Intervista a Mario Primo Cavaleri autore del libro “Il ponte che verrà”

C’è un progetto che, più di ogni altro, attraversa il tempo politico italiano come una linea mai del tutto tracciata: il Ponte sullo Stretto. Annunciato, rinviato, rilanciato e ancora… sospeso. Un progetto che continua a dividere opinione pubblica, governi e territori. Con Il ponte che verrà, Mario Primo Cavaleri prova a rimettere ordine in questa lunga e tormentata vicenda, restituendole una cronologia rigorosa e uno sguardo critico maturato sul campo.

Intervista a Mario Primo Cavaleri autore del libro “Il ponte che verrà”

di Sergio Bertolami
Direttore Experiences

Noto giornalista della Gazzetta del Sud, capo servizio Politica regionale, Cavaleri segue da anni le dinamiche istituzionali e amministrative della Sicilia, osservandole dal cuore di uno dei territori più direttamente coinvolti: Messina. Ne consegue un libro che è insieme cronaca, analisi e racconto di un “tempo sospeso”, su cui vale la pena tornare a riflettere oggi, senza slogan e senza scorciatoie.

Il tempo sospeso
Il sottotitolo del libro “Il ponte che verrà” fa riferimento al “tempo sospeso di un progetto in divenire”. Che cosa intendi esattamente per “sospensione”? È una pausa tecnica, un’impasse politica o una condizione ormai strutturale del progetto del Ponte sullo Stretto?

“E’ il mix di una serie di variabili che, nel non dare certezze, rendono ‘sospeso’ il trascorrere del tempo, in attesa che qualcosa si verifichi. Basti pensare ai piani regolatori… non definiti perché di definitivo non c’è nulla”.

Raccontare una vicenda tormentata
Il tuo libro ricostruisce cronologicamente una sequenza di decisioni, stop, rilanci e bocciature. A tuo avviso, qual è il vero nodo irrisolto che da decenni impedisce al progetto di uscire da questa spirale?

Mi ha fatto molto piacere il commento di un docente universitario che riporto testualmente: ‘in fondo il libro ha anticipato quanto poi la Corte dei conti ha consacrato nella decisione di negare il  visto di legittimità’. Già all’indomani del decreto del 31 marzo 2023 che ha rilanciato il dossier Ponte, parlavo di ‘pesce d’aprile’. L’aver riesumato un progetto vecchio di 30 anni è stata una falsa ripartenza, seguita da una serie di incongruenze”.

La bocciatura della Corte dei conti.
La decisione della Corte dei conti di negare il visto di legittimità alla delibera Cipess segna uno spartiacque. È stato un incidente di percorso o l’esito prevedibile di una procedura fragile sin dall’inizio?

“La Corte nel limitarsi a valutare la coerente linearità del procedimento, non poteva ovviamente occuparsi del progetto, ma incidentalmente tocca alcuni aspetti che lo sfiorano. Per esempio: la mancata comparazione con altre ipotesi (cioè le tre campate, più economiche e in armonia con quanto c’è in giro per il mondo)”.

Politica e tecnica: un dialogo mancato?
Nel libro emergono spesso frizioni tra livelli politici e competenze tecniche. Nel caso del Ponte, secondo te, la politica ha davvero ascoltato i tecnici o li ha utilizzati come copertura decisionale?

Viviamo nell’accelerazione del tutto e subito che in politica si traduce in frettolosi slogan alla ricerca del consenso facile e immediato. Chi ha voluto tirare fuori dal cassetto un progetto old style è sicuramente la politica, ma evidentemente i tecnici hanno suffragato la scelta. È stato però evitato il vaglio di organi “terzi”, aspetto che la Corte dei conti non ha mancato di rilevare”.

Dal Governo Draghi a oggi
Il libro, nel corso delle sue pagine, attraversa governi diversi, ma mostra anche una certa continuità negli errori. Cambiano i protagonisti, ma non il copione? Oppure individua una responsabilità specifica nell’ultima fase, quella legata al ministero di Matteo Salvini e a Stretto Spa?

“Il Governo Draghi in realtà aveva acquisito la relazione del gruppo di studio insediato dal precedente ministro che dava incarico alle Ferrovie dello Stato (Italferr) di approntare in sei mesi un progetto di fattibilità sull’ipotesi 3 campate, proprio al fine di una valutazione comparativa. Decisione ragionevole, prima di avventurarsi. Il ministro Salvini non ne ha ritenuto l’utilità ed è partito in quarta con l’unico progetto esistente sul nastro da 3.300 mt”. 

Gli “errori” e le “criticità”
Spesso si parla di errori, criticità e dubbi non sciolti. Qual è, tra questi, quello che ti ha colpito di più come osservatore e come autore: un errore giuridico, economico o culturale?

“Meglio trincerarsi nell’imbarazzo della scelta”.

Un libro di cronaca o di posizione?
“Il ponte che verrà” si presenta come una ricostruzione documentata, ma il lettore avverte anche una posizione critica. Quanto è stato difficile mantenere l’equilibrio tra analisi dei fatti e giudizio personale?

“Ho fatto prevalere il giornalista, raccontando cronaca annotata tra valichi legislativi e circoli provinciali. Nell’introduzione tuttavia esprimo considerazioni, che con le tue puntuali e appropriate domande mi hai già fatto sintetizzare”.

Il Ponte come simbolo

“Simbolo di una musica che ci accompagnerà, parafrasando uno dei capolavori di Lucio Dalla, cui è dedicato l’incipit”.


Kandinsky e l’Italia. Le radici europee dell’astrazione al MA*GA di Gallarate

Una grande mostra ricostruisce il dialogo tra il maestro russo e la scena artistica italiana del Novecento, dagli anni del Bauhaus alle avanguardie del dopoguerra.

Il MA*GA di Gallarate dedica una vasta retrospettiva al rapporto tra Wassily Kandinsky e la cultura artistica italiana, un dialogo che attraversa le avanguardie storiche, la stagione astratta degli anni Trenta e le ricerche del secondo dopoguerra. La mostra propone 130 opere, tra cui venti lavori del maestro russo, e riunisce figure decisive per la definizione dell’arte non figurativa europea. Un percorso che non ricostruisce soltanto una genealogia estetica, ma restituisce la profondità di un sistema di pensiero che ha segnato in modo irreversibile la modernità visiva.

Kandinsky e l’Italia. Le radici europee dell’astrazione al MA*GA di Gallarate

di Marta Bellomi
Redazione Experiences – Storica dell’arte, specializzata in architettura, contesti museali, linguaggi visivi del Novecento

Kandinsky e l’Europa: l’invenzione dell’astrazione

Il punto di partenza della mostra è la ricostruzione del clima culturale in cui Kandinsky matura il proprio linguaggio astratto. Negli anni Venti e Trenta, durante il periodo al Bauhaus, il maestro elabora un sistema fondato sull’idea che linea, colore e forma siano espressione di forze interiori, non semplici elementi compositivi. L’arte diventa una scrittura dello spirito, un territorio in cui la geometria assume un valore meditativo e simbolico.

Il percorso espositivo presenta un nucleo significativo di opere di Paul Klee, compagno di insegnamento e di ricerca di Kandinsky. Le tele di Klee, realizzate tra il 1913 e il 1938, mostrano l’evoluzione di un linguaggio che procede dalla poesia del segno alle strutture geometriche più rigorose, componendo uno dei dialoghi intellettuali più fertili del Novecento.

Accanto ai due maestri, la mostra riunisce artisti come Jean Arp, Joan Miró, Alexander Calder e Antoni Tàpies. Le loro opere testimoniano come l’astrazione europea sia stata un territorio composito, attraversato da tensioni liriche, pulsioni vitalistiche e una costante ricerca di linguaggi universali capaci di superare i confini del reale.

L’Italia che guarda Kandinsky: la stagione degli anni Trenta

Uno dei passaggi più significativi del progetto del MA*GA riguarda la relazione tra Kandinsky e la scena italiana. La personale del 1934 alla Galleria del Milione di Milano rappresentò infatti un momento fondativo per l’affermazione dell’arte non oggettiva in Italia. Intorno a quell’evento si formò una generazione di artisti che vide nella libertà formale e spirituale di Kandinsky la possibilità di emanciparsi dal naturalismo ancora dominante.

Il percorso riunisce opere di Lucio Fontana, Osvaldo Licini, Fausto Melotti, Manlio Rho, Enrico Prampolini, Atanasio Soldati e Luigi Veronesi: un gruppo eterogeneo accomunato dalla volontà di sperimentare un linguaggio astratto che non fosse mera imitazione delle avanguardie straniere, ma interpretazione personale del rapporto tra forma, colore e ritmo.

Melotti, con le sue modulazioni sottili, e Rho, con le armonie cromatiche costruite per piani cromatici, testimoniano un’astrazione intesa come disciplina dello sguardo; Licini e Prampolini, invece, aprono la strada a un orizzonte spirituale e visionario che troverà pieno sviluppo nel secondo dopoguerra.

Dopo la guerra: l’eredità di Kandinsky nella scena italiana del secondo Novecento

La terza sezione della mostra esplora l’eredità kandinskiana nel clima culturale italiano della ricostruzione. Mostre come Arte astratta e concreta (Milano, 1947) e Arte Astratta in Italia (Roma, 1948) segnano il ritorno al dibattito internazionale e la volontà di costruire un nuovo linguaggio capace di restituire la complessità dell’esperienza moderna.

Gruppi come Forma, MAC e Origine reinterpretano il pensiero kandinskiano nell’ottica di una rinnovata tensione verso il segno e la materia. Le opere di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi, Piero Dorazio, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo ed Emilio Vedova raccontano percorsi autonomi ma legati da un filo ideale: la convinzione che l’astrazione non sia un abbandono del reale, ma un modo per coglierne la struttura profonda.

Una mostra tra ricerca e istituzione: l’Olimpiade Culturale

Kandinsky e l’Italia si inserisce nel palinsesto dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, un programma multidisciplinare che affianca l’evento sportivo a un progetto culturale diffuso su scala nazionale. La collaborazione tra MA*GA e la Fondazione Musei Civici di Venezia, insieme al sostegno del Ministero della Cultura, testimonia l’importanza strategica di una mostra che non è solo un’occasione espositiva, ma un momento di cooperazione istituzionale e valorizzazione del territorio.

Il progetto fa inoltre parte dell’iniziativa Varese Cultura 2030, promossa dalla Provincia di Varese con il contributo di Fondazione Cariplo, confermando l’intenzione di costruire una rete culturale interregionale orientata allo sviluppo sostenibile.


Informazioni di visita

La mostra è ospitata al Museo MA*GA di Gallarate dal 30 novembre 2025 al 12 aprile 2026 (via De Magri 1).

Orari:

  • Mart–Ven: 10.00–19.00
  • Sab–Dom: 11.00–19.00
    Aperture straordinarie: 8, 24, 26, 31 dicembre; 6 gennaio; 5–6 aprile.

Tariffe: intero €14; open €16; ridotti vari da €8 a €12; gratuito per under 14, disabili con accompagnatore, soci ICOM, Amici MA*GA e altri aventi diritto.
Visite guidate: ogni sabato e domenica alle 16.30 (tariffa unica €20, max 25 partecipanti).
Biglietti su TicketOne; informazioni su www.museomaga.it.


Fonti

  • Comunicato stampa ufficiale “KANDINSKY E L’ITALIA”, Museo MA*GA, Gallarate, 30 novembre 2025 – 12 aprile 2026.
  • Approfondimenti storico-critici indicati nel catalogo della mostra (Barisoni, Zanella, Cavadini, Giuranna, Meneguzzo, Pittaccio, Sansone, Tedeschi, Castiglioni).

L’ultimo fotogramma di Jack Vettriano

Atmosfere noir, seduzione e malinconia
nella grande retrospettiva alla Permanente di Milano

C’è una luce particolare nei quadri di Jack Vettriano: una luminosità che sembra venire da un cinema d’altri tempi. È una luce che non illumina tutto, ma racconta. Alla Permanente di Milano, dove fino al 25 gennaio 2026 è allestita la più ampia retrospettiva italiana dedicata all’artista scozzese da poco scomparso, quella luce ritorna ovunque. Rimbalza sulle superfici lucide dei pavimenti, si deposita sui corpi, accarezza le pieghe dei vestiti. È il filo conduttore di oltre ottanta opere che, insieme, compongono il ritratto di un autore amato dal grande pubblico e a lungo diffidato dalla critica, capace però di creare immaginari riconoscibili come poche altre figure del nostro tempo.

L’ultimo fotogramma di Jack Vettriano

di Chiara Vassallo
Redazione Experiences – Fotografia e Arti Visive

Visitare questa retrospettiva significa entrare in un mondo che esiste e non esiste, un luogo dove la pittura diventa racconto, la luce diventa memoria e l’eleganza diventa una forma di solitudine.
Jack Vettriano non è un artista da interpretare: è un artista da guardare.
E forse, proprio per questo, continua a parlare a generazioni così diverse tra loro.

Un artista che sembra uscito da un romanzo

La vicenda personale di Vettriano, nato Jack Hoggan nel 1951 nella contea scozzese di Fife, assomiglia più al percorso di un personaggio letterario che di un pittore tradizionale. Figlio di una famiglia legata all’estrazione del carbone, comincia a lavorare giovanissimo per sostenere l’economia domestica. A sedici anni abbandona la scuola; a ventuno, quasi per caso, riceve un set di acquerelli che cambia la sua vita.
Inizia così a dipingere come autodidatta, copiando incessantemente antichi maestri, impressionisti, surrealisti e artisti scozzesi. Una formazione solitaria, testarda, costruita per tentativi e imitazioni, come accade a chi si educa allo sguardo prima ancora che allo stile.

Il debutto pubblico arriva nel 1988, alla Royal Scottish Academy di Edimburgo: due quadri esposti e venduti in un giorno. Da quel momento la sua carriera accelera. Sceglie un nome d’arte – Vettriano, un omaggio al cognome della madre italiana – si trasferisce a Edimburgo e poi a Londra, espone in Scozia, Inghilterra, Hong Kong e New York, conquista collezionisti celebri e un pubblico vastissimo. Ma la critica, soprattutto quella accademica, continua a guardarlo con sospetto: troppo popolare, troppo narrativo, troppo cinematografico.

Eppure, proprio questo è il cuore del suo successo: la capacità di costruire immagini che non chiedono di essere interpretate, ma vissute.

La mostra: un viaggio dentro l’immaginario Vettriano

La retrospettiva milanese, curata da Francesca Bogliolo e organizzata da Pallavicini s.r.l. in collaborazione con Jack Vettriano Publishing e con il coordinamento di Beside Arts, raccoglie più di ottanta opere tra dipinti, lavori su carta museale a tiratura unica e una selezione di fotografie realizzate nello studio del pittore da Francesco Guidicini, ritrattista del Sunday Times e autore presente alla National Portrait Gallery di Londra .

Il percorso è costruito come una progressione cinematografica: ogni sala è una scena, ogni opera un frammento di una storia più grande. Nove olii su tela – alcuni raramente visibili in Italia – dialogano con una serie di lavori su carta che rivelano la ricerca sottile dell’artista sulla postura, la tensione dei corpi, la grammatica dei gesti. Le fotografie di Guidicini, invece, offrono un contrappunto intimo: Vettriano nella quiete del suo studio, immerso nel silenzio e nella dedizione del lavoro quotidiano.

Un video finale, in cui l’artista racconta sé stesso e la propria evoluzione stilistica, chiude la mostra come un’uscita di scena meditata, quasi una confessione.

Atmosfere noir, seduzione e solitudini eleganti

Le opere di Vettriano sono fatte di atmosfere: noir, sensuali, a tratti malinconiche. Il suo stile combina l’eredità di Hopper – quella malinconia sospesa, quella drammaturgia della luce – con la teatralità del cinema americano degli anni Cinquanta e con l’estetica levigata delle affiches pubblicitarie .

Gli uomini sono spesso eleganti, impeccabili, avvolti in completi scuri; le donne, bellissime e inquietanti, abitano stanze d’albergo, terrazze, club esclusivi. Tutto sembra accadere in un tempo intermedio, come se i personaggi stessero per entrare o uscire da una storia che non ci è dato conoscere.

Il tema dell’amore – romantico, sensuale, a volte instabile – attraversa tutta la produzione. Non c’è mai pornografia, ma desiderio; non c’è mai dramma, ma tensione narrativa. Vettriano dipinge l’attimo prima o l’attimo dopo, il gesto che ancora non significa tutto ma che già promette molto.

Un artista popolare, non populista

È impossibile parlare di Vettriano senza ricordare il successo straordinario presso il pubblico. The Singing Butler, il suo quadro più noto, è stato battuto da Sotheby’s nel 2004 per quasi 750.000 sterline: una coppia che danza sulla spiaggia sotto un cielo minaccioso, protetta da due domestici con ombrelli, mentre il maggiordomo immagina di cantare Frank Sinatra. Una scena semplice, elegante, di una teatralità immediata, entrata da tempo nell’immaginario collettivo.

Per anni la critica ha liquidato Vettriano come un autore decorativo. Ma il pubblico, che spesso vede più lontano di quanto gli si attribuisca, ha letto nella sua pittura una qualità rara: la capacità di evocare emozioni immediate senza semplificare la complessità dei sentimenti.

Nel 2004 la Regina Elisabetta II lo insignisce dell’onorificenza OBE per i servizi alle arti visive . Un riconoscimento che segna definitivamente la frattura fra giudizio accademico e consenso popolare.


Informazioni per la visita

La mostra Jack Vettriano è allestita al Museo della Permanente di Milano (via Turati 34) dal 20 novembre 2025 al 25 gennaio 2026, con aperture straordinarie durante il periodo natalizio.
Orari: tutti i giorni 10.00–19.00, ultimo ingresso ore 18.00.
Biglietti: intero €16, ridotti da €13 a €14, numerose agevolazioni per studenti, over 65, famiglie, gruppi e scuole .


Museo CaMuC, Ulassai (Nuoro): “Albrecht Dürer | Maria Lai. Il respiro di un viaggio”

Dal 13 dicembre, la Fondazione Stazione dell’Arte di Ulassai presenta una mostra unica nel panorama culturale italiano:  “Il respiro di un viaggio”, un confronto inedito tra Albrecht Dürer e Maria Lai, due protagonisti della storia dell’arte che, pur attraverso linguaggi differenti, condividono la stessa tensione sul senso e sul valore simbolico della loro ricerca.

“Albrecht Dürer | Maria Lai.
Il respiro di un viaggio

Dal 13 dicembre 2025 al 15 marzo 2026, la Stazione dell’Arte e il CaMuC di Ulassai ospitano “Il respiro di un viaggio”, una mostra di rara intensità nel panorama culturale italiano che mette a confronto due figure emblematiche della storia dell’arte: Albrecht Dürer e Maria Lai.

Attraverso linguaggi distanti cinque secoli ma uniti da una sensibilità condivisa per il valore evocativo del segno e per la ricerca di significato, la mostra invita a riscoprire il potere dello sguardo e dell’immaginazione.

L’esposizione, curata da Marco Peri e Luca Baroni, offre l’opportunità eccezionale di ammirare da vicino alcuni tra i più importanti capolavori dell’opera grafica di Dürer, provenienti da prestigiose collezioni private. Maestro assoluto del Rinascimento europeo, Dürer fu non soltanto un maestro indiscusso dell’incisione, ma anche un innovatore capace di fondere l’eredità gotica con la nuova sensibilità umanistica, introducendo nei suoi lavori una profondità psicologica e un’esattezza formale che hanno segnato in modo permanente la storia dell’immagine. Le sue celebri incisioni – tra cui Melancolia I o Il Cavalierela Morte, il DiavoloIl figliol prodigo e il Mostro Marino – testimoniano una sensibilità estremamente curiosa, attenta alla natura e ai misteri dell’animo umano.

In dialogo con questo universo visionario si presenta una selezione di opere di Maria Lai, artista sarda di riconosciuta rilevanza internazionale. La sua ricerca, radicata nelle tradizioni arcaiche della Sardegna, si apre a una dimensione poetica e universale. I Presepi, i Libri cuciti e in ceramica, i Pani e la straordinaria Via Crucis del filo bianco, testimoniano una sensibilità capace di trasformare materiali semplici in forme di forte intensità evocativa. La sua opera, intuitiva e sospesa in un altrove senza tempo, introduce un registro contemporaneo che entra in risonanza poetica con la rigorosa costruzione formale di Dürer.

L’incontro tra i due artisti trova la sua sintesi nei temi che danno il titolo alla mostra: il respiro, inteso come soffio vitale e ritmo interiore; e il viaggio, come dimensione fisica e spirituale, apertura alla scoperta e spazio privilegiato di trasformazione e rivelazione. Attraverso questo percorso, la mostra fa emergere corrispondenze inattese e restituisce la continuità delle grandi questioni dell’arte: il mistero, la spiritualità, il rapporto con il tempo e con l’immaginazione.

La forza del progetto risiede nella sua impostazione originale, che mette in relazione un protagonista centrale del Rinascimento europeo con una delle voci più significative dell’arte contemporanea. Oltre trenta opere originali di Dürer permettono di immergersi nella complessità del suo linguaggio, mentre le opere di Lai introducono una risonanza poetica che consente di rileggere la sua produzione in una prospettiva più ampia e internazionale. Ne nasce un percorso che attraversa i secoli, intrecciando rigore, simbolo e spiritualità in una trama capace di parlare con intensità anche al presente.

La mostra nasce dalla collaborazione tra Marco Peri, Direttore della Stazione dell’Arte, e Luca Baroni, Direttore della Rete Museale Marche Nord e studioso di storia della grafica. Le loro competenze complementari hanno dato forma a un originale percorso di lettura storica e sensibilità contemporanea.

Il Museo CaMuC e la Stazione dell’Arte di Ulassai, luoghi fortemente identitari e carichi di memoria, diventano il contesto ideale per accogliere un viaggio artistico e umano che invita il pubblico non solo a osservare, ma anche a lasciarsi coinvolgere. “Il respiro di un viaggio” si configura così come un’esperienza che unisce passato e presente, riattivando il potere dell’arte di aprire spazi di pensiero, emozione e possibilità.

Marco Peri, Direttore della Stazione dell’Arte, afferma: “La Fondazione Stazione dell’Arte si prepara a celebrare nel 2026 i vent’anni dalla sua apertura. Sarà un anno importante, scandito da nuove mostre e iniziative speciali dedicate a Maria Lai. Il percorso espositivo della collezione permanente viene costantemente rinnovato per valorizzare la profondità e la ricchezza della sua eredità artistica. Insieme alle guide della Stazione dell’Arte e del museo CAMUC presentiamo al pubblico percorsi di conoscenza che approfondiscono la vita e l’opera dell’artista, favorendo una comprensione più ampia del suo lavoro”.

Promossa dal Comune di Ulassai, l’esposizione è prodotta dalla Fondazione Stazione dell’Arte, con il supporto organizzativo di Comediarting e con la collaborazione di Arthemisia per la comunicazione e la promozione.

Il progetto è finanziato dall’Unione Europea attraverso NextGenerationEU, nell’ambito del PNRR | Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dedicato alla rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi.


Sedi espositive
Ulassai, CaMuC e Stazione dell’Arte
Via Garibaldi, 49, Ulassai (NU)

Date al pubblico
13 dicembre 2025 – 15 marzo 2026
Inaugurazione sabato 13 dicembre ore 11:00 Museo CaMuC

Orari di apertura
Martedì – Domenica: 09.30 – 13.30 / 14.30 – 18.30
Lunedì: Chiuso

Attività per il pubblico
Sono previste tutti i giorni visite guidate incluse nel biglietto d’ingresso, nei seguenti orari:
9:30 – 11:00 – 14:30 – 16:00
Le attività saranno condotte dalle guide della Stazione dell’arte.
Per informazioni e prenotazioni: stazionedellarte@tiscali.it
Percorsi speciali per le scuole su prenotazione

Info su orari e biglietti
stazionedellarte@tiscali.it

Social
DurerLaiUlassai
@stazionedellarte

Uffici stampa
Giuseppe Murru
giuseppemurrustampa@gmail.com

Ufficio stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
press@arthemisia.it | T. +39 06 69380
Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 

Per la prima volta nella storia, il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci approda a Napoli

Per la prima volta nella storia, il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci approda a Napoli, in uno dei luoghi più suggestivi della città. Grazie alla collaborazione tra il Complesso Monumentale di Santa Chiara, la Provincia Napoletana del SS. Cuore di Gesù OFM, Arthemisia e la Pinacoteca Ambrosiana di Milano, sei preziosissimi disegni del Codice Atlantico saranno esposti a rotazione presso il Chiostro maiolicato di Santa Chiara, offrendo al pubblico un’occasione unica di approfondire il pensiero e l’arte di uno dei più grandi geni della storia.

APERTA AL PUBBLICO LA MOSTRA

LEONARDO DA VINCI.
Il Codice Atlantico

LEONARDO DA VINCI. Il Codice Atlantico

6 dicembre 2025 – 7 giugno 2026

Chiostro maiolicato di Santa Chiara, Napoli

Per la prima volta a Napoli, il genio di Leonardo da Vinci arriva al Chiostro maiolicato di Santa Chiara con alcuni dei suoi più preziosi disegni: i fogli del Codice Atlantico, il più vasto e affascinante corpus di scritti e disegni del genio toscano conservati fino ad oggi nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano.
Dal 6 dicembre 2025 al 7 giugno 2026, i visitatori potranno immergersi nel mondo straordinario del maestro del Rinascimento, esplorando la sua incredibile capacità di unire arte, scienza e invenzione.

Leonardo da Vinci (1452–1519) – pittore, scultore, architetto, ingegnere, scienziato, inventore e considerato uno dei più grandi geni della storia – incarnò perfettamente l’ideale dell’Uomo Rinascimentale. Nato a Vinci, vicino Firenze, lavorò per le più importanti corti italiane, da Milano a Firenze a Roma e molte delle sue opere (come La Gioconda e L’Ultima Cena) sono tra i capolavori più celebri dell’arte universale.
Ma Leonardo fu anche un instancabile osservatore della natura: studiò infatti il corpo umano, il volo degli uccelli, l’acqua e le macchine, lasciando migliaia di disegni e appunti che testimoniano la sua curiosità senza confini e la sua visione straordinariamente moderna.
Tra questi, il Codice Atlantico è la più vasta raccolta di scritti e disegni di Leonardo giunta fino a noi e comprende 1.119 fogli realizzati tra il 1478 e il 1519, che spaziano da studi di anatomia a progetti di macchine, da disegni architettonici a riflessioni sulla geometria, sull’idraulica e sulla natura. Il nome deriva dal grande formato dei fogli, simile a quello degli atlanti geografici, mentre la raccolta fu assemblata nel XVI secolo dallo scultore Pompeo Leoni, che riunì fogli sparsi appartenuti a diversi taccuini. Dopo secoli di dispersioni e restauri, il Codice Atlantico rappresenta oggi un documento imprescindibile per comprendere la mente universale di Leonardo da Vinci.

A Napoli, con la preziosa curatela di Monsignor Alberto Rocca, Dottore della Veneranda Biblioteca Ambrosiana e Direttore della Pinacoteca, saranno esposti sei fogli originali – tre alla volta, da dicembre a marzo (fogli 518v, 239r e 816r) e da marzo a giugno (fogli 142, 281 e 1775) – che offrono uno sguardo ravvicinato sui temi più affascinanti della ricerca leonardesca. I visitatori potranno ammirare la celebre scrittura specchiata dell’artista, seguire l’evoluzione della sua grafia e dei suoi appunti, e scoprire come il disegno funzionasse come strumento di indagine scientifica e pittorica. Tra figure antropomorfe, studi geometrici e annotazioni tecniche, i fogli rivelano i rapporti di Leonardo con i maggiori scienziati e matematici del suo tempo, come Luca Pacioli, e raccontano la stretta relazione tra studio e creazione artistica che caratterizzava ogni fase del suo lavoro.

La mostra sarà arricchita da supporti multimediali, ingrandimenti e trascrizioni, per guidare il pubblico nell’esplorazione dettagliata di ciascun foglio e rendere accessibili anche i più complessi contenuti dei codici.
La cornice scelta per questo straordinario evento non è casuale: il Monastero di Santa Chiara, uno dei complessi monumentali più importanti di Napoli, costruito nel XIV secolo da Roberto d’Angiò e dalla regina Sancia di Maiorca, con il suo chiostro ricoperto di maioliche policrome settecentesche firmate da Domenico Antonio Vaccaro, offre uno scenario di rara bellezza in cui l’arte e la natura dialogano armoniosamente. Gravemente danneggiato durante i bombardamenti del 1943, il complesso è stato fedelmente ricostruito e oggi rappresenta non solo un luogo di culto, ma anche un simbolo dell’arte, della storia e della spiritualità napoletana.

Questa mostra rappresenta un’occasione unica per scoprire Leonardo da Vinci al di là dei suoi capolavori più celebri: un’occasione per entrare nella mente di un genio che ha anticipato di secoli scienza e tecnologia, e che continua a stupire con la sua curiosità, la sua capacità di osservare il mondo e la sua inesauribile inventiva.

Per la prima volta a Napoli, il Codice Atlantico invita il pubblico a guardare da vicino l’universo leonardesco e a lasciarsi sorprendere dalla modernità di uno dei più grandi geni della storia.

Col patrocinio del Comune di Napoli, l’esposizione è realizzata grazie alla collaborazione tra la Provincia Napoletana del Ss. Cuore di Gesù dell’Ordine dei Frati Minori e il FEC (Fondo Edifici di Culto) ed è organizzata da Arthemisia in collaborazione con la Pinacoteca Ambrosiana.
La curatela scientifica è di Monsignor Alberto Rocca, con il contributo didattico e divulgativo di Costantino d’Orazio. Il catalogo è edito da Moebius.
Special partner della mostra è Sole365.

Il Codice Atlantico
Il Codice Atlantico è la più vasta raccolta di scritti e disegni di Leonardo da Vinci, un insieme monumentale che racconta non solo il lavoro di un artista, ma il percorso mentale di uno dei più grandi pensatori della storia. Il nome deriva non da un’idea di vastità geografica, ma dal formato dei fogli, grandi come quelli utilizzati per realizzare gli atlanti geografici dell’età moderna, capaci di contenere senza costrizioni disegni, appunti e schemi che richiedevano molto spazio.
La sua origine non è unitaria: non si tratta di un vero libro, ma di una raccolta composta da fogli sparsi, creati in momenti diversi della vita di Leonardo, fra il 1478 e il 1519. In essi convivono idee giovanili e riflessioni mature, schizzi immediati e progetti complessi, intuizioni geniali e tentativi non portati a compimento. Leonardo non scriveva necessariamente per pubblicare, ma soprattutto per pensare: ogni pagina è un laboratorio del pensiero, un luogo in cui il disegno diventa strumento di ragionamento.
Dopo la sua morte i fogli passarono al suo allievo Francesco Melzi, che li conservò con cura, consapevole del loro valore. Tuttavia, col tempo e attraverso passaggi ereditari poco controllati, molti fogli andarono dispersi. Alla fine del Cinquecento fu Pompeo Leoni, scultore milanese alla corte di Filippo II di Spagna e grande collezionista, a raccogliere parte di questi frammenti e a riordinarli formando il Codice Atlantico così come lo conosciamo oggi. Il suo gesto da una parte ha evitato la dispersione dei fogli, dall’altra ne ha interrotto il filo originario che legava le pagine in un ordine di creazione oggi molto difficile da ricostruire.
Nel Codice troviamo temi che superano i confini delle discipline e del sapere: studi di ingegneria militare, macchine per il volo, meccanismi idraulici, strumenti musicali, automi, progetti per edifici e città, osservazioni botaniche, esperimenti sulla geometria e sulla proporzione, riflessioni sulla natura umana e sul movimento dei corpi. Non esiste settore del sapere che Leonardo non abbia interrogato. Una pagina può mostrare una macchina tessile e, accanto, il profilo di una cascata e un calcolo di proporzioni architettoniche. È questo apparente disordine, questo procedere libero, che ci restituisce l’essenza del suo metodo: Leonardo non divideva il sapere, ma lo attraversava. L’acqua, ad esempio, compare come tema ricorrente. Egli la osserva, la disegna, la descrive come forza, come energia, come materia che modella la terra. La studia per costruire macchine, per prevenire le inondazioni, per creare scenografie teatrali. La vede come chiave di comprensione dell’universo, come immagine della vita. Allo stesso modo, il tema del volo occupa decenni della sua ricerca. Nel Codice troviamo studi di ali, membrane, sistemi di leve e pulegge, macchine che imitano il movimento degli uccelli. Leonardo osserva gli animali, li seziona con lo sguardo, ne studia il funzionamento. Il volo, per lui, non è solo conquista fisica della verticalità ma aspirazione alla conoscenza assoluta.
Il Codice Atlantico è oggi conservato perlopiù a Milano, presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, una delle più antiche istituzioni culturali d’Europa. La sua presenza in questo luogo meraviglioso è il risultato di un lungo percorso di scambi, dispersioni e restituzioni. Oggi non è consultabile come un unico volume, ma in una serie di fogli sciolti e restaurati, esposti a rotazione per garantirne la conservazione. Guardando una pagina del Codice Atlantico, si ha l’impressione di entrare nella mente di Leonardo, in costante movimento. I segni sono rapidi, le parole scorrono al contrario, da destra verso sinistra, in quella che chiamiamo “scrittura speculare”, forse dettata dall’abitudine di scrivere con la mano sinistra. In questo modo, l’artista non avrebbe rischiato di macchiare il foglio, spalmando l’inchiostro con il palmo della mano. I disegni non sono studi accademici ma esplorazioni: Leonardo sembra voler afferrare l’essenza delle cose più che rappresentarne la forma finita. Il Codice non mostra risultati ma processi. È il documento di un pensare incessante, di una ricerca che non si arresta mai. È il racconto di un uomo che non separava arte e scienza perché sapeva che conoscere significa vedere, e vedere significa immaginare. E forse è proprio questo il suo valore più grande: ricordarci che la conoscenza non è un punto di arrivo, ma un viaggio senza fine.

FOGLIO 518v
Il foglio 518v del Codice Atlantico ci introduce in uno dei territori più affascinanti del pensiero di Leonardo: quello in cui la geometria non è solo disciplina astratta, ma strumento per comprendere la struttura profonda della materia e delle forme naturali. La pagina appare come un intreccio di figure geometriche – piramidi, coni, cilindri, sfere, poliedri – che Leonardo analizza attraverso relazioni di proporzione, trasformazioni ed equivalenze. La sua indagine vuole dimostrare come le forme si possano generare l’una dall’altra perché il mondo delle figure è governate da leggi comuni e trasversali.
Particolarmente significativo è il ragionamento sul rapporto tra la superficie laterale del cono e la base, dove Leonardo stabilisce che quando l’ipotenusa – cioè il lato inclinato del cono – è uguale al diametro della base, allora la superficie laterale è esattamente doppia rispetto alla superficie della base stessa. È una formulazione sorprendentemente chiara di un principio che sarà formalizzato più tardi nella geometria solida. Egli lo dimostra attraverso un linguaggio misto di disegno e parola: i tratti sintetici delle figure indicano le relazioni mentre il testo chiarisce la conclusione.
Accanto a questo studio compare una riflessione sulla sfera: Leonardo immagina di costruire una sfera partendo da un cubo composto da “piastre avvitate”, trasformandolo gradualmente attraverso una tornitura. L’idea mostra il suo interesse per le tecniche artigiane e meccaniche: la geometria si traduce in procedura concreta, in gesto. Nello stesso foglio compare anche la proiezione del moto di una semisfera e lo studio delle relazioni tra cerchi concentrici, dimostrando come Leonardo fosse già consapevole delle trasformazioni tra volumi e superfici.
In questo foglio, come in molti altri del Codice Atlantico, il pensiero non procede per linee separate ma per associazioni. La sfera nasce dal cubo, la piramide dal triangolo, il cerchio dal moto: ogni figura è una variazione dell’altra, come se la forma fosse una materia fluida, capace di trasformarsi senza perdere armonia.
Tra le forme geometriche e gli appunti si annida un profilo, un volto dall’espressione angosciata, colto mentre emette un urlo. Questo dettaglio ci permette di ipotizzare una datazione per questo foglio: la figura potrebbe infatti costituire uno schizzo di uno dei soldati impegnati nella Battaglia di Anghiari, progettata a Firenze tra il 1503 e il 1504.

FOGLIO 239r
Il foglio 239r del Codice Atlantico è un esempio eloquente di come i materiali di lavoro nella bottega di Leonardo fossero oggetti vivi, attraversati da mani e pensieri diversi prima di assumere un significato definitivo. Il supporto è una carta grossolana, che assorbe l’inchiostro e lascia trasparire ciò che si trova sul verso: una condizione che testimonia un uso quotidiano, privo di formalità. Prima che Leonardo lo utilizzasse, il foglio sembra essere stato impiegato dagli allievi per tracciare, a carboncino, disegni licenziosi oggi quasi invisibili: un dettaglio che ci restituisce la dimensione concreta e vivace della bottega, luogo di studio ma anche di gioco, imitazione e sperimentazione. In seguito, la superficie fu occupata da esercizi geometrici e annotazioni. Una testa di giovane uomo, di profilo e a sanguigna ripassata a penna, non è attribuibile a Leonardo ma a un collaboratore, forse intento a esercitarsi nella resa plastica del volto. Sulla parte inferiore compaiono cinque figure di cerchi concentrici legati al cosiddetto “ludo geometrico”, un gioco matematico che Leonardo utilizzava per esplorare rapporti proporzionali e dinamiche di crescita. Accanto ai cerchi si osservano due intrecci di nastri, forme che si avvicinano alle sue celebri strutture nodali, indagini sulla continuità del segno e sul movimento nello spazio. La divisione 365:8 riportata sul foglio, insieme ad altre cifre annotate in colonna, rimanda probabilmente a calcoli relativi alla ripartizione dell’anno solare secondo cicli ricorrenti. La frase annotata a sinistra – “e le parti eguali tanto diminuiscano in numero quanto crescano in magnitudine; e de converso tanto crescano in numero quanto diminuiscano di grandezza” – chiarisce il principio studiato: una legge di equilibrio tra quantità e proporzione. Questo foglio, nel suo aspetto frammentario, testimonia l’ampiezza del metodo leonardiano: osservare, misurare, giocare con le forme per comprendere l’armonia profonda che regola il mondo.

FOGLIO 816r
Il foglio 816r del Codice Atlantico è uno dei più discussi dell’intera raccolta, non solo per la complessità dei suoi contenuti ma anche per la storia materiale che lo caratterizza. La carta presenta ampi ritagli lungo i margini e una piega centrale che divide il foglio in due parti diseguali, segno di un uso pratico e prolungato nel tempo. Proprio questa stratificazione ha provocato, tra Ottocento e Novecento, un intenso dibattito attributivo: alcuni studiosi, come Beltrami e Fumagalli, ritennero che le scritte presenti fossero parte di una lettera di Leonardo a Cecilia Gallerani, ipotesi oggi considerata infondata. Carlo Pedretti ha invece dimostrato come quelle righe appartengano alla mano di Francesco Melzi, allievo e segretario di Leonardo, e siano state apposte in un momento successivo. È Melzi, infatti, a tracciare con matita e penna la figura femminile e le note che celebrano la bellezza di Roma e della Campania, definita «opera dell’alegreza della Natura». L’intonazione affettiva e descrittiva di questo elogio, accompagnata da formule come «Amantissima mia Diva» e il nome Cecilia scritto in margine, restituisce un tono privato e quasi confidenziale, ma si tratta di una rielaborazione successiva, non di parole leonardiane.
Gli scritti autografi di Leonardo sul foglio appartengono invece a contesti completamente differenti e sono riconoscibili per tipologia grafica e argomento. Nella parte superiore Leonardo affronta il tema del comportamento dei raggi solari attraverso le nuvole: descrive come la luce filtri tra gli interstizi delle masse vaporose, illuminando l’aria sottostante con un percorso rettilineo e dilatabile. È un’osservazione fisica e atmosferica, coerente con le sue ricerche sulla meteorologia e sulla percezione visiva. Più in basso Leonardo passa allo studio delle ombre e della loro proiezione, analizzando i gradienti di luce e oscurità in relazione alle superfici. Al centro del foglio compaiono invece note di meccanica e statica: schemi di bilance e pesi, accompagnati dal ragionamento sul concetto di equilibrio impossibile in una bilancia dalle braccia perfettamente uguali perché il punto matematico – privo di corpo – non le può sostenere. Anche le due semplici operazioni aritmetiche riportate (20×12=240; 240×500=120000) rientrano in queste considerazioni di proporzione e misura.
Il foglio 816r rivela dunque il carattere più tipico del metodo leonardiano: il simultaneo procedere di osservazione scientifica, disegno sperimentale e riflessione teorica. Accanto a Leonardo, la presenza di Melzi testimonia la vita del Codice come strumento condiviso, continuamente riletto e abitato. È un foglio che non restituisce una singola idea ma la circolazione di idee: una pagina viva, che registra il lavoro di una mente e della sua scuola nel loro tempo.


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Il kimono maschile. Trame di vita, racconti di stile – Venezia, Museo di Palazzo Mocenigo

IL KIMONO MASCHILE
Trame di vita, racconti di stile
Venezia, Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo
5 dicembre 2025 – 4 aprile 2026

A cura di  Silvia Vesco e Lydia Manavello
 
In collaborazione con Museo d’Arte Orientale di Venezia
Con il patrocinio di Università Ca’Foscari Venezia –  Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea

Il Museo di Palazzo Mocenigo torna in Oriente: una nuova tappa nella geografia della moda e delle culture. Dopo la fortunata collaborazione con il Museo della Seta di Suzhou per la mostra L’Asse del Tempo, il Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo prosegue il proprio viaggio nelle culture tessili del mondo, presentando un nuovo e importante progetto dedicato, questa volta, al Giappone. Una mostra che si inserisce nel più ampio programma del museo, da sempre impegnato nel raccontare le molteplici forme dell’abito come linguaggio identitario, archivio di memorie e crocevia di relazioni tra luoghi, epoche e civiltà. 

Con IL KIMONO MASCHILE. Trame di vita, racconti di stile, il museo apre una finestra su un ambito ancora poco esplorato – l’eleganza maschile nipponica – offrendo un percorso immersivo che intreccia arte, storia, religione, teatro, paesaggio, tradizione e modernità, attraverso un significativo corpus di produzione tessile giapponese della fine dell’Ottocento e del primo quarantennio del Novecento.

Attraverso una selezione di haori nagajubanmolti dei quali esposti per la prima volta al pubblico,  insieme ad oltre sessanta oggetti provenienti dal Museo d’Arte Orientale di Venezia, la mostra indaga il ruolo del kimono maschile come tessuto narrativo: un indumento che, racchiuso nella sobrietà esteriore, custodisce spesso un mondo nascosto di immagini, racconti e simboli. 

Un viaggio nelle narrazioni interne: l’ura moyō

Il percorso espositivo ricostruisce la ricchezza delle decorazioni interne – l’ura moyō, letteralmente traducibile come “motivo sul retro” o “schema secondario” – che nel Giappone del XX secolo trasformavano la fodera del kimono in un vero manifesto personale. Riflettendo sul kimono come specchio dell’uomo e della società, la mostra mette in luce un aspetto fondamentale della cultura giapponese: l’idea che l’eleganza maschile risieda nel dettaglio discreto, nella raffinatezza non ostentata, nella sorpresa custodita all’interno. 

Superfici segrete che intessono racconti e  tematiche, che scandiscono le 10 sezioni dell’esposizionereligione e spiritualità, tra sincretismi shinto-buddhisti, divinità della fortuna e figure come Bodhidharma; storia antica e moderna del Giappone, dalle navi olandesi del periodo Sakoku al sistema del Sankin Kōtai, fino alle riforme Meiji e alla crisi economica, la “crisi dell’oro del 1929”; e ancora, la tradizione con riferimenti a cultura popolare, proverbi, leggende, il culto dei guerrieri evocando l’onore e la storia dei samurai; il teatro e la musica, tra storie, personaggi e leggende del teatro Nō e Kabuki, omaggi ai grandi attori delle dinastie storiche e al mondo delle maschere; la cultura e lo stile, evocando la raffinatezza degli abbinamenti e l’eleganza degli accessori, tra le cinture obisagemonoinrō, netsuke, calzature tradizionali completano il racconto di un sistema estetico complesso, in cui ogni elemento – anche il più piccolo – diventa simbolo, rituale, gesto di stile. A seguire, l’omaggio agli artisti, con scene e motivi che celebrano l’abilità e la creatività dei grandi dell’arte giapponese, tra le raffinate atmosfere di Kitagawa Utamaro (1753-1806), i paesaggi armoniosi di Utagawa Hiroshige (1797-1858), la vitalità eccentrica di Itō Jakuchū (1716-1800) ed il virtuosismo decorativo di Kamisaka Sekka (1866-1942); un inedito sguardo sul mondo dei bambini in cui, complice l’entusiasmo per la cultura occidentale, i piccoli kimono si coprono di motivi che evocano la fascinazione per la modernità, lo sport, immagini militariste, trasformandosi in manifesti nazionalisti. E poi, la natura e il paesaggio, un repertorio ricco di simboli e filosofia, motivi decorativi ispirati al mondo naturale raccontano una storia di profonda connessione tra il Giappone e il paesaggio che lo circonda. La modernità si racconta con gli omoshirogara, i “motivi bizzarri” degli anni Trenta e Quaranta, in particolare, che celebrano progresso, trasporti, sport, propaganda e scambi con l’Occidente. L’ultima sezione ospitata nella project room in androne al piano terra, trasformata per l’occasione in Kimono LAB, indaga le tecniche tessili e decorative di haori e di sottokimono, tra realizzazioni in sete pregiate o lane importate, esterni sobri ma riccamente decorati all’interno tramite tecniche tradizionali come kasuri, katayuzen, yuzenzome, rōrā nassen ed elaborate varianti dello shibori.

Con questa nuova esposizione, Palazzo Mocenigo conferma la sua vocazione a indagare il tessuto come linguaggio globale, terreno d’incontro tra mondi lontani e strumento privilegiato per osservare identità, poteri, credenze, economie e trasformazioni sociali. Un percorso che, dopo avere esplorato secoli e geografie diverse, torna in Oriente per approfondire ancora una volta il dialogo tra Venezia e l’Asia, da secoli uniti da scambi commerciali, artistici e culturali.


Museo di Palazzo Mocenigo
Centro Studi di Storia del Tessuto,  del Costume e del Profumo

Santa Croce 1992
30135 Venezia
Tel +39 041 721798
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Un invito a guardare l’Europa come costruzione storica, culturale e civile

Cinque incontri, cinque date cruciali della storia europea. Dal mondo greco al Manifesto di Ventotene, Milano ospita un percorso che intreccia teatro, passato e identità continentale. Un progetto culturale che diventa, dichiaratamente, un gesto politico: un invito a guardare l’Europa come costruzione storica, culturale e civile.

Un atto culturale e politico insieme

A Milano, il Piccolo Teatro torna a farsi luogo di riflessione civile. Nei primi mesi del nuovo anno la sala Grassi ospiterà un nuovo ciclo delle Lezioni di Storia, iniziativa ideata da Editori Laterza e sostenuta dalla Fondazione Monte di Lombardia. Un progetto che Piergaetano Marchetti, presidente della Fondazione Piccolo Teatro, definisce senza esitazioni «un atto di militanza europea».

Non una semplice rassegna divulgativa, dunque, ma un intervento nel dibattito pubblico: un invito a ripensare le radici dell’Europa e a interrogarsi sul suo presente. La scelta del titolo, Inventare l’Europa, è già un manifesto: raccontare il passato significa scegliere, interpretare, selezionare — inventare, appunto — ciò che riteniamo significativo.

Il teatro come laboratorio di identità europea

Lanfranco Li Cauli, direttore generale del Piccolo, e Claudio Longhi, direttore artistico, ricordano che il teatro, fin dalle sue origini, è «una delle sedi fondative dell’idea di Europa». Dalla tragedia greca alla drammaturgia moderna, lo spazio scenico ha sempre funzionato come luogo di confronto tra cittadini, linguaggi, idee.

Un ruolo riconosciuto anche dall’editore Giuseppe Laterza: «Ogni narrazione del passato comporta una quota di invenzione. Anche quando definiamo noi stessi, inevitabilmente selezioniamo e interpretiamo. Lo stesso accade quando ricostruiamo la storia europea».

A ribadire l’apertura internazionale della rassegna è Mario Cera, presidente della Fondazione Monte di Lombardia: la Lombardia — afferma — «non è pensabile al di fuori della dimensione continentale». Una posizione che oggi appare tanto più urgente, in un’Europa attraversata da tensioni politiche, crisi di confine e discussioni sulla sua identità.

Cinque lezioni, cinque snodi decisivi nella storia del continente

Le conferenze si terranno la domenica alle 11, dal 18 gennaio al 22 marzo, sempre al Piccolo Teatro Grassi. Ogni incontro è introdotto dall’attrice Maria Luisa Zaltron, presenza che sottolinea la natura teatrale — performativa — della narrazione storica.

1. 18 gennaio – Laura Pepe: La cittadinanza e il mondo greco

La storica dell’antichità Laura Pepe apre il ciclo partendo dalla battaglia delle Termopili (480 a.C.), mito fondativo della libertà greca. L’eroismo dei 300 spartani guidati da Leonida, reso celebre da Erodoto e poi dalla cultura pop contemporanea, diventa un punto di osservazione per comprendere il concetto di cittadino libero: un uomo soggetto alla legge, non all’arbitrio.
Un’idea che la tradizione europea eredita profondamente dal mondo greco e dalla polis.

2. 25 gennaio – Alessandro Barbero: Identità e la battaglia di Poitiers

Lo storico e divulgatore Alessandro Barbero affronta il tema dell’identità partendo dalla battaglia di Poitiers (732), in cui Carlo Martello fermò l’avanzata arabo-musulmana verso il cuore dell’Europa. Un episodio storicamente complesso, spesso sovraccaricato di letture politiche, che Barbero ricolloca nel suo contesto reale: una battaglia locale trasformata, nei secoli, in uno dei “momenti mitici” della costruzione identitaria europea.

3. 1° febbraio – Alberto Mario Banti: Nazione e rivoluzioni del 1848

Alberto Mario Banti prende in esame la “primavera dei popoli”, la stagione rivoluzionaria del 1848 che attraversò l’intero continente. Un anno di speranze democratiche e nazionali conclusosi quasi ovunque con restaurazioni e sconfitte. Eppure, proprio quelle rivoluzioni, fallite nell’immediato, avrebbero gettato le basi culturali dei futuri Stati-nazione europei.

4. 15 febbraio – Alessandro Vanoli: Impero e il trattato di Tordesillas

Con Alessandro Vanoli si torna al 1494 e al trattato di Tordesillas, che sancì la spartizione del mondo fra Spagna e Portogallo sotto l’arbitrato papale. È l’inizio del colonialismo moderno, con tutto ciò che ha rappresentato: esplorazioni, conquiste, schiavitù, scambi culturali, rivoluzioni economiche.
Un capitolo imprescindibile per capire la storia europea e il suo rapporto con il resto del globo.

5. 22 marzo – Simona Colarizi: L’Europa oltre gli Stati nazionali

La storica Simona Colarizi conclude il ciclo con il Manifesto di Ventotene (1941), redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi durante il confino fascista. Quel testo, oggi riconosciuto come fondativo dell’europeismo, immaginava la fine dei nazionalismi bellici e la nascita di una federazione europea.
Un’utopia che avrebbe ispirato i padri fondatori dell’Unione Europea, da De Gasperi a Schuman, e che ancora oggi orienta il dibattito sul futuro del continente.

Inventare l’Europa oggi

Il ciclo di lezioni arriva in un momento in cui la costruzione europea vive una fase di incertezza e trasformazione: tensioni geopolitiche, discussioni sull’allargamento, sulla sovranità energetica, sui modelli di welfare.

Raccontare l’Europa come invenzione diventa allora un modo per riconoscere che l’identità europea non è un dato naturale, ma una costruzione storica, politica e culturale in continuo movimento.

Esattamente ciò che il Piccolo Teatro, con questa iniziativa, intende rimettere al centro del dibattito pubblico: l’Europa non come eredità immobile, ma come progetto da ripensare, discutere, rinnovare.


Il centenario di un evento che ha cambiato il Novecento

Un secolo dopo l’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne, Parigi torna a interrogarsi sulle origini di un linguaggio che ha ridefinito l’idea stessa di modernità. La Cité de l’Architecture et du Patrimoine dedica una grande mostra alla portata storica, culturale e urbana dell’evento che consacrò l’Art Déco come stile globale.

Nel 1925 Parigi si trasformò in un laboratorio internazionale di forme, materiali e simboli. L’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne, voluta dal governo francese già prima della Grande Guerra ma inaugurata solo nel pieno degli anni ruggenti, non fu una semplice mostra universale: fu l’atto di nascita dell’Art Déco come espressione coerente, riconoscibile, cosmopolita.

Per celebrare il centenario, la Cité de l’Architecture et du Patrimoine dedica alla ricorrenza la mostra “L’Exposition Internationale des Arts Décoratifs de Paris 1925 et ses Architectes”, aperta dal 22 ottobre 2025 al 29 marzo 2026. Un percorso che ricostruisce non soltanto l’impatto dell’esposizione sul tessuto urbano parigino, ma anche il legame tra i progetti presentati e l’emergere di una nuova idea di modernità, sospesa tra eleganza ornamentale e fiducia nel progresso.

Un’Esposizione che definì un’epoca

L’edizione del 1925 nasceva dall’ambizione della Francia di riaffermare la propria centralità culturale dopo il trauma della guerra. L’appuntamento, distribuito tra i lungosenna, i Giardini delle Tuileries e il Grand Palais, riunì architetti, designer, artigiani e artisti da oltre venti nazioni. A dominare era un’estetica nuova, che abbandonava il naturalismo floreale dell’Art Nouveau per privilegiare linee geometriche, simmetrie rigorose, materiali preziosi e lavorazioni di alta artigianalità.

Il termine “Art Déco” sarebbe stato coniato solo in seguito, ma già all’epoca i visitatori riconobbero in quello stile la fusione fra lusso moderno e tradizione manifatturiera, fra razionalità costruttiva e gusto decorativo. Tra i protagonisti della rassegna figuravano maestri come Robert Mallet-Stevens, Pierre Chareau, Émile-Jacques Ruhlmann, René Lalique, oltre ai contributi internazionali provenienti da paesi allora in pieno fermento culturale: dall’URSS di Mel’nikov alla Cecoslovacchia di Josef Gočár, fino agli Stati Uniti con la loro idea di “moderno metropolitano”.

Architettura, città e natura: un triangolo di modernità

La mostra della Cité de l’Architecture insiste sul ruolo degli architetti, ossia su quella generazione che vide nell’Esposizione del 1925 l’occasione per ridefinire i rapporti fra spazi urbani, progettazione d’interni e nuovi modi dell’abitare.

Tra i padiglioni più innovativi dell’epoca, oggi riproposti attraverso modelli, fotografie e ricostruzioni digitali, spiccano la Maison du Collectionneur di Mallet-Stevens, manifesto di eleganza razionale, e il Pavillon de l’Ambassade Française, progettato da Ruhlmann come summa di arti decorative, arredi su misura e materiali d’eccellenza.

L’Esposizione, sottolinea il percorso curatoriale, fu anche un laboratorio per il rapporto tra architettura e natura: giardini temporanei, scenografie paesaggistiche e il grande padiglione dedicato alle arti del giardino dialogavano con gli spazi urbani, anticipando l’idea contemporanea di continuità fra città e paesaggio.

Un’influenza che ha lasciato un’impronta nel mondo

L’Art Déco, nato a Parigi ma proiettato oltre i confini nazionali, trovò eco immediata nelle metropoli emergenti dell’epoca. New York, Miami, Casablanca, Mumbai e Shanghai furono tra le città che, nel giro di pochi anni, adottarono questo linguaggio in maniera sistematica.

In Francia, l’impronta del 1925 è ancora visibile nelle stazioni della metropolitana, nei teatri, negli edifici pubblici e nei grandi complessi residenziali degli anni Trenta. E proprio Parigi, a partire dalla rassegna della Cité, propone oggi una mappa di itinerari cittadini che consente di ripercorrere i luoghi simbolo dell’Art Déco: dalla Piscine Molitor al Palais de Chaillot, dalle facciate del XVI arrondissement alle architetture sul fronte della Senna.

Il valore di un centenario

A un secolo di distanza, il centenario dell’Esposizione del 1925 non celebra solo uno stile, ma un crocevia decisivo nella storia del design e dell’architettura. La rassegna della Cité de l’Architecture et du Patrimoine invita a guardare a quell’evento come a un momento fondativo della cultura visiva del Novecento: un’epoca in cui arte, industria, tecnica e artigianato dialogavano per costruire una modernità condivisa. Una modernità che, a distanza di cent’anni, continua a modellare lo sguardo contemporaneo.