Alla Fondazione Magnani-Rocca “Il Simbolismo in Italia”

Bellezza, mistero, ossessione. Una delle più grandi mostre mai dedicate al Simbolismo italiano. Più di 140 opere — dipinti, sculture, incisioni — rivelano al grande pubblico la stagione più visionaria dell’arte italiana tra Otto e Novecento: un capitolo che si sviluppò in dialogo serrato con una tendenza internazionale che muoveva da varie declinazioni del preraffaellismo e da una cultura francese e mitteleuropea che aveva in Gustave Moreau e Arnold Böcklin alcuni dei suoi principali riferimenti. Eppure la via italiana al Simbolismo seppe elaborare una propria fisionomia, riconoscibile nella convergenza tra istanze spirituali e la costante riflessione sul mito e sul paesaggio capace di tenere insieme tradizione e modernità.

Il Simbolismo in Italia
Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915
Fondazione Magnani-Rocca
Mamiano di Traversetolo – Parma
14 marzo – 28 giugno 2026

La natura come organismo vivente, il mito come esperienza perturbante, la figura femminile come presenza ambivalente, il paesaggio come spazio dell’interiorità, il segno grafico come veicolo dell’invisibile: sono i nuclei tematici delle sette sezioni della mostra, concepite per restituire tutta la complessità e l’ampiezza dell’immaginario simbolista italiano.

Nella celebre Villa dei Capolavori, una delle più importanti istituzioni artistiche italiane, sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo presso Parma, a pochi passi dalle sale che ospitano opere capitali di Monet, Renoir, Cézanne, Tiziano, Dürer, Goya, Canova, Morandi, Burri, dal 14 marzo al 28 giugno 2026 viene finalmente ricostruita la mappa di un movimento che trasformò il sogno, il mito e il mistero in linguaggio pittorico.

La mostra Il Simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915, curata da Francesco Parisi e Stefano Roffi, compie un’operazione critica necessaria: distingue gli artisti che elaborarono consapevolmente un lessico simbolista da quelli che aderirono occasionalmente a mode iconografiche. Ne emerge la ricostruzione filologica di un linguaggio autonomo, sviluppato in dialogo serrato con le ricerche europee ma dotato di caratteri propri.

Tra gli artisti in mostra: Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Gaetano Previati, Arnold Böcklin, Edward Burne-Jones, Franz von Stuck, Max Klinger, Domenico Morelli, Giulio Aristide Sartorio, Galileo Chini, Luigi Russolo, Leonardo Bistolfi, Adolfo Wildt, Giulio Bargellini, Adolfo De Carolis, Francesco Paolo Michetti, Plinio Nomellini, Emilio Longoni, Ettore Tito, Carlo Fornara, Duilio Cambellotti, Felice Carena, Alberto Martini, Cesare Saccaggi, Libero Andreotti, Ettore Ximenes, Mario De Maria, Mariano Fortuny.

Il percorso espositivo illumina le ragioni storiche di una ricezione più tarda rispetto a Francia, Belgio e area mitteleuropea, e documenta gli scambi decisivi: la permanenza di Arnold Böcklin a Firenze, il milieu preraffaellita attivo tra Roma e Firenze, i soggiorni di Max Klinger, l’influenza della colonia dei Deutsch-Römer. Ne emerge un quadro in cui l’Italia non è periferia, ma laboratorio di soluzioni formali elaborate in costante confronto con l’Europa.

“L’arte nuova non vuole rappresentare le cose, ma l’alone di mistero che le circonda. Non la realtà, ma il sogno della realtà; non il visibile, ma l’invisibile che nel visibile traspare” Angelo Conti, da La beata riva, 1900.

Sezione I — Alle soglie del Simbolismo: tra teoria e letteratura
Il contesto culturale degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, con le figure di D’Annunzio, Angelo Conti, Vittore Grubicy. Le prime esperienze pittoriche coerenti con la nuova sensibilità: Marius Pictor, Giuseppe Cellini, il gruppo di In Arte Libertas, gli esordi di Giulio Aristide Sartorio. In mostra l’Isaotta Guttadauro, esempio eminente della declinazione preraffaellita romana.

Sezione II — Dalla storia al simbolo
La pittura di storia in Italia veniva progressivamente rielaborata alla luce di una nuova sensibilità alimentata e da un rinnovato interesse per il mito. I soggetti dell’antico cessavano di essere trattati in chiave narrativa per assumere una dimensione evocativa e sacrale. In questo contesto si collocavano i percorsi di Francesco Netti, Cesare Maccari Domenico Morelli, Giulio Bargellini, Luigi Conconi.

Sezione III — Nei boschi e nei mari degli dei

L’universo panico e visionario che legò l’Italia alla cultura mitteleuropea attraverso la ricezione dell’opera di Arnold Böcklin, Max Klinger e Franz von Stuck. In mostra Abisso verde di Sartorio, tra i capolavori assoluti del Simbolismo italiano, insieme ai lavori di Discovolo, Plinio Nomellini, Edoardo Dalbono, Cesare Laurenti e gli stessi Böcklin, Klinger e von Stuck.

Sezione IV — Veleno, desiderio e redenzione. La visione femminile

La figura femminile nei suoi poli simbolisti: santa e peccatrice, angelo e demone, corpo spirituale e corpo seduttivo. Opere di Galileo Chini, Alberto Martini, Cesare Ferro, una rara prova giovanile di Marussig. Particolare rilievo assume la Salomé di Glauco Cambon, conservata per oltre trent’anni in Israele, torna ora per la prima volta in Italia.

Sezione V — Geografie dell’invisibile. Il paesaggio Il paesaggio diventa spazio mentale, proiezione di stati interiori. Dalle prime formulazioni del paysage d’âme fino ai divisionisti: Segantini, Longoni, Benvenuti.

Sezione VI — Il segno oscuro. L’illustrazione simbolista

Il disegno e le tecniche grafiche come ambiti di raffinatezza particolare. Opere di Alberto Martini, Costetti, Sartorio, Cambellotti.

Sezione VII — Ultime tendenze e sviluppi La persistenza del Simbolismo oltre il 1910. Opere di Ferenzona, Ferrazzi, Gabrielli, Crema: testimonianze di una sopravvivenza elaborata e personale.

Il Parco Romantico: un paesaggio dell’anima. La mostra si estende idealmente nel Parco Romantico che circonda la Villa dei Capolavori: dodici ettari di giardino all’inglese, giardino all’italiana e nuovo giardino contemporaneo ispirato al New Perennial Movement. Un paysage d’âme vivente, dove il visitatore può prolungare l’esperienza simbolista immerso in spazi di contemplazione e mistero. Luigi Magnani volle questo parco come estensione della sua sensibilità estetica: una visione in cui arte e natura, bellezza e tutela, si fondono in un’unica esperienza.

Prestiti prestigiosi. Le opere provengono da prestigiose istituzioni, tra cui la Presidenza della Repubblica Italiana, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, il Museo del Novecento di Milano, il Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, e importanti raccolte private. Un’occasione irripetibile. Molte delle opere in mostra provengono da collezioni private raramente accessibili: un’occasione unica per vedere riuniti capolavori che difficilmente torneranno insieme.

Catalogo e apparato scientifico. Il catalogo della mostra, curato da Francesco Parisi e Stefano Roffi, pubblicato da Dario Cimorelli Editore, costituisce un importante strumento critico sul Simbolismo italiano. Saggi di Alessandro Botta, Niccolò D’Agati, Mario Finazzi, Eugenia Querci, Sergio Rebora, Alessandra Tiddia, oltre ai contributi dei curatori.


LA FONDAZIONE MAGNANI-ROCCA La Fondazione Magnani-Rocca è una delle più importanti istituzioni artistiche d’Italia. La Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma, ospita la collezione d’arte di Luigi Magnani: opere di Tiziano, Dürer, Rubens, Goya, Canova, Monet, Renoir, Cézanne, Burri e la più significativa raccolta di lavori di Giorgio Morandi. Immersa nella campagna parmense, la Villa conserva il fascino della dimora di un grande collezionista, con arredi neoclassici e impero, circondata dal Parco Romantico con piante esotiche, alberi monumentali e i celebri pavoni bianchi e colorati, non a caso emblema del movimento simbolista.


Il Simbolismo in Italia.
Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915
Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma)
Quando 14 marzo – 28 giugno 2026
Aperto anche Lunedì di Pasqua, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno
Orari martedì-venerdì: 10-18 (biglietteria chiude alle 17), sabato, domenica e festivi: 10-19 (biglietteria chiude alle 18). Lunedì chiuso (aperto Lunedì di Pasqua)
Biglietti € 15 intero (valido anche per Raccolte permanenti e Parco Romantico), € 13 gruppi (minimo 15 persone), € 5 scuole e sotto i quattordici anni. Il biglietto comprende la visita agli Armadi segreti della Villa. Per meno di quindici persone non occorre prenotare; i biglietti si acquistano all’arrivo alla Fondazione.
Visite guidate per singoli e gruppi piccoli Sabato ore 16.30 | Domenica e festivi ore 11.30, 16, 17 costo € 20 (ingresso e guida). Prenotazione consigliata: prenotazioni@magnanirocca.it
Informazioni e prenotazioni gruppi Tel. 0521 848327 / 848148   prenotazioni@magnanirocca.it www.magnanirocca.it
Ristorante Tel. 0521 1627509 | WhatsApp 393 7685543 | marco@bstro.it
 
UFFICIO STAMPA Studio ESSECI — Simone Raddi
simone@studioesseci.net | tel. 049 663499 Cartella stampa e immagini: www.studioesseci.net
 
La mostra è realizzata grazie al contributo di:
FONDAZIONE CARIPARMA, CRÉDIT AGRICOLE ITALIA
Media partner: Gazzetta di Parma, Kreativehouse.
Con la collaborazione di: AXA XL Insurance e Aon S.p.a.
Angeli Cornici, Bstrò, Cavazzoni Associati, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Nel 2026 Gibellina sarà Capitale italiana dell’Arte contemporanea

Nel 2026 Gibellina sarà Capitale italiana dell’Arte contemporanea. Non un titolo ornamentale, ma il riconoscimento di una lunga e radicale sperimentazione culturale: una città che, dopo la distruzione, ha scelto l’arte come fondamento civile, trasformando la ferita in progetto e la memoria in spazio condiviso.

Gibellina 2026. Un’utopia concreta tra arte, memoria e futuro

di Marta Bellomi
Arte e storia dell’arte – Experiences

Una capitale fuori asse
Quando si parla di capitali culturali, l’immaginario corre spesso verso grandi città, musei iconici, flussi turistici consolidati. Gibellina, invece, si colloca deliberatamente fuori asse. È una piccola città della Valle del Belìce, in Sicilia occidentale, nata due volte: la prima cancellata dal terremoto del 1968, la seconda ricostruita a chilometri di distanza come esperimento culturale senza precedenti.
La nomina a Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026 non arriva quindi come sorpresa. È il riconoscimento di una traiettoria lunga decenni, in cui l’arte non è stata decorazione, bensì infrastruttura simbolica, linguaggio politico, strumento di ricomposizione collettiva.

Il progetto visionario di Ludovico Corrao
Alla base di questa storia c’è una figura decisiva: Ludovico Corrao, sindaco, intellettuale, promotore instancabile. Fu lui a immaginare Gibellina come una città-museo a cielo aperto, chiamando architetti e artisti tra i più importanti del secondo Novecento a partecipare alla ricostruzione.
Non si trattava di “abbellire” una nuova città, ma di fondarla su un’idea forte: che l’arte potesse farsi architettura della memoria e forma di riscatto civile. Da questa visione nascono opere che ancora oggi definiscono l’identità di Gibellina e la distinguono da qualsiasi altro centro urbano italiano.

Il Cretto di Burri e la forma della memoria
Tra tutte, il Cretto di Alberto Burri è diventato il simbolo assoluto di questa scelta. Un’opera monumentale di land art che ricopre le rovine della vecchia Gibellina, trasformando il sito distrutto in una distesa di cemento bianco solcata da fratture.
Il Cretto non ricostruisce, non consola, non spettacolarizza. Custodisce. È una forma di memoria che rifiuta la nostalgia e impone il silenzio come esperienza estetica. In questo senso, Gibellina ha anticipato di decenni molte riflessioni contemporanee sul rapporto tra trauma, spazio e rappresentazione.

Una città come laboratorio permanente
Accanto a Burri, Gibellina ha accolto le opere di artisti e architetti come Pietro Consagra, Arnaldo Pomodoro, Franco Purini, Alessandro Mendini, Mimmo Paladino. Il risultato non è una collezione ordinata, ma un paesaggio urbano complesso, a tratti spiazzante, in cui convivono utopia modernista, monumentalità simbolica e fragilità quotidiana.
È proprio questa tensione irrisolta a rendere Gibellina interessante oggi. Non una città “finita”, ma un laboratorio permanente, che continua a interrogarsi sul ruolo dell’arte nello spazio pubblico e sul suo rapporto con la vita reale degli abitanti.

Gibellina 2026: un programma, non un evento
Il dossier che ha portato alla designazione di Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026 insiste su un punto chiave: non un calendario effimero di eventi, ma un processo. Mostre, residenze artistiche, progetti educativi, interventi sul patrimonio esistente e nuove produzioni saranno pensati in continuità con la storia della città, coinvolgendo istituzioni, università, artisti e comunità locali.
L’obiettivo dichiarato è rafforzare il ruolo di Gibellina come piattaforma culturale del Mediterraneo, capace di dialogare con i temi centrali del presente: memoria dei disastri, migrazioni, paesaggio, sostenibilità, identità.

Il valore politico della cultura
In un Paese in cui la cultura viene spesso evocata come risorsa astratta, Gibellina rappresenta un caso concreto. Qui l’arte ha avuto – e continua ad avere – una funzione politica nel senso più alto del termine: costruire spazio pubblico, generare senso di appartenenza, rendere visibile una storia che altrimenti rischierebbe l’oblio.
La sfida del 2026 sarà dimostrare che questo modello può ancora funzionare, senza ridursi a narrazione celebrativa. Che l’arte possa restare strumento critico, capace di interrogare anche le proprie contraddizioni.

Una lezione per l’Italia contemporanea
Gibellina non è un modello facilmente replicabile, né pretende di esserlo. Ma pone una domanda essenziale: che cosa accade quando una comunità decide di affidare all’arte non il compito di abbellire, ma quello di fondare?
Nel panorama delle capitali culturali italiane, Gibellina 2026 si distingue proprio per questo: non promette spettacolo, ma profondità; non consumo rapido, ma sedimentazione. È una scommessa sulla durata, sulla memoria come risorsa attiva, sull’arte come forma di responsabilità civile.

Link di riferimento
– Ministero della Cultura – Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026: https://cultura.gov.it
– Fondazione Orestiadi – Gibellina: https://www.fondazioneorestiadi.it
– Cretto di Alberto Burri: https://www.burrifoundation.org
– Comune di Gibellina: https://www.comune.gibellina.tp.it


Redazione Experiences

Dubai Art Season, un modello per costruire con metodo una centralità culturale globale

Ogni primavera Dubai concentra in poche settimane una parte rilevante della propria strategia culturale. La Dubai Art Season non è un semplice contenitore di eventi, ma un dispositivo coordinato che mette in relazione arte contemporanea, design, mercato, formazione e spazio urbano. Un modello che racconta come una città giovane stia costruendo, con metodo, la propria centralità culturale globale.

Dubai Art Season. Il contemporaneo infrastruttura culturale

di Luca Ferraris
Cultura contemporanea e design – Experiences

Una stagione, non un festival
Chiamarla “stagione” non è una scelta casuale. La Dubai Art Season si articola come una sequenza di appuntamenti interconnessi: fiere, mostre, open studio, talk, programmi educativi. Non un evento isolato, ma una trama temporale che trasforma la città in un ecosistema culturale attivo, leggibile e accessibile a pubblici diversi.
In questo senso Dubai adotta una logica più vicina alle capitali culturali mature che ai format spettacolari da consumo rapido. La cultura diventa calendario, continuità, abitudine.

Art Dubai come perno internazionale
Il fulcro rimane Art Dubai, fiera che negli anni ha consolidato una posizione strategica tra Europa, Medio Oriente, Africa e Asia meridionale. Non una copia dei grandi modelli occidentali, ma una piattaforma con una precisa identità geografica e politica.
Art Dubai lavora su più livelli: mercato, ricerca curatoriale, sperimentazione digitale, attenzione alle scene emergenti. La presenza di gallerie provenienti da aree spesso marginalizzate nel sistema globale dell’arte rende la fiera un osservatorio privilegiato sui nuovi equilibri culturali.

Il design come linguaggio urbano
Accanto all’arte visiva, il design svolge un ruolo centrale nella narrazione della città. Il Dubai Design District (d3) non è solo un quartiere tematico, ma un’infrastruttura pensata per ospitare studi, aziende creative, residenze, eventi pubblici.
Durante la stagione artistica, il design emerge come strumento di mediazione tra estetica e funzione, tra sperimentazione e industria. Installazioni, prototipi e mostre raccontano una città che utilizza il progetto come linguaggio quotidiano, capace di incidere sulla forma dello spazio urbano e sui comportamenti sociali.

Una regia istituzionale forte
A differenza di molti contesti europei, dove la frammentazione istituzionale rallenta i processi, Dubai propone un modello centralizzato e fortemente coordinato. Fondazioni, enti pubblici, investitori privati e istituzioni culturali operano all’interno di una visione condivisa.
Questa regia consente rapidità decisionale, chiarezza di obiettivi e capacità di investimento. La cultura viene trattata come asset strategico, al pari delle infrastrutture o del turismo, senza l’imbarazzo ideologico che spesso accompagna il dibattito occidentale.

Il pubblico come parte del progetto
Un altro elemento chiave della Dubai Art Season è il lavoro sul pubblico. Talk, visite guidate, workshop, programmi per studenti e giovani professionisti sono parte integrante dell’offerta. L’arte non è presentata come territorio esclusivo, ma come spazio di partecipazione.
Questo approccio contribuisce a formare un pubblico culturalmente competente, indispensabile per sostenere nel tempo un ecosistema creativo credibile. È un investimento lento, ma strutturale, che guarda oltre la singola edizione.

Tra soft power e identità culturale
È impossibile ignorare la dimensione geopolitica del progetto. La Dubai Art Season è anche uno strumento di soft power: costruisce immagine, reputazione, attrattività. Tuttavia ridurla a pura operazione di branding sarebbe semplicistico.
La posta in gioco è più complessa: definire una identità culturale contemporanea in un contesto segnato da globalizzazione accelerata, multiculturalismo e rapido sviluppo urbano. L’arte diventa uno spazio di negoziazione simbolica, dove si misurano tradizione, innovazione e rappresentazione del presente.

Un modello che interroga l’Europa
Guardata dall’Europa, Dubai solleva domande scomode. Può una città costruire in pochi decenni un sistema culturale credibile? Qual è il confine tra progettazione culturale e ingegneria dell’immagine? E, soprattutto, quanto i modelli europei – spesso legati a eredità storiche pesanti – sono ancora capaci di competere in termini di visione e capacità operativa?
La Dubai Art Season non offre risposte definitive, ma mostra una strada possibile: trattare la cultura come progetto, non come ornamento.

Oltre l’evento
La vera sfida per Dubai sarà la durata. Trasformare la stagione artistica in memoria culturale, sedimentazione critica, produzione di pensiero. Se riuscirà in questo passaggio, la città potrà davvero affermarsi non solo come hub, ma come luogo di elaborazione culturale autonoma.
Per ora, la Dubai Art Season resta un osservatorio privilegiato su come il contemporaneo possa diventare infrastruttura. Non un lusso, ma una scelta strategica.

Link di riferimento
– Dubai Culture & Arts Authority: https://www.dubaiculture.gov.ae
– Art Dubai: https://www.artdubai.ae
– Dubai Design District (d3): https://www.dubaidesigndistrict.com


Redazione Experiences

Una manifestazione che ha trasformato Bruxelles in un laboratorio della fotografia contemporanea

Nel 2026 il PhotoBrussels Festival celebra il suo decimo anniversario. Non è soltanto una ricorrenza simbolica, ma l’occasione per misurare il percorso di una manifestazione che ha saputo trasformare Bruxelles in un laboratorio diffuso della fotografia contemporanea, capace di intrecciare ricerca artistica, riflessione politica e presenza nello spazio urbano.

PhotoBrussels Festival. Dieci anni di fotografia come spazio pubblico

di Chiara Vassallo
Fotografia e arti visive – Experiences

Una città attraversata dalle immagini
Fin dalla sua nascita, il PhotoBrussels Festival ha scelto di non concentrarsi in un unico luogo. Mostre, installazioni e progetti speciali si distribuiscono tra musei, gallerie, centri culturali e spazi indipendenti, disegnando una mappa visiva che invita il pubblico a muoversi, esplorare, confrontare.
La fotografia diventa così esperienza urbana: non un oggetto da osservare in silenzio, ma un linguaggio che dialoga con il tessuto della città e con la sua complessità sociale.

Dieci anni di trasformazioni
In un decennio segnato da mutamenti profondi – tecnologici, politici, ambientali – il festival ha seguito l’evoluzione della fotografia contemporanea senza rincorrere mode. Dal reportage alla fotografia concettuale, dall’archivio alle pratiche ibride, PhotoBrussels ha mantenuto una linea curatoriale attenta ai processi più che ai risultati spettacolari.
L’edizione 2026 guarda a questo percorso come a una stratificazione di sguardi: non una celebrazione autoreferenziale, ma una riflessione sul ruolo della fotografia come strumento critico del presente.

La fotografia come dispositivo critico
Al centro del festival rimane l’idea della fotografia come linguaggio politico nel senso più ampio del termine. Le opere selezionate interrogano temi urgenti: identità, migrazione, memoria coloniale, crisi climatica, trasformazioni del lavoro e dello spazio urbano.
In questo contesto, Bruxelles – capitale europea e città profondamente multiculturale – non è semplice sfondo, ma parte integrante del discorso. Le immagini dialogano con una realtà attraversata da tensioni, contraddizioni e possibilità di convivenza, rendendo il festival un osservatorio privilegiato sul presente europeo.

Musei, gallerie, spazi indipendenti
Uno degli elementi distintivi del PhotoBrussels Festival è la collaborazione tra istituzioni di natura diversa. Musei storici, centri d’arte contemporanea, gallerie private e spazi autogestiti partecipano a un progetto comune, superando la tradizionale separazione tra centro e periferia culturale.
Questa pluralità di luoghi consente una varietà di linguaggi espositivi e favorisce l’emergere di nuove voci, in particolare di giovani fotografi e collettivi che trovano nel festival una piattaforma di visibilità e confronto internazionale.

Formazione e pubblico consapevole
Accanto alle mostre, il festival investe in modo significativo sulla formazione. Incontri con gli artisti, conferenze, workshop e programmi educativi per studenti e professionisti accompagnano il percorso espositivo.
L’obiettivo non è solo ampliare il pubblico, ma costruire uno sguardo critico. In un’epoca di sovrapproduzione visiva, PhotoBrussels lavora sulla capacità di leggere le immagini, di comprenderne i contesti, le intenzioni, le ambiguità.

Tra analogico e digitale
Il decennale arriva in un momento in cui la fotografia è attraversata da una profonda ridefinizione tecnologica. Intelligenza artificiale, immagini generate, manipolazione digitale e archivi online mettono in discussione l’idea stessa di fotografia come documento.
Il festival non elude queste questioni, ma le integra nel dibattito curatoriale, affiancando pratiche tradizionali e sperimentazioni contemporanee. Ne emerge un panorama complesso, in cui il valore dell’immagine non risiede più nella sua presunta oggettività, ma nella sua capacità di produrre senso.

Bruxelles come nodo europeo della fotografia
Negli anni, PhotoBrussels ha contribuito a consolidare il ruolo della città come snodo culturale europeo anche nel campo della fotografia. La posizione geografica e politica di Bruxelles favorisce un dialogo costante tra scene artistiche diverse, creando un terreno fertile per il confronto internazionale.
Il festival diventa così un punto di incontro tra Nord e Sud, Est e Ovest, riflettendo una fotografia europea plurale, lontana da canoni univoci e aperta alla contaminazione.

Oltre l’anniversario
Il decimo anniversario non segna un punto di arrivo, ma una soglia. La sfida per il futuro sarà mantenere la capacità critica che ha caratterizzato il festival fin dall’inizio, evitando la musealizzazione del proprio successo.
Se riuscirà a restare uno spazio di ricerca, di rischio e di ascolto, PhotoBrussels potrà continuare a essere non solo un festival di fotografia, ma un luogo di pensiero visivo sul mondo contemporaneo.

Link di riferimento
– PhotoBrussels Festival: https://www.photobrusselsfestival.com
– Visit Brussels – Cultura e festival: https://visit.brussels


Redazione Experiences

Il MAXXI di Roma, un museo come luogo di produzione di pensiero sullo spazio urbano

Il 2026 segna per il MAXXI di Roma un passaggio strategico: non solo una nuova stagione espositiva, ma un ripensamento del museo come infrastruttura culturale capace di leggere il presente urbano. Al centro, una riflessione sul ruolo dell’archivio, sulla città come organismo narrativo e sul rapporto tra arte, spazio pubblico e memoria contemporanea.

MAXXI 2026.
Archivi del presente e geografie urbane

di Andrea Montesi
Architettura e pensiero urbano – Experiences

Un museo nato per interrogare il presente
Fin dalla sua fondazione, il MAXXI ha rappresentato un’anomalia nel panorama museale italiano. Non un tempio della conservazione, ma un dispositivo aperto al processo, alla sperimentazione, al dialogo con le trasformazioni in atto.
La stagione 2026 si inserisce in questa linea, rilanciando l’idea di museo come luogo di produzione di pensiero sullo spazio urbano, più che semplice contenitore di opere.

William Kentridge e la città come palinsesto
Tra i progetti di maggiore rilievo spicca il lavoro di William Kentridge, artista da sempre attento ai temi della memoria, del potere e della stratificazione storica. La sua presenza al MAXXI non va letta come evento isolato, ma come tassello di una riflessione più ampia sullo spazio urbano come palinsesto, luogo di cancellazioni e riscritture continue.
Kentridge lavora sull’idea di archivio vivo: disegni, animazioni, suoni e installazioni che restituiscono la città come corpo attraversato da conflitti, migrazioni, memorie incompiute.

L’archivio non come deposito, ma come progetto
Uno dei nodi centrali della programmazione 2026 riguarda il ruolo dell’archivio. Al MAXXI l’architettura, l’arte e il design vengono letti come pratiche che producono documenti, tracce, narrazioni.
L’archivio non è più semplice conservazione del passato, ma strumento per interpretare il presente e immaginare il futuro. Disegni urbanistici, progetti non realizzati, materiali effimeri diventano elementi attivi di una riflessione sulla città che cambia.

Roma, laboratorio permanente
In questo quadro, Roma non è solo il contesto del museo, ma il suo principale interlocutore. Città stratificata per eccellenza, Roma mette continuamente in crisi le categorie tradizionali di pianificazione e conservazione.
Il MAXXI sceglie di confrontarsi con questa complessità, evitando la retorica della “città eterna” e proponendo invece una lettura dinamica, fatta di fratture, adattamenti, conflitti tra antico e contemporaneo.

Architettura e pensiero urbano
La stagione 2026 rafforza anche il ruolo del MAXXI come centro di riflessione sull’architettura contemporanea. Mostre, incontri e progetti di ricerca affrontano temi cruciali: densità urbana, riuso, sostenibilità, nuove forme dell’abitare.
L’architettura viene presentata non come esercizio formale, ma come pratica politica, capace di incidere sulle modalità di vita collettiva e sulle disuguaglianze spaziali.

Il museo come spazio pubblico
Un altro elemento chiave è il rapporto tra museo e spazio pubblico. Il MAXXI continua a lavorare sulla permeabilità dei suoi confini, trasformando piazze, terrazze e aree di passaggio in luoghi di incontro e di produzione culturale.
In un’epoca in cui lo spazio pubblico è spesso ridotto a luogo di consumo o attraversamento rapido, il museo rivendica un ruolo attivo nella costruzione di socialità e senso civico.

Tra locale e globale
Pur radicato nel contesto romano, il MAXXI mantiene una forte proiezione internazionale. La stagione 2026 mette in dialogo esperienze urbane provenienti da contesti diversi, creando connessioni tra città che condividono problemi analoghi: crescita disordinata, crisi climatica, trasformazioni demografiche.
Questo sguardo comparativo consente di superare il provincialismo e di inserire Roma in una rete di riflessione globale sulle città del XXI secolo.

Una sfida culturale aperta
Il percorso avviato dal MAXXI nel 2026 non è privo di rischi. Ripensare il museo come infrastruttura critica richiede continuità, risorse e capacità di dialogo con il territorio. Ma è una sfida necessaria.
In un Paese in cui l’architettura e il pensiero urbano faticano spesso a entrare nel dibattito pubblico, il MAXXI prova a colmare questo vuoto, offrendo uno spazio in cui il progetto diventa racconto, e il racconto strumento di consapevolezza collettiva.

Oltre la stagione
La vera misura del successo non sarà nel numero di visitatori, ma nella capacità di lasciare tracce durature: nuove domande, nuove pratiche, nuove forme di relazione tra cultura e città.
Se il museo saprà mantenere questa tensione critica, il 2026 potrà essere ricordato come un momento di svolta, in cui il MAXXI ha riaffermato il proprio ruolo non solo come istituzione culturale, ma come attore urbano.

Link di riferimento
– MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo: https://www.maxxi.art
– Ministero della Cultura: https://cultura.gov.it
– William Kentridge – Studio e progetti: https://www.kentridge.studio
– ArchDaily – Architettura e città: https://www.archdaily.com


Redazione Experiences

Il Festival di Cosenza si distingue per una scelta precisa: la musica come racconto culturale

Nel panorama dei festival musicali italiani, il Festival del Flauto di Cosenza si distingue per una scelta precisa: trattare la musica non come semplice esecuzione, ma come racconto culturale. Concerti, incontri e momenti formativi costruiscono un’esperienza che mette al centro l’ascolto, la trasmissione del sapere e il rapporto tra artista e comunità.

Il Festival del Flauto.
Come raccontare la musica

di Serena Galimberti
Narrazione culturale – Experiences

Un festival che nasce dal territorio
Il Festival del Flauto di Cosenza si svolge all’interno di uno dei luoghi simbolici della città, la Galleria Nazionale di Cosenza, e nasce con l’intento di intrecciare musica colta e spazio pubblico.
Non un evento calato dall’alto, ma un progetto che prende forma a partire dal territorio, valorizzando una tradizione musicale spesso marginale nel dibattito culturale contemporaneo.

La musica come linguaggio narrativo
Il flauto, strumento antico e trasversale, diventa qui veicolo di una narrazione ampia. Dal repertorio classico alle sperimentazioni contemporanee, ogni esecuzione è pensata come racconto: una storia che passa attraverso epoche, stili, geografie.
In questo senso, il festival supera la dimensione del concerto per farsi dispositivo narrativo, capace di restituire alla musica la sua funzione originaria di trasmissione culturale.

Formazione e ascolto consapevole
Uno degli aspetti centrali del festival è l’attenzione alla formazione. Masterclass, incontri con gli interpreti, momenti di dialogo aperto accompagnano le esecuzioni pubbliche.
La scelta è chiara: non limitarsi a offrire spettacolo, ma costruire un pubblico consapevole, capace di ascoltare, comprendere, interrogare. In un’epoca in cui la musica è spesso consumata in modo frammentario e distratto, il Festival del Flauto rivendica il valore del tempo lento e dell’approfondimento.

Un Sud che produce cultura
La collocazione geografica non è un dettaglio. Cosenza, come molte città del Sud Italia, vive una condizione di marginalità nei grandi circuiti culturali nazionali. Il festival si inserisce in questo contesto come atto di resistenza culturale, dimostrando che la produzione di qualità non è appannaggio esclusivo dei grandi centri.
La musica diventa strumento di racconto identitario, capace di ridefinire l’immagine del territorio oltre stereotipi e semplificazioni.

Tra tradizione e contemporaneità
Il programma del festival mette in dialogo repertori storici e linguaggi contemporanei, evitando sia la nostalgia sia l’avanguardia fine a se stessa.
Questa tensione equilibrata consente di leggere la musica come campo vivo, in cui la tradizione non è un peso, ma una risorsa da reinterpretare. Il flauto, con la sua storia millenaria, si presta a questo gioco di rimandi tra passato e presente.

La dimensione dell’incontro
Un altro elemento distintivo è la prossimità tra artisti e pubblico. Lontano dalle dinamiche spettacolari dei grandi eventi, il Festival del Flauto favorisce l’incontro diretto, lo scambio informale, la condivisione di esperienze.
In questa dimensione raccolta, la musica recupera una funzione sociale: crea comunità temporanee fondate sull’ascolto e sulla partecipazione.

Cultura come pratica quotidiana
Il festival propone un’idea di cultura che non si esaurisce nell’evento, ma si radica nella quotidianità. Le attività collaterali, il coinvolgimento delle scuole e delle istituzioni locali, il dialogo con il pubblico più giovane indicano una visione di lungo periodo.
La musica non è intrattenimento occasionale, ma pratica educativa e civile, capace di incidere nel tempo.

Una narrazione controcorrente
In un contesto mediatico dominato dalla velocità e dalla semplificazione, il Festival del Flauto sceglie una narrazione controcorrente. Racconta la musica come esperienza complessa, stratificata, che richiede attenzione e disponibilità all’ascolto.
È una scommessa culturale che riguarda non solo la musica, ma il modo stesso di intendere la fruizione culturale oggi.

Oltre il festival
La vera riuscita di iniziative come questa si misura nella loro capacità di lasciare tracce: nuovi ascoltatori, nuove vocazioni, nuove relazioni tra cultura e territorio.
Se il Festival del Flauto continuerà a coltivare questa dimensione narrativa e comunitaria, potrà diventare un modello replicabile di come la musica possa tornare a essere racconto condiviso, esperienza formativa e spazio di senso.

Link di riferimento
– Festival del Flauto di Cosenza: https://www.cosenzapp.it
– Ministero della Cultura – Musica e spettacolo: https://cultura.gov.it


Redazione Experiences

La mostra a Houston “Frida: The Making of an Icon” tenta un’operazione rischiosa ma necessaria

Frida Kahlo è ovunque. Sulle pareti dei musei e sulle tazze da colazione, nei saggi accademici e nei social network, nelle aste milionarie e nel merchandising più spinto. La mostra Frida: The Making of an Icon, ospitata a Houston, prova a fare un’operazione rischiosa ma necessaria: smontare il mito senza negarne la potenza, interrogando il processo che ha trasformato un’artista in un marchio globale.

Frida Kahlo oltre il mito. Critica di un’icona globale

di Davide Rinaldi
Critica e commento – Experiences

Una mostra che guarda al “dopo”
Allestita al Museum of Fine Arts Houston, l’esposizione non si concentra soltanto sull’opera pittorica di Frida Kahlo, ma soprattutto sulla sua fortuna postuma. È una scelta curatoriale significativa: spostare l’attenzione dalla biografia tragica e dalla relazione con Diego Rivera al modo in cui Frida è stata raccontata, riprodotta, semplificata.
La domanda implicita è chiara: cosa resta dell’artista quando l’immagine prende il sopravvento sull’opera?

Dall’autoritratto all’icona
Gli autoritratti di Kahlo nascono come esercizi di identità e resistenza. Il corpo ferito, lo sguardo diretto, la messa in scena di sé non sono atti narcisistici, ma strategie di sopravvivenza simbolica.
Nel tempo, però, questi elementi sono stati estratti dal loro contesto e trasformati in segni riconoscibili, replicabili, commerciabili. La mostra ricostruisce questo passaggio con rigore: fotografie, poster, oggetti di design, copertine editoriali mostrano come l’immagine di Frida sia diventata linguaggio universale, spesso svuotato della sua complessità originaria.

Il rischio della semplificazione
La critica implicita dell’esposizione non è morale, ma culturale. Ogni icona globale subisce una riduzione: ciò che è ambiguo, contraddittorio, politicamente scomodo viene smussato. Frida diventa simbolo di resilienza generica, di femminismo astratto, di “diversità” rassicurante.
Il rischio è evidente: un’artista profondamente radicata nella storia messicana, nel trauma fisico e nel conflitto politico viene trasformata in immagine neutra, pronta per ogni contesto.

Arte, identità, mercato
Uno dei meriti della mostra è affrontare senza ipocrisie il rapporto tra arte e mercato. La commercializzazione dell’immagine di Kahlo non è presentata come tradimento, ma come fenomeno storico da analizzare.
In un sistema culturale globale che vive di simboli rapidi e riconoscibili, Frida rappresenta un caso emblematico. La sua figura permette di interrogare i meccanismi attraverso cui il mercato assorbe e redistribuisce contenuti artistici, ridefinendone il significato.

Houston come luogo simbolico
La scelta di Houston non è neutra. Città di confine, crocevia tra Stati Uniti e America Latina, Houston offre un contesto ideale per riflettere sull’appropriazione culturale e sulla circolazione delle immagini.
Qui Frida non è solo artista messicana, ma figura globale, adottata, reinterpretata, talvolta fraintesa. Il museo diventa spazio critico in cui queste tensioni vengono rese visibili, senza offrire soluzioni semplici.

Il corpo politico di Frida
Uno degli aspetti più interessanti dell’esposizione è il recupero della dimensione politica del corpo di Kahlo. Malattia, disabilità, identità di genere, appartenenza culturale: elementi che oggi vengono spesso citati in modo superficiale, ma che nel suo lavoro erano inseparabili da una presa di posizione sul mondo.
La mostra invita a rileggere Frida non come icona consolatoria, ma come figura scomoda, che continua a interrogare il presente.

Critica dell’icona, non demolizione
È importante sottolinearlo: Frida: The Making of an Icon non è un’operazione demolitoria. Non nega il valore simbolico dell’artista, né la forza della sua immagine. Al contrario, cerca di restituirle spessore, mostrando quanto sia stata – e continui a essere – contesa.
L’icona non viene distrutta, ma rimessa in discussione, sottratta alla retorica per tornare a essere problema culturale.

Una lezione più ampia
Il caso Frida Kahlo parla anche di noi. Di come consumiamo la cultura, di come preferiamo immagini semplici a storie complesse, di come trasformiamo l’arte in linguaggio emotivo immediato.
La mostra di Houston suggerisce che la vera responsabilità critica non sta nel rifiutare le icone, ma nel saperle leggere. Nel riconoscere ciò che nascondono, ciò che perdono, ciò che possono ancora dirci.

Oltre il merchandising
Se Frida continua a essere ovunque, è perché tocca nervi ancora scoperti: il dolore, l’identità, il desiderio di riconoscimento. La sfida è non fermarsi alla superficie.
Mostre come questa ricordano che dietro ogni icona c’è un’opera, e dietro ogni opera un conflitto. Recuperare questa profondità non significa sottrarre Frida al pubblico, ma restituirla alla sua complessità storica e artistica.

Link di riferimento
– Museum of Fine Arts Houston: https://www.mfah.org
– Frida: The Making of an Icon: https://www.mfah.org/exhibitions
– Art Newspaper – Frida Kahlo: https://www.theartnewspaper.com
– Britannica – Frida Kahlo: https://www.britannica.com


Redazione Experiences

CHEAP presenta ICONS by David Lynch – In strada per celebrare un’icona

Il 20 gennaio 2026 ha segnato un anniversario simbolico: ottant’anni dalla nascita di David Lynch, regista, artista e visionario che ci ha lasciato un anno fa, ma che continua a vivere nei nostri incubi, nelle nostre ossessioni visive, nelle pieghe disturbanti dell’immaginario collettivo.

Per l’occasione, CHEAP torna in strada con una nuova affissione di poster: “ICONS Directed by David Lynch”, secondo capitolo del progetto ICONS, dedicato alle icone defunte e al nostro bisogno compulsivo di celebrarle, rimpiangerle, feticizzarne la scomparsa. ICONS è il progetto obituale di CHEAP: una call for posters che indaga la monossessione dei coccodrilli, il fanatismo verso i morti illustri, il culto del lutto di massa, che aveva debuttato nel 2023 omaggiando David Bowie.

ICONS Directed by David Lynch

CHEAP in strada per celebrare un’icona che continua a infestare i nostri sogni.

La seconda edizione di ICONS ha una regia precisa: David Lynch. Il suo immaginario permea i sogni, ma soprattutto gli incubi. Le sue galassie di personaggi, le atmosfere disturbanti, le narrazioni spezzate e ipnotiche hanno ossessionato generazioni di spettatori e di artistə visivə. A loro CHEAP ha chiesto di elaborare un lutto pubblico su poster, lasciandosi accompagnare – e perseguitare – dalle visioni lynchiane.

Alla call hanno risposto 431 poster da 14 paesi. CHEAP ne ha selezionati 77, che resteranno affissi per un mese nelle strade di Bologna, dal centro storico fino ai colli.

I manifesti attraversano linguaggi e tecniche: fumetto, illustrazione, fotografia, graphic design, tecniche miste. In strada prende forma un ritratto corale e frammentato di Lynch: il suo volto, i suoi personaggi, gli echi delle sue storie, i riverberi delle sue atmosfere cinematografiche. Paesaggi che sembrano usciti dai suoi incubi, omaggi alle visioni condivise con il pubblico, frammenti di una filmografia che continua a parlarci: da “Blue Velvet” a “Cuore Selvaggio”, “Eraserhead” e “The Elephant Man”, “Mulholland Drive” e “Lost Highways”, “Dune”, “Twin Peaks” – la filmografia completa, corredata da tutti i nostri incubi.

Nato nel 1946, David Lynch ha attraversato cinema, arti visive e musica come un esploratore dell’inconscio. Regista radicale e inclassificabile, ha costruito un linguaggio capace di unire quotidiano e perturbante, desiderio e violenza, sogno e trauma. Le sue opere non si spiegano: si abitano. E continuano a farlo anche dopo la sua scomparsa.

Con ICONS Directed by David Lynch, CHEAP porta in strada una celebrazione visiva, un atto d’amore e di ossessione, buona benzina per gli incendi futuri.


CONTATTI:
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UFFICIO STAMPA:
Daccapo Comunicazione
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Marcello Farno / Ester Apa
Da Daccapo Comunicazione <info@daccapocomunicazione.it>

Agenda: presentato a Ca’ Rezzonico il programma 2026 della Fondazione Musei Civici di Venezia

Il programma 2026 della Fondazione Musei Civici di Venezia, presentato nel Salone da Ballo di Ca’ Rezzonico, restituisce l’immagine di un sistema culturale in ottimo stato di salute, in crescita per qualità dell’offerta, ampiezza delle proposte, investimenti strutturali e capacità di attrarre pubblici sempre più numerosi e diversificati. Con le sue 13 sedi, insieme a depositi, biblioteche, spazi, nuovi progetti e cantieri aperti, MUVE è sempre più protagonista nel suo ruolo di museo enciclopedico diffuso, che attraversa l’intero anno – e oltre – con un calendario di mostre, interventi permanenti e iniziative per la città.

Fondazione Musei Civici di Venezia
 
Agenda 2026:
mostre, incontri e nuovi spazi per la città

«I Musei Civici di Venezia sono una realtà viva, in crescita, capace di coniugare tutela e innovazione, grandi mostre e attenzione al territorio», dichiara Luigi Brugnaro, Sindaco di Venezia. «I risultati in termini di presenze, la qualità dei progetti e gli investimenti sulle sedi dimostrano che la cultura è un motore fondamentale per lo sviluppo della città, per la sua identità e per il suo futuro. La Fondazione in città si pone come motore di un sistema inclusivo che ha al centro l’arte in tutte le sue forme e risponde alle esigenze di tutti i visitatori che scelgono di varcare le porte dei suoi musei. Per essere vicini ai cittadini e ai turisti, i musei hanno programmi con orari prolungati e sono state istituite giornate ad ingresso gratuito dedicate ai residenti della città metropolitana, oltre che con servizi dedicati, come il dogsitting per esempio per i turisti. Si è deciso di puntare molto sui giovani e questa scommessa si è rivelata vincente: il concorso Artefici del nostro tempo è diventato un appuntamento importante per l’arte contemporanea, l’apertura dell’Emeroteca dell’Arte come luogo di scambio di letture e centro di studi di giovani artisti ha confermato la scelta del polo artistico in centro a Mestre. Scelta sicuramente vincente è il restauro delle Casermette a Forte Marghera che attraverso Muve diventerà un luogo sicuro per l’arte e i suoi giovani.

Un lavoro di squadra nei musei reso possibile da chi ci lavora tutti i giorni, per questo non smetterò mai di ringraziare per il lavoro che quotidianamente offrono a chi sceglie di ammirare le nostre meravigliose sale».

«Il 2026 è il risultato di un lavoro continuo di crescita e visione», sottolinea Mariacristina Gribaudi, Presidente della Fondazione Musei Civici di Venezia. «Crescono le proposte espositive, crescono le sedi, crescono i pubblici, sempre diversi e sempre più esigenti. Ma soprattutto cresce l’idea di museo come luogo aperto, inclusivo, produttivo di cultura e conoscenza, capace di parlare al presente senza perdere il legame con la propria storia. Questo significa, inevitabilmente, fermarsi un istante a osservare il percorso che ci ha portati fin qui. Per me, questo momento coincide anche con la conclusione di un mandato durato dieci anni: anni complessi e intensi, attraversati da trasformazioni profonde e da sfide che hanno messo alla prova il ruolo stesso di tutte le istituzioni culturali. Negli ultimi anni i Musei Civici di Venezia hanno ripensato il proprio ruolo, trasformandosi sempre più in spazi culturali dinamici, capaci di dialogare con un pubblico internazionale attraverso esperienze innovative, accessibili e supportate dalle nuove tecnologie. L’innovazione è diventata parte integrante della missione, così come la gestione attiva degli spazi culturali affidati dal Comune. Questa strategia ha dato risultati concreti: il 2025 si è chiuso con oltre 2,4 milioni di visitatori e una crescita costante, confermata dal +10,8% di presenze a dicembre, segno di una relazione solida e vitale con il pubblico e della rinnovata capacità dei Musei di raccontare la Venezia Metropolitana al mondo. Il futuro dei nostri musei dipenderà, dunque, dalla capacità di continuare a tenere aperto questo dialogo, con coraggio e capacità di innovazione».

Il 2026 consolida il ruolo di MUVE come sistema culturale integrato, che spazia dall’indagine archeologica – con la grande mostra a Palazzo Ducale dedicata a Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari – passando per la storia della Serenissima, delle civiltà veneziane e della laguna veneta, con il rinnovamento del percorso del Museo Correr, gli interventi di valorizzazione al Museo di Torcello e le ricerche del Museo di Storia Naturale; e poi ancora musica e teatro, l’arte delle “civiltà del Settecento” con i musei di Ca’ Rezzonico, il Museo di Palazzo Mocenigo e la Casa di Carlo Goldoni, fino alle esplorazioni del moderno, contemporaneo e attualità, con Jenny Saville a Ca’ Pesaro e Erwin Wurm al Museo Fortuny, al saper fare e alle nuove produzioni artistiche, rispondendo alle necessità della cultura, delle persone, dei visitatori, di tutti.

Il programma si sviluppa così tra grandi mostrenuovi allestimenti permanenti, valorizzazione delle collezioniampliamenti e importanti restauri, fino alla nascita di nuovi poli come MUVEC – Casa delle Contemporaneità a Mestre, il percorso verso il Grande Correr e l’ampliamento del Museo del Vetro, segnando un passaggio decisivo nella trasformazione dei musei civici in una rete sempre più connessa e accessibile.

Area Marciana

L’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale è sede della grande mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari (6 marzo – 29 settembre 2026, anteprima stampa 5 marzo) a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, focalizzata sul ruolo rivestito dalle acque nell’orizzonte del sacro sia del popolo etrusco che di quello veneto, con oltre 700 reperti provenienti da prestigiose istituzioni e musei nazionali. Il dialogo tra antico e contemporaneo trova casa nel “Museo della città”, il Museo Correr: nella Sala Quattro Porte con l’intervento di Bizhan Bassiri. Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico (27 febbraio – 30 giugno, anteprima stampa 26 gennaio) installazione ambientale di più opere concepite dall’artista iraniano per lo spazio. Le Sale Canoviane ospitano Dialoghi canoviani. Spiral Economy. Charrière and Canova (30 aprile – 22 novembre 2026) un dialogo tra l’artista franco-svizzero Julian Charrière e Antonio Canova che svelano la poesia della materialità.

Idee e progetti accompagnano i visitatori verso la nascita del “Grande Correr”, che aprirà nel 2027: un piano per il rinnovo del percorso espositivo al primo piano, attraverso Storia e Civiltà di Venezia, tra Stato, istituzioni, città, arti e che si integra con la restituzione dello spazio espositivo del secondo piano, attualmente in corso.

I musei del Moderno e Contemporaneo

È la Galleria d’arte Moderna Ca’ Pesaro ad inaugurare la stagione espositiva delle grandi monografiche e delle indagini dedicate ai protagonisti della pittura contemporanea: dal 28 marzo al 22 novembre 2026 (anteprima stampa 27 marzo 2026) il museo accoglie la prima, ampia esposizione a Venezia con Jenny Saville a Ca’ Pesaro, con una esposizione concepita per raccontare una delle voci più autorevoli dell’arte contemporanea, ripercorrendone la carriera dagli esordi negli anni Novanta fino ai giorni nostri, accanto a nuove opere realizzate per l’occasione.

Nelle giornate veneziane più intense per il pubblico del contemporaneo, nelle Sale Dom Pérignon al secondo piano di Ca’ Pesaro inaugura Hernan Bas. I visitatori (dal 7 maggio al 30 agosto 2026, anteprima stampa 6 maggio) con oltre trenta nuove opere esposte in un’installazione immersiva concepita appositamente per Ca’ Pesaro. Sempre nelle Sale Dom Pérignon il 2026 prosegue con progetti di valorizzazione di maestri legati alla ricerca sul territorio, che hanno deciso di lasciare alle collezioni civiche veneziane testimonianze della loro produzione; Gianmaria Potenza. Io, Venezia. Forma, luce, materia dal 3 ottobre al 22 novembre, un riconoscimento all’autore nell’anno del suo novantesimo compleanno; Omaggio a Silvio Gagno a cura di Sileno Salvagnini (dal 12 dicembre al 7 febbraio 2027) con una rassegna che ne descrive l’avventura artistica.

La stagione del Museo Fortuny apre con Diafanés e un tributo all’artista lombardo Antonio Scaccabarozzi, attraverso l’approfondimento di tre momenti centrali nella sua ricerca. A cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, con Associazione Archivio Antonio Scaccabarozzi e Galleria Clivio, la mostra è aperta dal 28 gennaio al 6 aprile 2026 (inaugurazione e anteprima stampa, 27 gennaio 2026).

Dal 6 maggio al 22 novembre 2026 (anteprima stampa 5 maggio) la casa – atelier di Mariano Fortuny ed Henriette Nigrin presenta, per la prima volta in Italia, un’ampia mostra monografica dedicata allo scultore austriaco Erwin Wurm: un’indagine sul suo lavoro e sul concetto stesso di scultura, dove vengono messe in discussione le nozioni di tempo, massa e superficie, astrazione e rappresentazione, tra questioni filosofiche, psicologiche e sociali essenziali, trattate con l’inconfondibile umorismo.

Parte delle attività per le celebrazioni per i 50 anni dalla nascita del Museo, prosegue l’indagine e la testimonianza del ruolo primario di Henriette Nigrin nella gestione dell’atelier tessile, con l’approfondimento e l’esposizione di tessuti per moda e arredamento.

Il 2026 è l’anno del restauro e della presentazione dell’album Ciel di Mariano Fortuny, un progetto visionario sugli studi degli effetti atmosferici e della luce.

I musei del Settecento

Un anno speciale per Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano che dal 7 marzo all’8 giugno, accoglie I Guardi della Collezione Gulbenkian, in un’esposizione che porta il nucleo di opere più preziose del museo portoghese a Venezia. Dipinti di Francesco Guardi databili tra il 1770 e 1790, in dialogo con disegni provenienti dal Gabinetto del Museo del Settecento Veneziano.

Nel corso dell’estate il museo presenta la Donazione Rubelli (dal 24 giugno al 7 settembre 2026), la collezione di disegni di Alessandro Favaretto Rubelli, fautore del successo dell’omonima impresa di tessuti e fine collezionista. Uno splendido, nuovo tassello che arricchisce le raccolte di grafica antica, con la donazione di disegni di artisti veneti tra Cinquecento e Settecento, con Canaletto, Giandomenico Tiepolo, Palma il Giovane, Sebastiano e Marco Ricci.  In autunno, dal 23 settembre 2026 all’11 gennaio 2027 Ca’ Rezzonico presenta Album Romantici, un’esposizione dedicata agli album di disegni ottocenteschi a conclusione del restauro di tre importanti pezzi, appartenuti ad altrettanti protagonisti della vita culturale veneziana del XIX secolo.

Punto di riferimento per la storia della moda, del tessuto, del costume e del profumo, dal 20 maggio all’8 novembre 2026 il Museo di Palazzo Mocenigo apre all’indagine dell’artista libanese Mouna Rebeiz con la mostra Le tarbouche. Quando un accessorio diventa simbolo, in cui il copricapo conico in lana o seta rossa, unicamente maschile, diventa elemento caratterizzante di nudi femminili. Infine, nelle sale del piano nobile della Casa di Carlo Goldoni, un nuovo allestimento illustra il teatro goldoniano attraverso dipinti e arredi settecenteschi, ricreando ambientazioni tratte dalle commedie dell’autore. Un percorso arricchito da un focus dedicato al teatro musicale, che nel Settecento raggiunse il suo massimo splendore.

Il Museo di Storia Naturale

Dopo un intenso anno dedicato, in modo particolare, all’indagine sulla Laguna Veneta – che sarà protagonista di due nuove sale nello spazio espositivo permanente – tra le principali attività 2026 di divulgazione e restituzione al pubblico il museo propone il progetto fotografico e di comunicazione scientifica Dentro e fuori dall’acqua. L’ambiente di marea dell’Alto Adriaticoun’esposizione in programma dal 5 giugno al 13 settembre 2026 a cura di Lorenzo Peter Castelletto e realizzato con Area protetta Marina di Miramare (WWF) e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica sperimentale, per svelare il “dietro le quinte” di un ambiente affascinante sospeso tra terra e mare.

I Musei delle Isole

Particolarmente significativo per il Museo del Vetro di Murano è la restituzione, tra la fine del 2026 e il 2027, del nuovo spazio museale, grazie agli interventi strutturali che permetteranno di rendere ancora più esaustivo il capitolo dedicato all’arte del vetro veneziano – e non solo – novecentesco e contemporaneo. Il nuovo padiglione di oltre 1300 metri quadrati, un tempo fabbrica di conterie, viene così accorpato alla sede principale del Museo per diventare spazio dedicato alle storie di fabbrica e di famiglia del XX secolo, alle donazioni di autori contemporanei e designer – tra cui la donazione del gallerista newyorkese Berry Friedman e della ditta Carlo Moretti – fino all’ultima sezione dedicata ai lampadari contemporanei. Tra le mostre temporanee in programma, oltre ai progetti connessi alla The Venice Glass Week, dal 12 giugno 2026 al 30 marzo 2027 il museo ospita l’esposizione Babelcon opere del noto artista muranese Marco Toso Borella.

A Burano, insieme alle molte attività educative, di formazione e diffusione dell’arte del merletto, torna per l’undicesima edizione il concorso Un merletto per Venezia, dedicato alla creatività contemporanea; come da tradizione, la premiazione è fissata per il 14 giugno, contestualmente all’apertura al pubblico della mostra I merletti delle Biennali (fino all’8 gennaio 2027). A pochi minuti da Burano, il Museo di Torcello arricchisce il presidio dei musei in laguna: collegandosi fisicamente alla rete dei musei delle isole e inserendosi, con la sezione archeologica, medievale e moderna, nel racconto della storia di Venezia, tra civiltà della laguna e storia del collezionismo, prologo della narrazione sviluppata nelle altre sedi.

MUVE a Mestre: spazi espositivi, progetti culturali e la nascita di un nuovo museo

L’attesa nella primavera del 2026 è con l’apertura del nuovo museo di arte contemporanea in città: MUVEC, la Casa delle Contemporaneità, che prende forma permanente al Centro Culturale Candiani, al termine di importanti lavori per ridisegnare struttura e funzioni dell’edificio. Un ingresso dedicato conduce al secondo piano e alla collezione permanente: una selezione di opere delle collezioni civiche di arte moderna e contemporanea di Ca’ Pesaro, con percorso dedicato all’arte dal 1948 a oggi. Il progetto invita a riflettere sul significato di arte contemporanea, mettendo in dialogo le principali esperienze internazionali transitate da Venezia e le ricerche artistiche sviluppatesi nel territorio.

Il percorso, articolato in 60 opere di oltre 50 artisti, si snoda in tre nuclei tematici, che attraversano le trasformazioni dell’arte e della società dal secondo dopoguerra al nuovo millennio, indagando i temi del corpo, della materia e della città come spazio di vita, dialogo e conflitto: CostruzioneRicostruzione e Decostruzione. Tre percorsi strutturati su due livelli di lettura complementari: l’arte internazionale, e le esperienze locali, che si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente.

Il terzo piano resta dedicato alle mostre temporanee, con un rinnovato spazio espositivo che valorizza le molte contemporaneità delle raccolte civiche, proseguendo il ciclo di mostre sui Maestri del Novecento – dal 26 settembre 2026 al 14 febbraio 2027 con Klimt, Schiele, Kokoshka e il corpo nell’arte contemporanea – e ospitando il Premio Mestre di Pittura, che nel 2026 celebra la sua decima edizione.

Verso un distretto culturale, artistico e creativo, MUVE a Mestre è impegnata nella programmazione dell‘Emeroteca dell’Arte, luogo di aggregazione per la cittadinanza, la comunità artistica e centro di produzione, con in 10 artisti residenti del Bando congiunto con Fondazione Bevilacqua La Masa, più i tre vincitori dei concorsi Artefici del Nostro Tempo e Premio Mestre di Pittura. Spazi di lavoro che si uniscono, in stretta continuità, ad opportunità espositive con le mostre che nascono nella nuova Casermetta Est di Forte Marghera: nuova sede per Artefici del nostro tempo, dal 20 giugno al 27 settembre 2026 e la mostra di fine residenza per gli artisti dell’Emeroteca dell’Arte con Bevilacqua La Masa, tra l’autunno del 2026 e la primavera del 2027, fino alle occasioni di connessioni e contaminazioni che nasceranno nella futura factory del Palaplip.



CONTATTI PER LA STAMPA

Fondazione Musei Civici di Venezia
Chiara Vedovetto 
con Alessandra Abbate 
press@fmcvenezia.it
www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa
 
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Roberta Barbaro
roberta@studioesseci.net  
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

L’Aquila: Inizia l’anno della cultura, ideato all’insegna della rinascita

L’Aquila inaugura il 2026 come Capitale italiana della Cultura. Non un evento isolato, ma il punto di arrivo – e insieme di rilancio – di un lungo percorso che intreccia ricostruzione, identità e visione del futuro. Un anno di cultura che parla all’Italia intera.

L’AQUILA 2026

di Elena Serra

Editorialista – Experiences

Un inizio solenne, carico di significati
Il 17 gennaio 2026 L’Aquila ha aperto ufficialmente il suo anno da Capitale italiana della Cultura. La cerimonia inaugurale, alla presenza del Presidente della Repubblica e delle principali autorità civili e culturali, non è stata una semplice celebrazione protocollare. È apparsa piuttosto come un atto pubblico di riconoscimento: alla città, alla sua storia recente, alla capacità di trasformare una ferita profonda in un progetto collettivo.

Il titolo di Capitale italiana della Cultura
Il riconoscimento assegnato a L’Aquila dal Ministero della Cultura si inserisce in un programma nazionale avviato nel 2015, pensato per valorizzare il patrimonio culturale come leva di sviluppo sostenibile. Ma nel caso aquilano il titolo assume un peso particolare. Qui la cultura non arriva come ornamento o vetrina, bensì come strumento di ricostruzione materiale e simbolica, come linguaggio comune capace di tenere insieme memoria e prospettiva.

Una città segnata dal sisma, ma non definita solo da esso
È impossibile parlare di L’Aquila senza evocare il terremoto del 2009. Ma ridurre l’identità della città a quell’evento sarebbe un errore. L’Aquila è storicamente un centro culturale rilevante dell’Italia centrale: città universitaria, luogo di stratificazioni artistiche e architettoniche, crocevia di tradizioni civili e religiose. Il sisma ha interrotto bruscamente questa continuità, ma non l’ha cancellata.

Ricostruire non è solo riedificare edifici
Negli anni successivi al terremoto, la ricostruzione è stata lunga, complessa, spesso contraddittoria. Accanto ai cantieri materiali si è aperta una questione più profonda: come restituire alla città un tessuto sociale, una vita culturale, una dimensione simbolica condivisa. L’Aquila 2026 nasce anche da qui, dalla consapevolezza che senza cultura non esiste vera rinascita urbana.

Un progetto culturale articolato e diffuso
Il programma dell’anno prevede oltre trecento iniziative tra mostre, spettacoli, concerti, incontri, progetti di ricerca, residenze artistiche e attività di partecipazione. Non si tratta di un calendario concentrato in pochi luoghi iconici, ma di una rete di eventi che coinvolge il centro storico, i quartieri, i borghi del territorio, i comuni del cratere. L’idea è quella di una capitale culturale diffusa, capace di superare la dicotomia tra centro e periferia.

La cultura come infrastruttura civile
Uno degli aspetti più rilevanti del progetto aquilano è la sua impostazione strutturale. L’anno della cultura non viene concepito come una parentesi, ma come un investimento di lungo periodo. Emblematica in questo senso è l’istituzione del primo Osservatorio culturale urbano in Italia, pensato per misurare l’impatto delle politiche culturali su coesione sociale, qualità della vita, attrattività territoriale. Un segnale chiaro: la cultura non come spesa, ma come infrastruttura.

Luoghi simbolo che tornano a vivere
Il 2026 accompagna e accelera la restituzione alla città di spazi culturali fondamentali. Il Teatro Comunale, il Teatro San Filippo, i complessi museali e gli edifici storici riaperti o restaurati diventano non solo contenitori di eventi, ma luoghi di riconnessione civica. La riapertura di questi spazi segna il ritorno di una quotidianità culturale, fatta non solo di grandi appuntamenti, ma di fruizione costante.

Il ruolo del MUNDA e dei musei
Il Museo Nazionale d’Abruzzo, tornato nella sede del Forte Spagnolo, rappresenta uno dei nodi centrali di questo processo. La sua presenza rafforza l’idea di una città che recupera il proprio patrimonio come risorsa viva. Musei, archivi, biblioteche diventano presidi di continuità, luoghi in cui la memoria dialoga con il presente.

Tradizione e contemporaneità
L’Aquila 2026 non rinuncia alle proprie tradizioni. La Perdonanza Celestiniana, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale, trova nell’anno della cultura una risonanza nuova. Non come rievocazione folkloristica, ma come pratica di senso: un rito che parla di perdono, comunità, responsabilità collettiva, temi sorprendentemente attuali in un contesto globale segnato da fratture e conflitti.

Una città che si racconta con linguaggi nuovi
Accanto alla tradizione, il programma valorizza linguaggi contemporanei: installazioni luminose, performance urbane, arti digitali, progetti partecipativi. L’inaugurazione stessa, con eventi diffusi nel centro storico e interventi visivi di grande impatto, ha mostrato la volontà di parlare a pubblici diversi, di superare l’idea elitaria della cultura senza rinunciare alla qualità.

Il coinvolgimento della comunità
Uno dei punti più delicati – e più promettenti – del progetto riguarda il coinvolgimento diretto dei cittadini. Associazioni, università, scuole, operatori culturali locali sono chiamati non solo a ospitare eventi, ma a co-progettarli. È qui che si gioca una parte decisiva della scommessa: fare in modo che L’Aquila 2026 non sia percepita come qualcosa “calato dall’alto”, ma come un processo condiviso.

L’Aquila nel contesto nazionale
Essere Capitale italiana della Cultura significa anche assumere una responsabilità simbolica nei confronti del Paese. L’Aquila diventa un caso di studio: può la cultura contribuire davvero alla rigenerazione di una città ferita? Può produrre effetti duraturi, oltre l’anno celebrativo? Il 2026 aquilano si inserisce così in un dibattito più ampio sul ruolo delle politiche culturali in Italia.

Oltre il 2026
La sfida più grande comincia proprio ora. Perché un anno di cultura abbia senso, deve lasciare tracce: competenze, reti, spazi attivi, pubblico consapevole. L’Aquila sembra aver impostato il lavoro in questa direzione, puntando sulla continuità e non sull’eccezione. Se il progetto riuscirà, il 2026 non sarà ricordato come un apice isolato, ma come un passaggio decisivo.

Una rinascita che riguarda tutti
L’Aquila 2026 non è solo la storia di una città che rinasce. È una riflessione aperta sul rapporto tra cultura e comunità, tra memoria e futuro, tra istituzioni e cittadini. In un’Italia che spesso fatica a pensare la cultura come bene comune, l’esperienza aquilana propone una domanda semplice e radicale: che cosa siamo disposti a ricostruire, davvero, quando diciamo di voler ripartire?


Redazione Experiences