Palazzo Ducale di Genova annuncia la più grande mostra degli ultimi 25 anni

La più grande mostra sul maestro fiammingo degli ultimi venticinque anni. Opere in prestito da Louvre, Prado, Uffizi, National Gallery di Londra e Kunsthistorisches di Vienna.

VAN DYCK L’EUROPEO
Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra

Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge

20 marzo – 19 luglio 2026

Palazzo Ducale di Genova organizza dal 20 marzo al 19 luglio 2026, nelle sale dell’Appartamento del Doge, Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, la più grande mostra del nostro secolo, dopo le mostre internazionali degli anni Novanta, dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.

Un “genio”, appunto, perché è stato in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. Van Dyck fu un artista che riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

L’eccezionalità della mostra – che si propone come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale – si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (58 in dieci sezioni tematiche), prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Tyssen di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, la Galleria Sabauda di Torino, oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: saranno presentate opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera del pittore, nelle Fiandre, sua patria, e a Londra, dove venne chiamato a lavorare per il re Carlo I d’Inghilterra. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

La mostra vuole essere, così, un viaggio alla scoperta del Van Dyck di “tre patrie” e di “tre stagioni” distinte, che condurrà il visitatore non in un percorso strettamente cronologico, ma con proposte tematiche che più chiaramente testimoniano come la sua arte sia stata in grado di adattarsi e di maturare. Ma soprattutto di conquistare il gusto e il favore di tutti, allora come oggi.

In mostra ci saranno tele di grandi dimensioni e il visitatore verrà naturalmente immerso in vere e proprie scene teatrali, piene di colori, di personaggi, di suggestioni.

Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, che sarà più coinvolgente di quanto si possa pensare, per la pura bellezza della sua pittura e per la capacità, comunque e sempre, di sedurre il suo pubblico.

Nella sezione dedicata al sacro saranno presentate opere celebri, come il grande Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid o l’intenso San Sebastiano dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, con l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.

Tra gli highlights, il primo autoritratto che si conosca del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e ad apertura di mostra farà comprendere immediatamente la genialità dell’artista.

Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, i tre bambini Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foudation e Le quattro età dell’uomo conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

Le collezioni civiche genovesi avranno un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori Genova, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.

Il catalogo è edito da Allemandi e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.

Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.


VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge
dal 20 marzo al 19 luglio 2026
 
Mostra prodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, con il sostegno di Regione Liguria e Comune di Genova
 
Prezzi
15 euro: intero
13 euro: ridotto
14 euro: over 65
9 euro: under 25
 
Orari
Lunedì: 14- 19; Martedì/Domenica: 10-19; Venerdì: apertura fino alle 20
 
Main sponsor
Banca Passadore
 
Catalogo
Allemandi editore e Hannibal Books
 
Progetto allestitivo
Giovanni Tortelli e Roberto Frassoni Associati
 
Uffici stampa
 
Palazzo Ducale
Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it
tel. +39 010 8171626 – 335 5699135
Studio Esseci
Roberta Barbaro – roberta@studioesseci.net 
Simone Raddi – simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

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Ai Diamanti di Ferrara, Andy Warhol con Ladies and Gentlemen

Ferrara si prepara ad ospitare nella primavera 2026 un evento di portata internazionale. Ricorrono i 50 anni dall’epocale mostra Ladies and Gentleman del 1975-76 che ha portato a Palazzo dei Diamanti una delle più carismatiche figure del Novecento: Andy Warhol.

ANDY WARHOL
Ladies and Gentlemen
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 marzo – 19 luglio 2026

La città estense celebra l’evento accogliendo nella stessa sede i capolavori del padre della pop art. Non sarà solo una mostra su Warhol, ma una riedizione della trasgressiva esposizione che Warhol in persona aveva presentato in Italia e che aveva segnato un punto di svolta nella sua produzione e nell’arte del tempo. Con Ladies and Gentleman, infatti, l’artista aveva per la prima volta eletto a protagonisti del proprio lavoro anonime drag queen afro-americane e portoricane, piuttosto che icone della società dello spettacolo come Marilyn Monroe e Liz Taylor sulle quali si era concentrato fino a quel momento, spostando l’attenzione sull’individuo e sulla sua identità. Un’energia nuova emerge da quei ritratti vividi ed esuberanti, dando vita a una coloratissima galleria di effigi glam-queer che sembrano annunciare tendenze dell’estetica del terzo millennio.

La mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemenideata e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, vanta il prestigioso sostegno dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh. Palazzo dei Diamanti torna ad accogliere alcune tra le creazioni più provocatorie del grande artista, in un’immersiva rievocazione dell’esposizione del 1975-76 a cui si accompagna un appassionante viaggio nell’universo della ritrattistica warholiana. La mostra propone, infatti, una eccezionale selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da importanti musei e collezioni, europei e americani.

La duplice ambizione è quella di riscoprire la forza iconica di quelle immagini esplosive e, parallelamente, mettere alla prova la sorprendente attualità della ricerca di Warhol, che ha anticipato l’era della comunicazione globale e ha acceso i riflettori su temi tuttora aperti come la manipolazione estetica, l’identità di genere, il multiculturalismo, l’artificialità mediatica, la creazione e diffusione di un’identità sociale.

A un’estesa narrazione dedicata alla serie Ladies and Gentlemen segue una selezione di alcuni dei ritratti e autoritratti più iconici prodotti tra gli anni Sessanta e gli Ottanta: dalla serie di Marilyn che codifica l’archetipo della star, alla parodia dell’iconografia ufficiale di Mao Tse-tung, dalle silhouette di Mick Jagger e Liza Minnelli, emblemi globali di una sensualità disinibita e teatrale, alle effigi fluide e smaterializzate di Robert Mapplethorpe e Grace Jones, che annunciano l’avvento delle immagini digitali, per culminare con una spettacolare sala di autoritratti con cui l’artista esplora i confini della sua stessa identità.

Il percorso espositivo segue le tappe della radicale reinvenzione del ritratto tradizionale operata da Warhol prendendo a prestito i codici della comunicazione di massa, l’estetica tecnologica, gli idiomi del glam rock e della cultura camp, le immagini amatoriali scattate con la Polaroid, il linguaggio filmico e persino il reality televisivo. Il pubblico potrà immergersi nel processo creativo del genio warholiano, grazie a un esteso nucleo di dipinti ad acrilico, molti dei quali mai mostrati in Italia, e a una rassegna dei diversi media che l’artista ha sperimentato. Filmati e fotografie arricchiscono il racconto per far rivivere l’artista nelle sale di Palazzo dei Diamanti ma anche l’energia irripetibile della scena pop di cui Warhol ha incarnato il mito. 


Andy Warhol. Ladies and Gentlemen
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 marzo – 19 luglio 2026
 
Mostra a cura di
Chiara Vorrasi
 
Organizzata da
Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara
www.palazzodiamanti.it
 
Ufficio Stampa
Studio Esseci
Simone Raddi, simone@studioesseci.net
tel. +39 049 663499
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

VETTE. Storie di sport e montagne – Negli splendidi spazi di Palazzo Besta a Teglio

La Direzione regionale Musei nazionali Lombardia (Ministero della Cultura) è lieta di presentare VETTE. Storie di sport e montagne, una mostra promossa con il sostegno di Regione Lombardia e realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino e la Direzione regionale Musei nazionali Veneto – Museo Nazionale Collezione Salce. L’iniziativa rientra nel programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, confermando la vitalità dello sguardo culturale anche nelle celebrazioni olimpiche.

VETTE.
Storie di sport e montagne
Palazzo Besta Teglio (SO)
28 gennaio – 30 agosto 2026

Mostra a cura di Rosario Maria Anzalone e Silvia Anna Biagi, da un’idea  di Sergio Campagnolo

L’esposizione sarà allestita negli splendidi spazi rinascimentali di Palazzo Besta a Teglio, nel cuore della Valtellina, e sarà visitabile dal 28 gennaio al 30 agosto 2026, con anteprima per la stampa il 27 gennaio. Il percorso espositivo, articolato tra gli ambienti interni ed esterni del palazzo, vuole indagare il rapporto tra paesaggio alpino, sport invernali e tradizioni culturali.

«Siamo felici di poter ospitare a Palazzo Besta un progetto così ampio e condiviso e profondamente grati del sostegno istituzionale che lo ha reso possibile, a partire da Regione Lombardia, dalla Direzione regionale Musei nazionali Veneto, dal Museo Nazionale della Montagna di Torino e dalla Fondazione Milano Cortina», dichiara Rosario Maria Anzalone, Direttore regionale Musei nazionali Lombardia e co-curatore della mostra. «Un’iniziativa che mostra, qualora ce ne fosse bisogno, che i musei sono luoghi vivi, capaci di accogliere temi apparentemente lontani dalla loro matrice storico-artistica e di dialogare con pubblici diversi, ampliando la propria capacità di interpretare il presenteLa montagna e lo sport sono temi che mi appassionano e che consideriamo fondamentali per raccontare la storia del nostro territorio, la sua identità e la sua capacità di guardare al futuro con consapevolezza e responsabilità».

«Questa mostra», commenta Francesca Caruso, Assessore alla Cultura di Regione Lombardia, «rappresenta un tassello prezioso dell’Olimpiade Culturale perché unisce identità forti della Lombardia: la montagna, la cultura e lo sport. Portare un progetto di questa entità a Palazzo Besta significa dare valore ai territori, alle comunità alpine e alla loro storia. È un racconto che parla di radici, sfide e cambiamenti, ma soprattutto di una montagna che continua a essere un patrimonio culturale vivo. La collaborazione con il Veneto e con il Museo della Montagna di Torino dimostra, ancora una volta, che quando le istituzioni lavorano insieme possono costruire percorsi culturali solidi, riconoscibili e capaci di parlare al pubblico di oggi».

L’iniziativa configura altresì una stretta sinergia tra la Direzione regionale Musei nazionali Lombardia e l’omologo istituto del Veneto. In dialogo con la mostra di Teglio, apre infatti il 20 novembre 2025 al Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso la grande esposizione Un magico inverno. Bianche emozioni dalla Collezione Salce, dedicata alla nascita dell’immaginario invernale tra manifesti storici, grafica pubblicitaria, fotografie e materiali d’epoca.

Le due sedi – Palazzo Besta e Collezione Salce – formano così un unico racconto in due capitoli, che unisce idealmente Veneto e Lombardia in un progetto che spazia dalle prime pioneristiche esperienze all’affermarsi del turismo sportivo, attraverso i cambiamenti nella vita quotidiana e l’impatto profondo sul paesaggio montano.

Palazzo Besta: un percorso che intreccia sport, identità e paesaggio

Curata da Rosario Maria Anzalone e Silvia Anna Biagi, a partire da un’idea di Sergio Campagnolo, la mostra VETTEStorie di sport e montagne è pensata come un grande viaggio nella storia degli sport invernali e delle profonde trasformazioni che la loro diffusione ha comportato nell’immaginario e nello stile di vita delle valli alpine.

Un racconto che, in perfetta sintonia con il carattere rinascimentale di Palazzo Besta, intreccia memoria, simboli e identità culturale, ma anche sfide e prospettive per il futuro.
Il percorso espositivo si raccoglie intorno a tre grandi nuclei tematici, concepiti come punti di vista di una stessa narrazione.

La storia delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali

Dalla prima Olimpiade di Chamonix 1924 a Milano Cortina 2026, la sezione raccoglie cimeli, manifesti, torce olimpiche, attrezzature storiche, fotografie e documenti provenienti da importanti istituzioni nazionali e internazionali. In particolare un ruolo fondamentale in questa sezione lo svolgono i prestiti provenienti dalle collezioni del Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino dedicati all’edizione delle Olimpiadi di Torino 2006. Accanto alle figure simboliche dei Giochi, emerge la storia delle comunità ospitanti e dei valori che hanno segnato un secolo di sport invernale moderno.

Uno sguardo al femminile

In sintonia con la storia del Palazzo e della famiglia Besta, nella quale le donne hanno giocato ruoli decisiviil percorso espositivo darà spazio ai volti e alle vittorie delle più celebri atlete olimpiche e paralimpiche, storie di coraggio, talento e sfide che hanno ridefinito il ruolo delle donne nello sport e nella società. Ma non solo: accanto a cimeli e medaglie saranno esposti oggetti quotidiani e strumenti del lavoro femminile del secolo passato, in un confronto che vuole mettere in risalto, senza cedere a stucchevoli nostalgie né a ciechi ed eccessivi entusiasmi, il radicale cambiamento di prospettive e abitudini avvenuto nelle valli alpine negli ultimi 60 anni.

Lo sport e la montagna: tra grandi trasformazioni e incerte prospettive

La nascita e l’affermarsi degli sport invernali segnano anche il passaggio da una montagna contadina a una montagna moderna, turistica e sportiva. Attraverso materiali fotografici, oggetti etnografici e testimonianze locali, la sezione restituisce la metamorfosi della Valtellina e delle Alpi: dai paesaggi incontaminati alle infrastrutture sciistiche, offrendo spunti di riflessione e analisi anche sulla relazione tra uomo e ambiente, tra sviluppo e sostenibilità.

Il percorso si chiude nel giardino di Palazzo Besta, icasticamente affacciato sulle Alpi Orobie, con una installazione site-specific a cura di Michele Tavola, realizzata dagli artisti radicati in Valtellina e affermati a livello nazionale Luca Conca e Vincenzo Martegani, che esporranno dittici di fotografie e dipinti in dialogo fra loro.

Oltre al percorso espositivo, VETTE prevede un ricco public program: incontri con atleti olimpici e paralimpici, studiosi, giornalisti e scrittori di montagna; laboratori e attività per scuole e famiglie; visite guidate e talk dedicati a sostenibilità, trasformazioni alpine e futuro degli sport invernali.

Il progetto è sostenuto da un’articolata collaborazione che coinvolge:
Regione Lombardia
Direzione regionale Musei nazionali Lombardia
Direzione regionale Musei nazionali Veneto – Museo Nazionale Collezione Salce
Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino
Fondazione Milano Cortina 2026
Comitato Olimpico Internazionale
 
Una rete che valorizza la dimensione interregionale del progetto e ne rafforza il ruolo all’interno delle iniziative culturali collegate ai Giochi olimpici. La mostra, inoltre, attiva un’importante rete territoriale grazie alla collaborazione con enti locali, associazioni e istituti culturali valtellinesi, contribuendo alla costruzione di una eredità culturale duratura per la valle.

La Direzione regionale Musei nazionali Lombardia coordina e promuove 13 musei e parchi archeologici statali della regione. Ha il compito di assicurare l’attuazione del servizio pubblico di fruizione e valorizzazione di musei, monumenti e aree archeologiche, garantendo livelli di qualità uniformi. In collaborazione con le Soprintendenze e gli enti territoriali e locali promuove l’ampliamento delle collezioni museali, l’organizzazione di mostre temporanee e le attività di catalogazione, studio, restauro, oltre che la comunicazione e la valorizzazione del patrimonio culturale regionale. Attraverso la definizione di strategie e obiettivi comuni viene promossa la collaborazione con altri istituti culturali della regione per la creazione di percorsi culturali e turistici e per l’innovazione didattica e tecnologica. Lavora per incentivare la partecipazione attiva degli utenti e la massima accessibilità ai musei che custodiscono il patrimonio archeologico, artistico e storico della Lombardia.


Direzione regionale Musei Nazionali Lombardia
https://museilombardia.cultura.gov.it/
drm-lom@cultura.gov.it
 
Ufficio Stampa DRMN-LOM
Studio Giornaliste Associate BonnePresse
Carlotta Dazzi |  +39 347 12 99 381 | carlotta.dazzi@bonnepresse.it
Gaia Grassi | +39 339 56 53 179 |  gaia.grassi@bonnepresse.it
www.bonnepresse.it
 
In collaborazione con
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
tel. 049663499
Referente Elisabetta Rosa: elisabetta@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Guggenheim Jeune e la Fucina degli Angeli: il 2026 alla Collezione Peggy Guggenheim

Una grande mostra dedicata alla galleria londinese
di Peggy Guggenheim, Guggenheim Jeune,
e un omaggio alla Fucina degli Angeli:
la Collezione Peggy Guggenheim annuncia le mostre del 2026.

La galleria londinese Guggenheim Jeune e la Fucina degli Angeli sono al centro del programma espositivo della Collezione Peggy Guggenheim, che nel corso del 2026 racconta due momenti storici del collezionismo della mecenate americana, in un costante dialogo con la collezione permanente. Dalla più grande mostra mai realizzata in ambito museale volta a celebrare la straordinaria avventura londinese di Peggy Guggenheim e della sua prima galleria, Guggenheim Jeune, in apertura il 25 aprile 2026, si passerà, in autunno, a un prezioso affondo volto a far luce sulla Fucina degli Angeli, sorprendente capitolo della storia del vetro artistico che ha visto il coinvolgimento di alcuni tra i maggiori protagonisti dell’arte del XX secolo, e della quale la stessa Peggy Guggenheim fu, in molti modi, “madrina”.

Con la chiusura, il 2 marzo 2026, dell’omaggio alle ceramiche di Lucio Fontana, ad aprire la nuova stagione espositiva del museo veneziano sarà Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista (25 aprile – 19 ottobre, 2026), a cura di Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e Simon Grant, Guest Curator. L’esposizione intende approfondire un periodo cruciale che contribuì a definire Peggy Guggenheim come collezionista e mecenate, mettendo in evidenza la rete di influenze e amicizie – da Marcel Duchamp a Mary Reynolds a Samuel Beckett – che ne plasmarono la visione. Attiva a Londra dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Guggenheim Jeune fu un punto di riferimento per le avanguardie dell’epoca e ospitò oltre venti mostre, tra cui la prima personale a Londra di Vasily Kandinsky, una monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima mostra collettiva nel Regno Unito dedicata al collage, e una mostra di scultura contemporanea che suscitò scandalo. Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, di artisti come Eileen Agar, Salvador Dalí, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e altri ancora. Non mancheranno nel percorso espositivo materiali d’archivio, a testimoniare un’epoca di intensa sperimentazione e fermento culturale, a ridosso dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Dopo Venezia, la mostra si sposterà a Londra, alla Royal Academy of Arts, nell’autunno 2026, e nella primavera del 2027 al Guggenheim New York.

A novembre sarà poi la volta di Fucina degli Angeli. Peggy Guggenheim e il vetro artistico del Novecento (14 novembre 2026 – 29 marzo 2027), a cura di Cristina Beltrami, storica dell’arte. La mostra getta luce su una delle vicende più visionarie del vetro muranese nel secondo dopoguerra, ricostruendo la straordinaria avventura creativa della Fucina degli Angeli, avviata da Egidio Costantini a Murano negli anni Cinquanta. Attraverso oltre cento opere in vetrodisegni e documenti storici, l’esposizione ripercorre la storia della Fucina dagli esordi fino agli anni Novanta, evidenziando la collaborazione con alcuni tra i maggiori artisti del XX secolo, tra cui George Braque, Alexander Calder, Lucio Fontana, Fernand Léger, Pablo Picasso, e molti protagonisti della scena artistica giapponese dell’epoca. Decisivo fu il ruolo di Peggy Guggenheim, che sostenne Costantini nei momenti cruciali e contribuì all’espansione internazionale del progetto, facilitando contatti, committenze e il dialogo con il mercato statunitense. Il percorso espositivo metterà in relazione le opere in vetro con dipinti e sculture degli artisti che ruotarono intorno alla Fucina.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

La Metro A di Roma diventa uno spazio di pace con Roma capitale, Atac, Emergency e Cheap

CHEAP x EMERGENCY – Metro A Roma – Ph Emma Gasparini

Dal 12 dicembre all’11 gennaio, un intero convoglio di 6 vagoni della linea A della metropolitana di Roma è divento uno spazio dedicato al ripudio della guerra, ospitando un intervento visivo di EMERGENCY e CHEAP per la campagna “R1PUD1A”. Un allestimento che invita la cittadinanza a riflettere sul ripudio della guerra, principio sancito dall’Articolo 11 della Costituzione realizzato per EMERGENCY dal collettivo CHEAP grazie al sostegno di Roma Capitale e di ATAC, azienda della mobilità collettiva dell’area metropolitana di Roma.

LA METRO A DI ROMA DIVENTA UNO SPAZIO DI PACE
CON ROMA CAPITALE, ATAC, EMERGENCY E CHEAP
 
DAL 12 DICEMBRE ALL’11 GENNAIO
ATAC VESTE I SUOI VAGONI CONTRO LA GUERRA CON LA CAMPAGNA “R1PUD1A” DI EMERGENCY
PER RICORDARE L’ARTICOLO 11 DELLA COSTITUZIONE.

I vagoni sono stati allestiti con 15 poster realizzati da CHEAP e da 11 artisti e artiste: DeeMo, Joanna Gniady, Coco Guzmán, Infinite, Luchadora, Dario Manzo, Militanza Grafica, Rita Petruccioli, Camila Rosa, Testi Manifesti, Tomo77. L’intervento punta a restituire allo spazio pubblico la sua natura politica: un luogo abitato da soggetti consapevoli e non da spettatrici e spettatori indifferenti. Lungo il percorso, i passeggeri incontreranno anche alcune parole di Gino Strada che hanno accompagnato la storia di EMERGENCY, una tra tutte Le guerre appaiono inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle”, che risuona come un invito alla responsabilità e alla partecipazione. Dal 27 dicembre, l’intero progetto visivo della campagna sarà presente anche sui monitor LCD e sulle pensiline della linea A della metropolitana di Roma.

L’iniziativa si inserisce all’interno della campagna “R1PUD1A” di EMERGENCY che puntaa ribadire un netto “no” alla guerra e a coinvolgere i cittadini nel rifiuto della violenza. La campagna, nel suo primo anno di attività, ha raccolto l’adesione di oltre 600 Comuni, più di 1000 scuole e 300 spazi e festival culturali che hanno scelto di “ripudiare” la guerra insieme all’ong.

Il nostro tessuto collettivo è come il reticolo metropolitano: traiettorie e percorsi in continua connessionespiega Simonetta Gola, direttrice della Comunicazione di EMERGENCY – per cui la scelta di andare sotto la superficie rientra in un percorso di contronarrazione di EMERGENCY e CHEAP: una rappresentazione, e suggestione insieme, della decostruzione del visibile e una individuazione di alternative “dal basso”, un ritorno con parole e immagini al valore sociale delle nostre scelte”.

Intervenire nella metropolitana significa agire in uno spazio in cui scorrono pensieri, ansie e responsabilità che spesso vengono sottaciute o anestetizzatefanno eco da CHEAP – Lo spazio pubblico non è neutro: è il luogo in cui si formano immaginari e si consolidano le narrazioni che influenzano il nostro modo di stare insieme. Per questo, insieme a EMERGENCY, abbiamo scelto di portare sotto la superficie parole e immagini che interrompono la normalizzazione della guerra e aprono un campo di attenzione diverso, invitando a una presa di posizione consapevole, contro l’idea che la guerra sia inevitabile: nessuna lo è”.

Il trasporto pubblico è naturalmente un luogo ideale di condivisione dei valori che fondano una società. La pace è uno di questidichiara Paolo Aielli, direttore generale di ATAC – Perciò abbiamo accolto volentieri l’invito a prestare un treno e la nostra infrastruttura a una iniziativa di sensibilizzazione così importante. Come azienda, inoltre, siamo sempre interessati a forme di collaborazione con il mondo artistico, con il quale abbiamo ormai una lunga e felice consuetudine. L’arte è uno straordinario veicolo di comunicazione. Quindi, per noi, un modo originale per dialogare con i nostri clienti usando un linguaggio diverso dal solito, offrendo al tempo stesso un po’ di quella bellezza che solo l’arte riesce a suscitare.

EMERGENCY, nata per offrire cure medico-chirurgiche gratuite di elevata qualità alle vittime della guerra e per promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani, dalla sua fondazione è intervenuta in 21 Paesi curando, in tutte le sue strutture, oltre 13 milioni di pazienti nel mondo. Oggi l’organizzazione è presente in 9 Paesi del mondo, tre dei quali con un conflitto in corso: il Sudan, l’Ucraina e la Striscia di Gaza in Palestina. Proprio grazie alla sua esperienza sul campo EMERGENCY afferma, ancora una volta, che il 90% dei morti e dei feriti sono civili. E proprio per questo l’Ong continua a impegnarsi per una cultura di pace, rispetto dei diritti umani e solidarietà.

Per scoprire la Campagna “R1PUD1A” visita il sito: Questo sito R1PUD1A la guerra | EMERGENCY


EMERGENCY – ONG ETS

È un’organizzazione internazionale nata in Italia nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà e, allo stesso tempo, per promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Tra il 1994 e il 2025 in tutte le strutture sanitarie di EMERGENCY sono state curate gratuitamente più di 13 milioni di persone. Il lavoro di EMERGENCY è possibile grazie al contributo di privati cittadini, aziende, fondazioni, enti internazionali e alcuni dei governi dei Paesi dove lavoriamo, che hanno deciso di sostenere il nostro intervento. Per sostenere il lavoro di EMERGENCY e offrire cure gratuite e di qualità a chi ne ha bisogno: sostieni.emergency.it/

CHEAP

È un progetto di arte pubblica nato a Bologna nel 2013. Usa il paste up – carta e colla – come tecnica e dichiarazione d’intenti, esplorando l’effimero e il contemporaneo. Da festival è diventato un laboratorio permanente che agisce nello spazio urbano, collaborando nel corso degli anni con numeros* artist* provenienti da tutto il mondo.  CHEAP agisce per una riappropriazione dello spazio pubblico e lo fa infestando i muri di poster, ridefinendo nuovi linguaggi visivi contemporanei, generando inaspettati dialoghi con chi attraversa e abita l’ambiente urbano. Dove la città oppone barriere sulla base del genere della classe e della razza, CHEAP pratica un conflitto simbolico facendo dell’arte pubblica (anche) un luogo di lotta. I progetti di CHEAP sono usciti dalle mura di Bologna per arrivare in tutta Italia e all’estero. Oltre alle affissioni di poster, CHEAP firma progetti creativi e installazioni, oltre ad essere presente nelle Accademie d’Arte e nelle Università Italiane con workshop e lectures.
www.cheapfestival.it


Ufficio Stampa EMERGENCY
Sabina Galandrini: sabina.galandrini@emergency.it
Laura Genga: ufficiostampa@emergency.it
Brunella Pacia: media@emergency.it  

Ufficio Stampa CHEAP
Daccapo Comunicazione: Marcello Farno – info@daccapocomunicazione.it
 
Ufficio Stampa ATAC
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A Cagliari la prima grande mostra dedicata ad Antonio Ligabue

Aperta al pubblico il 28 novembre, il Palazzo di Città di Cagliari accoglie per la prima volta in Sardegna una grande esposizione dedicata ad Antonio Ligabue (1899–1965), il pittore ribelle e visionario che ha sconvolto il panorama artistico del Novecento con la forza primordiale delle sue immagini.

A Cagliari la prima grande mostra dedicata ad Antonio Ligabue, uno degli artisti più emozionanti ed intensi del Novecento italiano.

Dal 28 novembre il Palazzo di Città di Cagliari – grazie alla collaborazione con Arthemisia – ospita 60 capolavori di Ligabue, tracciando un percorso che mette al centro la potenza espressiva delle sue immagini, la radicalità del suo linguaggio e la sua straordinaria capacità di leggere il mondo attraverso gli occhi dell’arte.

Un percorso alla scoperta del “Van Gogh italiano”, che invita a leggere Ligabue non attraverso i miti biografici, ma nella forza straordinaria della sua pittura.


28 novembre 2025 – 7 giugno 2026
Palazzo di Città, Cagliari

“Antonio Ligabue. La grande mostra” presenta 60 capolavori – tra oli e disegni– che ripercorrono l’intero arco creativo di un artista fuori da ogni schema, capace di trasformare la sua vita difficile in una straordinaria avventura pittorica.A Cagliari viene proposto un avvincente percorso tra i temi centrali dell’universo di Antonio Ligabue: le scene di vita contadina, le carrozze, le troike, i postiglioni che rievocano la memoria delle stampe popolari e della tradizione rurale, fino ai celeberrimi autoritratti, nei quali l’artista affronta il proprio volto come un campo di battaglia interiore.

Figura complessa e profondamente umana, Ligabue – definito da molti il “Van Gogh italiano” – è stato per anni un emarginato, che ha trovato nella pittura la sua forma più autentica di riscatto e che ha saputo trasformare il suo dolore in arte.
Egli non dipingeva: ruggiva sulla tela. Le sue opere non sono semplici rappresentazioni della realtà, ma visioni di un mondo interiore che esplode in colori accesi, pennellate vigorose e animali carichi di vita e simbolo.
Le fiere, tema ricorrente del suo immaginario, sembrano incarnare la sua stessa forza istintiva: tigri, aquile e leoni dipinti con energia quasi febbrile, in cui la natura si fa metafora dell’anima. Accanto a esse, animali domestici, cavalli, buoi e cani fedeli, osservati con uno sguardo di empatia e dolcezza, rimandano al bisogno di affetto e appartenenza di un uomo spesso incompreso.

Ogni opera è un grido, una confessione, una rivelazione: Ligabue dipingeva come si vive – con urgenza, con passione, con dolore e meraviglia.
Il suo lavoro rivela la tensione di un uomo che cercava nella pittura la propria salvezza e che, attraverso il colore e la forma, tentava di riscattare la propria condizione di solitudine. Nei suoi occhi e nelle sue bestie feroci si legge la stessa fiamma: quella di un artista che ha vissuto la vita come una continua sfida contro il destino.

La forza di Ligabue risiede proprio nella sua autenticità radicale. Pur lontano dalle correnti artistiche dominanti del suo tempo, ha anticipato tendenze che solo più tardi avrebbero esaltato la libertà espressiva e la spontaneità creativa. La sua tecnica apparentemente istintiva, quasi primitiva, infrange le regole accademiche e invita a un’esperienza estetica più diretta, più viscerale.
Entrare in contatto con le sue opere significa confrontarsi con una verità senza filtri, con un’arte che nasce dal bisogno di esistere, di affermarsi, di raccontare la vita nella sua forma più cruda e struggente. Ogni dipinto è un racconto di sé, ma anche un frammento universale di umanità.

Il percorso espositivo – con opere come il raramente esposto Circo all’aperto(1955–1956) o Leopardo nella foresta (1956–1957), Aratura (1944–1945), Diligenza con castello (1957–1958) e Autoritratto con berretto da fantino (novembre 1962) – offre così non solo una straordinaria immersione visiva, ma anche un’occasione di riflessione sul valore dell’arte come strumento di liberazione personale e di riconciliazione con il mondo.

Seguendo una ripartizione cronologica, sono narrate le diverse tappe dell’opera e della storia di un uomo tanto straordinario da aver appassionato negli anni migliaia di persone, diventando addirittura protagonista di film e sceneggiati televisivi, sin dagli anni ’70.
Dal 28 novembre, dunque, il Palazzo di Città di Cagliari diventa il palcoscenico di un viaggio emozionante dentro l’anima di un artista indomabile, dove ogni colore racconta una ferita e ogni tela si fa specchio di una vita vissuta fino all’estremo.

Organizzata dal Comune di CagliariAssessorato alla Cultura, Spettacolo e TurismoPalazzo di Città – Musei Civici, con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione di Sardegna, in collaborazione con Arthemisia, la mostra è curata da Francesco Negri Francesca Villanti.
Il catalogo è edito da Moebius.

Apprezzato e compreso da importanti critici e studiosi negli ultimi anni della sua esistenza, cadde nell’oblio dopo la sua scomparsa. Bollato semplicisticamente come un pittore naif – una definizione che finì per sminuirne il reale valore artistico, portando a non considerarlo adeguatamente – per lungo tempo, Ligabue rimase nell’ombra, una figura di nicchia conosciuta solo da pochi appassionati, ingiustamente trascurato dai grandi circuiti dell’arte. Solo negli ultimi decenni, grazie a un rinnovato interesse da parte di critici e istituzioni, si è compreso appieno il suo valore di artista autentico e

originale, pur nella sua eccentricità. Un talento spesso frainteso, che celava una poetica unica e stratificata, in grado di restituire sulla tela tutta la sublime semplicità e drammaticità del mondo naturale. Tuttavia, nel tentativo di rivalutarne l’opera artistica, spesso si è finito per trascurare l’aspetto umano e personale dell’uomo Ligabue. Eppure, per comprenderne appieno la grandezza, è fondamentale considerare entrambi questi aspetti, inscindibilmente legati.

Le sue tele, caratterizzate da uno stile unico e originalissimo nel rappresentare soprattutto soggetti animali con un realismo quasi sconcertante, furono accantonate e relegate nell’ambito del mero folklore popolare. Si perse così di vista la profondità della sua ricerca pittorica, la capacità di cogliere l’essenza più intima delle creature ritratte, trasmettendone con potenza l’istinto primordiale.

Ma non si può parlare dell’arte di Ligabue senza conoscerne la vita, né si possono capire le sue opere se non si entra nel mondo di quel piccolo uomo sfortunato e folle, pieno di talento e poesia.

Nato a Zurigo nel 1899 da madre di origine bellunese e da padre ignoto, viene dato subito in adozione ad una famiglia svizzera. Già dall’adolescenza manifesta alcuni problemi psichiatrici che lo portano, nel 1913, a un primo internamento presso un collegio per ragazzi affetti da disabilità.
Nel 1917 viene ricoverato in una clinica psichiatrica, dopo un’aggressione nei confronti della madre affidataria Elise Hanselmann che, dopo varie vicissitudini, deciderà di denunciarlo ottenendo l’espulsione di Antonio dalla Svizzera il 15 maggio del 1919 e il suo invio a Gualtieri, il comune d’origine del patrigno (il marito della madre naturale, che odierà sempre).

Ligabue non parla l’italiano, è incline alla collera e incompreso dai suoi contemporanei, viene soprannominato “el Matt” dagli abitanti di Gualtieri che ne rifiutano i dipinti e il valore artistico, costringendolo a prediligere la via dell’alienazione e della solitudine.
Dopo tormentati e inquieti anni di vagabondaggio in cui vive solamente dei pochi sussidi pubblici e si rifugia nell’arte per esprimere il suo disagio esistenziale, a cavallo tra il 1928 e il 1929 incontra Renato Marino Mazzacurati (importante artista della Scuola Romana) che ne comprende il talento artistico e gli insegna ad utilizzare i colori.

Con singolare slancio espressionista e con una purezza di visione tipica dello stupore di chi va scoprendo – come nell’infanzia – i segreti del mondo, Ligabue si dedica alla rappresentazione della lotta per la sopravvivenza degli animali della foresta; si autoritrae in centinaia di opere cogliendo il tormento e l’amarezza che lo hanno segnato, anche per l’ostilità e l’incomprensione che lo circondavano; solo talvolta pare trovare un po’ di serenità nella rappresentazione del lavoro nei campi e degli animali che tanto amava e sentiva fratelli.

Nel 1937 viene nuovamente ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di San Lazzaro a Reggio Emilia per autolesionismo e per “psicosi maniaco–depressiva” nel marzo del 1940.
È il 1948 quando comincia a esporre le sue opere in piccole mostre e ottenendo, sotto la guida di Mazzacurati, qualche riconoscimento e a guadagnare i primi soldi.

Ma il successo è breve: dopo essersi permesso solo qualche lusso, nel 1962 viene sopraggiunto da una paresi e ricoverato all’ospedale di Guastalla dove continua a dipingere e dove termina la sua vita il 27 maggio del 1965.


Ufficio Stampa Arthemisia
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In Triennale a Milano la grande mostra su Fabio Mauri 

L’Associazione Genesi dedica una mostra al tema dell’oppressione nell’opera di Fabio Mauri (Roma, 1926 – 2009), tra i più importanti protagonisti dell’avanguardia italiana del secondo dopoguerra, avviando così le celebrazioni per il centenario della sua nascita che cadrà nel 2026 e che includerà diversi eventi, tra cui grandi mostre retrospettive itineranti, nonché la pubblicazione del catalogo generale delle opere. L’esposizione si tiene nella città di Milano, dove l’artista soggiornò a lungo, rimanendone profondamente legato.

FABIO MAURI
DE OPPRESSIONE
Triennale Milano 
3 dicembre 2025 – 15 febbraio 2026
 
Mostra a cura di Ilaria Bernardi

Mostra realizzata da Associazione Genesi
in collaborazione con
Studio Fabio Mauri – Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo
e con il suo comitato scientifico
in occasione del centenario della nascita dell’artista
 

Mauri è stato un autore capace di interrogare come pochi altri il “secolo breve” nelle sue contraddizioni, tra memoria, ideologia e potere delle immagini. La sua opera, che ha spaziato dalla pittura al disegno, dalla scultura alla performance, dall’installazione alla scrittura, è segnata da una tensione costante tra dimensione individuale e collettiva, tra simbolo e documento, tra etica e determinismo storico. Fin dagli anni Cinquanta ha percepito la potenza e l’ambiguità dello schermo, concependolo come soglia e filtro, superficie neutra e al tempo stesso dispositivo di proiezione e manipolazione, emblema di una società che si andava progressivamente definendo come “società dello spettacolo” e che oggi, attraverso il computer e i social, è divenuta una vera e propria “società dello screen”. Dalla fine degli anni Sessanta ha inoltre anticipato il tema, oggi attuale, del corpo come luogo di memoria e di riflessione critica sull’oppressione, sulle ideologie e sulla possibilità di trasmettere esperienze traumatiche collettive. Molteplici sono state le mostre personali in importanti spazi espositivi in Itala e all’estero, nonché le partecipazioni a rassegne internazionali di primo piano, dalla Biennale di Venezia (1974, 1978, 1993, 2003, 2013, 2015) a dOCUMENTA (13) di Kassel (2012).

L’Associazione Genesi, fondata nel 2020 da Letizia Moratti che la presiede, ha come missione l’educazione ai diritti umani attraverso l’arte contemporanea. Dopo aver esposto, dal 2021 al 2024, in differenti sedi espositive le opere della propria collezione (la Collezione Genesi) legate a rilevanti e attuali questioni sociali e ambientali, dal 2025 ha ampliato la proposta espositiva, dando avvio a una serie di mostre dedicate a grandi artisti ormai storicizzati, non ancora presenti nella propria Collezione, la cui vita e/o il cui lavoro può essere interpretato ex-post come anticipatore di tematiche sociali oggi divenute urgenti. La prima esposizione di questa programmazione è stata la monografica su Louise Nevelson (Kiev, 1899 – New York, 1988) tenutasi a Palazzo Fava a Bologna nell’estate 2025, mentre la seconda è la mostra su Mauri a Milano, in Triennale, a cura di Ilaria Bernardi, realizzata in collaborazione con lo Studio Fabio Mauri – Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo e con il suo comitato scientifico.

Mauri ha infatti l’importante merito di aver anticipato, fin dalla fine degli anni Sessanta, il drammatico tema dell’oppressione nelle sue possibili declinazioni tipologiche, cronologiche e geografiche. Per questa ragione, la mostra in Triennale Milano si concentrerà su un nucleo di opere iconiche realizzate tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Duemila, capaci di portare in luce l’estrema attualità del lavoro dell’artista attraverso la centralità del tema dell’oppressione, in particolare nelle sue declinazioni legate alla cultura, all’identità e all’ideologia, indagando come nella storia e in diversi contesti geografici questi tre concetti siano divenuti motivi di sopraffazione.

Tra le storiche opere in mostra ci saranno anche l’installazione Amore mio (1970) sul tema della morte, mai più esposta in Italia dopo la sua presentazione all’omonima rassegna tenutasi a Montepulciano nell’anno della sua realizzazione, Manipolazione di Cultura (1974) ed Europa bombardata (1978) che già dai rispettivi titoli rivelano il tipo di oppressione sottesa; I numeri malefici (1978) presentata alla Biennale di Venezia nel 1978 e ora nella collezione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, nella quale l’artista rivela come l’errore di calcolo e di giudizio possano essere materia di interpretazione dell’uomo e della Storia.

Tra le opere dei decenni successivi in mostra, si annoverano Ricostruzione della memoria a percezione spenta (1988), Cina ASIA Nuova (1996) e Rebibbia (2007) esemplificative della sensibilità dell’artista di percepire e interpretare ogni tipo di sopruso, anche il più individuale e personale, come parte della Storia.

Durante la mostra saranno attivate visite guidate, workshop e incontri educativi co-organizzati da Genesi insieme ai propri enti patrocinanti, tra cui Università Cattolica, FAI, Gariwo – la foresta dei Giusti e Robert F. Kennedy Human Rights Foundation Italia. Queste attività, pensate per un pubblico di tutte le età, offriranno strumenti di lettura non solo della poetica di Mauri ma anche dei temi universali che essa affronta, confermando la volontà dell’associazione di unire arte, riflessione critica e partecipazione collettiva.

Il primo appuntamento del programma pubblico si terrà mercoledì 10 dicembre alle ore 18 e vedrà protagonista Carolyn Christov-Bakargiev, presidente del comitato scientifico dello Studio Fabio Mauri e curatrice del catalogo generale, edito da Allemandi e Hatje Cantz, che sarà presentato per la prima volta per l’occasione.

L’esposizione sarà accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, con un testo di approfondimento della curatrice, una cronologia sulla vita e sulle opere dell’artista, schede sulle opere esposte, immagini e fotografie storiche provenienti dall’archivio dell’artista.

Main sponsor dell’iniziativa sono Fondazione Cariplo, Eni e Intesa Sanpaolo.

Gli sponsor tecnici sono Open Care, Hidonix e Start.

La mostra organizzata dall’Associazione Genesi segna l’inizio delle attività del centenario che proseguirà con altre iniziative, tra le quali la grande mostra retrospettiva al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, itinerante al Mudam in Lussemburgo.

Le vittime del Potere è una delle sei sezioni in cui si sviluppa la Collezione d’arte contemporanea dell’Associazione Genesi. Il tema dell’oppressione è ad essa implicito e, purtroppo, oggi più che mai attuale. Sono lieta che l’Associazione Genesi possa proseguire nella sua indagine su questo drammatico tema, attraverso un importante e storico artista italiano come Fabio Mauri che ne è stato anticipatore. Le sue opere aiutano a riflettere e aprono riflessioni che smuovono le coscienze. Per questo è fondamentale rileggere la storia dell’arte e i suoi protagonisti alla luce del presente e in vista del futuro: solo così facendo, potremo costruire un avvenire migliore” (Letizia Moratti, Presidente dell’Associazione Genesi).

“A nome dell’Estate e dello Studio Fabio Mauri, ringrazio l’Associazione Genesi, la presidente Letizia Moratti e la curatrice Ilaria Bernardi per questa importante mostra che affronta un nucleo fondamentale della ricerca di mio zio, Fabio Mauri. Queste opere evidenziano con forza drammatica il tema dell’oppressione, che l’artista ha visto da vicino negli anni della sua giovinezza, restituendolo con radicale coerenza e visionarietà nella sua Opera. De Oppressione apre le celebrazioni del centenario della nascita di Fabio Mauri che sarà costellato di grandi eventi a partire dalla pubblicazione del Catalogo Generale che verrà presentato in anteprima digitale in questa prestigiosa sede di Milano, città d’adozione della nostra famiglia” (Presidente dello Studio Fabio Mauri).

“La mostra in Triennale desidera testimoniare quanto Fabio Mauri sia stato non soltanto un artista di indubbio valore, ma al contempo un raffinato e lungimirante intellettuale, capace di leggere nella Storia passata e presente i germi della Storia futura. Anche per questa ragione la sua rilevanza nella Storia dell’arte cresce e si rende ancor più evidente col passare del tempo: le sue opere, dalla forte valenza sociale, indagano i meccanismi con cui la Storia, individuale e collettiva, si dipana all’interno di un determinismo storico che purtroppo ogni volta sembra confermare la veridicità dei ‘corsi e ricorsi storici’ di Giambattista Vico” (Ilaria Bernardi, curatrice della mostra).  


ASSOCIAZIONE GENESI

L’Associazione Genesi, nata nel 2020 per volontà di Letizia Moratti, è impegnata nella difesa dei diritti umani attraverso l’arte contemporanea, con l’obiettivo di contribuire alla creazione di una cittadinanza più responsabile e socialmente attiva. Per farlo, ha dato avvio alla Collezione Genesi, selezionando opere d’arte di artisti di tutto il mondo e di diverse generazioni, che riflettono sulle urgenti, complesse e spesso drammatiche questioni culturali, ambientali, sociali e politiche coeve.

Inoltre, dal 2021 ha organizzato mostre d’arte contemporanea su tematiche legate ai diritti umani (tra cui “Progetto Genesi”, 2021-2024), ospitate in importanti spazi espositivi in Italia e all’estero come l’ONU a Ginevra, Triennale a Milano, Villa Panza a Varese, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino.

Dal 2025 diviene vero e proprio museo itinerante d’arte contemporanea attraverso una programmazione di mostre personali e collettive connesse alle più urgenti tematiche sociali.

L’Associazione è altresì Fondatore – insieme a Università Cattolica, Mapei, WeBuild e Associazione Always Africa – di E4Impact Foundation, per lo sviluppo dell’imprenditorialità in Africa, a cui partecipano anche Intesa Sanpaolo, ENI, Montello, Carvico, CONFAPI, Coldiretti, Filiera Italia e, a titolo personale, Diana Bracco e Michele Carpinelli.

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STUDIO FABIO MAURI

Lo Studio Fabio Mauri – Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo è un’associazione culturale senza scopo di lucro fondata nel 2000 da Fabio Mauri e portata avanti, dopo la sua scomparsa, dal fratello Achille, insieme agli eredi e ad alcuni storici collaboratori dell’artista. Nel 2023 Santiago Mauri rileva la presidenza del padre Achille affiancato dal fratello Sebastiano nel ruolo di vice-presidente.

Lo Studio Fabio Mauri si avvale della consulenza di un comitato scientifico composto da Carolyn Christov-Bakargiev, che ne è la presidente, da Francesca Alfano Miglietti, Caroline Bourgeois, Laura Cherubini, Andrea Viliani. Direttore dell’Associazione è Ivan Barlafante, mentre collaboratori sono Marcella Campitelli, Sara Codutti e Serena Basso. Nata come strumento per sviluppare attività e progetti legati all’arte e alla didattica, dopo la scomparsa di Fabio Mauri, l’associazione diventa archivio d’artista, occupandosi della conservazione e catalogazione delle opere, dell’archiviazione di fotografie e documenti, della perizia e del rilascio di certificazioni d’autentica, della promozione di attività finalizzate alla divulgazione del pensiero e dell’opera di Fabio Mauri.


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Kandinsky e l’Italia. Le radici europee dell’astrazione al MA*GA di Gallarate

Una grande mostra ricostruisce il dialogo tra il maestro russo e la scena artistica italiana del Novecento, dagli anni del Bauhaus alle avanguardie del dopoguerra.

Il MA*GA di Gallarate dedica una vasta retrospettiva al rapporto tra Wassily Kandinsky e la cultura artistica italiana, un dialogo che attraversa le avanguardie storiche, la stagione astratta degli anni Trenta e le ricerche del secondo dopoguerra. La mostra propone 130 opere, tra cui venti lavori del maestro russo, e riunisce figure decisive per la definizione dell’arte non figurativa europea. Un percorso che non ricostruisce soltanto una genealogia estetica, ma restituisce la profondità di un sistema di pensiero che ha segnato in modo irreversibile la modernità visiva.

Kandinsky e l’Italia. Le radici europee dell’astrazione al MA*GA di Gallarate

di Marta Bellomi
Redazione Experiences – Storica dell’arte, specializzata in architettura, contesti museali, linguaggi visivi del Novecento

Kandinsky e l’Europa: l’invenzione dell’astrazione

Il punto di partenza della mostra è la ricostruzione del clima culturale in cui Kandinsky matura il proprio linguaggio astratto. Negli anni Venti e Trenta, durante il periodo al Bauhaus, il maestro elabora un sistema fondato sull’idea che linea, colore e forma siano espressione di forze interiori, non semplici elementi compositivi. L’arte diventa una scrittura dello spirito, un territorio in cui la geometria assume un valore meditativo e simbolico.

Il percorso espositivo presenta un nucleo significativo di opere di Paul Klee, compagno di insegnamento e di ricerca di Kandinsky. Le tele di Klee, realizzate tra il 1913 e il 1938, mostrano l’evoluzione di un linguaggio che procede dalla poesia del segno alle strutture geometriche più rigorose, componendo uno dei dialoghi intellettuali più fertili del Novecento.

Accanto ai due maestri, la mostra riunisce artisti come Jean Arp, Joan Miró, Alexander Calder e Antoni Tàpies. Le loro opere testimoniano come l’astrazione europea sia stata un territorio composito, attraversato da tensioni liriche, pulsioni vitalistiche e una costante ricerca di linguaggi universali capaci di superare i confini del reale.

L’Italia che guarda Kandinsky: la stagione degli anni Trenta

Uno dei passaggi più significativi del progetto del MA*GA riguarda la relazione tra Kandinsky e la scena italiana. La personale del 1934 alla Galleria del Milione di Milano rappresentò infatti un momento fondativo per l’affermazione dell’arte non oggettiva in Italia. Intorno a quell’evento si formò una generazione di artisti che vide nella libertà formale e spirituale di Kandinsky la possibilità di emanciparsi dal naturalismo ancora dominante.

Il percorso riunisce opere di Lucio Fontana, Osvaldo Licini, Fausto Melotti, Manlio Rho, Enrico Prampolini, Atanasio Soldati e Luigi Veronesi: un gruppo eterogeneo accomunato dalla volontà di sperimentare un linguaggio astratto che non fosse mera imitazione delle avanguardie straniere, ma interpretazione personale del rapporto tra forma, colore e ritmo.

Melotti, con le sue modulazioni sottili, e Rho, con le armonie cromatiche costruite per piani cromatici, testimoniano un’astrazione intesa come disciplina dello sguardo; Licini e Prampolini, invece, aprono la strada a un orizzonte spirituale e visionario che troverà pieno sviluppo nel secondo dopoguerra.

Dopo la guerra: l’eredità di Kandinsky nella scena italiana del secondo Novecento

La terza sezione della mostra esplora l’eredità kandinskiana nel clima culturale italiano della ricostruzione. Mostre come Arte astratta e concreta (Milano, 1947) e Arte Astratta in Italia (Roma, 1948) segnano il ritorno al dibattito internazionale e la volontà di costruire un nuovo linguaggio capace di restituire la complessità dell’esperienza moderna.

Gruppi come Forma, MAC e Origine reinterpretano il pensiero kandinskiano nell’ottica di una rinnovata tensione verso il segno e la materia. Le opere di Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi, Piero Dorazio, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo ed Emilio Vedova raccontano percorsi autonomi ma legati da un filo ideale: la convinzione che l’astrazione non sia un abbandono del reale, ma un modo per coglierne la struttura profonda.

Una mostra tra ricerca e istituzione: l’Olimpiade Culturale

Kandinsky e l’Italia si inserisce nel palinsesto dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, un programma multidisciplinare che affianca l’evento sportivo a un progetto culturale diffuso su scala nazionale. La collaborazione tra MA*GA e la Fondazione Musei Civici di Venezia, insieme al sostegno del Ministero della Cultura, testimonia l’importanza strategica di una mostra che non è solo un’occasione espositiva, ma un momento di cooperazione istituzionale e valorizzazione del territorio.

Il progetto fa inoltre parte dell’iniziativa Varese Cultura 2030, promossa dalla Provincia di Varese con il contributo di Fondazione Cariplo, confermando l’intenzione di costruire una rete culturale interregionale orientata allo sviluppo sostenibile.


Informazioni di visita

La mostra è ospitata al Museo MA*GA di Gallarate dal 30 novembre 2025 al 12 aprile 2026 (via De Magri 1).

Orari:

  • Mart–Ven: 10.00–19.00
  • Sab–Dom: 11.00–19.00
    Aperture straordinarie: 8, 24, 26, 31 dicembre; 6 gennaio; 5–6 aprile.

Tariffe: intero €14; open €16; ridotti vari da €8 a €12; gratuito per under 14, disabili con accompagnatore, soci ICOM, Amici MA*GA e altri aventi diritto.
Visite guidate: ogni sabato e domenica alle 16.30 (tariffa unica €20, max 25 partecipanti).
Biglietti su TicketOne; informazioni su www.museomaga.it.


Fonti

  • Comunicato stampa ufficiale “KANDINSKY E L’ITALIA”, Museo MA*GA, Gallarate, 30 novembre 2025 – 12 aprile 2026.
  • Approfondimenti storico-critici indicati nel catalogo della mostra (Barisoni, Zanella, Cavadini, Giuranna, Meneguzzo, Pittaccio, Sansone, Tedeschi, Castiglioni).

L’ultimo fotogramma di Jack Vettriano

Atmosfere noir, seduzione e malinconia
nella grande retrospettiva alla Permanente di Milano

C’è una luce particolare nei quadri di Jack Vettriano: una luminosità che sembra venire da un cinema d’altri tempi. È una luce che non illumina tutto, ma racconta. Alla Permanente di Milano, dove fino al 25 gennaio 2026 è allestita la più ampia retrospettiva italiana dedicata all’artista scozzese da poco scomparso, quella luce ritorna ovunque. Rimbalza sulle superfici lucide dei pavimenti, si deposita sui corpi, accarezza le pieghe dei vestiti. È il filo conduttore di oltre ottanta opere che, insieme, compongono il ritratto di un autore amato dal grande pubblico e a lungo diffidato dalla critica, capace però di creare immaginari riconoscibili come poche altre figure del nostro tempo.

L’ultimo fotogramma di Jack Vettriano

di Chiara Vassallo
Redazione Experiences – Fotografia e Arti Visive

Visitare questa retrospettiva significa entrare in un mondo che esiste e non esiste, un luogo dove la pittura diventa racconto, la luce diventa memoria e l’eleganza diventa una forma di solitudine.
Jack Vettriano non è un artista da interpretare: è un artista da guardare.
E forse, proprio per questo, continua a parlare a generazioni così diverse tra loro.

Un artista che sembra uscito da un romanzo

La vicenda personale di Vettriano, nato Jack Hoggan nel 1951 nella contea scozzese di Fife, assomiglia più al percorso di un personaggio letterario che di un pittore tradizionale. Figlio di una famiglia legata all’estrazione del carbone, comincia a lavorare giovanissimo per sostenere l’economia domestica. A sedici anni abbandona la scuola; a ventuno, quasi per caso, riceve un set di acquerelli che cambia la sua vita.
Inizia così a dipingere come autodidatta, copiando incessantemente antichi maestri, impressionisti, surrealisti e artisti scozzesi. Una formazione solitaria, testarda, costruita per tentativi e imitazioni, come accade a chi si educa allo sguardo prima ancora che allo stile.

Il debutto pubblico arriva nel 1988, alla Royal Scottish Academy di Edimburgo: due quadri esposti e venduti in un giorno. Da quel momento la sua carriera accelera. Sceglie un nome d’arte – Vettriano, un omaggio al cognome della madre italiana – si trasferisce a Edimburgo e poi a Londra, espone in Scozia, Inghilterra, Hong Kong e New York, conquista collezionisti celebri e un pubblico vastissimo. Ma la critica, soprattutto quella accademica, continua a guardarlo con sospetto: troppo popolare, troppo narrativo, troppo cinematografico.

Eppure, proprio questo è il cuore del suo successo: la capacità di costruire immagini che non chiedono di essere interpretate, ma vissute.

La mostra: un viaggio dentro l’immaginario Vettriano

La retrospettiva milanese, curata da Francesca Bogliolo e organizzata da Pallavicini s.r.l. in collaborazione con Jack Vettriano Publishing e con il coordinamento di Beside Arts, raccoglie più di ottanta opere tra dipinti, lavori su carta museale a tiratura unica e una selezione di fotografie realizzate nello studio del pittore da Francesco Guidicini, ritrattista del Sunday Times e autore presente alla National Portrait Gallery di Londra .

Il percorso è costruito come una progressione cinematografica: ogni sala è una scena, ogni opera un frammento di una storia più grande. Nove olii su tela – alcuni raramente visibili in Italia – dialogano con una serie di lavori su carta che rivelano la ricerca sottile dell’artista sulla postura, la tensione dei corpi, la grammatica dei gesti. Le fotografie di Guidicini, invece, offrono un contrappunto intimo: Vettriano nella quiete del suo studio, immerso nel silenzio e nella dedizione del lavoro quotidiano.

Un video finale, in cui l’artista racconta sé stesso e la propria evoluzione stilistica, chiude la mostra come un’uscita di scena meditata, quasi una confessione.

Atmosfere noir, seduzione e solitudini eleganti

Le opere di Vettriano sono fatte di atmosfere: noir, sensuali, a tratti malinconiche. Il suo stile combina l’eredità di Hopper – quella malinconia sospesa, quella drammaturgia della luce – con la teatralità del cinema americano degli anni Cinquanta e con l’estetica levigata delle affiches pubblicitarie .

Gli uomini sono spesso eleganti, impeccabili, avvolti in completi scuri; le donne, bellissime e inquietanti, abitano stanze d’albergo, terrazze, club esclusivi. Tutto sembra accadere in un tempo intermedio, come se i personaggi stessero per entrare o uscire da una storia che non ci è dato conoscere.

Il tema dell’amore – romantico, sensuale, a volte instabile – attraversa tutta la produzione. Non c’è mai pornografia, ma desiderio; non c’è mai dramma, ma tensione narrativa. Vettriano dipinge l’attimo prima o l’attimo dopo, il gesto che ancora non significa tutto ma che già promette molto.

Un artista popolare, non populista

È impossibile parlare di Vettriano senza ricordare il successo straordinario presso il pubblico. The Singing Butler, il suo quadro più noto, è stato battuto da Sotheby’s nel 2004 per quasi 750.000 sterline: una coppia che danza sulla spiaggia sotto un cielo minaccioso, protetta da due domestici con ombrelli, mentre il maggiordomo immagina di cantare Frank Sinatra. Una scena semplice, elegante, di una teatralità immediata, entrata da tempo nell’immaginario collettivo.

Per anni la critica ha liquidato Vettriano come un autore decorativo. Ma il pubblico, che spesso vede più lontano di quanto gli si attribuisca, ha letto nella sua pittura una qualità rara: la capacità di evocare emozioni immediate senza semplificare la complessità dei sentimenti.

Nel 2004 la Regina Elisabetta II lo insignisce dell’onorificenza OBE per i servizi alle arti visive . Un riconoscimento che segna definitivamente la frattura fra giudizio accademico e consenso popolare.


Informazioni per la visita

La mostra Jack Vettriano è allestita al Museo della Permanente di Milano (via Turati 34) dal 20 novembre 2025 al 25 gennaio 2026, con aperture straordinarie durante il periodo natalizio.
Orari: tutti i giorni 10.00–19.00, ultimo ingresso ore 18.00.
Biglietti: intero €16, ridotti da €13 a €14, numerose agevolazioni per studenti, over 65, famiglie, gruppi e scuole .


Museo CaMuC, Ulassai (Nuoro): “Albrecht Dürer | Maria Lai. Il respiro di un viaggio”

Dal 13 dicembre, la Fondazione Stazione dell’Arte di Ulassai presenta una mostra unica nel panorama culturale italiano:  “Il respiro di un viaggio”, un confronto inedito tra Albrecht Dürer e Maria Lai, due protagonisti della storia dell’arte che, pur attraverso linguaggi differenti, condividono la stessa tensione sul senso e sul valore simbolico della loro ricerca.

“Albrecht Dürer | Maria Lai.
Il respiro di un viaggio

Dal 13 dicembre 2025 al 15 marzo 2026, la Stazione dell’Arte e il CaMuC di Ulassai ospitano “Il respiro di un viaggio”, una mostra di rara intensità nel panorama culturale italiano che mette a confronto due figure emblematiche della storia dell’arte: Albrecht Dürer e Maria Lai.

Attraverso linguaggi distanti cinque secoli ma uniti da una sensibilità condivisa per il valore evocativo del segno e per la ricerca di significato, la mostra invita a riscoprire il potere dello sguardo e dell’immaginazione.

L’esposizione, curata da Marco Peri e Luca Baroni, offre l’opportunità eccezionale di ammirare da vicino alcuni tra i più importanti capolavori dell’opera grafica di Dürer, provenienti da prestigiose collezioni private. Maestro assoluto del Rinascimento europeo, Dürer fu non soltanto un maestro indiscusso dell’incisione, ma anche un innovatore capace di fondere l’eredità gotica con la nuova sensibilità umanistica, introducendo nei suoi lavori una profondità psicologica e un’esattezza formale che hanno segnato in modo permanente la storia dell’immagine. Le sue celebri incisioni – tra cui Melancolia I o Il Cavalierela Morte, il DiavoloIl figliol prodigo e il Mostro Marino – testimoniano una sensibilità estremamente curiosa, attenta alla natura e ai misteri dell’animo umano.

In dialogo con questo universo visionario si presenta una selezione di opere di Maria Lai, artista sarda di riconosciuta rilevanza internazionale. La sua ricerca, radicata nelle tradizioni arcaiche della Sardegna, si apre a una dimensione poetica e universale. I Presepi, i Libri cuciti e in ceramica, i Pani e la straordinaria Via Crucis del filo bianco, testimoniano una sensibilità capace di trasformare materiali semplici in forme di forte intensità evocativa. La sua opera, intuitiva e sospesa in un altrove senza tempo, introduce un registro contemporaneo che entra in risonanza poetica con la rigorosa costruzione formale di Dürer.

L’incontro tra i due artisti trova la sua sintesi nei temi che danno il titolo alla mostra: il respiro, inteso come soffio vitale e ritmo interiore; e il viaggio, come dimensione fisica e spirituale, apertura alla scoperta e spazio privilegiato di trasformazione e rivelazione. Attraverso questo percorso, la mostra fa emergere corrispondenze inattese e restituisce la continuità delle grandi questioni dell’arte: il mistero, la spiritualità, il rapporto con il tempo e con l’immaginazione.

La forza del progetto risiede nella sua impostazione originale, che mette in relazione un protagonista centrale del Rinascimento europeo con una delle voci più significative dell’arte contemporanea. Oltre trenta opere originali di Dürer permettono di immergersi nella complessità del suo linguaggio, mentre le opere di Lai introducono una risonanza poetica che consente di rileggere la sua produzione in una prospettiva più ampia e internazionale. Ne nasce un percorso che attraversa i secoli, intrecciando rigore, simbolo e spiritualità in una trama capace di parlare con intensità anche al presente.

La mostra nasce dalla collaborazione tra Marco Peri, Direttore della Stazione dell’Arte, e Luca Baroni, Direttore della Rete Museale Marche Nord e studioso di storia della grafica. Le loro competenze complementari hanno dato forma a un originale percorso di lettura storica e sensibilità contemporanea.

Il Museo CaMuC e la Stazione dell’Arte di Ulassai, luoghi fortemente identitari e carichi di memoria, diventano il contesto ideale per accogliere un viaggio artistico e umano che invita il pubblico non solo a osservare, ma anche a lasciarsi coinvolgere. “Il respiro di un viaggio” si configura così come un’esperienza che unisce passato e presente, riattivando il potere dell’arte di aprire spazi di pensiero, emozione e possibilità.

Marco Peri, Direttore della Stazione dell’Arte, afferma: “La Fondazione Stazione dell’Arte si prepara a celebrare nel 2026 i vent’anni dalla sua apertura. Sarà un anno importante, scandito da nuove mostre e iniziative speciali dedicate a Maria Lai. Il percorso espositivo della collezione permanente viene costantemente rinnovato per valorizzare la profondità e la ricchezza della sua eredità artistica. Insieme alle guide della Stazione dell’Arte e del museo CAMUC presentiamo al pubblico percorsi di conoscenza che approfondiscono la vita e l’opera dell’artista, favorendo una comprensione più ampia del suo lavoro”.

Promossa dal Comune di Ulassai, l’esposizione è prodotta dalla Fondazione Stazione dell’Arte, con il supporto organizzativo di Comediarting e con la collaborazione di Arthemisia per la comunicazione e la promozione.

Il progetto è finanziato dall’Unione Europea attraverso NextGenerationEU, nell’ambito del PNRR | Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dedicato alla rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi.


Sedi espositive
Ulassai, CaMuC e Stazione dell’Arte
Via Garibaldi, 49, Ulassai (NU)

Date al pubblico
13 dicembre 2025 – 15 marzo 2026
Inaugurazione sabato 13 dicembre ore 11:00 Museo CaMuC

Orari di apertura
Martedì – Domenica: 09.30 – 13.30 / 14.30 – 18.30
Lunedì: Chiuso

Attività per il pubblico
Sono previste tutti i giorni visite guidate incluse nel biglietto d’ingresso, nei seguenti orari:
9:30 – 11:00 – 14:30 – 16:00
Le attività saranno condotte dalle guide della Stazione dell’arte.
Per informazioni e prenotazioni: stazionedellarte@tiscali.it
Percorsi speciali per le scuole su prenotazione

Info su orari e biglietti
stazionedellarte@tiscali.it

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Uffici stampa
Giuseppe Murru
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Ufficio stampa Arthemisia
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