’economia circolare. Il Suq Festival di Genova rinnova la propria vocazione interculturale trasformando il cibo in uno strumento di conoscenza reciproca e di dialogo tra comunità.


Dal 14 al 24 giugno 2026 il Porto Antico di Genova ospita la ventottesima edizione del Suq Festival – Teatro del dialogo, una delle esperienze culturali più originali del panorama italiano dedicata all’incontro tra popoli, linguaggi e tradizioni. Nato alla fine degli anni Novanta e ispirato ai grandi mercati multiculturali del Mediterraneo, il festival ha costruito negli anni un modello capace di unire spettacolo dal vivo, riflessione sociale, sostenibilità ambientale e convivialità.
Il tema scelto per questa edizione, “Attraversare i confini”, assume un significato particolarmente attuale. In un contesto internazionale segnato da guerre, migrazioni e nuove divisioni geopolitiche, il festival propone la cultura come strumento per superare barriere materiali e simboliche, creando occasioni di conoscenza e confronto attraverso il teatro, la musica, la danza, gli incontri pubblici e le attività partecipative.

Uno degli elementi più caratteristici della manifestazione rimane l’area dedicata alle Cucine del mondo, aperta ogni giorno dalle 16 alle 24. La proposta gastronomica rappresenta da sempre uno dei principali punti di incontro del Suq e costituisce molto più di una semplice offerta culinaria. Attraverso i piatti, gli ingredienti e le tecniche di preparazione si raccontano storie di migrazioni, tradizioni familiari e identità culturali.

Per l’edizione 2026 saranno presenti dieci diverse tradizioni gastronomiche: Hong Kong, India, Indonesia, Medio Oriente, Messico, Senegal, area siriano-libanese, Sud America, Sud-Est asiatico e Tunisia. Un itinerario ideale che attraversa continenti e culture, consentendo ai visitatori di compiere un viaggio simbolico senza lasciare il porto genovese.

La dimensione educativa del cibo troverà spazio anche negli appuntamenti dedicati ai più giovani. Tra questi, il laboratorio “Viaggio tra spezie e racconti”, organizzato da Bottega Solidale nell’ambito di Suq Young. Attraverso profumi, aromi e attività creative, bambini e ragazzi saranno invitati a riconoscere spezie provenienti da diverse parti del mondo, immaginarne l’origine botanica e creare una propria miscela personale. Un modo semplice ed efficace per avvicinare le nuove generazioni alla biodiversità alimentare e alle culture che da secoli animano le rotte commerciali tra Asia, Africa ed Europa.

Il programma comprende inoltre momenti dedicati alla cucina come patrimonio culturale condiviso. Il 20 giugno lo studioso e divulgatore gastronomico Chef Kumalé guiderà due appuntamenti di showcooking: uno dedicato alla preparazione delle empanadas insieme a Mi Rico Perù, rivolto ai più giovani, e un secondo incontro focalizzato sulla tradizione culinaria iraniana, con particolare attenzione alla pasticceria.

Le empanadas saranno protagoniste anche dell’iniziativa “Sapori andini”, prevista il 19 giugno. Attraverso la preparazione dell’impasto e la scoperta degli ingredienti tradizionali, i partecipanti potranno conoscere alcuni aspetti della cultura andina e dell’eredità delle civiltà precolombiane, in particolare il valore della comunità e della condivisione del cibo.

Accanto alla dimensione interculturale, il Suq conferma il proprio impegno sul fronte ambientale. Le attività di EcoSuq e la scelta di mantenere un festival completamente plastic free testimoniano una sensibilità che da anni accompagna la manifestazione. In questo contesto si inserisce l’incontro “La sostenibilità comincia a tavola”, in programma il 16 giugno, che vedrà confrontarsi rappresentanti del mondo ambientalista e accademico, tra cui esponenti di Essere Animali, Legambiente e dell’Università di Genova. Al centro del dibattito vi saranno le relazioni tra alimentazione, tutela degli ecosistemi, benessere animale e salute delle persone.

Nella stessa giornata verrà affrontato anche il tema della raccolta differenziata e dell’economia circolare attraverso un confronto con i rappresentanti di AMIU Genova. Un’occasione per riflettere sul ruolo dei cittadini nella gestione dei rifiuti e sulle strategie necessarie per costruire modelli urbani più sostenibili.

Il programma gastronomico si conclude il 24 giugno con un omaggio a una delle specialità più identitarie della tradizione ligure: la Panera, il celebre semifreddo al caffè nato a Genova e diventato nel tempo uno dei simboli della pasticceria cittadina. L’incontro, realizzato in collaborazione con la Camera di Commercio di Genova e Liguria Gourmet, unirà racconto storico e degustazione, riaffermando il legame tra memoria gastronomica locale e apertura internazionale.

Nel corso degli anni il Suq Festival ha saputo trasformare il concetto di mercato multiculturale in un laboratorio permanente di cittadinanza. La presenza delle cucine del mondo non rappresenta soltanto un elemento di attrazione per il pubblico, ma una forma concreta di dialogo interculturale. Attraverso il cibo, linguaggio universale per eccellenza, il festival continua a costruire ponti tra persone, tradizioni e comunità diverse, confermando Genova come uno dei luoghi italiani più attenti ai temi dell’incontro e della convivenza tra culture.


Da melina cavallaro free trade <melina@freetrade.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Chagall e Maria Lai, il dialogo dei villaggi dell’anima a Ulassai

Per i vent’anni della Fondazione Stazione dell’Arte, una grande mostra mette in relazione l’universo visionario di Marc Chagall e la poetica narrativa di Maria Lai, attraverso oltre settanta opere distribuite tra il CaMuC e il museo dedicato all’artista sarda.

Dal 13 giugno al 27 settembre 2026 Ulassai ospita un progetto espositivo inedito che accosta due figure fondamentali dell’arte del Novecento. Il confronto tra Marc Chagall e Maria Lai non cerca analogie stilistiche, ma indaga il ruolo della memoria, della narrazione e delle radici culturali come fonti di immaginazione universale.


A vent’anni dall’apertura della Fondazione Stazione dell’Arte, il paese ogliastrino di Ulassai celebra la propria istituzione culturale più rappresentativa con una mostra destinata a segnare la stagione espositiva sarda. Intitolata “Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore”, l’esposizione propone un incontro inedito tra due artisti che appartengono a mondi geografici, linguistici e culturali molto diversi, ma accomunati da una profonda capacità di trasformare l’esperienza personale in racconto universale. La rassegna, curata da Paul Schneiter e Marco Peri, è promossa dal Comune di Ulassai e prodotta dalla Fondazione Stazione dell’Arte con il supporto organizzativo di Arthemisia.

Il progetto si sviluppa attraverso oltre settanta opere tra dipinti, incisioni, libri d’artista, tessiture e lavori su carta, distribuite tra la Stazione dell’Arte e il CaMuC, la Casa Museo Cannas recentemente restaurata e trasformata in polo culturale del centro storico. L’obiettivo non è mettere a confronto due linguaggi formali, ma esplorare un territorio più profondo: quello della memoria, delle storie tramandate e dei luoghi interiori che continuano ad alimentare la creazione artistica.

Nel caso di Marc Chagall, nato a Vitebsk nel 1887 nell’allora Impero russo, il villaggio natale rappresenta una fonte inesauribile di immagini. Le sue celebri composizioni popolate da animali simbolici, sposi sospesi nel cielo, musicisti erranti e paesaggi trasfigurati hanno sempre mantenuto un legame profondo con i ricordi dell’infanzia e con la cultura ebraica dell’Europa orientale. Anche dopo il trasferimento a San Pietroburgo e successivamente a Parigi, città nella quale trovò l’ambiente artistico più fertile per la propria ricerca, Chagall continuò a reinterpretare il mondo originario attraverso una dimensione visionaria che sfugge al tempo storico.

Un percorso diverso ma non meno intenso caratterizza la vicenda di Maria Lai. Nata a Ulassai nel 1919, l’artista lasciò la Sardegna per formarsi a Roma e Venezia, costruendo nel corso dei decenni una delle esperienze più originali dell’arte italiana contemporanea. Attraverso il ricamo, la tessitura, il libro cucito e la rilettura delle tradizioni popolari, Lai sviluppò un linguaggio poetico capace di unire arte, letteratura e partecipazione collettiva. La sua opera più celebre, Legarsi alla montagna del 1981, è considerata uno dei primi esempi internazionali di arte relazionale e testimonia il ruolo centrale che il rapporto con la comunità ha avuto nella sua ricerca.

La mostra individua proprio in questa fedeltà alle origini uno dei punti di contatto più significativi tra i due artisti. Vitebsk e Ulassai diventano infatti luoghi simbolici, più mentali che geografici, dai quali prendono forma racconti, immagini e visioni. Entrambi hanno lasciato la propria terra per completare la formazione artistica, ma nessuno dei due ha mai reciso il legame con il paesaggio culturale da cui proveniva. Al contrario, quel patrimonio di ricordi e tradizioni è diventato la materia stessa della loro opera.

L’esposizione evidenzia anche alcune affinità biografiche meno note. Sia Chagall sia Maria Lai dovettero confrontarsi con ostacoli e discriminazioni. Il pittore bielorusso subì le conseguenze dell’antisemitismo e della condizione di emigrato, attraversando inoltre i drammi delle guerre del Novecento. Lai, dal canto suo, dovette conquistare uno spazio autonomo in un sistema artistico ancora fortemente segnato da dinamiche maschili. Esperienze differenti che contribuirono tuttavia a rafforzare in entrambi una visione dell’arte come strumento di resistenza culturale e di costruzione dell’identità.

Secondo Marco Peri, direttore della Stazione dell’Arte e co-curatore del progetto, l’incontro tra i due autori permette di leggere sotto una luce nuova l’eredità di Maria Lai. Il confronto non si fonda su analogie estetiche, ma sulla capacità condivisa di trasformare il racconto in immagine e di abitare uno spazio sospeso tra esperienza vissuta e immaginazione poetica. Un approccio che restituisce pienamente il senso della Fondazione nata nel 2006 per volontà dell’artista e dell’amministrazione comunale di Ulassai, come luogo dedicato all’incontro, alla crescita culturale e al dialogo con l’arte contemporanea.

La mostra inaugura dunque le celebrazioni per il ventesimo anniversario della Fondazione Stazione dell’Arte, un museo nato dalla donazione di circa centocinquanta opere effettuata da Maria Lai al proprio paese. Ospitata negli spazi di un’antica stazione ferroviaria, l’istituzione è oggi uno dei principali centri culturali della Sardegna e rappresenta un punto di riferimento per la valorizzazione dell’opera dell’artista.

Finanziata dall’Unione Europea attraverso il programma NextGenerationEU nell’ambito del PNRR dedicato alla rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi, la rassegna conferma inoltre il ruolo che i piccoli centri possono assumere nella costruzione di una proposta culturale di respiro internazionale. In questo dialogo tra un maestro assoluto dell’arte del Novecento e una delle figure più significative della ricerca italiana contemporanea, Ulassai si propone come laboratorio di memoria, immaginazione e racconto, dimostrando come i luoghi periferici possano diventare centri vitali di produzione culturale.


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Aemilia Ars per Bologna. L’arte e la città

Una mostra racconta il movimento che trasformò l’artigianato bolognese in un laboratorio moderno di arte, lavoro e identità urbana

Al Museo Civico Medievale di Bologna un’esposizione ripercorre la vicenda di Aemilia Ars, esperienza unica del Liberty italiano che unì artisti, artigiani, imprenditori e istituzioni educative. Un percorso che racconta come il recupero della tradizione possa diventare progetto culturale, innovazione produttiva e costruzione dell’identità cittadina.


Dal 4 giugno al 6 settembre 2026 il Lapidario del Museo Civico Medievale ospita la mostra “Aemilia Ars per Bologna. L’arte e la città”, promossa dai Musei Civici d’Arte Antica del Comune di Bologna e curata da Silvia Battistini, Giancarlo Benevolo e Mark Gregory D’Apuzzo. L’esposizione nasce con l’obiettivo di restituire al pubblico il significato storico e culturale di Aemilia Ars, una delle più originali espressioni italiane del rinnovamento delle arti decorative tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La vicenda di Aemilia Ars si inserisce in quel vasto movimento europeo che, in reazione agli effetti più standardizzati della produzione industriale, cercò di restituire dignità artistica agli oggetti della vita quotidiana. In Inghilterra il punto di riferimento fu il movimento Arts and Crafts promosso da William Morris; in Belgio e Francia si svilupparono le esperienze dell’Art Nouveau; in Italia prese forma il Liberty. Bologna elaborò una propria risposta originale a queste tendenze internazionali, fondata sul recupero delle tradizioni artigiane locali e sul dialogo tra progettazione artistica e produzione manifatturiera.

La società per azioni Aemilia Ars venne fondata il 3 dicembre 1898 per iniziativa di Alfonso Rubbiani, figura centrale della cultura bolognese tra Otto e Novecento, con il sostegno dei conti Francesco Cavazza e Cesare Ranuzzi Segni. Accanto a loro ebbe un ruolo importante anche la contessa Lina Bianconcini Cavazza, protagonista di numerose attività organizzative e formative. Fin dall’inizio l’obiettivo era ambizioso: recuperare le competenze dell’artigianato regionale, inserirle nel nuovo contesto industriale e migliorare la qualità estetica degli oggetti destinati alla vita domestica.

La mostra ricostruisce le radici di questo progetto partendo dalle profonde trasformazioni urbanistiche che interessarono Bologna tra Ottocento e Novecento. L’apertura di nuove strade, l’abbattimento di gran parte delle mura medievali e gli interventi di risanamento modificarono radicalmente il volto della città. Di fronte a queste trasformazioni nacque un movimento di tutela del patrimonio storico che vide proprio in Rubbiani uno dei suoi protagonisti più attivi. Attraverso restauri, studi archivistici e campagne di sensibilizzazione si cercò di salvaguardare torri, portici e monumenti che rischiavano di scomparire sotto la spinta della modernizzazione.

In questo contesto maturò l’idea che il recupero del passato non dovesse limitarsi alla conservazione degli edifici storici, ma potesse diventare una fonte di ispirazione per la produzione contemporanea. I cantieri di restauro divennero veri laboratori di sperimentazione. Le competenze sviluppate nella ricostruzione di elementi architettonici e decorativi furono progressivamente applicate alla progettazione di mobili, ferri battuti, vetri, legature, ceramiche e oggetti d’uso quotidiano.

Tra i protagonisti di questa stagione figurano artisti come Augusto Sezanne, Achille e Giulio Casanova, Alfredo Tartarini, Giuseppe De Col e Alberto Pasquinelli. I loro progetti reinterpretavano motivi medievali e rinascimentali attraverso un linguaggio aggiornato alle sensibilità europee del tempo. Particolare attenzione venne riservata al ferro battuto, considerato una delle espressioni più moderne del design decorativo dell’epoca. Nel 1899 Aemilia Ars promosse addirittura ventiquattro concorsi destinati alla progettazione di oggetti innovativi, funzionali ed economicamente sostenibili.

Nonostante il successo ottenuto nelle esposizioni nazionali e internazionali, la società non riuscì a raggiungere una stabilità economica sufficiente e cessò la propria attività commerciale già nel 1903. Tuttavia l’esperienza lasciò un’eredità culturale duratura. Le idee, i modelli produttivi e il gusto estetico promossi da Aemilia Ars continuarono a influenzare artisti, artigiani e scuole professionali ben oltre la vita della società stessa.

Uno degli aspetti più interessanti messi in evidenza dall’esposizione riguarda il rapporto tra formazione e lavoro. Aemilia Ars non fu soltanto un’esperienza artistica ma anche un progetto sociale. Le scuole professionali cittadine, gli istituti religiosi e numerose strutture assistenziali furono coinvolti nella preparazione di una manodopera qualificata. Particolare rilievo assunse la formazione femminile, soprattutto nell’ambito del ricamo e del merletto, settore che divenne il vero motore della continuità del marchio dopo la chiusura della società originaria.

Guidato da Lina Bianconcini Cavazza, il dipartimento dei merletti sviluppò una rete produttiva e commerciale capace di coinvolgere centinaia di donne tra città e campagna. Nel 1905 oltre mille lavoranti collaboravano alla realizzazione di manufatti destinati ai mercati italiani e internazionali. Pur non garantendo un reddito autonomo, questa attività contribuì ad accrescere le opportunità economiche femminili e a diffondere competenze professionali che sarebbero sopravvissute per gran parte del Novecento.

Il merletto Aemilia Ars rappresenta ancora oggi una delle espressioni più riconoscibili della tradizione artigianale bolognese. Nel 2021 è stato riconosciuto come patrimonio storico-culturale identitario della città attraverso la denominazione De.Co. Numerosi esemplari sono conservati in istituzioni prestigiose come il Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum e il Victoria and Albert Museum, a testimonianza della rilevanza internazionale raggiunta da questa produzione.

La mostra presenta materiali raramente esposti provenienti dalle raccolte dei Musei Civici d’Arte Antica: disegni preparatori, campioni tessili, ferri battuti, vetri, pubblicazioni, progetti di restauro e documenti didattici. Il percorso mette in luce non solo la qualità degli oggetti, ma anche il sistema culturale che li ha generati, fatto di ricerca storica, progettazione, educazione e collaborazione tra competenze diverse.

In parallelo, grazie alla collaborazione con ASP Città di Bologna, la Quadreria di Palazzo Rossi Poggi Marsili ospita la mostra “Un filo lungo secoli. Ricamo e formazione femminile a Bologna dai conservatori agli Istituti Educativi”, che approfondisce il ruolo degli istituti assistenziali e scolastici nella trasmissione delle tecniche del ricamo e del merletto.

Più che una semplice rassegna dedicata al Liberty bolognese, “Aemilia Ars per Bologna. L’arte e la città” propone una riflessione sul rapporto tra patrimonio storico, formazione professionale e innovazione. La vicenda di Aemilia Ars dimostra infatti come la valorizzazione delle tradizioni possa trasformarsi in un motore di sviluppo culturale e sociale. Un tema che, a oltre un secolo di distanza, conserva una sorprendente attualità e continua a interrogare il modo in cui le città costruiscono la propria identità attraverso il dialogo tra memoria e progetto.


Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Marisa Merz, il tempo dell’arte. Torino celebra il centenario con una grande mostra diffusa

Dal Castello di Rivoli alla Fondazione Merz, passando per la GAM, tre istituzioni uniscono le forze per raccontare una delle figure più originali dell’arte italiana del secondo Novecento

Nel centenario della nascita di Marisa Merz, Torino dedica all’artista una grande esposizione diffusa che coinvolge tre sedi museali. Un progetto eccezionale per ampiezza e ambizione che ripercorre una ricerca artistica capace di intrecciare vita quotidiana, materia, memoria e dimensione poetica.


Dal 29 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 Torino rende omaggio a Marisa Merz con un progetto espositivo di rara portata. Intitolata “Marisa Merz. La danza delle ore”, la mostra coinvolge contemporaneamente il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, la Fondazione Merz e la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, dando vita a un percorso articolato che celebra il centenario della nascita dell’artista torinese, avvenuta il 23 maggio 1926. Il progetto nasce dalla collaborazione tra alcune delle più importanti istituzioni culturali del territorio e rappresenta uno degli appuntamenti più significativi della stagione artistica italiana del 2026.

La scelta di dedicare una grande retrospettiva a Marisa Merz appare quasi inevitabile. Artista schiva e insieme centrale nella storia dell’arte contemporanea, è stata l’unica donna associata al nucleo originario dell’Arte Povera, il movimento teorizzato nel 1967 dal critico Germano Celant. Pur condividendo con altri protagonisti del gruppo la sperimentazione sui materiali e la volontà di superare le convenzioni artistiche tradizionali, Marisa Merz ha sviluppato una ricerca profondamente personale, distante da qualsiasi ortodossia estetica.

Le sue opere nascono spesso da gesti quotidiani e da materiali semplici: fili di rame intrecciati, lamine di alluminio, tessuti, cera, argilla, carta. Elementi apparentemente fragili che nelle sue mani diventano strumenti di una riflessione sul tempo, sul corpo e sulla memoria. La dimensione domestica, lungi dall’essere un limite, si trasforma nel suo lavoro in un laboratorio creativo dove arte e vita si incontrano senza soluzione di continuità.

La mostra torinese intende proprio restituire questa complessità. Curata da Chiara Bertola, Sébastien Delot, Francesco Manacorda, Beatrice Merz, Chiara Parisi e Marianna Vecellio, l’esposizione è costruita come un racconto a più voci che attraversa l’intera vicenda creativa dell’artista. Le tre sedi coinvolte dialogano tra loro offrendo prospettive differenti ma complementari, capaci di evidenziare l’evoluzione di una ricerca che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia dell’arte.

Il titolo, “La danza delle ore”, richiama una delle dimensioni centrali dell’opera di Marisa Merz: il tempo. Non il tempo monumentale della storia ufficiale, ma quello più intimo e quotidiano che scandisce i gesti della vita, il lavoro delle mani, l’attesa, la trasformazione della materia. Secondo il progetto curatoriale, il percorso espositivo metterà in dialogo il processo creativo, l’uso dei materiali, la casa come luogo di sperimentazione e la concezione dello spazio come esperienza al tempo stesso fisica e mentale.

L’iniziativa assume anche un forte valore simbolico per la città di Torino. Qui Marisa Merz ha vissuto e lavorato per gran parte della sua esistenza, condividendo con Mario Merz non soltanto una vicenda personale ma uno dei capitoli più influenti dell’arte europea del dopoguerra. Torino fu infatti uno dei laboratori principali dell’Arte Povera, accanto a Genova e Roma, e continua ancora oggi a custodirne la memoria attraverso musei, fondazioni e collezioni di rilievo internazionale.

La presentazione ufficiale del progetto si è svolta a Milano, nella Sala Forum del Museo del Novecento, sottolineando la crescente collaborazione tra le due città. Non si tratta soltanto di un gesto istituzionale. L’asse culturale Torino-Milano è ormai una delle realtà più dinamiche del panorama italiano e rappresenta un modello di cooperazione capace di generare ricerca, produzione culturale e visibilità internazionale.

L’omaggio a Marisa Merz arriva inoltre in un momento di rinnovata attenzione verso il contributo delle artiste donne alla storia dell’arte del Novecento. Negli ultimi anni musei, università e centri di ricerca hanno avviato un vasto processo di rilettura critica che ha riportato al centro figure spesso marginalizzate dalle narrazioni ufficiali. In questo contesto, l’opera di Marisa Merz appare particolarmente attuale. La sua capacità di trasformare materiali umili in immagini di straordinaria intensità poetica continua infatti a dialogare con molte delle questioni che attraversano l’arte contemporanea: il rapporto tra pubblico e privato, tra lavoro e cura, tra memoria individuale e storia collettiva.

La mostra si annuncia come una delle più ampie mai dedicate all’artista. Il percorso comprenderà opere provenienti da collezioni pubbliche e private, accanto a lavori raramente esposti e ad alcuni materiali inediti. Un’occasione difficilmente replicabile per comprendere la profondità di una ricerca che ha saputo coniugare sperimentazione e intimità, rigore concettuale e sensibilità lirica.

Ad accompagnare l’esposizione sarà un catalogo unico, presentato nell’ambito di un convegno dedicato all’artista. Anche questo aspetto conferma la volontà delle istituzioni coinvolte di costruire non soltanto un evento celebrativo, ma uno strumento di studio e approfondimento destinato a lasciare un segno duraturo nella conoscenza dell’opera di Marisa Merz.

A cento anni dalla nascita, la sua voce continua a parlare al presente. E Torino, città che ne ha accompagnato il percorso umano e creativo, sceglie di celebrarla con un progetto all’altezza della sua eredità artistica.


Da Press Office <press@castellodirivoli.org>E7E7E7
Articolo a cura della Redazione Experiences