C’è un progetto che, più di ogni altro, attraversa il tempo politico italiano come una linea mai del tutto tracciata: il Ponte sullo Stretto. Annunciato, rinviato, rilanciato e ancora… sospeso. Un progetto che continua a dividere opinione pubblica, governi e territori. Con Il ponte che verrà, Mario Primo Cavaleri prova a rimettere ordine in questa lunga e tormentata vicenda, restituendole una cronologia rigorosa e uno sguardo critico maturato sul campo.
Intervista a Mario Primo Cavaleri autore del libro “Il ponte che verrà”
di Sergio Bertolami Direttore Experiences
Noto giornalista della Gazzetta del Sud, capo servizio Politica regionale, Cavaleri segue da anni le dinamiche istituzionali e amministrative della Sicilia, osservandole dal cuore di uno dei territori più direttamente coinvolti: Messina. Ne consegue un libro che è insieme cronaca, analisi e racconto di un “tempo sospeso”, su cui vale la pena tornare a riflettere oggi, senza slogan e senza scorciatoie.
Il tempo sospeso Il sottotitolo del libro “Il ponte che verrà” fa riferimento al “tempo sospeso di un progetto in divenire”. Che cosa intendi esattamente per “sospensione”? È una pausa tecnica, un’impasse politica o una condizione ormai strutturale del progetto del Ponte sullo Stretto?
“E’ il mix di una serie di variabili che, nel non dare certezze, rendono ‘sospeso’ il trascorrere del tempo, in attesa che qualcosa si verifichi. Basti pensare ai piani regolatori… non definiti perché di definitivo non c’è nulla”.
Raccontare una vicenda tormentata Il tuo libro ricostruisce cronologicamente una sequenza di decisioni, stop, rilanci e bocciature. A tuo avviso, qual è il vero nodo irrisolto che da decenni impedisce al progetto di uscire da questa spirale?
“Mi ha fatto molto piacere il commento di un docente universitario che riporto testualmente: ‘in fondo il libro ha anticipato quanto poi la Corte dei conti ha consacrato nella decisione di negare il visto di legittimità’. Già all’indomani del decreto del 31 marzo 2023 che ha rilanciato il dossier Ponte, parlavo di ‘pesce d’aprile’. L’aver riesumato un progetto vecchio di 30 anni è stata una falsa ripartenza, seguita da una serie di incongruenze”.
La bocciatura della Corte dei conti. La decisione della Corte dei conti di negare il visto di legittimità alla delibera Cipess segna uno spartiacque. È stato un incidente di percorso o l’esito prevedibile di una procedura fragile sin dall’inizio?
“La Corte nel limitarsi a valutare la coerente linearità del procedimento, non poteva ovviamente occuparsi del progetto, ma incidentalmente tocca alcuni aspetti che lo sfiorano. Per esempio: la mancata comparazione con altre ipotesi (cioè le tre campate, più economiche e in armonia con quanto c’è in giro per il mondo)”.
Politica e tecnica: un dialogo mancato? Nel libro emergono spesso frizioni tra livelli politici e competenze tecniche. Nel caso del Ponte, secondo te, la politica ha davvero ascoltato i tecnici o li ha utilizzati come copertura decisionale?
“Viviamo nell’accelerazione del tutto e subito che in politica si traduce in frettolosi slogan alla ricerca del consenso facile e immediato. Chi ha voluto tirare fuori dal cassetto un progetto old style è sicuramente la politica, ma evidentemente i tecnici hanno suffragato la scelta. È stato però evitato il vaglio di organi “terzi”, aspetto che la Corte dei conti non ha mancato di rilevare”.
Dal Governo Draghi a oggi Il libro, nel corso delle sue pagine, attraversa governi diversi, ma mostra anche una certa continuità negli errori. Cambiano i protagonisti, ma non il copione? Oppure individua una responsabilità specifica nell’ultima fase, quella legata al ministero di Matteo Salvini e a Stretto Spa?
“Il Governo Draghi in realtà aveva acquisito la relazione del gruppo di studio insediato dal precedente ministro che dava incarico alle Ferrovie dello Stato (Italferr) di approntare in sei mesi un progetto di fattibilità sull’ipotesi 3 campate, proprio al fine di una valutazione comparativa. Decisione ragionevole, prima di avventurarsi. Il ministro Salvini non ne ha ritenuto l’utilità ed è partito in quarta con l’unico progetto esistente sul nastro da 3.300 mt”.
Gli “errori” e le “criticità” Spesso si parla di errori, criticità e dubbi non sciolti. Qual è, tra questi, quello che ti ha colpito di più come osservatore e come autore: un errore giuridico, economico o culturale?
“Meglio trincerarsi nell’imbarazzo della scelta”.
Un libro di cronaca o di posizione? “Il ponte che verrà” si presenta come una ricostruzione documentata, ma il lettore avverte anche una posizione critica. Quanto è stato difficile mantenere l’equilibrio tra analisi dei fatti e giudizio personale?
“Ho fatto prevalere il giornalista, raccontando cronaca annotata tra valichi legislativi e circoli provinciali. Nell’introduzione tuttavia esprimo considerazioni, che con le tue puntuali e appropriate domande mi hai già fatto sintetizzare”.
Il Ponte come simbolo
“Simbolo di una musica che ci accompagnerà, parafrasando uno dei capolavori di Lucio Dalla, cui è dedicato l’incipit”.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Jack Vettriano, The Singing Butler, 30×39 cm, opera su carta museale, 1992
Atmosfere noir, seduzione e malinconia nella grande retrospettiva alla Permanente di Milano
C’è una luce particolare nei quadri di Jack Vettriano: una luminosità che sembra venire da un cinema d’altri tempi. È una luce che non illumina tutto, ma racconta. Alla Permanente di Milano, dove fino al 25 gennaio 2026 è allestita la più ampia retrospettiva italiana dedicata all’artista scozzese da poco scomparso, quella luce ritorna ovunque. Rimbalza sulle superfici lucide dei pavimenti, si deposita sui corpi, accarezza le pieghe dei vestiti. È il filo conduttore di oltre ottanta opere che, insieme, compongono il ritratto di un autore amato dal grande pubblico e a lungo diffidato dalla critica, capace però di creare immaginari riconoscibili come poche altre figure del nostro tempo.
L’ultimo fotogramma di Jack Vettriano
di Chiara Vassallo Redazione Experiences – Fotografia e Arti Visive
Visitare questa retrospettiva significa entrare in un mondo che esiste e non esiste, un luogo dove la pittura diventa racconto, la luce diventa memoria e l’eleganza diventa una forma di solitudine. Jack Vettriano non è un artista da interpretare: è un artista da guardare. E forse, proprio per questo, continua a parlare a generazioni così diverse tra loro.
Un artista che sembra uscito da un romanzo
La vicenda personale di Vettriano, nato Jack Hoggan nel 1951 nella contea scozzese di Fife, assomiglia più al percorso di un personaggio letterario che di un pittore tradizionale. Figlio di una famiglia legata all’estrazione del carbone, comincia a lavorare giovanissimo per sostenere l’economia domestica. A sedici anni abbandona la scuola; a ventuno, quasi per caso, riceve un set di acquerelli che cambia la sua vita. Inizia così a dipingere come autodidatta, copiando incessantemente antichi maestri, impressionisti, surrealisti e artisti scozzesi. Una formazione solitaria, testarda, costruita per tentativi e imitazioni, come accade a chi si educa allo sguardo prima ancora che allo stile.
Il debutto pubblico arriva nel 1988, alla Royal Scottish Academy di Edimburgo: due quadri esposti e venduti in un giorno. Da quel momento la sua carriera accelera. Sceglie un nome d’arte – Vettriano, un omaggio al cognome della madre italiana – si trasferisce a Edimburgo e poi a Londra, espone in Scozia, Inghilterra, Hong Kong e New York, conquista collezionisti celebri e un pubblico vastissimo. Ma la critica, soprattutto quella accademica, continua a guardarlo con sospetto: troppo popolare, troppo narrativo, troppo cinematografico.
Eppure, proprio questo è il cuore del suo successo: la capacità di costruire immagini che non chiedono di essere interpretate, ma vissute.
Jack Vettriano, Another Married Man, 39×30.5 cm, opera su carta museale, 2001
La mostra: un viaggio dentro l’immaginario Vettriano
La retrospettiva milanese, curata da Francesca Bogliolo e organizzata da Pallavicini s.r.l. in collaborazione con Jack Vettriano Publishing e con il coordinamento di Beside Arts, raccoglie più di ottanta opere tra dipinti, lavori su carta museale a tiratura unica e una selezione di fotografie realizzate nello studio del pittore da Francesco Guidicini, ritrattista del Sunday Times e autore presente alla National Portrait Gallery di Londra .
Il percorso è costruito come una progressione cinematografica: ogni sala è una scena, ogni opera un frammento di una storia più grande. Nove olii su tela – alcuni raramente visibili in Italia – dialogano con una serie di lavori su carta che rivelano la ricerca sottile dell’artista sulla postura, la tensione dei corpi, la grammatica dei gesti. Le fotografie di Guidicini, invece, offrono un contrappunto intimo: Vettriano nella quiete del suo studio, immerso nel silenzio e nella dedizione del lavoro quotidiano.
Un video finale, in cui l’artista racconta sé stesso e la propria evoluzione stilistica, chiude la mostra come un’uscita di scena meditata, quasi una confessione.
Jack Vettriano, Love Italia, 25.5×20 cm, opera su carta museale, 2012
Atmosfere noir, seduzione e solitudini eleganti
Le opere di Vettriano sono fatte di atmosfere: noir, sensuali, a tratti malinconiche. Il suo stile combina l’eredità di Hopper – quella malinconia sospesa, quella drammaturgia della luce – con la teatralità del cinema americano degli anni Cinquanta e con l’estetica levigata delle affiches pubblicitarie .
Gli uomini sono spesso eleganti, impeccabili, avvolti in completi scuri; le donne, bellissime e inquietanti, abitano stanze d’albergo, terrazze, club esclusivi. Tutto sembra accadere in un tempo intermedio, come se i personaggi stessero per entrare o uscire da una storia che non ci è dato conoscere.
Il tema dell’amore – romantico, sensuale, a volte instabile – attraversa tutta la produzione. Non c’è mai pornografia, ma desiderio; non c’è mai dramma, ma tensione narrativa. Vettriano dipinge l’attimo prima o l’attimo dopo, il gesto che ancora non significa tutto ma che già promette molto.
Jack Vettriano, Nigh-Time Rituals, 38×31 cm, opera su carta museale, 2012
Un artista popolare, non populista
È impossibile parlare di Vettriano senza ricordare il successo straordinario presso il pubblico. The Singing Butler, il suo quadro più noto, è stato battuto da Sotheby’s nel 2004 per quasi 750.000 sterline: una coppia che danza sulla spiaggia sotto un cielo minaccioso, protetta da due domestici con ombrelli, mentre il maggiordomo immagina di cantare Frank Sinatra. Una scena semplice, elegante, di una teatralità immediata, entrata da tempo nell’immaginario collettivo.
Per anni la critica ha liquidato Vettriano come un autore decorativo. Ma il pubblico, che spesso vede più lontano di quanto gli si attribuisca, ha letto nella sua pittura una qualità rara: la capacità di evocare emozioni immediate senza semplificare la complessità dei sentimenti.
Nel 2004 la Regina Elisabetta II lo insignisce dell’onorificenza OBE per i servizi alle arti visive . Un riconoscimento che segna definitivamente la frattura fra giudizio accademico e consenso popolare.
Informazioni per la visita
La mostra Jack Vettriano è allestita al Museo della Permanente di Milano (via Turati 34) dal 20 novembre 2025 al 25 gennaio 2026, con aperture straordinarie durante il periodo natalizio. Orari: tutti i giorni 10.00–19.00, ultimo ingresso ore 18.00. Biglietti: intero €16, ridotti da €13 a €14, numerose agevolazioni per studenti, over 65, famiglie, gruppi e scuole .
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Dal 13 dicembre, la Fondazione Stazione dell’Arte di Ulassai presenta una mostra unica nel panorama culturale italiano: “Il respiro di un viaggio”, un confronto inedito tra Albrecht Dürer e Maria Lai, due protagonisti della storia dell’arte che, pur attraverso linguaggi differenti, condividono la stessa tensione sul senso e sul valore simbolico della loro ricerca.
“Albrecht Dürer | Maria Lai. Il respiro di un viaggio“
Dal 13 dicembre 2025 al 15 marzo 2026, la Stazione dell’Arte e il CaMuC di Ulassai ospitano “Il respiro di un viaggio”, una mostra di rara intensità nel panorama culturale italiano che mette a confronto due figure emblematiche della storia dell’arte: Albrecht Dürer e Maria Lai.
Attraverso linguaggi distanti cinque secoli ma uniti da una sensibilità condivisa per il valore evocativo del segno e per la ricerca di significato, la mostra invita a riscoprire il potere dello sguardo e dell’immaginazione.
L’esposizione, curata da Marco Peri e Luca Baroni, offre l’opportunità eccezionale di ammirare da vicino alcuni tra i più importanti capolavori dell’opera grafica di Dürer, provenienti da prestigiose collezioni private. Maestro assoluto del Rinascimento europeo, Dürer fu non soltanto un maestro indiscusso dell’incisione, ma anche un innovatore capace di fondere l’eredità gotica con la nuova sensibilità umanistica, introducendo nei suoi lavori una profondità psicologica e un’esattezza formale che hanno segnato in modo permanente la storia dell’immagine. Le sue celebri incisioni – tra cui Melancolia I o Il Cavaliere, la Morte, il Diavolo, Il figliol prodigo e il Mostro Marino – testimoniano una sensibilità estremamente curiosa, attenta alla natura e ai misteri dell’animo umano.
In dialogo con questo universo visionario si presenta una selezione di opere di Maria Lai, artista sarda di riconosciuta rilevanza internazionale. La sua ricerca, radicata nelle tradizioni arcaiche della Sardegna, si apre a una dimensione poetica e universale. I Presepi, i Libri cuciti e in ceramica, i Pani e la straordinaria Via Crucis del filo bianco, testimoniano una sensibilità capace di trasformare materiali semplici in forme di forte intensità evocativa. La sua opera, intuitiva e sospesa in un altrove senza tempo, introduce un registro contemporaneo che entra in risonanza poetica con la rigorosa costruzione formale di Dürer.
L’incontro tra i due artisti trova la sua sintesi nei temi che danno il titolo alla mostra: il respiro, inteso come soffio vitale e ritmo interiore; e il viaggio, come dimensione fisica e spirituale, apertura alla scoperta e spazio privilegiato di trasformazione e rivelazione. Attraverso questo percorso, la mostra fa emergere corrispondenze inattese e restituisce la continuità delle grandi questioni dell’arte: il mistero, la spiritualità, il rapporto con il tempo e con l’immaginazione.
La forza del progetto risiede nella sua impostazione originale, che mette in relazione un protagonista centrale del Rinascimento europeo con una delle voci più significative dell’arte contemporanea. Oltre trenta opere originali di Dürer permettono di immergersi nella complessità del suo linguaggio, mentre le opere di Lai introducono una risonanza poetica che consente di rileggere la sua produzione in una prospettiva più ampia e internazionale. Ne nasce un percorso che attraversa i secoli, intrecciando rigore, simbolo e spiritualità in una trama capace di parlare con intensità anche al presente.
La mostra nasce dalla collaborazione tra Marco Peri, Direttore della Stazione dell’Arte, e Luca Baroni, Direttore della Rete Museale Marche Nord e studioso di storia della grafica. Le loro competenze complementari hanno dato forma a un originale percorso di lettura storica e sensibilità contemporanea.
Il Museo CaMuC e la Stazione dell’Arte di Ulassai, luoghi fortemente identitari e carichi di memoria, diventano il contesto ideale per accogliere un viaggio artistico e umano che invita il pubblico non solo a osservare, ma anche a lasciarsi coinvolgere. “Il respiro di un viaggio” si configura così come un’esperienza che unisce passato e presente, riattivando il potere dell’arte di aprire spazi di pensiero, emozione e possibilità.
Marco Peri, Direttore della Stazione dell’Arte, afferma: “La Fondazione Stazione dell’Arte si prepara a celebrare nel 2026 i vent’anni dalla sua apertura. Sarà un anno importante, scandito da nuove mostre e iniziative speciali dedicate a Maria Lai. Il percorso espositivo della collezione permanente viene costantemente rinnovato per valorizzare la profondità e la ricchezza della sua eredità artistica. Insieme alle guide della Stazione dell’Arte e del museo CAMUC presentiamo al pubblico percorsi di conoscenza che approfondiscono la vita e l’opera dell’artista, favorendo una comprensione più ampia del suo lavoro”.
Promossa dal Comune di Ulassai, l’esposizione è prodotta dalla Fondazione Stazione dell’Arte, con il supporto organizzativo di Comediarting e con la collaborazione di Arthemisia per la comunicazione e la promozione.
Il progetto è finanziato dall’Unione Europea attraverso NextGenerationEU, nell’ambito del PNRR | Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dedicato alla rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi.
Sedi espositive Ulassai, CaMuC e Stazione dell’Arte Via Garibaldi, 49, Ulassai (NU)
Date al pubblico 13 dicembre 2025 – 15 marzo 2026 Inaugurazione sabato 13 dicembre ore 11:00 Museo CaMuC
Attività per il pubblico Sono previste tutti i giorni visite guidate incluse nel biglietto d’ingresso, nei seguenti orari: 9:30 – 11:00 – 14:30 – 16:00 Le attività saranno condotte dalle guide della Stazione dell’arte. Per informazioni e prenotazioni: stazionedellarte@tiscali.it Percorsi speciali per le scuole su prenotazione
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Per la prima volta nella storia, il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci approda a Napoli, in uno dei luoghi più suggestivi della città.Grazie alla collaborazione tra il Complesso Monumentale di Santa Chiara, la Provincia Napoletana del SS. Cuore di Gesù OFM, Arthemisia e la Pinacoteca Ambrosiana di Milano, sei preziosissimi disegni del Codice Atlantico saranno esposti a rotazione presso il Chiostro maiolicato di Santa Chiara, offrendo al pubblico un’occasione unica di approfondire il pensiero e l’arte di uno dei più grandi geni della storia.
APERTA AL PUBBLICO LA MOSTRA
“LEONARDO DA VINCI. Il Codice Atlantico“ LEONARDO DA VINCI. Il Codice Atlantico
6 dicembre 2025 – 7 giugno 2026
Chiostro maiolicato di Santa Chiara, Napoli
Per la prima volta a Napoli, il genio di Leonardo da Vinci arriva al Chiostro maiolicato di Santa Chiara con alcuni dei suoi più preziosi disegni: i fogli del Codice Atlantico, il più vasto e affascinante corpus di scritti e disegni del genio toscano conservati fino ad oggi nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Dal 6 dicembre 2025 al 7 giugno 2026, i visitatori potranno immergersi nel mondo straordinario del maestro del Rinascimento, esplorando la sua incredibile capacità di unire arte, scienza e invenzione.
Allestimento
Leonardo da Vinci (1452–1519) – pittore, scultore, architetto, ingegnere, scienziato, inventore e considerato uno dei più grandi geni della storia – incarnò perfettamente l’ideale dell’Uomo Rinascimentale. Nato a Vinci, vicino Firenze, lavorò per le più importanti corti italiane, da Milano a Firenze a Roma e molte delle sue opere (come La Gioconda e L’Ultima Cena) sono tra i capolavori più celebri dell’arte universale. Ma Leonardo fu anche un instancabile osservatore della natura: studiò infatti il corpo umano, il volo degli uccelli, l’acqua e le macchine, lasciando migliaia di disegni e appunti che testimoniano la sua curiosità senza confini e la sua visione straordinariamente moderna. Tra questi, il Codice Atlantico è la più vasta raccolta di scritti e disegni di Leonardo giunta fino a noi e comprende 1.119 fogli realizzati tra il 1478 e il 1519, che spaziano da studi di anatomia a progetti di macchine, da disegni architettonici a riflessioni sulla geometria, sull’idraulica e sulla natura. Il nome deriva dal grande formato dei fogli, simile a quello degli atlanti geografici, mentre la raccolta fu assemblata nel XVI secolo dallo scultore Pompeo Leoni, che riunì fogli sparsi appartenuti a diversi taccuini. Dopo secoli di dispersioni e restauri, il Codice Atlantico rappresenta oggi un documento imprescindibile per comprendere la mente universale di Leonardo da Vinci.
A Napoli, con la preziosa curatela di Monsignor Alberto Rocca, Dottore della Veneranda Biblioteca Ambrosiana e Direttore della Pinacoteca, saranno esposti sei fogli originali – tre alla volta, da dicembre a marzo (fogli 518v, 239r e 816r) e da marzo a giugno (fogli 142, 281 e 1775) – che offrono uno sguardo ravvicinato sui temi più affascinanti della ricerca leonardesca. I visitatori potranno ammirare la celebre scrittura specchiata dell’artista, seguire l’evoluzione della sua grafia e dei suoi appunti, e scoprire come il disegno funzionasse come strumento di indagine scientifica e pittorica. Tra figure antropomorfe, studi geometrici e annotazioni tecniche, i fogli rivelano i rapporti di Leonardo con i maggiori scienziati e matematici del suo tempo, come Luca Pacioli, e raccontano la stretta relazione tra studio e creazione artistica che caratterizzava ogni fase del suo lavoro.
La mostra sarà arricchita da supporti multimediali, ingrandimenti e trascrizioni, per guidare il pubblico nell’esplorazione dettagliata di ciascun foglio e rendere accessibili anche i più complessi contenuti dei codici. La cornice scelta per questo straordinario evento non è casuale: il Monastero di Santa Chiara, uno dei complessi monumentali più importanti di Napoli, costruito nel XIV secolo da Roberto d’Angiò e dalla regina Sancia di Maiorca, con il suo chiostro ricoperto di maioliche policrome settecentesche firmate da Domenico Antonio Vaccaro, offre uno scenario di rara bellezza in cui l’arte e la natura dialogano armoniosamente. Gravemente danneggiato durante i bombardamenti del 1943, il complesso è stato fedelmente ricostruito e oggi rappresenta non solo un luogo di culto, ma anche un simbolo dell’arte, della storia e della spiritualità napoletana.
Questa mostra rappresenta un’occasione unica per scoprire Leonardo da Vinci al di là dei suoi capolavori più celebri: un’occasione per entrare nella mente di un genio che ha anticipato di secoli scienza e tecnologia, e che continua a stupire con la sua curiosità, la sua capacità di osservare il mondo e la sua inesauribile inventiva.
Per la prima volta a Napoli, il Codice Atlantico invita il pubblico a guardare da vicino l’universo leonardesco e a lasciarsi sorprendere dalla modernità di uno dei più grandi geni della storia.
Col patrocinio del Comune di Napoli, l’esposizione è realizzata grazie alla collaborazione tra la Provincia Napoletana del Ss. Cuore di Gesù dell’Ordine dei Frati Minori e il FEC (Fondo Edifici di Culto) ed è organizzata da Arthemisia in collaborazione con la Pinacoteca Ambrosiana. La curatela scientifica è di Monsignor Alberto Rocca, con il contributo didattico e divulgativo di Costantino d’Orazio. Il catalogo è edito da Moebius. Special partner della mostra è Sole365.
Allestimento
Il Codice Atlantico Il Codice Atlantico è la più vasta raccolta di scritti e disegni di Leonardo da Vinci, un insieme monumentale che racconta non solo il lavoro di un artista, ma il percorso mentale di uno dei più grandi pensatori della storia. Il nome deriva non da un’idea di vastità geografica, ma dal formato dei fogli, grandi come quelli utilizzati per realizzare gli atlanti geografici dell’età moderna, capaci di contenere senza costrizioni disegni, appunti e schemi che richiedevano molto spazio. La sua origine non è unitaria: non si tratta di un vero libro, ma di una raccolta composta da fogli sparsi, creati in momenti diversi della vita di Leonardo, fra il 1478 e il 1519. In essi convivono idee giovanili e riflessioni mature, schizzi immediati e progetti complessi, intuizioni geniali e tentativi non portati a compimento. Leonardo non scriveva necessariamente per pubblicare, ma soprattutto per pensare: ogni pagina è un laboratorio del pensiero, un luogo in cui il disegno diventa strumento di ragionamento. Dopo la sua morte i fogli passarono al suo allievo Francesco Melzi, che li conservò con cura, consapevole del loro valore. Tuttavia, col tempo e attraverso passaggi ereditari poco controllati, molti fogli andarono dispersi. Alla fine del Cinquecento fu Pompeo Leoni, scultore milanese alla corte di Filippo II di Spagna e grande collezionista, a raccogliere parte di questi frammenti e a riordinarli formando il Codice Atlantico così come lo conosciamo oggi. Il suo gesto da una parte ha evitato la dispersione dei fogli, dall’altra ne ha interrotto il filo originario che legava le pagine in un ordine di creazione oggi molto difficile da ricostruire. Nel Codice troviamo temi che superano i confini delle discipline e del sapere: studi di ingegneria militare, macchine per il volo, meccanismi idraulici, strumenti musicali, automi, progetti per edifici e città, osservazioni botaniche, esperimenti sulla geometria e sulla proporzione, riflessioni sulla natura umana e sul movimento dei corpi. Non esiste settore del sapere che Leonardo non abbia interrogato. Una pagina può mostrare una macchina tessile e, accanto, il profilo di una cascata e un calcolo di proporzioni architettoniche. È questo apparente disordine, questo procedere libero, che ci restituisce l’essenza del suo metodo: Leonardo non divideva il sapere, ma lo attraversava. L’acqua, ad esempio, compare come tema ricorrente. Egli la osserva, la disegna, la descrive come forza, come energia, come materia che modella la terra. La studia per costruire macchine, per prevenire le inondazioni, per creare scenografie teatrali. La vede come chiave di comprensione dell’universo, come immagine della vita. Allo stesso modo, il tema del volo occupa decenni della sua ricerca. Nel Codice troviamo studi di ali, membrane, sistemi di leve e pulegge, macchine che imitano il movimento degli uccelli. Leonardo osserva gli animali, li seziona con lo sguardo, ne studia il funzionamento. Il volo, per lui, non è solo conquista fisica della verticalità ma aspirazione alla conoscenza assoluta. Il Codice Atlantico è oggi conservato perlopiù a Milano, presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, una delle più antiche istituzioni culturali d’Europa. La sua presenza in questo luogo meraviglioso è il risultato di un lungo percorso di scambi, dispersioni e restituzioni. Oggi non è consultabile come un unico volume, ma in una serie di fogli sciolti e restaurati, esposti a rotazione per garantirne la conservazione. Guardando una pagina del Codice Atlantico, si ha l’impressione di entrare nella mente di Leonardo, in costante movimento. I segni sono rapidi, le parole scorrono al contrario, da destra verso sinistra, in quella che chiamiamo “scrittura speculare”, forse dettata dall’abitudine di scrivere con la mano sinistra. In questo modo, l’artista non avrebbe rischiato di macchiare il foglio, spalmando l’inchiostro con il palmo della mano. I disegni non sono studi accademici ma esplorazioni: Leonardo sembra voler afferrare l’essenza delle cose più che rappresentarne la forma finita. Il Codice non mostra risultati ma processi. È il documento di un pensare incessante, di una ricerca che non si arresta mai. È il racconto di un uomo che non separava arte e scienza perché sapeva che conoscere significa vedere, e vedere significa immaginare. E forse è proprio questo il suo valore più grande: ricordarci che la conoscenza non è un punto di arrivo, ma un viaggio senza fine.
Allestimento
FOGLIO 518v Il foglio 518v del Codice Atlantico ci introduce in uno dei territori più affascinanti del pensiero di Leonardo: quello in cui la geometria non è solo disciplina astratta, ma strumento per comprendere la struttura profonda della materia e delle forme naturali. La pagina appare come un intreccio di figure geometriche – piramidi, coni, cilindri, sfere, poliedri – che Leonardo analizza attraverso relazioni di proporzione, trasformazioni ed equivalenze. La sua indagine vuole dimostrare come le forme si possano generare l’una dall’altra perché il mondo delle figure è governate da leggi comuni e trasversali. Particolarmente significativo è il ragionamento sul rapporto tra la superficie laterale del cono e la base, dove Leonardo stabilisce che quando l’ipotenusa – cioè il lato inclinato del cono – è uguale al diametro della base, allora la superficie laterale è esattamente doppia rispetto alla superficie della base stessa. È una formulazione sorprendentemente chiara di un principio che sarà formalizzato più tardi nella geometria solida. Egli lo dimostra attraverso un linguaggio misto di disegno e parola: i tratti sintetici delle figure indicano le relazioni mentre il testo chiarisce la conclusione. Accanto a questo studio compare una riflessione sulla sfera: Leonardo immagina di costruire una sfera partendo da un cubo composto da “piastre avvitate”, trasformandolo gradualmente attraverso una tornitura. L’idea mostra il suo interesse per le tecniche artigiane e meccaniche: la geometria si traduce in procedura concreta, in gesto. Nello stesso foglio compare anche la proiezione del moto di una semisfera e lo studio delle relazioni tra cerchi concentrici, dimostrando come Leonardo fosse già consapevole delle trasformazioni tra volumi e superfici. In questo foglio, come in molti altri del Codice Atlantico, il pensiero non procede per linee separate ma per associazioni. La sfera nasce dal cubo, la piramide dal triangolo, il cerchio dal moto: ogni figura è una variazione dell’altra, come se la forma fosse una materia fluida, capace di trasformarsi senza perdere armonia. Tra le forme geometriche e gli appunti si annida un profilo, un volto dall’espressione angosciata, colto mentre emette un urlo. Questo dettaglio ci permette di ipotizzare una datazione per questo foglio: la figura potrebbe infatti costituire uno schizzo di uno dei soldati impegnati nella Battaglia di Anghiari, progettata a Firenze tra il 1503 e il 1504.
FOGLIO 239r Il foglio 239r del Codice Atlantico è un esempio eloquente di come i materiali di lavoro nella bottega di Leonardo fossero oggetti vivi, attraversati da mani e pensieri diversi prima di assumere un significato definitivo. Il supporto è una carta grossolana, che assorbe l’inchiostro e lascia trasparire ciò che si trova sul verso: una condizione che testimonia un uso quotidiano, privo di formalità. Prima che Leonardo lo utilizzasse, il foglio sembra essere stato impiegato dagli allievi per tracciare, a carboncino, disegni licenziosi oggi quasi invisibili: un dettaglio che ci restituisce la dimensione concreta e vivace della bottega, luogo di studio ma anche di gioco, imitazione e sperimentazione. In seguito, la superficie fu occupata da esercizi geometrici e annotazioni. Una testa di giovane uomo, di profilo e a sanguigna ripassata a penna, non è attribuibile a Leonardo ma a un collaboratore, forse intento a esercitarsi nella resa plastica del volto. Sulla parte inferiore compaiono cinque figure di cerchi concentrici legati al cosiddetto “ludo geometrico”, un gioco matematico che Leonardo utilizzava per esplorare rapporti proporzionali e dinamiche di crescita. Accanto ai cerchi si osservano due intrecci di nastri, forme che si avvicinano alle sue celebri strutture nodali, indagini sulla continuità del segno e sul movimento nello spazio. La divisione 365:8 riportata sul foglio, insieme ad altre cifre annotate in colonna, rimanda probabilmente a calcoli relativi alla ripartizione dell’anno solare secondo cicli ricorrenti. La frase annotata a sinistra – “e le parti eguali tanto diminuiscano in numero quanto crescano in magnitudine; e de converso tanto crescano in numero quanto diminuiscano di grandezza” – chiarisce il principio studiato: una legge di equilibrio tra quantità e proporzione. Questo foglio, nel suo aspetto frammentario, testimonia l’ampiezza del metodo leonardiano: osservare, misurare, giocare con le forme per comprendere l’armonia profonda che regola il mondo.
FOGLIO 816r Il foglio 816r del Codice Atlantico è uno dei più discussi dell’intera raccolta, non solo per la complessità dei suoi contenuti ma anche per la storia materiale che lo caratterizza. La carta presenta ampi ritagli lungo i margini e una piega centrale che divide il foglio in due parti diseguali, segno di un uso pratico e prolungato nel tempo. Proprio questa stratificazione ha provocato, tra Ottocento e Novecento, un intenso dibattito attributivo: alcuni studiosi, come Beltrami e Fumagalli, ritennero che le scritte presenti fossero parte di una lettera di Leonardo a Cecilia Gallerani, ipotesi oggi considerata infondata. Carlo Pedretti ha invece dimostrato come quelle righe appartengano alla mano di Francesco Melzi, allievo e segretario di Leonardo, e siano state apposte in un momento successivo. È Melzi, infatti, a tracciare con matita e penna la figura femminile e le note che celebrano la bellezza di Roma e della Campania, definita «opera dell’alegreza della Natura». L’intonazione affettiva e descrittiva di questo elogio, accompagnata da formule come «Amantissima mia Diva» e il nome Cecilia scritto in margine, restituisce un tono privato e quasi confidenziale, ma si tratta di una rielaborazione successiva, non di parole leonardiane. Gli scritti autografi di Leonardo sul foglio appartengono invece a contesti completamente differenti e sono riconoscibili per tipologia grafica e argomento. Nella parte superiore Leonardo affronta il tema del comportamento dei raggi solari attraverso le nuvole: descrive come la luce filtri tra gli interstizi delle masse vaporose, illuminando l’aria sottostante con un percorso rettilineo e dilatabile. È un’osservazione fisica e atmosferica, coerente con le sue ricerche sulla meteorologia e sulla percezione visiva. Più in basso Leonardo passa allo studio delle ombre e della loro proiezione, analizzando i gradienti di luce e oscurità in relazione alle superfici. Al centro del foglio compaiono invece note di meccanica e statica: schemi di bilance e pesi, accompagnati dal ragionamento sul concetto di equilibrio impossibile in una bilancia dalle braccia perfettamente uguali perché il punto matematico – privo di corpo – non le può sostenere. Anche le due semplici operazioni aritmetiche riportate (20×12=240; 240×500=120000) rientrano in queste considerazioni di proporzione e misura. Il foglio 816r rivela dunque il carattere più tipico del metodo leonardiano: il simultaneo procedere di osservazione scientifica, disegno sperimentale e riflessione teorica. Accanto a Leonardo, la presenza di Melzi testimonia la vita del Codice come strumento condiviso, continuamente riletto e abitato. È un foglio che non restituisce una singola idea ma la circolazione di idee: una pagina viva, che registra il lavoro di una mente e della sua scuola nel loro tempo.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
IL KIMONO MASCHILE Trame di vita, racconti di stile Venezia, Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo 5 dicembre 2025 – 4 aprile 2026
A cura di Silvia Vesco e Lydia Manavello
In collaborazione con Museo d’Arte Orientale di Venezia Con il patrocinio di Università Ca’Foscari Venezia – Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea
Il Museo di Palazzo Mocenigo torna in Oriente: una nuova tappa nella geografia della moda e delle culture. Dopo la fortunata collaborazione con il Museo della Seta di Suzhou per la mostra L’Asse del Tempo, il Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo prosegue il proprio viaggio nelle culture tessili del mondo, presentando un nuovo e importante progetto dedicato, questa volta, al Giappone. Una mostra che si inserisce nel più ampio programma del museo, da sempre impegnato nel raccontare le molteplici forme dell’abito come linguaggio identitario, archivio di memorie e crocevia di relazioni tra luoghi, epoche e civiltà.
Immagine di allestimento
Con IL KIMONO MASCHILE. Trame di vita, racconti di stile, il museo apre una finestra su un ambito ancora poco esplorato – l’eleganza maschile nipponica – offrendo un percorso immersivo che intreccia arte, storia, religione, teatro, paesaggio, tradizione e modernità, attraverso un significativo corpus di produzione tessile giapponese della fine dell’Ottocento e del primo quarantennio del Novecento.
La mostra
Attraverso una selezione di haori e nagajuban, molti dei quali esposti per la prima volta al pubblico, insieme ad oltre sessanta oggetti provenienti dal Museo d’Arte Orientale di Venezia, la mostra indaga il ruolo del kimono maschile come tessuto narrativo: un indumento che, racchiuso nella sobrietà esteriore, custodisce spesso un mondo nascosto di immagini, racconti e simboli.
Un viaggio nelle narrazioni interne: l’ura moyō
Il percorso espositivo ricostruisce la ricchezza delle decorazioni interne – l’ura moyō, letteralmente traducibile come “motivo sul retro” o “schema secondario” – che nel Giappone del XX secolo trasformavano la fodera del kimono in un vero manifesto personale. Riflettendo sul kimono come specchio dell’uomo e della società, la mostra mette in luce un aspetto fondamentale della cultura giapponese: l’idea che l’eleganza maschile risieda nel dettaglio discreto, nella raffinatezza non ostentata, nella sorpresa custodita all’interno.
Immagine di allestimento
Superfici segrete che intessono racconti e tematiche, che scandiscono le 10 sezioni dell’esposizione: religione e spiritualità, tra sincretismi shinto-buddhisti, divinità della fortuna e figure come Bodhidharma; storia antica e moderna del Giappone, dalle navi olandesi del periodo Sakoku al sistema del Sankin Kōtai, fino alle riforme Meiji e alla crisi economica, la “crisi dell’oro del 1929”; e ancora, la tradizione con riferimenti a cultura popolare, proverbi, leggende, il culto dei guerrieri evocando l’onore e la storia dei samurai; ilteatro e la musica, tra storie, personaggi e leggende del teatro Nō e Kabuki, omaggi ai grandi attori delle dinastie storiche e al mondo delle maschere; la cultura e lo stile, evocando la raffinatezza degli abbinamenti e l’eleganza degli accessori, tra le cinture obi, sagemono, inrō,netsuke, calzature tradizionali completano il racconto di un sistema estetico complesso, in cui ogni elemento – anche il più piccolo – diventa simbolo, rituale, gesto di stile. A seguire, l’omaggio agli artisti, con scene e motivi che celebrano l’abilità e la creatività dei grandi dell’arte giapponese, tra le raffinate atmosfere di Kitagawa Utamaro (1753-1806), i paesaggi armoniosi di Utagawa Hiroshige (1797-1858), la vitalità eccentrica di Itō Jakuchū (1716-1800) ed il virtuosismo decorativo di Kamisaka Sekka (1866-1942); un inedito sguardo sul mondo dei bambini in cui, complice l’entusiasmo per la cultura occidentale, i piccoli kimono si coprono di motivi che evocano la fascinazione per la modernità, lo sport, immagini militariste, trasformandosi in manifesti nazionalisti. E poi, la natura e il paesaggio, un repertorio ricco di simboli e filosofia, motivi decorativi ispirati al mondo naturale raccontano una storia di profonda connessione tra il Giappone e il paesaggio che lo circonda. La modernità si racconta con gli omoshirogara, i “motivi bizzarri” degli anni Trenta e Quaranta, in particolare, che celebrano progresso, trasporti, sport, propaganda e scambi con l’Occidente. L’ultima sezione ospitata nella project room in androne al piano terra, trasformata per l’occasione in Kimono LAB, indaga le tecniche tessili e decorative di haori e di sottokimono, tra realizzazioni in sete pregiate o lane importate, esterni sobri ma riccamente decorati all’interno tramite tecniche tradizionali come kasuri, katayuzen, yuzenzome, rōrā nassen ed elaborate varianti dello shibori.
Immagine di allestimento
Con questa nuova esposizione, Palazzo Mocenigo conferma la sua vocazione a indagare il tessuto come linguaggio globale, terreno d’incontro tra mondi lontani e strumento privilegiato per osservare identità, poteri, credenze, economie e trasformazioni sociali. Un percorso che, dopo avere esplorato secoli e geografie diverse, torna in Oriente per approfondire ancora una volta il dialogo tra Venezia e l’Asia, da secoli uniti da scambi commerciali, artistici e culturali.
Museo di Palazzo Mocenigo Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo Santa Croce 1992 30135 Venezia Tel +39 041 721798
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Cinque incontri, cinque date cruciali della storia europea. Dal mondo greco al Manifesto di Ventotene, Milano ospita un percorso che intreccia teatro, passato e identità continentale. Un progetto culturale che diventa, dichiaratamente, un gesto politico: un invito a guardare l’Europa come costruzione storica, culturale e civile.
Un atto culturale e politico insieme
A Milano, il Piccolo Teatro torna a farsi luogo di riflessione civile. Nei primi mesi del nuovo anno la sala Grassi ospiterà un nuovo ciclo delle Lezioni di Storia, iniziativa ideata da Editori Laterza e sostenuta dalla Fondazione Monte di Lombardia. Un progetto che Piergaetano Marchetti, presidente della Fondazione Piccolo Teatro, definisce senza esitazioni «un atto di militanza europea».
Non una semplice rassegna divulgativa, dunque, ma un intervento nel dibattito pubblico: un invito a ripensare le radici dell’Europa e a interrogarsi sul suo presente. La scelta del titolo, Inventare l’Europa, è già un manifesto: raccontare il passato significa scegliere, interpretare, selezionare — inventare, appunto — ciò che riteniamo significativo.
Il teatro come laboratorio di identità europea
Lanfranco Li Cauli, direttore generale del Piccolo, e Claudio Longhi, direttore artistico, ricordano che il teatro, fin dalle sue origini, è «una delle sedi fondative dell’idea di Europa». Dalla tragedia greca alla drammaturgia moderna, lo spazio scenico ha sempre funzionato come luogo di confronto tra cittadini, linguaggi, idee.
Un ruolo riconosciuto anche dall’editore Giuseppe Laterza: «Ogni narrazione del passato comporta una quota di invenzione. Anche quando definiamo noi stessi, inevitabilmente selezioniamo e interpretiamo. Lo stesso accade quando ricostruiamo la storia europea».
A ribadire l’apertura internazionale della rassegna è Mario Cera, presidente della Fondazione Monte di Lombardia: la Lombardia — afferma — «non è pensabile al di fuori della dimensione continentale». Una posizione che oggi appare tanto più urgente, in un’Europa attraversata da tensioni politiche, crisi di confine e discussioni sulla sua identità.
Cinque lezioni, cinque snodi decisivi nella storia del continente
Le conferenze si terranno la domenica alle 11, dal 18 gennaio al 22 marzo, sempre al Piccolo Teatro Grassi. Ogni incontro è introdotto dall’attrice Maria Luisa Zaltron, presenza che sottolinea la natura teatrale — performativa — della narrazione storica.
1. 18 gennaio – Laura Pepe: La cittadinanza e il mondo greco
La storica dell’antichità Laura Pepe apre il ciclo partendo dalla battaglia delle Termopili (480 a.C.), mito fondativo della libertà greca. L’eroismo dei 300 spartani guidati da Leonida, reso celebre da Erodoto e poi dalla cultura pop contemporanea, diventa un punto di osservazione per comprendere il concetto di cittadino libero: un uomo soggetto alla legge, non all’arbitrio. Un’idea che la tradizione europea eredita profondamente dal mondo greco e dalla polis.
2. 25 gennaio – Alessandro Barbero: Identità e la battaglia di Poitiers
Lo storico e divulgatore Alessandro Barbero affronta il tema dell’identità partendo dalla battaglia di Poitiers (732), in cui Carlo Martello fermò l’avanzata arabo-musulmana verso il cuore dell’Europa. Un episodio storicamente complesso, spesso sovraccaricato di letture politiche, che Barbero ricolloca nel suo contesto reale: una battaglia locale trasformata, nei secoli, in uno dei “momenti mitici” della costruzione identitaria europea.
3. 1° febbraio – Alberto Mario Banti: Nazione e rivoluzioni del 1848
Alberto Mario Banti prende in esame la “primavera dei popoli”, la stagione rivoluzionaria del 1848 che attraversò l’intero continente. Un anno di speranze democratiche e nazionali conclusosi quasi ovunque con restaurazioni e sconfitte. Eppure, proprio quelle rivoluzioni, fallite nell’immediato, avrebbero gettato le basi culturali dei futuri Stati-nazione europei.
4. 15 febbraio – Alessandro Vanoli: Impero e il trattato di Tordesillas
Con Alessandro Vanoli si torna al 1494 e al trattato di Tordesillas, che sancì la spartizione del mondo fra Spagna e Portogallo sotto l’arbitrato papale. È l’inizio del colonialismo moderno, con tutto ciò che ha rappresentato: esplorazioni, conquiste, schiavitù, scambi culturali, rivoluzioni economiche. Un capitolo imprescindibile per capire la storia europea e il suo rapporto con il resto del globo.
5. 22 marzo – Simona Colarizi: L’Europa oltre gli Stati nazionali
La storica Simona Colarizi conclude il ciclo con il Manifesto di Ventotene (1941), redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi durante il confino fascista. Quel testo, oggi riconosciuto come fondativo dell’europeismo, immaginava la fine dei nazionalismi bellici e la nascita di una federazione europea. Un’utopia che avrebbe ispirato i padri fondatori dell’Unione Europea, da De Gasperi a Schuman, e che ancora oggi orienta il dibattito sul futuro del continente.
Inventare l’Europa oggi
Il ciclo di lezioni arriva in un momento in cui la costruzione europea vive una fase di incertezza e trasformazione: tensioni geopolitiche, discussioni sull’allargamento, sulla sovranità energetica, sui modelli di welfare.
Raccontare l’Europa come invenzione diventa allora un modo per riconoscere che l’identità europea non è un dato naturale, ma una costruzione storica, politica e culturale in continuo movimento.
Esattamente ciò che il Piccolo Teatro, con questa iniziativa, intende rimettere al centro del dibattito pubblico: l’Europa non come eredità immobile, ma come progetto da ripensare, discutere, rinnovare.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Sono stati 72.855 i visitatori delle mostre Alphonse Mucha e Giovanni Boldini allestite a Palazzo dei Diamanti dal 22 marzo al 20 luglio 2025.
Attraverso una selezione di 150 opere il pubblico ha potuto conoscere ed approfondire la biografia, il percorso artistico e i molteplici aspetti della produzione di Alphonse Mucha, artista poliedrico che raggiunse fama internazionale nella Parigi fin de siècle e che contribuì all’affermazione della nascente Art Nouveau. La mostra, a cura di Tomoko Sato con il coordinamento scientifico di Francesca Villanti, è stata organizzata da Fondazione Ferrara Arte, Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara eArthemisia, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e la collaborazione di Mucha Museum e Prague City Tourism.
GRANDE SUCCESSO delle mostre “Alphonse Mucha” e “Giovanni Boldini”
Oltre 72mila visitatori al Palazzo dei Diamanti, Ferrara
Nelle sale dell’ala Tisi di Palazzo dei Diamanti sono state contestualmente presentate oltre 40 opere di Giovanni Boldini – tra dipinti ad olio, pastelli, acquerelli, disegni e incisioni – selezionate fra quelle custodite nel Museo a lui intitolato: un viaggio tra i capolavori del maestro ferrarese per raccontare il suo talento di pittore della “donna moderna” e del suo fascino. La mostra, curata da Pietro Di Natale, è stata organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara.
Sui 72.855 ingressi, i biglietti venduti in prevendita sono stati complessivamente 24.763 mentre i restanti sono stati acquistati presso la biglietteria di Palazzo dei Diamanti. Il giorno più visitato è stato il Lunedì dell’Angelo, 21 aprile, con 1.617 ingressi. Le mostre sono state molto apprezzate dai gruppi scolastici: sono 166 le classi che hanno visitato l’esposizione per un totale di 3.472 studenti coinvolti, provenienti, in egual numero, sia da Ferrara e Provincia sia da altre città. Ottimo risultato anche per i cataloghi delle mostre: sono state vendute 4.155 copie di quello di Muchae 1.963 di quello di Boldini. «Il grande successo delle mostre dedicate a Mucha e Boldini conferma, ancora una volta, che Palazzo dei Diamanti è uno dei luoghi della cultura più importanti e attrattivi del nostro paese. È stata davvero una grande emozione vedere le sale affollate da visitatori provenienti da tutta Italia e dall’estero, molti dei quali giunti in città appositamente per visitare le mostre, che dunque, anche per questo, hanno determinato un notevole indotto per l’intera comunità. Ringrazio tutti coloro che, con la consueta professionalità, hanno contribuito a questo risultato straordinario», afferma il sindaco Alan Fabbri.
«Queste due splendide mostre hanno saputo coniugare rigore scientifico e capacità di coinvolgimento, consentendo al pubblico di ammirare i capolavori di due giganti della Belle Époque in un’atmosfera elegante e suggestiva. L’attenzione ricevuta dalle scuole, dalle famiglie e dai visitatori di tutte le età dimostra quanto sia importante continuare a investire in proposte culturali di alto livello che, per la diversità degli argomenti trattati, ampliano costantemente il bacino di utenza. Per questo, da oggi, siamo di nuovo al lavoro con la preparazione della grande mostra su Marc Chagall, che aprirà l’11 ottobre», aggiunge l’assessore alla Cultura Marco Gulinelli.
Il Presidente della Fondazione Ferrara Arte Vittorio Sgarbi dichiara: «La formula della “doppia mostra”, già sperimentata lo scorso anno, quando, su mia indicazione, abbiamo affiancato alla monografica su Escher la mostra-dossier dedicata ai cofanetti in pastiglia del Rinascimento, è stata, ancora una volta, una scelta vincente. Dopo aver conosciuto l’appassionante vicenda biografica e ammirato le tante, straordinarie creazioni di Alphonse Mucha, uno dei padri dell’Art Nouveau, i visitatori hanno avuto infatti l’occasione di immergersi nel mondo di Giovanni Boldini, che, come il ceco, si affermò nella Parigi della Belle Époque ottenendo un successo di portata internazionale. Boldini tornerà protagonista l’anno prossimo a Palazzo Massari, quando, finalmente, riapriremo il museo che porta il suo nome».
Pietro Di Natale, Direttore della Fondazione Ferrara Arte, precisa: «Grazie a un sondaggio condotto durante i primi mesi di apertura abbiamo accertato che il 61,9% degli intervistati è venuto a Ferrara appositamente per visitare le mostre; dato che assume ancor più risalto se consideriamo che il 15,7% del campione risulta residente in città o nei comuni limitrofi. Tutto ciò evidenzia la bontà e l’attrattività della proposta espositiva e indica che mostre di alta qualità come queste oltre ad essere fondamentali momenti di divulgazione culturale e di educazione alla bellezza hanno la capacità di richiamare pubblico “forestiero” generando dunque un impatto più che positivo sui servizi di ospitalità, ristorazione e commercio della città».
«Siamo felicissimi del grande successo riscosso dalle mostre dedicate a Mucha e Boldini: un risultato che ci riempie di orgoglio e conferma il forte interesse per le proposte culturali di qualità. È la seconda volta – afferma Iole Siena, Presidente di Arthemisia – che lavoriamo a Ferrara e abbiamo trovato nuovamente un contesto ideale per realizzare esposizioni di alto profilo, capaci di coinvolgere un pubblico ampio e variegato. Questo successo ci dà ulteriore entusiasmo per il prossimo progetto che ci vede collaborare con la Fondazione Ferrara Arte: l’attesissima mostra su Marc Chagall, che sarà uno degli appuntamenti imperdibili della stagione autunnale».
La programmazione di Palazzo dei Diamanti prosegue dall’11 ottobre con la mostra Chagall, testimone del suo tempo: un percorso espositivo di sorprendente intensità emotiva che invita il pubblico a immergersi nell’universo poetico di uno dei più importanti e amati maestri dell’arte del Novecento.
Com’è andata? Prenotazioni e prevendite In totale i biglietti venduti in prevendita sono stati complessivamente 24.763. Di questi, a usufruire della prenotazione organizzandosi in gruppi sono state 8.824 persone. Le rassegne hanno ottenuto un buon riscontro anche dai gruppi scolastici: 166 le classi in mostra per un totale di 3.472studenti di cui 1.988 delle secondarie di secondo grado, 774 delle secondarie di primo grado, 420 delle primarie e 290 della scuola dell’infanzia. Le prevendite online hanno ricevuto gradimento anche dai singoli visitatori, scelte da 15.939 persone.
Iniziative didattiche e culturali Positivo il bilancio del programma di iniziative didattiche e culturali a cura di “Senza titolo”. Sono state 37 le attività svolte con le scuole nell’ambito del percorso didattico ideato e realizzato appositamente in occasione delle mostre, per un totale di 900 studenti coinvolti. La proposta Dentro l’opera ha offerto alle famiglie con ragazzi e ragazze tra i 6 e gli 11 anni cinque visite animate con laboratorio per approfondire il tema dell’ideale femminile nell’effervescente stagione della Belle Époque (in totale 75 partecipanti). Inoltre, nel mese di giugno, si è tenuta una nuova edizione di Estate a Palazzo dei Diamanti destinata a bambini e bambine dai 6 ai 12 anni. Il progetto di centri estivi, a cui hanno aderito 36 ragazzi e ragazze, ha approfondito ogni settimana un differente aspetto del tema del Tempo, attraverso laboratori, letture, visite a musei, mostre o luoghi significativi e giochi. Palazzo dei Diamanti è stato una sorta di atelier centrale, punto di partenza per tutte le esplorazioni proposte (dal Museo della Cattedrale allo Spazio Antonioni, da Casa Ariosto al Castello Estense), ma anche luogo dove raccogliere, consolidare e condividere quanto è stato scoperto, compreso e rielaborato sotto la guida di educatori museali.
Grande successo sabato 17 maggio, in occasione della Notte Europea dei Musei, per l’apertura serale straordinaria, dalle 19.30 alle 23.30,che prevedeva un biglietto speciale a 10 €: gli ingressi sono stati 459. La stessa sera, dalle 19.30, per offrire al pubblico un’ulteriore opportunità, si è tenuto nel loggiato di Palazzo dei Diamanti un concerto gratuito organizzato dal Conservatorio G. Frescobaldi nell’ambito del Festival miXXer con musiche di Montsalvatge, Donatoni, Rosato e Joplin.
Da segnalare infine l’attenzione suscitata dal ciclo di conferenze organizzate presso la Sala Rossetti di Palazzo dei Diamanti:incontri che hanno affrontato vari temi legati alla produzione artistica di Mucha e Boldini (170 presenze). Inoltre, durante questi mesi, altre prestigiose sedi a Bologna, Rovigo e Padova hanno ospitato incontri dedicati alle due esposizioni di Palazzo dei Diamanti riscuotendo grande interesse (250 presenze).
Visite guidate Sono state scelte da 199 gruppi, per un totale di 4.209 visitatori, tra adulti e gruppi scolastici. Tra queste sono piaciute molto le visite guidate per i singoli visitatori del sabato, domenica e festivi, riuniti in specifico in 43 gruppi per 957 singoli partecipanti.
Riscontro sui media Plausi alle mostre sono giunti anche dalla critica, con recensioni sulle maggiori riviste di settore e ampie pagine di approfondimento, sia sulle testate locali, sia sui principali quotidiani nazionali. Sono stati pubblicati circa 420 articoli che parlavano delle mostre, oltre a servizi televisivi e radiofonici.
La mostra sui social Le mostre dedicate a Mucha e Boldini hanno suscitato un’attenzione significativa anche online: su Instagram si sono registrate oltre 1,6 milioni di visualizzazioni, di cui 475 mila raggiunte senza attività di sponsorizzazione, mentre su Facebook le visualizzazioni complessive hanno superato i 32 milioni, con quasi un milione di copertura organica. Oltre 300 mila accessi al sito di prenotazione testimoniano come l’interesse suscitato dalle opere dei due maestri sia andato ben oltre le sale espositive, coinvolgendo un pubblico ampio e trasversale.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Veduta di Messina e dello Stretto da Villa San Giovanni (Calabria).
La Medicina Ippocratica ha determinato un progresso indelebile nelle comunità locali di numerose capitali d’Europa. Le “Grandi Opere” pubbliche, che i seguaci di Ippocrate hanno voluto per migliorare il territorio al fine di garantire la salute dell’uomo, ne sono la chiara testimonianza. Il ruolo culturale, filosofico, politico-giuridico e riformatore svolto dai medici ippocratici risale ad un insigne medico e giurista inglese, John Howard, che nel 1777 aveva sostenuto che “i medici sono fra i più sensibilizzati al problema dell’ambiente, del luogo, della temperatura e questo dato scientifico li fa essere veri specialisti dello spazio e del territorio”.
NELLO STRETTO DI MESSINA I MEDICI IPPOCRATICI INDICANO IL BINOMIO PONTE-TUNNEL
Piastrella da pavimento raffigurante Ippocrate – Certosa di San Lorenzo, Padula.
L’antropocentrismo ippocratico è un movimento sociologico capace di instaurare riforme e trasformazioni sociali mediante lo studio del rapporto uomo-territorio. E se questo indirizzo politico-culturale degli Illuministi inglesi era valido nel ‘700, figuriamoci oggi nella realtà del territorio del nostro Paese e dell’area dello Stretto, ove certamente non si può ritenere che sussista una salvaguardia dell’ecosistema. Secondo il contemporaneo diritto dell’ambiente, la civiltà del consumismo deve orientare somme ingenti per poter proteggere la persona umana dalle catastrofi ambientali, causate dalla distruzione dei beni naturali. Certamente, un polo attrezzato per la comunicazione e gli scambi economici – come il Ponte sullo Stretto e/o il Tunnel sotto lo Stretto – apporterebbe modifiche al territorio siculo-calabro unitamente ad un nuovo regime di coesistenza e di interazioni sociali, economiche e culturali tra i Paesi contigui del Mediterraneo, per cui la Sicilia diventerebbe, di fatto, la “Porta dell’Oriente”.
Solo così si storicizzerebbe la triadeAmbiente, Lavoro, Salute.
Stiamo ragionando come se non sapessimo che il governo nazionale rimuove ogni ostacolo pur di andare alla realizzazione di un Ponte sospeso con unica campata di 3.300 m fra le coste dello Stretto. Stiamo ragionando, dico, ma non possiamo impedire l’insorgere di una serie di domande …
Perché un cittadino di Parigi va a fare shopping a Londra o uno di Londra si reca a Parigi tramite il Tunnel della Manica, da anni ormai e normalmente?
Mentre secondo molti strutturisti non si possono dare garanzie sulla eseguibilità di un ponte, che per i problemi da affrontare e per le dimensioni non ha uguali al mondo, per le gallerie scavate entro il terreno sotto il mare vi è la esperienza giapponese. Non valutarla cozza contro la Scienza galileiana!
Si è, dunque, preliminarmente compiuto un sopralluogo ai lavori del Seikan Tunnel, ove la visita ed i colloqui con validi apporti specialistici dei dirigenti della Japan Railway Construction Corporation hanno prodotto la convinzione che i problemi di Messina siano di minore dimensione tecnica e perciò affrontabili.
Lo studio comprende le relazioni di geotecnica, di ventilazione, di geologia, di sismologia, di impostazione generale. La soluzione della connessione stabile mediante galleria sottomarina, che attraversa lo Stretto di Messina ad un centinaio di metri sotto il fondale è stata suggerita dalle seguenti considerazioni:
— È la struttura più sicura nei confronti sismici. Infatti, è noto che nelle gallerie la vibrazione sismica o si annulla o quanto meno risulta sostanzialmente ridotta. Si ricorda, a tale proposito che, in occasione del terremoto del 1908 a Messina, nessun danno ebbero le gallerie ferroviarie dei Peloritani.
— Evita le gravi difficoltà che possono portare le avverse condizioni meteorologiche alla costruzione e all’esercizio di un ponte. Si ricordino gli inconvenienti che si sono verificati per l’attraversamento elettrico dello Stretto a seguito di danni prodotti da fulmini con conseguente interruzione della navigazione, le trombe d’aria nella zona di Messina, ecc…
— Non interferisce in alcun modo con la navigazione. Non comporta alcun problema di inserimento nel paesaggio. In caso di evento bellico o di atti di sabotaggio una galleria risulta praticamente invulnerabile.
— Non presenta problemi per i convogli ferroviari, assai preoccupanti invece nel caso del ponte, specialmente in coincidenza di venti di forte intensità.
— È di minore spesa e consente di impegnare per gradi le somme occorrenti.
— La validità della scelta è confortata dal successo raggiunto dai giapponesi con lavori del genere (Seikan Tunnel, Kanmon Tunnel) in condizioni di terreni più severe di quelle che si presentano per lo Stretto di Messina.
— Gli attuali sistemi di scavo senza impiego di esplosivi, unitamente allo sviluppo delle moderne tecniche di iniezione, consentono di affrontare questi lavori con sicurezza e celerità esecutiva.
Sulla base dei dati geologici disponibili, l’attraversamento con galleria sottomarina appare fattibile. In relazione alle difficoltà e alla mole dell’opera si impone comunque una campagna di accertamenti, che consenta di conoscere con adeguato dettaglio la struttura geologica, le caratteristiche geotecniche e geofisiche dei terreni interessati. Per l’attraversamento di faglie che si incontreranno lungo il tratto sottomarino si prevede, qualora necessaria, l’adozione di giunti che consentano movimenti relativi tra gli anelli contigui.
A marzo 2013 il Presidente del Consiglio Mario Monti ha dichiarato il Ponte sullo Stretto non fattibile né bancabile. La decisione motivata non tiene conto del fatto che Sicilia e Calabria restano isolate nel Mediterraneo, e non se ne prende cura. Il Corridoio europeo Scandinavo-Mediterraneo viene deviato su Bari-Taranto senza badare al prolungamento fino a Palermo, di cui tuttora si ignorano i progetti esecutivi del tratto calabrese. Dallo Stretto di Sicilia i porti dell’isola non beccano neppure un teu-container, perché non possono ospitare i super-cargo, che non si fermano più di cinque giorni in un porto inadeguato. E nello Stretto di Sicilia transita circa il 30% dei flussi commerciali globali, dalla Cina e India, dagli Stati Uniti, Brasile e Canada, 4 volte di più del Canale di Panama.
I giovani fuggono e destrutturano il PIL di Sicilia e Calabria, la questione meridionalesi acuisce. A questo disastro, che sembra irreparabile cercano di porre rimedio Adriano Giannola, Aurelio Misiti e Pierpaolo Maggiora con il “Progetto di sistema per il sud in Italia, per l’Italia in Europa”, che vede l’entusiastico apprezzamento del Signor Presidente Mattarella. Ma neanche basta, perché le forze politiche non appoggiano il rischio di invertire la polarità del Paese, come sospetta Francesco Attaguile. In queste condizioni di isolamento Sicilia e Calabria non possono operare sui pre-lavorati industriali e artigianali, trasportati nei retroporti e poi avviati con il gateway. Questo esiste solo a Taranto, a Gioia T. è in fase embrionale, mentre avviene regolarmente nei porti nordeuropei che creano posti di lavoro e producono ricchezza. Da qui la crisi del meridione, che si potrà cominciare a risolvere guardando verso “l’aspro mare africano” (L. Pirandello).
Nel sito web di asseurmed.eusi possono consultare una ventina di convegni (Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Messina, Milazzo …) sul ponte a campata unica, sul ponte a tre campate, sul tunnel subalveo e soprattutto sulla Macroregione europea del Mediterraneo, mission prioritaria dell’Associazione Europa Mediterraneo AEM-APS-ETS.
Dopo circa quindici anni dedicati alla connettività e mobilità, mi ricordo di essere un patologo, che al secondo anno di Medicina ha studiato il sistema vascolare arterioso, il sistema venoso, il sistema linfatico; c’è un altro sistema per gli addetti ai lavori, che non cito.
Nello Stretto bisogna copiare l’essere umano, per cui propongo:
Uno studio di fattibilità di un Tunnel subalveo di una ventina di km fra Sicilia e Calabria per treni AC e AV. Questa è la priorità delle priorità per il Sud, perché le due regioni sono fuori dalla circolazione dei teu-container, che ha fatto della Cina la prima potenza globale dei commerci.
Uno studio di fattibilità del Ponte a tre campate, per cui il Governo di Mario Draghi ne ha decretato l’obbligo e stanziato 50 milioni di E. Non farlo significa operare contra legem! D’altra parte, per il Ponte a campata unica si sommano giorno per giorno le evidenze negative. Non solo i Maestri strutturisti italiani (Calzona, Misiti, Risitano, Casciati…) anche la Cina boccia il Ponte di Salvini, per cui si lavora ad un progetto di 1488 m. di luce fra le torri.
Opere compensative mentre si fanno questi studi.
In definitiva la strada migliore sarebbe quella di una soluzione diversificata dell’attraversamento ferroviario da quello stradale, che consentirebbe di ottenere una minore vulnerabilità globale, a parità di difesa attraverso la disponibilità di soluzioni alternative. Certo la diversificazione potrebbe comportare costi maggiori, ma qualora le differenze di spesa non risultassero proibitive, non vi dovrebbe essere alcuna esitazione.
Questo scritto può sembrare un esercizio accademico, fatto alla luce degli indirizzi ministeriali, ma è “tempo di fermarsi per approfondire rilievi e studi emersi in questi ultimi venti anni, non ripresi ed adeguatamente valutati”. Da qui l’appello di un medico ippocratico alla comunità accademica, agli enti pubblici, alle associazioni, ai soggetti privati affinché intraprendano le azioni mirate alla difesa dei variegati interessi diffusi sul territorio dello Stretto di Messina e dell’Italia. Ma sia chiaro: l’appello è soprattutto rivolto ai Signori Sindaci, veri detentori della “communis opinio” in Italia!
Ancora una volta, la decisione definitiva potrà derivare da una decisione politica globale.
Articolo gentilmente concesso dal prof. Cosimo Inferrera
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Un fine settimana da record per la città di Conversano, che ha visto un’affluenza straordinaria di pubblico in occasione della mostra “M.C. Escher”, ospitata al Castello Acquaviva.
“M.C. ESCHER“ “Una Notte al Museo con…ESCHER” ed è un grande successo
Più di 2.000 visitatori hanno preso parte all’evento tra sabato 31 maggio, domenica 1 e lunedì 2 giugno, complice anche la felice coincidenza con la tradizionale Festa delle Ciliegie, che ha animato le vie del centro storico con mercatini, degustazioni e spettacoli folkloristici, attirando non solo tantissimi visitatori provenienti da tutta la Regione ma anche numerosi gruppi di turisti stranieri.
A richiamare un pubblico ancora più vasto è stata l’iniziativa speciale “Una Notte al Museo con…”, che ha previsto l’apertura straordinaria della mostra fino alle ore 00.00 nelle serate del lungo weekend. Nelle fasce serali, infatti, i visitatori hanno potuto accedere all’esposizione approfittando di una promozione sul biglietto d’ingresso e sperimentando un’esperienza culturale unica in un’atmosfera suggestiva.
“Questo fine settimana è stato la dimostrazione concreta di quanto la sinergia tra arte, tradizione e territorio possa generare un’offerta culturale vincente”, ha commentato Iole Siena, Presidente di Arthemisia. “La mostra su Escher e la Festa delle Ciliegie hanno richiamato un pubblico eterogeneo, unendo l’interesse per l’arte con il fascino – e la bontà – delle eccellenze locali.”
La mostra “M.C. Escher”, ancora fino al 28 settembre, propone un percorso immersivo tra oltre 100 opere, installazioni multimediali e sezioni interattive che raccontano l’universo matematico e onirico dell’artista olandese.
Immagine WhatsApp 2025-05-31 ore 21.55.13
La mostra M.C.ESCHER, promossa e sostenuta dal Comune di Conversano Città d’Arte e Museco – Musei in Conversano e Regione Puglia, con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi, della Città Metropolitana di Bari, di Puglia Promozione ed ENIT – Agenzia nazionale del turismo, è prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con la M.C. Escher Foundation e Maurits ed è a cura di Federico Giudiceandrea, uno dei più importanti esperti al mondo dell’artista.
La mostra vede come sponsor SIECO Sistemi integrati per l’ecologia, mobility partner Ferrotramviaria, partner plus BCC Conversano, Cestaro Rossi & C., Replan ESG e Upsystems, partnerVetrerie meridionali, BdM Banca e GVM Care & Research. Il catalogo è edito da Moebius.
Sede Polo Museale – Castello Conti Acquaviva d’Aragona Piazza Conciliazione (Arco monumentale) Conversano – Bari
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
536.281: è il numero esatto dei visitatori che hanno varcato la soglia della mostra dedicata a Munch, prima a Palazzo Reale di Milano e poi a Palazzo Bonaparte di Roma, tappa inaugurata con grande partecipazione istituzionale alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Regina Sonja di Norvegia. A Milano i visitatori sono stati 276.805, mentre a Roma 259.476.
“MUNCH. Il grido interiore” OLTRE 530.000 VISITATORI PER MUNCH, UN SUCCESSO STRAORDINARIO, LA MOSTRA PIÙ VISITATA DELL’ANNO.
È il bilancio della mostra che ha chiuso ieri a Palazzo Bonaparte di Roma, e che aveva avuto una precedente tappa a Palazzo Reale di Milano.
Le code interminabili, che hanno scritto una nuova geografia cittadina diventando esse stesse una perfomance artistica, sono state sotto gli occhi di tutti per vari mesi. Il successo, non solo in termini di numeri ma anche e soprattutto per l’unanime apprezzamento del pubblico italiano e straniero, è legato alla forza emotiva di un artista raro da vedere nelle mostre e alla ormai celebre modalità espositiva di Arthemisia, che coinvolge, spiega e racconta in maniera impeccabile i grandi artisti, confermandosi ancora una volta fautrice delle mostre di maggior successo.
“È senza dubbio una grande soddisfazione assistere al successo delle nostre mostre e vedere una partecipazione così entusiasta – dice Iole Siena, Presidente di Arthemisia – ma il “successo” per me è leggere le parole commosse dei visitatori, osservare le persone che si stupiscono e piangono davanti alle opere, sapere che il nostro lavoro serve a tante persone per imparare, condividere e per conservare nel cuore un ricordo eterno. Questo è ciò che mi restituisce il senso del nostro lavoro.”
La mostra di Milano (276.805 visitatori)
UN FENOMENO CULTURALE DI PORTATA INTERNAZIONALE L’esposizione, dedicata al maestro dell’inquietudine e dell’anima, Edvard Munch, ha attratto anche decine di migliaia di turisti stranieri – circa 210.000 – affascinati dalla possibilità di ammirare da vicino 100 capolavori iconici del grande artista norvegese, un prestito senza precedenti proveniente direttamente dal Museo MUNCH di Oslo. A stupire è anche la partecipazione italiana: Munch mancava in Italia da ormai decenni e sono stati oltre 320.000 i visitatori provenienti da tutte le regioni del Paese, con un’adesione straordinaria da parte di gruppi organizzati, appassionati d’arte, famiglie, ma anche e soprattutto scolaresche. Più di 3.500 classi, dai licei alle scuole medie fino alle elementari, hanno partecipato a un percorso pensato per unire l’impatto visivo dell’opera di Munch con un ricco e articolato impianto didattico, curato nei minimi dettagli per offrire ai giovani visitatori strumenti critici ed emotivi per comprendere l’arte dell’Espressionismo.
L’ARTE CHE PARLA ALL’ANIMA A colpire è stato soprattutto il coinvolgente allestimento scenografico, capace di trasportare i visitatori nel mondo emotivo e visionario di Munch, tra suoni, luci e ambientazioni immersive. Un percorso espositivo potente, curato con rigore scientifico e una sensibilità narrativa che ha saputo emozionare e scuotere.
L’ENTUSIASMO DELLA CRITICA E DEI MEDIA Grande apprezzamento e partecipazione anche da parte della stampa, italiana e internazionale: i giudizi sono stati unanimemente entusiasti, sottolineando la forza espressiva della selezione di opere, l’eccellenza curatoriale e la capacità dell’allestimento di rendere accessibile e toccante un universo interiore complesso e potente.
Con questi risultati, MUNCH. Il grido interiore si afferma come la mostra più visitata in Italia nel 2024/2025, confermando ancora una volta Milano e Roma come i due poli nevralgici di cultura, bellezza e città destinate ad accogliere grandi eventi internazionali e Arthemisia tra le più importanti aziende organizzatrici e produttrici di mostre d’arte a livello internazionale.
La mostra Munch. Il grido interiore è stata prodotta e organizzata da Arthemisia. Curata da Patricia G. Berman, una delle più grandi studiose al mondo dell’artista, con la collaborazione scientifica di Costantino D’Orazio, è stata realizzata in collaborazione col Museo MUNCH di Oslo. Main partner della mostra è stata la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, con Poema. La mostra ha goduto del patrocinio del Ministero della Cultura, della Regione Lazio, del Comune di Roma – Assessorato alla Cultura, della Reale Ambasciata di Norvegia a Roma e del Giubileo 2025 – Dicastero per l’Evangelizzazione. La mostra ha visto come sponsorGenerali Valore Cultura e Statkraft, special partnerRicola, mobility partnerAtac e Frecciarossa Treno Ufficiale, media partnerla Repubblica, hospitality partnerHotel de Russie e Hotel de la Ville, sponsor tecnicoFerrari Trento e radio partnerDimensione Suono Soft.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.