Da anni misuriamo la salute della cultura contando visitatori, finanziamenti, incassi e progetti approvati. Tutto utile, naturalmente. Il guaio comincia quando i numeri, invece di aiutarci a capire la realtà, pretendono di sostituirla.
di Davide Rinaldi
Michele Trimarchi ha impiegato quasi vent’anni per scrivere un libro che, a quanto pare, aveva già cominciato a scrivere nel 2007. Nel suo computer è rimasto infatti un vecchio file intitolato “valore della cultura – indice”. Confrontato con quello del volume appena pubblicato, le differenze non sono poi così grandi. La prima domanda viene spontanea: allora a cosa sono serviti vent’anni?
La risposta occupa, in sostanza, Il valore economico della cultura. Risorse, mercati, strategie e politiche in una società molteplice, pubblicato da FrancoAngeli. Perché nel frattempo è cambiato quasi tutto ciò che circonda musei, teatri, siti archeologici e istituzioni culturali, mentre una parte consistente del sistema ha continuato a comportarsi come se bastasse aggiornare il lessico. E il lessico, bisogna riconoscerlo, è stato aggiornato con entusiasmo.
Abbiamo attraversato l’epoca dei distretti culturali, della creatività metropolitana, delle capitali della cultura e poi della trasformazione digitale. Sono arrivate nuove formule accademiche, nuovi bandi, nuove parole d’ordine e inevitabilmente nuove occasioni per inserire quelle parole nei progetti. Ogni stagione ha avuto il proprio vocabolario e la cultura, che dovrebbe essere il luogo in cui le parole vengono maneggiate con una certa cautela, non sempre ha resistito alla tentazione.
Nel frattempo è rimasta una certezza molto più prosaica: i soldi.
Trimarchi individua proprio qui uno dei problemi. Bilanci, finanziamenti e rendicontazioni hanno progressivamente assunto il ruolo di indicatori privilegiati dello stato di salute delle istituzioni culturali. Il finanziamento, che dovrebbe essere uno strumento, rischia così di trasformarsi nell’obiettivo. E quando bisogna convincere qualcuno a concederlo, la programmazione culturale può finire per imparare rapidamente che cosa piace al finanziatore.
È una forma molto particolare di selezione naturale.
Ne derivano la ricerca dell’evento capace di richiamare grandi numeri, l’attenzione quasi rituale alle procedure, la rincorsa alle norme e quella che Trimarchi descrive provocatoriamente come una sorta di sindrome di Stoccolma del sistema culturale nei confronti della regolazione pubblica. Si chiedono nuove leggi, nuovi finanziamenti, nuove cornici istituzionali, mentre diventa più difficile domandarsi se il modello costruito negli ultimi decenni funzioni ancora.
Probabilmente non funziona più come prima.
La società che aveva dato forma ai nostri musei, ai teatri e a molte istituzioni culturali sta cambiando. La borghesia imprenditoriale non è più quella del Novecento, il pubblico si è frammentato, le identità sono diventate molteplici e le modalità di fruizione oscillano continuamente tra presenza fisica e dimensione digitale. Pensare di affrontare questa trasformazione applicando semplicemente le categorie di vent’anni fa assomiglia un po’ al tentativo di aggiornare uno smartphone cambiandogli la custodia.
Neppure le novità più rumorose bastano da sole. Cancel culture, NFT e altre mode che periodicamente promettono di cambiare il rapporto tra società e produzione culturale possono indicare trasformazioni reali, ma non costituiscono automaticamente una direzione.
Trimarchi intravede invece un mutamento più profondo. Alla serialità si sostituisce progressivamente qualcosa di simile a un artigianato della narrazione; alla globalità torna ad affiancarsi la prossimità; alla competizione l’esperienza; alla conquista del pubblico la relazione con il pubblico. È una società meno facilmente classificabile, ma proprio per questo forse più disponibile a raccontarsi e a produrre nuovi significati.
Se cambia la società, però, deve cambiare anche la domanda iniziale.
Quanto vale la cultura?
Per rispondere non basta più aprire il bilancio.
L’economia può naturalmente fornire strumenti indispensabili. Trimarchi è un economista e non propone certo di gettare le tabelle dalla finestra. Suggerisce però di rimetterle al loro posto. Contabilità e indicatori sono strumenti, non il significato finale dell’attività culturale.
Il valore nasce altrove: nelle relazioni.
Un’opera, un museo o un patrimonio acquistano valore culturale attraverso il rapporto con chi li osserva, li interpreta, li discute e li inserisce nella propria esperienza. L’esempio più efficace è anche il più semplice: un capolavoro chiuso in un deposito e invisibile a tutti possiede evidentemente qualità artistiche e patrimoniali, ma non può ancora attivare pienamente il proprio valore culturale nella società.
In altre parole, non basta possedere la Gioconda. Bisogna anche aprire la porta.
La catena del valore culturale non è quindi una linea di produzione. Assomiglia piuttosto a una rete nella quale offerta e domanda continuano a modificarsi reciprocamente. Da una parte c’è ciò che un territorio, un artista o un’istituzione sono capaci di esprimere attraverso la propria specificità; dall’altra una società che interpreta quei contenuti attraverso la sensibilità del proprio tempo.
Questo spostamento cambia parecchie cose.
Per molto tempo abbiamo attribuito all’arte una funzione quasi sacerdotale: l’opera custodisce un messaggio e il pubblico, possibilmente educato a dovere, deve imparare a comprenderlo. È una concezione nobile, ma rischia di trasformare il sistema culturale in una torre d’avorio nella quale qualcuno parla e qualcun altro dovrebbe ascoltare.
Trimarchi propone una relazione più mobile. Il valore non scende dall’alto: emerge dallo scambio.
Da qui deriva anche una diversa idea delle politiche culturali. Un sistema meno arroccato dovrebbe essere capace di dialogare con una società complessa, integrare realmente esperienza analogica e digitale e soprattutto chiedere infrastrutture, tecnologia e competenze, non soltanto contributi finanziari.
La distinzione è tutt’altro che marginale. Un finanziamento permette di realizzare un progetto. Una competenza può cambiare il modo in cui un’istituzione lavora. Una tecnologia può modificare l’accessibilità di un patrimonio. Un’infrastruttura può creare le condizioni perché decine di progetti diventino possibili.
È il passaggio, nelle intenzioni di Trimarchi, da organizzazioni dipendenti dalla burocrazia e dall’assistenza pubblica a vere imprese culturali. Non necessariamente imprese nel senso commerciale del termine, ma soggetti capaci di produrre valore, assumersi responsabilità e costruire relazioni durature con i propri pubblici.
Ed è forse qui che la questione economica della cultura diventa, paradossalmente, meno economica.
Il libro nasce dalla necessità di interrogare la creatività, i modi della produzione e soprattutto la domanda. Non pretende di ridurre l’arte alle categorie dell’economia, perché l’arte rimane uno stock singolare, difficilmente misurabile con gli strumenti riservati ai beni ordinari. Cerca piuttosto di capire che cosa accade quando quell’arte entra nella vita delle persone.
La risposta non entra facilmente in una cella di Excel.
Questo naturalmente non significa che i conti non debbano tornare. Devono tornare eccome. Ma un museo con un bilancio impeccabile e incapace di parlare alla società resta un problema culturale, anche se amministrativamente è un gioiellino.
Forse il punto del ragionamento di Trimarchi è proprio questo: abbiamo trascorso molti anni cercando di dimostrare che la cultura produce ricchezza, occupazione, turismo, sviluppo urbano e perfino benessere. Tutto vero e tutto importante. A forza di difenderla attraverso ciò che produce indirettamente, però, rischiamo di dimenticare ciò che produce prima di tutto.
Significati. E quelli hanno una pessima abitudine: non si lasciano rendicontare facilmente.











