
Dal 6 all’8 maggio la pre-apertura della Biennale ha riportato Venezia al centro del sistema artistico internazionale. Con “In Minor Keys”, la curatrice Koyo Kouoh prova a spostare il baricentro dell’arte contemporanea verso le voci laterali, lontane dalle fanfare del mercato e dalle ideologie da salotto.
di Carlo Venturi
A Venezia, come sempre, arrivano tutti. Gli artisti perché devono esserci. I collezionisti perché non possono mancare. I curatori per controllarsi a vicenda. I giornalisti per fingere di capire. E i veneziani, ormai rassegnati, per attraversare calli diventate un corridoio aeroportuale permanente. La 61ª Biennale d’Arte ha aperto i battenti con la consueta liturgia internazionale: motoscafi, inviti introvabili, file chilometriche e l’eterna promessa che questa volta l’arte saprà davvero leggere il mondo.
Il titolo scelto dalla curatrice camerunense Koyo Kouoh è “In Minor Keys”. Una dichiarazione d’intenti già nel lessico musicale: niente trombe trionfali, niente apocalissi spettacolari, niente rivoluzioni in technicolor. Piuttosto storie laterali, memorie interrotte, forme di resistenza silenziosa. Una Biennale che prova a lavorare sottovoce in un’epoca che urla.
Non è poco, considerato il momento. Da anni l’arte contemporanea soffre di una curiosa sindrome: parla continuamente di marginalità da dentro strutture costosissime, sostenute da grandi marchi, fondazioni miliardarie e collezionisti che acquistano indignazione a metri quadrati. Kouoh tenta almeno di evitare la predica. La sua impostazione è meno ideologica e più narrativa. Punta sulla stratificazione culturale, sui linguaggi diasporici, sui territori periferici del racconto globale. Non sempre ci riesce, ma almeno evita il tono sacerdotale che ha infestato molte esposizioni recenti.
La pre-apertura, dal 6 all’8 maggio, ha registrato un’affluenza impressionante. All’Arsenale si sono formate lunghe attese già dalle prime ore del mattino. Migliaia di operatori del settore, critici, direttori di museo e collezionisti hanno invaso i percorsi espositivi con la consueta efficienza da convention finanziaria. Del resto la Biennale è anche questo: il più elegante mercato delle idee travestito da riflessione culturale.
I numeri confermano che Venezia resta il centro simbolico dell’arte internazionale. La Biennale, fondata nel 1895, continua a essere la più antica e influente esposizione periodica d’arte contemporanea al mondo. In oltre un secolo ha attraversato guerre, dittature, contestazioni politiche e trasformazioni radicali del sistema artistico. Ha consacrato avanguardie e prodotto mode dimenticabili. Ma soprattutto ha mantenuto una funzione che nessuna fiera commerciale riesce davvero a sostituire: offrire una geografia culturale del presente.
Koyo Kouoh arriva a questa responsabilità dopo anni di lavoro internazionale costruito lontano dagli epicentri tradizionali del potere europeo. Direttrice dello Zeitz MOCAA di Città del Capo, tra i maggiori musei africani dedicati all’arte contemporanea, Kouoh ha sempre insistito sulla necessità di allargare il canone occidentale senza trasformare la diversità in folklore curatoriale. È una distinzione sottile, ma decisiva. Perché l’arte contemporanea occidentale ama molto le periferie, purché restino decorative.
“In Minor Keys” cerca dunque un’altra strada. Le opere dialogano attorno a temi come la memoria coloniale, l’identità migrante, la spiritualità, la fragilità politica e le economie della sopravvivenza. Molti artisti lavorano sul recupero dell’archivio personale e familiare, altri sulla dimensione sonora e performativa. C’è una forte presenza di linguaggi interdisciplinari: installazioni immersive, tessitura, video, pratiche rituali. L’impressione generale è quella di una Biennale meno ossessionata dall’effetto Instagram e più interessata alla durata dello sguardo. Anche se, naturalmente, il pubblico continua a fotografare tutto con devozione compulsiva.
All’Arsenale il percorso si sviluppa come una lunga deriva dentro paesaggi emotivi e politici. Non mancano opere di forte impatto visivo, ma la spettacolarizzazione sembra più contenuta rispetto a edizioni recenti. Ai Giardini, invece, i padiglioni nazionali continuano a raccontare il vecchio paradosso veneziano: un’esposizione che vuole superare i confini identitari organizzandosi ancora per bandiere.
Alcuni padiglioni puntano apertamente sulla crisi geopolitica contemporanea, altri scelgono percorsi più intimi. Il risultato è disomogeneo, come sempre. La Biennale resta una macchina enorme, dove convivono intuizioni brillanti e operazioni furbesche, ricerca autentica e marketing culturale. Pretendere coerenza assoluta sarebbe ingenuo. Venezia funziona proprio per accumulo e contraddizione.
Intanto la città recita il proprio ruolo con consumata ambiguità. Da una parte si offre come scenario ideale: l’acqua, la pietra, la decadenza controllata, il mito della bellezza sospesa. Dall’altra mostra tutte le crepe di un equilibrio sempre più fragile. Il turismo di massa non rallenta, gli affitti salgono, i residenti diminuiscono. La Biennale porta prestigio e denaro, ma accentua anche quella trasformazione di Venezia in fondale permanente che i veneziani osservano ormai con ironia stanca.
Eppure il rapporto tra la città e l’arte contemporanea conserva qualcosa di unico. Nessun altro luogo produce lo stesso cortocircuito temporale. Le opere più sperimentali del presente finiscono per confrontarsi con secoli di storia materiale, politica e artistica. È un dialogo spesso impari, ma inevitabile. Venezia ridimensiona tutto. Anche le ambizioni dei curatori.
Sul fronte del mercato, la settimana inaugurale conferma una tendenza già evidente negli ultimi anni: il collezionismo internazionale continua a investire su artisti provenienti da Africa, America Latina e Sud globale. Non per improvvisa conversione etica, naturalmente. Il sistema dell’arte ha semplicemente capito che la nuova centralità culturale passa anche da lì. Il rischio è che la diversità diventi una categoria commerciale come un’altra. Kouoh sembra consapevole del problema e prova a sottrarsi a questa estetica dell’esotismo ben confezionato.
Resta poi una questione più ampia. Che cosa può ancora fare una Biennale in un mondo saturo d’immagini, conflitti e dichiarazioni morali? Forse meno di quanto credano i suoi organizzatori e più di quanto pensino i cinici. L’arte non cambia la storia, ma qualche volta riesce a cambiare il modo in cui la osserviamo. E in tempi dominati dalla velocità, persino costringere qualcuno a fermarsi davanti a un’opera per più di trenta secondi può essere considerato un risultato.
La 61ª Biennale non offre soluzioni. Non pretende neppure di farlo. Propone piuttosto una diversa tonalità emotiva. Toni minori, appunto. Che non significa rinuncia o debolezza. In musica, le tonalità minori spesso contengono più verità delle marce trionfali. Venezia, almeno per qualche settimana, sembra averlo ricordato al mondo intero.
| Articolo redazionale |
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