Il tempo potrebbe essere un fenomeno emergente, derivato, persino illusorio della realtà

Una nuova linea di ricerca in fisica teorica mette in discussione uno dei pilastri più profondi della nostra esperienza: il tempo come elemento fondamentale della realtà. Non una provocazione filosofica, ma un cambiamento silenzioso nel modo di pensare l’universo.

Il tempo non è
una parte fondamentale della realtà?


Davide Rinaldi
Sezione Scienza e Cultura – Experiences

Per secoli il tempo è stato considerato una struttura di base del mondo: qualcosa che scorre, che ordina gli eventi, che separa il prima dal dopo. Dalla fisica classica alla vita quotidiana, tutto sembra confermare questa intuizione. Eppure, una parte crescente della fisica contemporanea sta avanzando un’ipotesi radicale: il tempo potrebbe non essere una componente fondamentale della realtà, ma un fenomeno emergente, derivato, persino illusorio.

Non si tratta di una speculazione astratta, ma di una conseguenza diretta dei tentativi più avanzati di comprendere la struttura profonda dell’universo.

Il problema del tempo nella fisica moderna
Il tempo occupa una posizione ambigua nella fisica. Nella meccanica newtoniana è assoluto, universale, identico ovunque. Con la relatività di Einstein diventa elastico, dipendente dal movimento e dalla gravità, ma resta comunque parte integrante del tessuto spazio-temporale.

Il problema nasce quando si tenta di unificare la relatività generale con la meccanica quantistica. In molte formulazioni della gravità quantistica, il tempo scompare dalle equazioni fondamentali. Non viene negato esplicitamente: semplicemente, non serve. Le leggi che descrivono il comportamento più profondo della realtà funzionano senza fare riferimento a un parametro temporale.

Questa assenza non è un dettaglio tecnico, ma una frattura concettuale.

Un universo senza “prima” e “dopo”
In alcuni modelli teorici, l’universo è descritto come un insieme di relazioni tra stati, non come una sequenza di eventi che si susseguono nel tempo. Ciò che percepiamo come evoluzione temporale emergerebbe solo a livello macroscopico, quando sistemi complessi – come cervelli, strumenti di misura, osservatori – iniziano a confrontare stati diversi.

Il tempo, in questa prospettiva, non sarebbe una proprietà dell’universo in sé, ma una modalità con cui lo descriviamo dall’interno.

Il tempo come fenomeno emergente
L’idea non è del tutto nuova. Già in altri ambiti della fisica si è scoperto che proprietà considerate fondamentali – come la temperatura – emergono solo a partire da comportamenti collettivi. Nessuna singola particella “ha” una temperatura: è il sistema nel suo insieme a mostrarla.

Allo stesso modo, il tempo potrebbe emergere da relazioni statistiche tra stati quantistici. Non esisterebbe al livello più profondo, ma apparirebbe quando l’universo viene osservato da sottosistemi che registrano cambiamenti e li ordinano.

Questa ipotesi consente di spiegare perché il tempo sembri scorrere in una sola direzione, nonostante le leggi fondamentali siano in gran parte reversibili.

La freccia del tempo e l’illusione dell’irreversibilità
Uno degli enigmi più noti della fisica è la cosiddetta “freccia del tempo”: perché ricordiamo il passato e non il futuro? Perché l’entropia aumenta? Se le leggi microscopiche sono simmetriche, da dove nasce l’irreversibilità?

Le teorie che eliminano il tempo fondamentale suggeriscono che la freccia temporale non sia una caratteristica dell’universo, ma del nostro punto di vista. Viviamo in uno stato a bassa entropia e interpretiamo il mondo a partire da lì. Il tempo non scorre: siamo noi a muoverci tra configurazioni possibili.

Conseguenze filosofiche e culturali
Se il tempo non è fondamentale, le implicazioni vanno ben oltre la fisica. Cambia il modo in cui pensiamo la causalità, la responsabilità, la memoria. La distinzione netta tra passato, presente e futuro perde solidità ontologica.

Questo non significa che il tempo “non esista” nella vita quotidiana. Significa che non è ciò che pensavamo fosse. Come il colore non esiste senza un osservatore, così il tempo potrebbe non esistere senza sistemi capaci di registrare differenze.

Una rivoluzione silenziosa
A differenza delle grandi rivoluzioni scientifiche del passato, questa trasformazione non arriva con un singolo esperimento o una teoria definitiva. È una rivoluzione lenta, diffusa, che emerge dal lavoro di molti gruppi di ricerca, da tentativi di risolvere problemi tecnici profondi.

Non c’è clamore, né certezze definitive. Ma l’idea che il tempo non sia una struttura fondamentale della realtà sta diventando sempre più difficile da ignorare.

Vivere in un mondo senza tempo
Paradossalmente, eliminare il tempo dalle fondamenta dell’universo non rende il mondo più freddo o astratto. Al contrario, restituisce centralità all’esperienza. Il tempo che viviamo – quello dell’attesa, della memoria, del cambiamento – non è meno reale perché emergente. È reale proprio perché vissuto.

La fisica, ancora una volta, ci costringe a distinguere tra ciò che è fondamentale e ciò che è significativo. E il tempo, forse, appartiene più alla seconda categoria che alla prima.


Redazione Experiences

Sarà anche luogo di incontro, apprendimento e confronto per pubblici diversi

Un progetto di grande respiro culturale affidato all’architetto britannico Sir David Chipperfield. Il Nobel Center sorgerà sul waterfront di Stoccolma e diventerà sede permanente delle attività legate al Premio Nobel, centro di mostre, conferenze e incontri interdisciplinari.
Una commistione tra architettura contemporanea e valori universali di scienza, letteratura e pace che ambisce a essere simbolo internazionale dell’impegno culturale.

Il futuro dei Nobel a Stoccolma
Il nuovo centro della conoscenza


Davide Rinaldi
Sezione Architettura e Cultura – Experiences

Il nuovo Nobel Center di Stoccolma, progettato dallo studio David Chipperfield Architects, si prepara a diventare uno dei più significativi spazi urbani e culturali dell’Europa del XXI secolo. Concezione architettonica e ambizione civile si intrecciano in un edificio che, oltre a ospitare attività espositive e programmatiche legate ai premi Nobel, vuol porsi come luogo di incontro, apprendimento e confronto per pubblici diversi, dalla comunità scientifica agli studenti, dai residenti ai visitatori internazionali.

Un centro permanente per i valori del Premio Nobel
Il progetto presentato pubblicamente il 15 gennaio 2026 definisce il Nobel Center non come un semplice museo, ma come un edificio aperto e permeabile, destinato ad accogliere ogni anno mostre temporanee, conferenze, workshop e attività pubbliche su temi che spaziano dalla ricerca scientifica alla letteratura, dalla pace alla responsabilità sociale. La sede permanente sarà anche un luogo dedicato alla memoria e all’eredità di Alfred Nobel e dei suoi laureati, con un’esposizione permanente inclusiva anche della prima presentazione pubblica del suo testamento autografo.

La costruzione, che si prevede comincerà nel 2027, dovrebbe concludersi nel 2031 e sarà situata sul lungomare di Stadsgårdskajen, nel quartiere di Slussen, punto di raccordo tra Södermalm e la Gamla stan, l’antica città di Stoccolma. La posizione, scelta dopo anni di discussioni sul sito originario, è integrata nel nuovo sviluppo urbano della città, che combina spazi pubblici, trasporti e trasformazioni paesaggistiche in un quadro coerente di rigenerazione.

Architettura e contesto urbano
L’edificio è pensato come una sequenza di quattro volumi interconnessi, volti a rispondere alla topografia del sito e alle dimensioni storiche delle architetture del centro cittadino. L’uso di mattoni riciclati e struttura in legno non è solo un elemento estetico, ma una scelta funzionale che richiama l’architettura tradizionale di Stoccolma e riduce l’impatto ambientale complessivo dell’opera. La facciata in mattoni rossi, infatti, trova risonanza nelle costruzioni civiche classiche della città, conferendo al grande edificio una sostanza materica e una dignità volumetrica in dialogo con il paesaggio urbano circostante.

Il piano terra è stato concepito come naturale prosecuzione dello spazio pubblico esterno, con ingressi accessibili da più lati e un grande spazio d’accoglienza che include aree di incontro, una caffetteria e un negozio. Le terrazze panoramiche offriranno viste sulla baia e sugli scorci storici di Stoccolma, creando punti di osservazione e socialità che rafforzano il rapporto tra edificio e città.

Una vicenda lunga, trait controversie e rilancio
La storia del Nobel Center ha attraversato periodi di incertezza. La prima idea di una sede permanente per la Nobel Foundation risale a un concorso internazionale vinto da Chipperfield nel 2014, ma il progetto originale, previsto sulla penisola di Blasieholmen, fu bloccato da giudici svedesi preoccupati per l’impatto sul contesto storico e paesaggistico. Dopo anni di dibattito, la Fondazione ha deciso di ripensare il progetto su un nuovo sito, con un design aggiornato che rispetta esigenze urbane, ambientali e funzionali.

La scelta di riprendere il progetto con Chipperfield non è casuale: l’architetto britannico è tra le voci più autorevoli dell’architettura contemporanea, con una carriera che combina rigore formale, attenzione ai materiali e sensibilità per il contesto storico. Premi come il Pritzker Architecture Prize, ricevuto nel 2023, testimoniano la sua influenza nel definire un linguaggio architettonico riconosciuto a livello globale.

Oltre il museo: un luogo di produzione culturale
Più che un semplice monumento alla memoria, il Nobel Center è pensato come un hub culturale vivo: spazi per eventi, incontri interdisciplinari e programmi educativi che intendono raggiungere pubblici diversificati e stimolare il dibattito su questioni attuali. In un tempo in cui la conoscenza e la capacità di confronto sono al centro delle sfide globali, la Fondazione Nobel cerca con questa sede di consolidare la propria missione sociale e culturale in una struttura aperta e dialogante con la città e il mondo.

La collocazione sul waterfront di Slussen, facilmente raggiungibile a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici, integra il progetto nel flusso quotidiano della vita urbana, favorendo una relazione costante tra spazio pubblico e contenuti culturali. Il Nobel Center, così pensato, non vuole essere isolato, ma parte integrante della dinamica cittadina, un luogo dove la cultura si produce, si condivide e si reinventa.

Con la sua combinazione di ambizione civile, scelte architettoniche attente e un ruolo culturale definito, il nuovo Nobel Center ambisce a trasformarsi in un simbolo internazionale della conoscenza, capace di incarnare i valori fondativi del Premio Nobel – scienza, letteratura e pace – in uno spazio pubblico contemporaneo, aperto e inclusivo.


Redazione Experiences

L’aperitivo futurista è proposto negli spazi del Museo Bagatti Valsecchi

Al Museo Bagatti Valsecchi di Milano il Futurismo torna a tavola. Un’esperienza che intreccia storia, provocazione e convivialità, riportando al centro la cucina come gesto culturale.

Quando l’aperitivo
diventa avanguardia futurista


Elena Conti
Caporedattrice – Experiences

L’aperitivo futurista proposto negli spazi del Museo Bagatti Valsecchi non è una semplice variazione sul tema dell’happy hour. È piuttosto un esperimento culturale che rimette in circolo un’idea radicale: il cibo come linguaggio, come atto creativo, come rottura delle abitudini. Un ritorno alle intuizioni di Filippo Tommaso Marinetti e dei futuristi italiani, che negli anni Trenta avevano trasformato la tavola in un campo di battaglia estetico e sensoriale.

In un contesto museale segnato dal dialogo tra Rinascimento e Ottocento, l’iniziativa assume un valore ulteriore: non ricostruzione filologica, ma reinterpretazione contemporanea di un gesto culturale che voleva scardinare il passato per immaginare il futuro.

La cucina futurista come progetto culturale
La cucina futurista nasce come provocazione totale. Contro la tradizione, contro il gusto codificato, contro l’idea stessa di pasto come rito rassicurante. Nel Manifesto della cucina futurista del 1930, Marinetti teorizzava piatti che abolivano la pasta, mescolavano sapori contrastanti, coinvolgevano tatto, olfatto, vista e perfino udito.

L’aperitivo proposto oggi riprende quello spirito senza indulgenze nostalgiche. Non si tratta di riprodurre fedelmente ricette storiche, ma di attualizzare l’idea di sperimentazione, traducendola in assaggi, combinazioni e presentazioni che sollecitano la curiosità più che il comfort.

Il Museo come spazio vivo
La scelta del Museo Bagatti Valsecchi non è neutra. Dimora storica nel cuore di Milano, il museo è da tempo impegnato in un dialogo tra patrimonio e contemporaneità. Inserire un’esperienza gastronomica futurista all’interno di queste sale significa spostare il museo da luogo di contemplazione a spazio di esperienza, in cui il pubblico non osserva soltanto, ma partecipa.

L’aperitivo si inserisce così in una linea culturale che usa il cibo come chiave di accesso a un racconto più ampio: quello delle avanguardie italiane, del loro rapporto con la modernità, con la città, con il corpo.

Gusto, ironia e provocazione
I sapori proposti giocano sull’inaspettato. Accostamenti netti, contrasti studiati, porzioni pensate come frammenti più che come piatti compiuti. Il Futurismo, del resto, rifiutava l’idea di sazietà come fine ultimo: ciò che contava era l’esperienza, lo shock sensoriale, l’ironia.

In questo senso, l’aperitivo futurista funziona quando riesce a mettere in discussione il gesto stesso dell’aperitivo, oggi spesso ridotto a rituale seriale e prevedibile. Qui, al contrario, il momento conviviale torna a essere racconto, gioco intellettuale, occasione di confronto.

Milano e le avanguardie, una relazione naturale
Che questa esperienza avvenga a Milano non è casuale. La città è stata uno dei laboratori privilegiati del Futurismo e continua a essere un terreno fertile per la contaminazione tra arti, design, moda e cucina. L’aperitivo futurista si inserisce in una tradizione urbana che vede nel cibo non solo consumo, ma segno culturale, capace di dialogare con la storia e con le trasformazioni del presente.

Il pubblico a cui l’iniziativa si rivolge non è quello della rievocazione storica, ma quello della curiosità colta: visitatori, appassionati, cittadini che cercano esperienze ibride, a metà tra intrattenimento e riflessione.

Tra memoria e sperimentazione
Rileggere oggi la cucina futurista significa anche misurarsi con i suoi limiti e le sue contraddizioni. Non tutto di quell’esperienza è trasferibile nel presente, ma il suo nucleo più vivo resta intatto: l’idea che il cibo possa essere atto creativo, politico, simbolico.

In questo senso, l’aperitivo futurista al Museo Bagatti Valsecchi non è un’operazione nostalgica, ma un invito a ripensare il rapporto tra cultura e quotidianità, tra museo e città, tra gusto e immaginazione.


Redazione Experiences

La sua storia attraversa il Novecento e arriva fino a noi come testimonianza di eleganza

Dalla Roma del dopoguerra alle capitali della moda internazionale, la storia di Valentino Garavani è il racconto di uno stile che ha attraversato il Novecento trasformando l’alta moda in linguaggio culturale e visione del mondo.

Valentino The Last Emperor

Marta Bellomi
Sezione Arte e Cultura – Experiences

Nel panorama della moda del secondo Novecento, poche figure hanno incarnato l’idea di eleganza con la stessa coerenza di Valentino Garavani. La sua carriera, lunga oltre mezzo secolo, non è soltanto una storia di successo creativo, ma un percorso che intreccia arte, artigianato, società e rappresentazione del potere. Valentino non ha mai inseguito il tempo: lo ha osservato, filtrato, spesso ignorato, costruendo uno stile riconoscibile e autonomo.

Le origini e la formazione europea
Nato a Voghera nel 1932, Valentino Garavani mostra fin da giovanissimo un’inclinazione naturale per il disegno e per l’eleganza formale. La sua formazione avviene a Parigi, allora capitale indiscussa dell’alta moda, dove studia alla École des Beaux-Arts e alla Chambre Syndicale de la Couture. È un passaggio decisivo: qui entra in contatto con la disciplina sartoriale francese, con il rigore del taglio e con l’idea della moda come costruzione architettonica del corpo.

L’esperienza negli atelier parigini gli consente di assimilare un metodo che resterà centrale nel suo lavoro: la precisione assoluta, la gerarchia dei gesti, il rispetto quasi rituale per il mestiere.

Il ritorno in Italia e la nascita della maison
Alla fine degli anni Cinquanta, Valentino rientra in Italia e apre il suo atelier a Roma. È una scelta controcorrente: Milano non è ancora il polo dominante della moda e Roma, con il suo mondo cinematografico e mondano, offre un palcoscenico diverso, più internazionale e meno industriale.

Il debutto ufficiale avviene nei primi anni Sessanta, quando le sue collezioni iniziano a distinguersi per una cifra stilistica chiara: linee pure, colori netti, un’idea di femminilità composta ma non rigida. È in questo periodo che nasce il celebre “rosso Valentino”, tonalità che diventerà un marchio identitario e simbolico, riconoscibile ben oltre le stagioni.

L’incontro con il mondo e la consacrazione internazionale
La consacrazione arriva nel 1962 con la sfilata a Firenze, allora cuore della moda italiana. Da quel momento, il nome Valentino entra stabilmente nel circuito internazionale. Le sue creazioni vestono attrici, aristocratiche, figure politiche, contribuendo a costruire un’immagine dell’Italia legata all’eleganza, al lusso colto, alla misura.

Valentino diventa rapidamente un riferimento per una clientela globale che cerca nella moda non la provocazione, ma una forma di rappresentazione sociale. I suoi abiti sono pensati per durare, per attraversare il tempo, per accompagnare momenti pubblici e privati con la stessa discrezione.

Uno stile fuori dalle mode
In un secolo segnato da rotture continue, Valentino rappresenta un caso singolare. Non aderisce alle avanguardie, non segue le oscillazioni più radicali del gusto. La sua forza sta nella continuità: un’idea di eleganza che si rinnova senza negarsi.

Questa coerenza non è immobilismo, ma scelta culturale. Valentino ha sempre considerato la moda come un’arte applicata, fondata sull’equilibrio e sulla proporzione. Anche quando il sistema moda accelera, lui mantiene un passo diverso, quasi classico, che diventa nel tempo il suo tratto distintivo.

Il rapporto con l’arte e con la bellezza
L’universo creativo di Valentino è profondamente intrecciato con l’arte. Collezionista raffinato, circondato da opere antiche e contemporanee, ha sempre concepito i suoi abiti come oggetti culturali, non semplici prodotti di consumo.

La bellezza, per Valentino, non è mai aggressiva. È una bellezza che rassicura, che ordina, che restituisce forma al caos. In questo senso, la sua moda dialoga più con la storia dell’arte che con le tendenze effimere.

Gli ultimi anni e il passaggio di testimone
Nel 2008 Valentino annuncia il ritiro dalle passerelle. È un addio misurato, coerente con il suo stile. La maison prosegue il suo percorso sotto nuove direzioni creative, ma il segno del fondatore resta evidente: nei codici cromatici, nella centralità dell’alta sartoria, nel rapporto con il tempo lungo della moda.

Il documentario Valentino: The Last Emperor contribuisce a fissare nell’immaginario collettivo l’immagine di uno stilista che ha fatto della disciplina e della dedizione una forma di vita.

Un’eredità culturale
Oggi Valentino Garavani è più di uno stilista: è una figura che incarna un’idea di civiltà dell’abito. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’obsolescenza programmata, la sua opera ricorda che la moda può ancora essere costruzione di senso, esercizio di misura, gesto culturale consapevole.

La sua storia attraversa il Novecento e arriva fino a noi come testimonianza di un’eleganza che non chiede di essere spiegata.


Redazione Experiences

Le nuove stazioni della Linea C di Roma trasformano il trasporto pubblico

Le nuove stazioni della Linea C di Roma trasformano il trasporto pubblico in un’esperienza urbana che intreccia archeologia, architettura e vita quotidiana. Un modello che interroga il rapporto tra infrastrutture e patrimonio.

A Roma la metropolitana diventa spazio culturale

Andrea Montesi
Sezione Architettura e Città – Experiences

Le nuove stazioni Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia della Linea C della metropolitana segnano un passaggio significativo nel modo in cui una grande città storica affronta il tema delle infrastrutture contemporanee. Non si tratta soltanto di nuove fermate, attese da anni, ma di spazi che ridefiniscono il concetto stesso di stazione: luoghi di transito che diventano anche luoghi di conoscenza, capaci di mettere in relazione mobilità urbana e stratificazione storica.

In una città come Roma, ogni intervento sotterraneo implica un confronto diretto con il passato. La novità, questa volta, non sta nella scoperta archeologica – evento quasi inevitabile – ma nella scelta di integrare stabilmente quei ritrovamenti nel progetto urbano, rendendoli accessibili e leggibili all’interno di uno spazio pubblico in uso quotidiano.

Un’infrastruttura che racconta la città
Le due stazioni si collocano in aree di altissimo valore simbolico e storico. Colosseo/Fori Imperiali si inserisce nel cuore del paesaggio monumentale romano, mentre Porta Metronia intercetta un quadrante meno turistico ma altrettanto denso di stratificazioni. In entrambi i casi, l’architettura contemporanea non tenta di mimetizzarsi né di sovrastare il contesto, ma costruisce un dialogo diretto con le evidenze emerse durante gli scavi.

Il percorso del viaggiatore è pensato come una sequenza continua, in cui scale, passerelle e affacci consentono di osservare strutture murarie, resti di edifici antichi, tracce di diverse epoche storiche. La fruizione non richiede un tempo separato: l’archeologia accompagna il gesto quotidiano del muoversi in città.

Colosseo/Fori Imperiali: attraversare duemila anni di storia
Nella stazione Colosseo/Fori Imperiali, il tema della stratificazione è reso evidente dalla presenza di strutture che coprono un arco temporale amplissimo, dall’età romana al medioevo. I reperti non sono isolati in spazi museali tradizionali, ma inseriti lungo il percorso di accesso alle banchine, visibili durante l’attesa o il transito.

Questa scelta progettuale evita l’effetto spettacolare e privilegia una relazione sobria, quasi naturale, tra infrastruttura e testimonianze storiche. La stazione diventa così un luogo in cui il passato non è celebrato, ma normalizzato, restituito come parte integrante del presente urbano.

Porta Metronia: la profondità come esperienza
Ancora più esplicito è l’impianto della stazione di Porta Metronia, sviluppata su più livelli e concepita come un vero e proprio spazio narrativo sotterraneo. Qui i resti di un accampamento romano del II secolo d.C., insieme a mosaici e strutture murarie, sono leggibili attraverso un sistema di affacci e percorsi che accompagna il viaggiatore in profondità.

L’effetto non è quello di un museo sotterraneo, ma di un ambiente urbano complesso, in cui la dimensione archeologica convive con la funzione infrastrutturale senza gerarchie forzate. La stazione diventa un luogo di sosta e osservazione, oltre che di passaggio.

Dati di affluenza e risposta del pubblico
Nei primi mesi di apertura, le due stazioni hanno registrato un’affluenza superiore alle attese, con oltre un milione di accessi complessivi. Un dato che non riguarda solo l’utilizzo del servizio di trasporto, ma segnala un fenomeno nuovo: una parte dei visitatori accede agli spazi anche per semplice interesse culturale.

Questo comportamento suggerisce che le stazioni siano percepite come luoghi urbani autonomi, capaci di attrarre cittadini e turisti al di là della loro funzione primaria. Un elemento che rafforza l’idea di un’infrastruttura pensata non solo per muovere persone, ma per costruire relazione con la città.

Il contesto europeo e il caso romano
Negli ultimi anni, diverse città europee hanno sperimentato forme di integrazione tra metropolitana e patrimonio culturale. Le stazioni dell’arte di Napoli, i percorsi archeologici visibili nella metropolitana di Atene, i grandi progetti infrastrutturali del Grand Paris Express testimoniano una tendenza diffusa a ripensare il ruolo dello spazio pubblico sotterraneo.

Roma, tuttavia, introduce una specificità evidente. Qui l’archeologia non è un elemento tematico, ma una condizione strutturale. La Linea C dimostra che anche in un contesto estremamente complesso è possibile superare la logica dell’emergenza continua e costruire un progetto coerente, in cui tutela e trasformazione non si escludono a vicenda.

Una scelta politica prima che architettonica
Integrare i reperti archeologici all’interno delle stazioni ha comportato tempi lunghi, costi elevati e un coordinamento costante tra discipline diverse. Ma il risultato finale è frutto soprattutto di una scelta culturale e politica: considerare la qualità dello spazio pubblico come parte integrante dell’infrastruttura.

In questo senso, le nuove stazioni della Linea C non sono solo opere tecniche, ma dispositivi urbani che affermano un’idea precisa di città: una città che non separa la vita quotidiana dalla propria storia, ma le tiene in dialogo continuo.

Muoversi e comprendere
Per chi utilizza la metropolitana ogni giorno, l’esperienza cambia in modo sottile ma significativo. L’attesa diventa occasione di osservazione, il percorso si carica di senso. Senza didascalie invasive o narrazioni forzate, la città si racconta attraverso le proprie tracce materiali.

È un modello che invita a riflettere sul futuro delle infrastrutture pubbliche nelle città storiche: non solo strumenti di efficienza, ma spazi capaci di produrre consapevolezza e qualità urbana.


Redazione Experiences

Questa esperienza professionale è parte della storia della comunicazione culturale italiana

Quarant’anni di lavoro raccontano molto più di una carriera individuale: raccontano la nascita di un mestiere, l’evoluzione di un linguaggio, la costruzione di un modo di stare nel sistema dell’arte. La storia di Studio Esseci è anche la storia di come la comunicazione culturale italiana abbia imparato a darsi una forma, una disciplina e una responsabilità.

Come è nato Studio Esseci ?
Un ufficio stampa culturale di primo piano

di Guido Raineri

Vicedirettore – Experiences

Un mestiere che non c’era

Quando tutto comincia, a metà degli anni Ottanta, l’ufficio stampa culturale è un soggetto vago, spesso accessorio. Più vicino alle pubbliche relazioni che al lavoro giornalistico vero e proprio, affidato talvolta a mediazioni informali, a conoscenze salottiere, a una gestione poco strutturata delle informazioni. È in questo contesto che prende forma l’esperienza di Studio Esseci, uno studio che nasce lontano dai grandi centri decisionali e che proprio per questo è costretto, fin dall’inizio, a inventare un metodo.

Il suo fondatore, Sergio Campagnolo, non arriva da un percorso lineare. Appassionato di giardinaggio, gatti neri e viaggi, il giovane inizia gli studi di medicina, collabora con alcuni quotidiani, vive in un collegio universitario all’interno dell’Abbazia di Santa Giustina a Padova. È lì che, quasi per caso, gli viene chiesto di occuparsi dell’ufficio stampa di una mostra. Non sa esattamente in cosa consista quel ruolo, ma accetta. Funziona. Da quell’esperienza nasce una scelta che cambia tutto: abbandonare una strada già tracciata come medicina per costruirne una nuova, senza modelli consolidati a cui fare riferimento.

Dalla provincia al sistema nazionale

La prima intuizione è semplice e radicale: l’ufficio stampa non può limitarsi a “promuovere”, deve informare. Deve conoscere i contenuti, capire i progetti espositivi, saperli raccontare senza sovrapporsi al lavoro critico ma rendendolo possibile. È un lavoro che richiede studio, tempo, presenza fisica. Visitare le mostre, parlare con i curatori, conoscere gli artisti, costruire un rapporto di fiducia con i giornalisti.

Negli anni, Studio Esseci cresce seguendo questa linea. Non punta sull’espansione rapida, ma sulla continuità. Dalla sede di Padova riesce progressivamente a lavorare su tutto il territorio nazionale, costruendo una rete che copre quasi ogni regione italiana. Un risultato tutt’altro che scontato per uno studio indipendente, fuori dai grandi circuiti della comunicazione istituzionale.

Il dato numerico – oltre milleduecento mostre seguite in quarant’anni – conta, eccome, ma fino a un certo punto. Più rilevante è il tipo di incarichi affrontati: grandi eventi, rassegne di ricerca, progetti territoriali, iniziative di respiro internazionale. Dalla gestione della comunicazione per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia fino al lavoro per TEFAF a Maastricht e New York, Studio Esseci dimostra che anche uno studio “di provincia” può diventare un interlocutore stabile del sistema culturale globale.

Uno stile, prima ancora di un servizio

Col tempo emerge un tratto distintivo: uno stile. Non un marchio riconoscibile in senso grafico, ma un modo di lavorare. I comunicati sono pensati per essere strumenti di lavoro, non testi promozionali. Le conferenze stampa diventano occasioni di confronto, non semplici passerelle. Il rapporto con i giornalisti si fonda sulla stima reciproca e sulla correttezza delle informazioni.

Non è un caso che una parte consistente degli incarichi arrivi proprio su segnalazione dei giornalisti stessi. È forse questo uno degli indicatori più chiari del ruolo svolto da Studio Esseci: essere percepiti come mediatori affidabili, capaci di rispettare il lavoro di chi scrive e di chi crea.

Dietro questo approccio c’è una formazione trasversale. Dopo aver lasciato medicina, Campagnolo si laurea in sociologia e in discipline dello spettacolo, accumulando esperienze che vanno dalla comunicazione scientifica al sociale, dal mondo industriale alla cultura. Tutto confluisce in un mestiere che, negli anni, diventa sempre più complesso e stratificato.

Il tempo del web e le nuove responsabilità

Con l’avvento del digitale, il lavoro dell’ufficio stampa cambia profondamente. La velocità dell’informazione aumenta, i canali si moltiplicano, il rischio di semplificazione cresce. Studio Esseci attraversa questa trasformazione senza rinnegare il proprio metodo, ma adattandolo. Il web diventa uno strumento inevitabile, non un fine. La qualità delle informazioni resta centrale.

È qui che emerge una distinzione netta: l’ufficio stampa è, per sua natura, “di parte”, chiamato a valorizzare un progetto. Ma proprio per questo ha il dovere di essere preciso, trasparente, documentato. Il compito della critica resta un altro, e la separazione dei ruoli va preservata. È una visione etica del mestiere, maturata sul campo e mai sbandierata come principio astratto.

Il passaggio di testimone

Dopo quarant’anni, arriva il momento di fermarsi. Campagnolo lascia lo studio a una squadra che ha lavorato con lui a lungo, condividendone metodo e visione. La direzione passa a Roberta Barbaro e Simone Raddi, affiancati da Elisa ed Elisabetta, in un passaggio che non segna una cesura ma un’evoluzione.

L’idea è chiara: chi subentra deve interpretare i cambiamenti. Le nuove generazioni hanno strumenti diversi, uno sguardo diverso, e proprio per questo possono portare Studio Esseci oltre la sua prima forma, mantenendone l’impianto etico e professionale.

Un’eredità che resta

Raccontare come nasce un ufficio stampa culturale significa, in fondo, raccontare come si costruisce un mestiere. Studio Esseci non nasce da un piano industriale, ma da una serie di scelte coerenti nel tempo: studiare, ascoltare, rispettare i ruoli, investire nelle relazioni umane prima che nelle strategie di visibilità.

Il bilancio non è solo professionale. È umano. È la consapevolezza di aver contribuito a dare forma a un settore, di aver aperto strade, di aver dimostrato che anche lontano dai riflettori si può incidere in modo duraturo. Il resto – nuovi progetti, nuovi percorsi personali – appartiene al tempo che viene.

Lo studio continua. Il metodo resta. E questa, forse, è la misura più concreta di un’eredità riuscita.


Redazione Experiences

Palazzo Bonaparte, Roma: “HOKUSAI. Il grande maestro dell’arte giapponese”

A Palazzo Bonaparte arriva per la prima volta una grande mostra dedicata ad HOKUSAI, il più grande artista giapponese di ogni tempo. Katsushika Hokusai (1760-1849), con la sua potenza visiva e le sue notissime opere quali la “Grande Onda”, le vedute del Monte Fuji e i Manga, ha influenzato tutta l’arte occidentale a partire da Monet, Van Gogh e tutti gli Impressionisti, ed è una delle figure più rilevanti nella storia dell’arte universale. La mostra, con oltre 200 opere, ripercorre l’intero arco creativo dell’artista, dalle opere legate alla tradizione fino alle serie più rivoluzionarie, attraversando paesaggi iconici, capolavori immortali e tesori rarissimi.

“HOKUSAI.
Il grande maestro dell’arte giapponese”


27 marzo – 29 giugno 2026
Palazzo Bonaparte, Roma

A Roma, a partire dal 27 marzo 2026 Palazzo Bonaparte ospiterà una mostra di eccezionale rilevanza: la più grande mostra mai dedicata in Italia a Katsushika Hokusai (1760–1849), il più importante artista giapponese, figura chiave della cultura visiva universale.

Hokusai è il principale protagonista della produzione artistica del periodo Edo (1603–1863), quella magnifica stagione compresa tra il 1603 e il 1868 che vede la maggiore fioritura della cultura del “Mondo fluttuante”, l’Ukiyo-e, creando nuovi valori per l’arte classica giapponese.
Pittore e incisore prolifico e immaginifico, Hokusai è conosciuto in tutto il mondo soprattutto per le sue stampe Ukiyo-e dove la natura, il movimento dell’acqua, il paesaggio, le figure femminili e la vita del popolo giapponese diventano protagonisti di una visione poetica e sorprendentemente moderna.

La mostra ripercorre il percorso creativo di Hokusai, dalle opere legate alla tradizione quali Le cinquantatré stazioni del Tōkaidō, passando attraverso tutti i suoi capolavori quali la Grande Onda presso Kanagawa e le Trentasei Vedute del Monte Fuji, fino alle opere più rivoluzionarie quali i celebri Manga e altri album illustrati a motivi decorativi.

Sono oltre 200 le opere esposte, provenienti dalla prestigiosa collezione del Museo Nazionale di Cracovia,  molto noto in Giappone, che presta eccezionalmente per la prima volta le sue opere in Italia e che, per la prima volta al mondo, presenta a Palazzo Bonaparte di Roma la prima grande monografica su Hokusai al di fuori della Polonia.
Oltre alle magnifiche opere di Hokusai, la mostra presenta libri rarissimi e preziosi oggetti giapponesi, tra cui laccature, smalti cloisonné, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a esempi di strumenti musicali classici. I costumi tradizionali – kimono, giacche haori e fasce obi – accompagnano visivamente il racconto, creando un dialogo continuo tra arte, vita quotidiana e spiritualità.

Le sale di Palazzo Bonaparte, immerse nell’eleganza senza tempo del Giappone, restituiranno tutta la forza innovativa di un artista che ha profondamente influenzato l’immaginario occidentale, ispirando Monet, Van Gogh e l’intero movimento impressionista, o persino compositori come Claude Debussy, definendo un modello visivo e musicale riconosciuto in tutto il mondo.
Hokusai è stato ed è ancora oggi un ponte tra il mondo orientale e quello occidentale, l’artista che più di ogni altro ha consentito un dialogo culturale profondo e duraturo tra due tradizioni artistiche che continuano a influenzarsi e arricchirsi reciprocamente.

È per questo motivo che è stato scelto per rappresentare l’evento culturale più rilevante del 160esimo anniversario dellerelazioni diplomatiche tra Italia e Giappone.

Promossa dal Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata della Repubblica di Polonia in Roma, dell’Ambasciata del Giappone in Italia, della Regione Lazio e del Comune di Roma – Assessorato alla Cultura, la mostra – curata da Beata Romanowicz – è realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale di Cracovia, ed è prodotta e organizzata da Arthemisia.

Main partner dell’esposizione è la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, con Fondazione Cultura e Arte e Poema.

La mostra vede come sponsor Generali Valore Cultura, mobility partnerAtac e Frecciarossa Treno Ufficialeradio partnerDimensione Suono Soft e sponsor tecnicoFerrari Trento.
Il catalogo è edito da Moebius.


Ufficio Stampa Arthemisia
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Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>

Al Roverella da febbraio 2026, Zandomeneghi e Degas 

Palazzo Roverella presenta una grande mostra che mette in dialogo, per la prima volta in maniera organica, un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917) ed Edgar Degas (Parigi 1834 – 1917). L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, ricostruisce il rapporto intenso – talvolta spigoloso, sempre fecondo – che unì i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina. Il percorso espositivo illumina affinità, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno ed è reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualità, provenienti da importanti musei e collezioni.

ZANDOMENEGHI E DEGAS
Impressionismo tra Firenze e Parigi
Rovigo, Palazzo Roverella
27 febbraio – 28 giugno 2026

L’esposizione è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale.

La storiografia dell’epoca descrive Zandomeneghi e Degas come due personalità dal carattere non facile, ma accomunate da una profonda stima reciproca. Degas fu per Zandò un maestro e un mentore e il pittore italiano definiva il collega “l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra”, mentre Degas lo chiamava, con leggero sarcasmo affettuoso, “le vénetien”, alludendo all’orgoglio con cui il collega difendeva la propria identità italiana all’interno dell’ambiente impressionista. La mostra indaga in modo puntuale gli scambi, le influenze e gli arricchimenti che, in questo confronto costante, alimentarono l’opera di entrambi.

Il racconto prende avvio a Firenze, città in cui i due artisti – seppur in momenti diversi – maturarono parte della loro formazione. Degas vi giunse nel 1858 e trovò nel Caffè Michelangelo un luogo di dialogo creativo con i giovani pittori toscani. Qui approfondì lo studio della pittura rinascimentale e affinò il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della “macchia”, come Vincenzo Cabianca.

Il soggiorno fiorentino portò Degas verso una pittura attenta alla vita contemporanea, e fu in questo contesto che prese forma il suo capolavoro giovanile, La famiglia Bellelli: proviene dal museo Ordrupgaard di Copenaghen il prezioso quadro preparatorio, per la prima volta esposto in Italia, evento davvero straordinario anche per la delicatezza della tecnica a pastello che ne ha fin qui sempre scoraggiato il prestito. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito eccellente del Musée d’Orsay, trovano spazio confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori, e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.

La seconda sezione mette al centro gli anni italiani di Zandomeneghi, profondamente legato a figure come Giuseppe Abbati – di cui viene esposto il restaurato Monaco al coro (Museo e Real Bosco di Capodimonte) – e lo stesso Cabianca, rappresentato con studi di ciociare strettamente connessi al dipinto dei poveri che mangiano la zuppa sulla scalinata di una chiesa romana. È questo infatti il periodo in cui Zandò realizza l’opera che Manet ammirò a Brera: una testimonianza dell’energia creativa che precede la sua definitiva svolta parigina.

La mostra segue poi la conversione di Zandomeneghi all’impressionismo, avvenuta dopo il trasferimento a Parigi. Opere come A letto (Gallerie degli Uffizi – Palazzo Pitti) e Le Moulin de la Galette (courtesy Fondazione Enrico Piceni) mostrano un artista che assimila suggerimenti della modernità visiva di Degas – la spontaneità dell’attimo, l’impianto tagliente dell’inquadratura, la gestualità sospesa – ma li rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana. Centrale, in questa fase, il confronto con dipinti come Dans un café di Degas (Musée d’Orsay), celebre rappresentazione della bevitrice d’assenzio.

Entrato nel vivace ambiente del Caffè Nouvelle Athènes, Zandomeneghi si ritrova parte di un gruppo affiatato di artisti e intellettuali: Mary Cassatt, Forain, Rouart, Tillot, Madame Bracquemond, Raffaelli. Nel 1878 lo raggiunge l’amico critico Diego Martelli, che favorisce nuovi scambi con Degas, Duranty e Pissarro. L’anno successivo, Zandò espone alla quarta mostra impressionista, in avenue de l’Opéra, dove Martelli viene ritratto sia da Degas sia dallo stesso Zandomeneghi.

Gli anni Ottanta, illustrati nella quarta sezione, segnano una stagione di piena maturità per l’artista veneziano. Opere come Mère et filleIl dottoreLe madriVisita in camerinoAl caffè Nouvelle Athènes testimoniano una partecipazione convinta al percorso impressionista, pur in dialogo costante con una ricerca personale. In mostra queste opere si confrontano con lavori di Degas quali Lezione di danza e con la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, proveniente dall’Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, prestito eccezionale che sarà accompagnato da un saggio in catalogo (Silvana Editoriale) relativo al recente restauro cui l’opera è stata sottoposta.

Il percorso si chiude con l’anno 1886, ultima collettiva del gruppo impressionista, che segna una svolta: Zandomeneghi, pur rimanendo vicino ai compagni di stagione, evolve verso una sintesi più autonoma. La morbidezza della forma, la compostezza classica e un nuovo equilibrio narrativo caratterizzano dipinti come Sul divanoIl giubbetto rossoLa conversationLa tasse de théBambina dai capelli rossiFanciulla in azzurro di spalle e Hommage à Toulouse-Lautrec. È l’esito di un percorso personale e coerente, che offre una lettura limpida e al tempo stesso sorprendente del contributo italiano alla modernità europea.

Questa mostra non solo illumina un rapporto artistico di straordinaria vitalità, ma restituisce la complessità di un’epoca in cui Firenze e Parigi, la tradizione e l’avanguardia, la macchia e l’impressione, dialogavano in un intreccio serrato che continua a parlarci con forza.


Info:
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Fondazione Cariparo
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Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Venezia, Museo Fortuny: inaugura oggi “Antonio Scaccabarozzi. Diafanés”

La mostra Antonio Scaccabarozzi. Diafanés al Museo Fortuny propone un intervento site-specific che mette in dialogo la ricerca pittorica analitica e concettuale di Scaccabarozzi con l’eredità di Mariano Fortuny, attraverso il tema della trasparenza come principio percettivo e conoscitivo. Le opere, spesso realizzate su polietilene e pensate come membrane diafane nello spazio, trasformano la pittura in esperienza fisica e sensoriale, coinvolgendo architettura e visitatore. Il progetto restituisce in modo inedito il legame dell’artista con Venezia e afferma il museo come luogo di sperimentazione tra memoria storica e contemporaneità.

ANTONIO SCACCABAROZZI.
DIAFANÉS
Museo Fortuny, Venezia
28 gennaio – 6 aprile 2026

A cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina

In collaborazione con Galleria Clivio e Archivio Antonio Scaccabarozzi

La mostra propone un intervento dedicato a una delle ricerche più rigorose e singolari dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, mettendo in relazione l’opera di Antonio Scaccabarozzi (1936–2008) con la figura e l’eredità di Mariano Fortuny. Il confronto, condotto per affinità strutturali più che per analogie formali, indaga una concezione condivisa dell’opera come spazio di attraversamento e di esperienza.

Conosciuto soprattutto per le ricerche pittoriche degli anni Settanta, in cui la componente del calcolo aritmetico si associa a cromie e dimensioni, Scaccabarozzi elabora un linguaggio visuale inedito che trova espressione in membrane traslucide e trasparenti — fogli di acetato o polietilene — capaci di creare luoghi di esplorazione. Opere che indagano le relazioni tra architettura, osservatore e lavoro artistico, esercitando un’influenza duratura su generazioni di artisti contemporanei.

Visionario inventore di tecniche destinate a rivoluzionare il rapporto tra paesaggio e corpo, tra antico e contemporaneo, Mariano Fortuny è riconosciuto per aver progettato forme straordinarie, come la plissettatura, mutando radicalmente l’idea stessa dell’abito. Entrambi possono essere considerati tessitori colti e attentissimi di opere diafane, affidate allo sguardo e all’esperienza del pubblico con la richiesta implicita di essere scrutate e attraversate, di essere viste attraverso le loro stratificazioni, in una contemplazione carica di poesia.

Il titolo Diafanés rimanda alla qualità dei corpi che si lasciano attraversare dalla luce e offre una chiave di lettura trasversale del progetto. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso circa venti opere, comprendendo due interventi in dialogo diretto con le collezioni permanenti del museo. Completano la mostra una sezione dedicata al rapporto tra la ricerca di Scaccabarozzi e il design contemporaneo, con una creazione della stilista Maria Calderara, e un progetto inclusivo rivolto a persone ipo e non vedenti, realizzato dall’Archivio Antonio Scaccabarozzi in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi di Milano. Il progetto è affiancato da attività di mediazione e da un public program interdisciplinare.

La mostra assume un ruolo inedito nel contesto veneziano per il legame storico dell’artista con la città: Scaccabarozzi fu rappresentato dalla Galleria del Cavallino, in dialogo con il milieu intellettuale del secondo dopoguerra. Oggi è protagonista, per la prima volta, di una mostra capace di restituire in modo organico la relazione tra la sua opera e Venezia. Le atmosfere acquoree e climatiche della città trovano una profonda risonanza nelle sue opere, caratterizzate da stratificazioni diafane, leggere e mutevoli, che indagano i gradi del visibile, la percezione e il rapporto tra individuo, ambiente e temporalità.

Esponente di una ricerca pittorica analitica e concettuale, Antonio Scaccabarozzi ha sviluppato in oltre quarant’anni di attività un linguaggio coerente e radicale, volto ad analizzare i fondamenti del visivo attraverso un’indagine fenomenologica e matematica del colore nello spazio dell’accadimento pittorico. Dopo le esperienze di area neo-concreta e programmata degli anni Sessanta e le ricerche analitiche degli anni Settanta, l’artista giunge a una piena maturità espressiva in un lavoro insieme concettuale e lirico, in cui il dipingere si configura come un confronto continuo tra misura e libertà, progetto e aleatorietà, calcolo ed emozione.

A partire dagli anni Ottanta, i cicli Quantità libere, Polietileni, Banchise ed Ekleipsis segnano un passaggio decisivo nella sua ricerca. L’adozione del foglio di polietilene come medium privilegiato trasforma la superficie pittorica in una membrana diafana, versatile ed eterea: non più semplice supporto, ma campo operativo in cui la pittura si ridefinisce come evento, processo e relazione nello spazio. Tagliato, piegato, stratificato, sagomato o lasciato floscio, il polietilene diventa opera autonoma, affrontando a un nuovo livello il problema della visione e del suo limite, del recto e verso della pittura, della sua estensione ambientale.

Come affermava lo stesso artista: «L’idea è di porre l’opera nella zona-limite di forze contrapposte, dove la tensione che si instaura fra la configurazione dell’oggetto e lo sguardo che l’oltrepassa carica questa idea di vitalità». In questa prospettiva, le opere esposte — sospese o adagiate nello spazio — instaurano una relazione attiva con l’architettura di Palazzo Fortuny e con il corpo del visitatore, chiamato a un’esperienza del vedere che si costruisce con l’attraversamento, lo spostamento e la durata.

Con Antonio Scaccabarozzi. Diafanés, il Museo Fortuny si conferma come luogo di ricerca e sperimentazione, offrendo al pubblico un percorso immersivo in cui memoria storica contemporanea dialogano, sollecitando una riflessione sui limiti e sulle potenzialità della percezione visiva.


Museo Fortuny
San Marco 3958
30124   Venezia
Tel. +39 041 5200995
fortuny.visitmuve.it

Facebook palazzofortunyVE
Instagram palazzofortuny_venezia
Twitter visitmuve_it

con il supporto di
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Roberta Barbaro roberta@studioesseci.net
Simone Raddi simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Il bianco e nero come misura del tempo

Novant’anni di fotografia tra rigore, sperimentazione e memoria. Dal Futurismo alle ricerche concettuali, dal Neorealismo al dialogo con i grandi maestri internazionali: Il bianco e nero è il secondo capitolo di I tempi dello sguardo, il progetto espositivo che ripercorre novant’anni di fotografia italiana. In scena a Milano, un percorso ampio e meditato che invita a rallentare e a guardare.

Il bianco e nero come misura del tempo

di Giulio Rinaldi
Commentatore – Experiences

MILANO | THE POOL NYC
16 GENNAIO | 28 FEBBRAIO 2026

A PALAZZO FAGNANI RONZONI: IL BIANCO E NERO

Un progetto che interroga lo sguardo
Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, The Pool NYC presenta a Palazzo Fagnani Ronzoni il secondo atto di I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti. Dopo l’episodio dedicato al colore, la rassegna sceglie il bianco e nero come terreno di confronto: non una nostalgia, ma una grammatica essenziale che attraversa epoche e linguaggi. Ottanta fotografie, ventotto autori italiani e internazionali, un arco storico che va dalle avanguardie al secondo Novecento, fino alle soglie del contemporaneo. I dati sono chiari; l’ambizione, altrettanto.

Dal Futurismo al Neorealismo: quando la forma diventa tempo
Il percorso prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, dove la fotografia sperimenta velocità e scomposizione come se l’immagine potesse trattenere l’energia del mondo moderno. Subito dopo, il Neorealismo di Alfredo Camisa riporta lo sguardo sulla realtà sociale, con un’idea di fotografia che è testimonianza e responsabilità. In mezzo, le prime ricerche formali di Mario De Biasi, che già anticipano una tensione tra cronaca e costruzione dell’immagine.

Giacomelli e Biasiucci: il bianco e nero come incisione
Due capitoli centrali segnano il cuore della mostra. Mario Giacomelli riduce colline e campi marchigiani a segni grafici: il paesaggio diventa una superficie incisa, come se la fotografia si facesse stampa. Antonio Biasiucci scava invece nella memoria del Sud, tra riti, oggetti e tracce della cultura contadina. Qui il bianco e nero è materia morale: luce e ombra come domande sull’identità collettiva, più che come risposte.

Dal quotidiano all’idea: l’immagine che pensa
In questa traiettoria si inserisce Franco Vaccari, che trasforma il banale in significativo e anticipa molte riflessioni sull’arte partecipativa e sulla fotografia come documento. Accanto a lui, Mario Cresci lavora sulla memoria e sull’identità, traducendo paesaggi e interni popolari in immagini sospese tra tradizione e mutamento. Luigi Erba procede per ripetizione e variazione: griglie sottili, segni minimi, uno spazio che si sfalda e rimanda a un reale ormai distante.

Il dialogo internazionale
La mostra non si chiude entro confini nazionali. Il confronto con autori come Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna e William Klein chiarisce un punto decisivo: il bianco e nero non è una scelta locale, ma una lingua comune, capace di tenere insieme rigore formale, ironia, astrazione e racconto del reale. È qui che la fotografia italiana mostra la propria statura internazionale, senza complessi né provincialismi.

Il tempo ritrovato della visione
Il titolo I tempi dello sguardo allude a una doppia urgenza. Da un lato, riconoscere come alcuni artisti abbiano segnato “un tempo” storico con il loro modo di vedere; dall’altro, sottrarsi all’eccesso di immagini del presente per recuperare una visione lenta, consapevole. Non è un caso che il progetto guardi anche all’esperienza di Viaggio in Italia, ideata da Luigi Ghirri: una fotografia che non consuma il mondo, ma lo interroga.

Una mostra come spazio pubblico
Durante il periodo di apertura, Palazzo Fagnani Ronzoni ospita incontri, talk, presentazioni di libri e serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia. La mostra diventa così un luogo di confronto, non un semplice contenitore. Ingresso libero, orari ampi: una scelta che ribadisce la vocazione pubblica del progetto.


Dati essenziali
Il bianco e nero
16 gennaio – 28 febbraio 2026
Milano, The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni, via Santa Maria Fulcorina 20
Inaugurazione: 15 gennaio 2026, ore 18.30
Orari: martedì–sabato 11.00–13.00 / 15.00–19.00
Ingresso libero

Artisti: Antonio Biasiucci, Alfredo Camisa, Giuseppe Cavalli, Franco Chiavacci, Mario Cresci, Mario De Biasi, Patrizia Della Porta, Renato Di Bosso, Mario Dondero, Luigi Erba, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Pino Musi, Enzo Obiso, Franco Vaccari, Luigi Veronesi, Egon Egone, Elliot Erwitt, Ralph Gibson, Arthur Gerlach, Jan Groover, Lucien Hervé, Horst P. Horst, Kennet Josephson, Michael Kenna, William Klein, Joost Schmidt, John Stewart, Silvio Wolf, Willy Zielke.


Orari: da martedì a sabato, 11.oo-13.00 – 15.00 – 19.00.
Ingresso libero
Informazioni: info@thepoolnewyorkcity.com
                        www.thepoolnewyorkcity.com
IG: @thepoolnyc
 
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