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  • Quanto vale la cultura?Il problema è che continuiamo a chiederlo alla calcolatrice

    Quanto vale la cultura?Il problema è che continuiamo a chiederlo alla calcolatrice

    Da anni misuriamo la salute della cultura contando visitatori, finanziamenti, incassi e progetti approvati. Tutto utile, naturalmente. Il guaio comincia quando i numeri, invece di aiutarci a capire la realtà, pretendono di sostituirla.


    di Davide Rinaldi

    Michele Trimarchi ha impiegato quasi vent’anni per scrivere un libro che, a quanto pare, aveva già cominciato a scrivere nel 2007. Nel suo computer è rimasto infatti un vecchio file intitolato “valore della cultura – indice”. Confrontato con quello del volume appena pubblicato, le differenze non sono poi così grandi. La prima domanda viene spontanea: allora a cosa sono serviti vent’anni?

    La risposta occupa, in sostanza, Il valore economico della cultura. Risorse, mercati, strategie e politiche in una società molteplice, pubblicato da FrancoAngeli. Perché nel frattempo è cambiato quasi tutto ciò che circonda musei, teatri, siti archeologici e istituzioni culturali, mentre una parte consistente del sistema ha continuato a comportarsi come se bastasse aggiornare il lessico. E il lessico, bisogna riconoscerlo, è stato aggiornato con entusiasmo.

    Abbiamo attraversato l’epoca dei distretti culturali, della creatività metropolitana, delle capitali della cultura e poi della trasformazione digitale. Sono arrivate nuove formule accademiche, nuovi bandi, nuove parole d’ordine e inevitabilmente nuove occasioni per inserire quelle parole nei progetti. Ogni stagione ha avuto il proprio vocabolario e la cultura, che dovrebbe essere il luogo in cui le parole vengono maneggiate con una certa cautela, non sempre ha resistito alla tentazione.

    Nel frattempo è rimasta una certezza molto più prosaica: i soldi.

    Trimarchi individua proprio qui uno dei problemi. Bilanci, finanziamenti e rendicontazioni hanno progressivamente assunto il ruolo di indicatori privilegiati dello stato di salute delle istituzioni culturali. Il finanziamento, che dovrebbe essere uno strumento, rischia così di trasformarsi nell’obiettivo. E quando bisogna convincere qualcuno a concederlo, la programmazione culturale può finire per imparare rapidamente che cosa piace al finanziatore.

    È una forma molto particolare di selezione naturale.

    Ne derivano la ricerca dell’evento capace di richiamare grandi numeri, l’attenzione quasi rituale alle procedure, la rincorsa alle norme e quella che Trimarchi descrive provocatoriamente come una sorta di sindrome di Stoccolma del sistema culturale nei confronti della regolazione pubblica. Si chiedono nuove leggi, nuovi finanziamenti, nuove cornici istituzionali, mentre diventa più difficile domandarsi se il modello costruito negli ultimi decenni funzioni ancora.

    Probabilmente non funziona più come prima.

    La società che aveva dato forma ai nostri musei, ai teatri e a molte istituzioni culturali sta cambiando. La borghesia imprenditoriale non è più quella del Novecento, il pubblico si è frammentato, le identità sono diventate molteplici e le modalità di fruizione oscillano continuamente tra presenza fisica e dimensione digitale. Pensare di affrontare questa trasformazione applicando semplicemente le categorie di vent’anni fa assomiglia un po’ al tentativo di aggiornare uno smartphone cambiandogli la custodia.

    Neppure le novità più rumorose bastano da sole. Cancel culture, NFT e altre mode che periodicamente promettono di cambiare il rapporto tra società e produzione culturale possono indicare trasformazioni reali, ma non costituiscono automaticamente una direzione.

    Trimarchi intravede invece un mutamento più profondo. Alla serialità si sostituisce progressivamente qualcosa di simile a un artigianato della narrazione; alla globalità torna ad affiancarsi la prossimità; alla competizione l’esperienza; alla conquista del pubblico la relazione con il pubblico. È una società meno facilmente classificabile, ma proprio per questo forse più disponibile a raccontarsi e a produrre nuovi significati.

    Se cambia la società, però, deve cambiare anche la domanda iniziale.

    Quanto vale la cultura?

    Per rispondere non basta più aprire il bilancio.

    L’economia può naturalmente fornire strumenti indispensabili. Trimarchi è un economista e non propone certo di gettare le tabelle dalla finestra. Suggerisce però di rimetterle al loro posto. Contabilità e indicatori sono strumenti, non il significato finale dell’attività culturale.

    Il valore nasce altrove: nelle relazioni.

    Un’opera, un museo o un patrimonio acquistano valore culturale attraverso il rapporto con chi li osserva, li interpreta, li discute e li inserisce nella propria esperienza. L’esempio più efficace è anche il più semplice: un capolavoro chiuso in un deposito e invisibile a tutti possiede evidentemente qualità artistiche e patrimoniali, ma non può ancora attivare pienamente il proprio valore culturale nella società.

    In altre parole, non basta possedere la Gioconda. Bisogna anche aprire la porta.

    La catena del valore culturale non è quindi una linea di produzione. Assomiglia piuttosto a una rete nella quale offerta e domanda continuano a modificarsi reciprocamente. Da una parte c’è ciò che un territorio, un artista o un’istituzione sono capaci di esprimere attraverso la propria specificità; dall’altra una società che interpreta quei contenuti attraverso la sensibilità del proprio tempo.

    Questo spostamento cambia parecchie cose.

    Per molto tempo abbiamo attribuito all’arte una funzione quasi sacerdotale: l’opera custodisce un messaggio e il pubblico, possibilmente educato a dovere, deve imparare a comprenderlo. È una concezione nobile, ma rischia di trasformare il sistema culturale in una torre d’avorio nella quale qualcuno parla e qualcun altro dovrebbe ascoltare.

    Trimarchi propone una relazione più mobile. Il valore non scende dall’alto: emerge dallo scambio.

    Da qui deriva anche una diversa idea delle politiche culturali. Un sistema meno arroccato dovrebbe essere capace di dialogare con una società complessa, integrare realmente esperienza analogica e digitale e soprattutto chiedere infrastrutture, tecnologia e competenze, non soltanto contributi finanziari.

    La distinzione è tutt’altro che marginale. Un finanziamento permette di realizzare un progetto. Una competenza può cambiare il modo in cui un’istituzione lavora. Una tecnologia può modificare l’accessibilità di un patrimonio. Un’infrastruttura può creare le condizioni perché decine di progetti diventino possibili.

    È il passaggio, nelle intenzioni di Trimarchi, da organizzazioni dipendenti dalla burocrazia e dall’assistenza pubblica a vere imprese culturali. Non necessariamente imprese nel senso commerciale del termine, ma soggetti capaci di produrre valore, assumersi responsabilità e costruire relazioni durature con i propri pubblici.

    Ed è forse qui che la questione economica della cultura diventa, paradossalmente, meno economica.

    Il libro nasce dalla necessità di interrogare la creatività, i modi della produzione e soprattutto la domanda. Non pretende di ridurre l’arte alle categorie dell’economia, perché l’arte rimane uno stock singolare, difficilmente misurabile con gli strumenti riservati ai beni ordinari. Cerca piuttosto di capire che cosa accade quando quell’arte entra nella vita delle persone.

    La risposta non entra facilmente in una cella di Excel.

    Questo naturalmente non significa che i conti non debbano tornare. Devono tornare eccome. Ma un museo con un bilancio impeccabile e incapace di parlare alla società resta un problema culturale, anche se amministrativamente è un gioiellino.

    Forse il punto del ragionamento di Trimarchi è proprio questo: abbiamo trascorso molti anni cercando di dimostrare che la cultura produce ricchezza, occupazione, turismo, sviluppo urbano e perfino benessere. Tutto vero e tutto importante. A forza di difenderla attraverso ciò che produce indirettamente, però, rischiamo di dimenticare ciò che produce prima di tutto.

    Significati. E quelli hanno una pessima abitudine: non si lasciano rendicontare facilmente.

  • Guggenheim Abu Dhabi:il museo negli Emirati ridisegna la geografia dell’arte

    Guggenheim Abu Dhabi:il museo negli Emirati ridisegna la geografia dell’arte

    Dopo vent’anni di attese, rinvii e trasformazioni, il Guggenheim Abu Dhabi è arrivato al traguardo. Il museo progettato da Frank Gehry completa una parte decisiva del Cultural District di Saadiyat e mostra quanto la cultura sia diventata centrale nella strategia internazionale degli Emirati Arabi Uniti.


    di Luca Ferraris

    L’11 dicembre 2026, quando il Guggenheim Abu Dhabi aprirà finalmente le porte, saranno trascorsi vent’anni dai primi accordi che diedero origine al progetto. Un tempo insolitamente lungo persino per un grande museo, ma utile a capire quanto sia cambiata nel frattempo la geografia culturale internazionale. Nel 2006 Abu Dhabi annunciava una nuova istituzione affidandone il progetto a Frank Gehry. Oggi inaugura il più grande museo della rete Guggenheim dentro un distretto nel quale alcune delle principali istituzioni culturali del pianeta sono state concentrate su pochi chilometri quadrati.

    Il nuovo museo sorge sulla punta dell’isola di Saadiyat, affacciato sulle acque del Golfo. Intorno ci sono già il Louvre Abu Dhabi progettato da Jean Nouvel e teamLab Phenomena; nello stesso distretto trovano posto lo Zayed National Museum e il Natural History Museum Abu Dhabi. Non si tratta dunque di una semplice sequenza di edifici spettacolari. Saadiyat è uno degli esperimenti più ambiziosi attraverso i quali una città sta cercando di costruire una nuova centralità internazionale facendo della cultura una componente strutturale del proprio sviluppo.

    Il Guggenheim ne rappresenta forse il tassello più simbolico.

    A firmarlo è Frank Gehry, scomparso nel dicembre 2025, l’architetto che con il Guggenheim Bilbao aveva già dimostrato quanto un museo potesse intervenire sull’identità e sull’economia di una città. Ma Abu Dhabi non è Bilbao e l’operazione emiratina ha un’altra scala. Qui non si tratta di rigenerare un centro industriale europeo in declino: l’obiettivo è consolidare il ruolo di una capitale del Golfo dentro le reti globali della cultura, del turismo, della conoscenza e degli investimenti.

    L’edificio rende visibile questa ambizione. Il complesso raggiunge circa 80 mila metri quadrati e comprende 11.600 metri quadrati di gallerie interne, distribuite in trenta spazi espositivi, ai quali si aggiungono circa 23 mila metri quadrati all’aperto destinati anche a opere monumentali e commissioni site-specific.

    Come spesso accade nell’architettura di Gehry, è difficile individuare una facciata nel senso tradizionale. Volumi differenti si aggregano attorno a un grande atrio centrale, costruendo una massa apparentemente irregolare che cambia con il punto di osservazione. L’architetto aveva immaginato un organismo capace di dialogare con il paesaggio costiero, con il clima e con alcune forme dell’architettura vernacolare della regione.

    La componente più riconoscibile è costituita dai grandi coni che emergono dal complesso, alcuni rivestiti da una maglia di acciaio inossidabile, uno caratterizzato dalla combinazione di onice e vetro. Non sono soltanto elementi scultorei. La loro funzione richiama i sistemi tradizionali di ventilazione dell’area mediorientale: intercettano i movimenti dell’aria e contribuiscono alla produzione di ombra e alla ventilazione passiva. In un territorio nel quale le temperature estive possono essere estreme, il rapporto fra monumentalità e controllo climatico diventa parte integrante dell’architettura.

    È però dentro le gallerie che il Guggenheim Abu Dhabi tenta l’operazione culturalmente più interessante.

    La collezione, avviata nel 2009, riguarda l’arte dagli anni Sessanta a oggi e nasce dichiaratamente con l’intenzione di mettere in discussione una lettura della contemporaneità costruita prevalentemente lungo l’asse Europa-Nord America. Le ricerche sviluppate in Asia occidentale, Nord Africa e Asia meridionale entrano così in rapporto con quelle provenienti da Europa, Stati Uniti e altre aree del mondo.

    Il punto non consiste semplicemente nell’aggiungere artisti provenienti da regioni tradizionalmente meno rappresentate nei grandi musei occidentali. È la struttura stessa del racconto a cambiare.

    Il percorso non sarà dominato da una cronologia lineare o da una successione di movimenti elaborata a partire dai centri storici del mercato occidentale. Le opere saranno messe in relazione attraverso nuclei tematici: le differenti forme dell’astrazione, il rapporto con la cultura popolare e i mass media, la terra e l’ambiente, il linguaggio e la scrittura, la memoria e le nuove forme della narrazione.

    L’intenzione è leggere l’arte recente attraverso connessioni, circolazioni e influenze reciproche. Un artista del Medio Oriente non entra quindi nella storia come appendice regionale di un modello elaborato altrove, ma partecipa alla costruzione di una storia contemporanea intesa come sistema di scambi.

    È una scelta museologica, ma anche una dichiarazione geopolitica.

    Abu Dhabi si trova infatti in una posizione che gli Emirati cercano da tempo di trasformare in vantaggio strategico: tra Mediterraneo, Africa e Asia, lungo rotte commerciali e finanziarie che stanno acquistando crescente importanza. Il Cultural District trasferisce questa collocazione sul terreno simbolico. Se Parigi, Londra e New York hanno costruito per secoli la propria influenza culturale anche attraverso musei, accademie e collezioni, le città del Golfo stanno investendo risorse considerevoli per entrare stabilmente nello stesso sistema.

    Il Louvre Abu Dhabi aveva già mostrato chiaramente questa direzione. Il Guggenheim compie un passo ulteriore perché interviene sul segmento più sensibile e mobile del sistema: l’arte moderna e contemporanea, dove produzione culturale, mercato, collezionismo e prestigio internazionale sono strettamente intrecciati.

    La direzione inaugurale è stata affidata a Valerie Hillings, figura che conosce il progetto dall’interno. Tra il 2009 e il 2018 aveva lavorato al Guggenheim Abu Dhabi come curatrice e associate director of curatorial affairs, contribuendo alla strategia della collezione, alle acquisizioni e alla programmazione che ha preceduto l’apertura. Il suo ritorno alla guida del museo garantisce quindi una continuità non comune per un’istituzione che ha avuto una gestazione tanto lunga.

    La costruzione del museo, del resto, è stata tutt’altro che lineare. Dal memorandum firmato nel 2006 alla posa delle fondamenta sono trascorsi anni segnati da rinvii, revisioni e discussioni. Anche le condizioni dei lavoratori migranti impiegati nei grandi cantieri di Saadiyat sono state oggetto di critiche internazionali e hanno coinvolto direttamente la Guggenheim Foundation nel dibattito sui diritti del lavoro.

    È un elemento che appartiene alla storia del progetto e che impedisce di leggere Saadiyat soltanto attraverso l’immagine levigata delle sue architetture. La trasformazione culturale del Golfo avviene dentro società che stanno cercando di ridefinire rapidamente il proprio modello economico e la propria presenza internazionale, mantenendo allo stesso tempo assetti politici e sociali molto diversi da quelli delle democrazie occidentali.

    È proprio questa tensione a rendere il Guggenheim Abu Dhabi interessante oltre i suoi ottantamila metri quadrati.

    Gli Emirati Arabi Uniti, come altri Paesi produttori di idrocarburi della regione, stanno da tempo diversificando le proprie economie. Turismo, finanza, trasporti, tecnologia, istruzione e industrie culturali partecipano alla costruzione di un futuro meno dipendente dal petrolio. Musei come il Guggenheim non sono quindi soltanto luoghi destinati a conservare ed esporre opere: sono infrastrutture di reputazione, attrattività e relazioni internazionali.

    Il fenomeno riguarda ormai l’intero Golfo. L’Arabia Saudita investe massicciamente nella cultura e nell’intrattenimento, il Qatar ha costruito negli ultimi decenni una rete museale di rilievo mondiale e gli Emirati competono per attrarre istituzioni, professionisti, turismo qualificato e capitali. La cultura è entrata pienamente in questa competizione.

    Saadiyat rappresenta il caso forse più compiuto perché concentra nello stesso luogo identità locale e marchi museali globali. Il Louvre porta con sé il patrimonio storico e la tradizione enciclopedica europea; il Guggenheim la modernità e l’arte contemporanea; lo Zayed National Museum costruisce invece il racconto nazionale degli Emirati. Accanto a essi, scienza, storia naturale e arte digitale ampliano ulteriormente il sistema.

    Il risultato è un distretto che non vuole semplicemente importare cultura dall’Occidente. L’ambizione, almeno dichiarata, è diventare uno dei luoghi nei quali la cultura globale viene prodotta, interpretata e raccontata.

    Sarà il programma del Guggenheim a stabilire quanto questa promessa riuscirà a tradursi in pratica. Un edificio di Gehry può creare un’icona, una collezione internazionale può attirare visitatori, un grande marchio museale può garantire immediata visibilità. Più difficile è costruire nel tempo autorevolezza scientifica, libertà curatoriale, ricerca e una relazione autentica con il territorio.

    È questa la sfida che comincerà davvero l’11 dicembre. Quando apriranno le porte, dopo vent’anni di attesa, il Guggenheim Abu Dhabi non dovrà più dimostrare di essere monumentale. Quello si vede già da lontano. Dovrà dimostrare qualcosa di più importante: che nel nuovo equilibrio culturale fra Occidente, Medio Oriente e Asia, Abu Dhabi non vuole essere soltanto il luogo che ospita il museo, ma uno dei luoghi da cui si guarda il mondo.

  • La Silicon Valley ha perso l’innocenza. E il cinema comincia a raccontarla

    La Silicon Valley ha perso l’innocenza. E il cinema comincia a raccontarla

    Per molto tempo il cinema ha guardato alla Silicon Valley come al luogo in cui il futuro prendeva forma. Adesso quello stesso paesaggio appare diverso. Dietro gli schermi, gli algoritmi e le promesse di cambiare il mondo emergono uomini, conflitti, denaro e una domanda sempre più difficile da evitare: chi controlla davvero le tecnologie che stanno cambiando le nostre vite?


    di Leonardo Kofler

    C’è stato un tempo in cui gli imprenditori della Silicon Valley sembravano personaggi arrivati dal futuro. Giovani, informali, spesso vestiti con magliette e felpe, parlavano di connessioni, conoscenza condivisa, libertà e progresso mentre costruivano aziende destinate a diventare immensamente più grandi di quanto forse loro stessi avessero immaginato. Il cinema li osservava con curiosità, talvolta con ammirazione, altre volte con una diffidenza che rimaneva sullo sfondo.

    Quel tempo sembra essersi chiuso.

    Nel giro di pochi mesi il cinema americano sta portando sullo schermo alcune delle figure più potenti dell’industria tecnologica contemporanea. Mark Zuckerberg, Elon Musk, Sam Altman. Non semplicemente biografie di imprenditori di successo, ma storie nelle quali il successo è ormai inseparabile dalle sue conseguenze. È come se Hollywood avesse deciso di voltarsi verso la California e guardare, finalmente, che cosa è accaduto mentre tutti eravamo occupati a usare gli strumenti che da lì arrivavano.

    Il precedente inevitabile è The Social Network, il film diretto nel 2010 da David Fincher e scritto da Aaron Sorkin. Facebook era allora una creatura ancora giovane e Mark Zuckerberg aveva ventisei anni. Il film raccontava la nascita del social network attraverso amicizie spezzate, ambizioni, cause legali e tradimenti. Ma dietro quella storia privata si intravedeva qualcosa di più grande: la formazione di un nuovo potere, del quale non erano ancora chiare le dimensioni.

    Sedici anni dopo, Sorkin torna in quello stesso territorio con The Social Reckoning, questa volta anche come regista. Non è propriamente un sequel, ma un’opera complementare a The Social Network. E il mondo nel frattempo è cambiato.

    Al centro non c’è più la nascita di Facebook, bensì ciò che è accaduto quando quella piattaforma è diventata una delle infrastrutture invisibili della vita contemporanea.

    La storia segue Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, l’ex dipendente di Facebook che nel 2021 rese disponibili migliaia di documenti interni dell’azienda, e Jeff Horwitz, il giornalista del Wall Street Journal interpretato da Jeremy Allen White che lavorò all’inchiesta nota come Facebook Files. Jeremy Strong assume invece il ruolo di Zuckerberg.

    Il punto di vista si è rovesciato. Nel 2010 osservavamo alcuni ragazzi costruire qualcosa. Adesso osserviamo qualcuno che cerca di capire che cosa quella cosa sia diventata.

    La stessa trasformazione attraversa altri film arrivati o annunciati in questo periodo. Alex Gibney ha dedicato a Elon Musk un documentario di quattro ore, Musk, mentre Luca Guadagnino ha scelto una vicenda ancora più recente e forse ancora più difficile da decifrare: la storia di OpenAI e la temporanea estromissione di Sam Altman dalla società che guida.

    Il suo Artificial è stato presentato al New York Film Festival e ha immediatamente attirato l’attenzione della critica. Guadagnino affida Sam Altman ad Andrew Garfield e Ilya Sutskever a Yura Borisov. Monica Barbaro interpreta Mira Murati, Ike Barinholtz è Elon Musk e Mark Rylance veste i panni di Geoffrey Hinton, uno dei pionieri delle reti neurali e dell’apprendimento automatico.

    La sceneggiatura è di Simon Rich. Il film attraversa circa vent’anni di sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma il suo centro narrativo è concentrato nei pochi giorni del novembre 2023 durante i quali OpenAI sembrò sul punto di implodere.

    Il 17 novembre di quell’anno il consiglio di amministrazione annunciò improvvisamente la rimozione di Altman dalla carica di amministratore delegato. La decisione aprì una crisi rapidissima. Dipendenti, dirigenti e investitori entrarono nel conflitto, Microsoft offrì ad Altman un ruolo nella propria struttura dedicata all’intelligenza artificiale e gran parte del personale di OpenAI minacciò di lasciare l’azienda. Cinque giorni dopo Altman era nuovamente al comando.

    Una crisi societaria durata meno di una settimana diventava così il sintomo di qualcosa di assai più vasto.

    OpenAI era nata nel 2015 come organizzazione non profit con l’ambizione dichiarata di sviluppare un’intelligenza artificiale avanzata a beneficio dell’umanità. Negli anni successivi la struttura della società divenne più complessa, mentre aumentavano gli investimenti necessari a sostenere una ricerca sempre più costosa. Poi arrivò ChatGPT e quello che fino a poco prima era un settore frequentato soprattutto da ricercatori e specialisti entrò improvvisamente nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone.

    È in questo passaggio che Artificial trova la propria tensione.

    Guadagnino non sembra interessato a costruire semplicemente il ritratto di Altman. Gli interessa piuttosto il confronto fra uomini che condividono una tecnologia ma non necessariamente la stessa idea del suo futuro. Da una parte Sutskever, figura appartata, quasi interamente immersa nella ricerca e ossessionata dai rischi di sistemi sempre più potenti; dall’altra Altman, abilissimo nel muoversi fra investitori, politica, ricerca e strategie industriali.

    Tra loro passa una domanda che il film non può risolvere e che probabilmente nessuno, oggi, è davvero in grado di risolvere: fino a che punto è possibile controllare qualcosa mentre la si sta ancora inventando?

    È forse questa incertezza a rendere Artificial diverso dalle tradizionali biografie cinematografiche. La storia raccontata non appartiene al passato. I protagonisti sono vivi, attivi, potenti. Le aziende continuano a cambiare. La tecnologia descritta nel film continua a svilupparsi mentre il film arriva nelle sale.

    Persino la sua produzione è stata lambita dalle contraddizioni del mondo che racconta. Il progetto era nato con Amazon MGM Studios, che successivamente ha rinunciato alla distribuzione. Negli Stati Uniti il film è stato quindi acquisito da Neon. In Italia sarà distribuito da I Wonder Pictures. Gran parte delle riprese, inoltre, è stata realizzata nel nostro Paese, fra Ivrea, Torino e Reggio Emilia, mentre soltanto pochi giorni di lavorazione si sono svolti a San Francisco.

    Il paradosso è evidente. Hollywood comincia a interrogare criticamente la Silicon Valley proprio mentre cinema e tecnologia diventano sempre più difficili da separare. Le grandi piattaforme digitali producono film, possiedono studi, finanziano contenuti e sperimentano strumenti di intelligenza artificiale destinati a entrare nei processi creativi. Il cinema osserva dunque un potere dal quale, almeno in parte, dipende.

    Forse anche per questo i nuovi film sui protagonisti dell’industria tecnologica hanno un tono molto diverso dalle vecchie storie dedicate agli inventori.

    Non raccontano soltanto uomini che costruiscono macchine o fondano imprese. Raccontano persone che prendono decisioni capaci di modificare comportamenti collettivi, informazione, lavoro, politica e perfino il modo in cui immaginiamo il futuro. Il garage californiano, simbolo romantico dell’inventore indipendente, è ormai lontano. Al suo posto ci sono consigli di amministrazione, server, capitali immensi e sistemi tecnologici utilizzati simultaneamente in ogni parte del pianeta.

    Zuckerberg, Musk e Altman diventano così personaggi cinematografici quasi prima di diventare personaggi storici.

    È questo il dettaglio più singolare. Di solito il cinema arriva dopo, quando il tempo ha già separato gli eventi dal rumore che li circondava. Qui accade il contrario. Il racconto nasce mentre la vicenda è ancora aperta.

    Forse tra vent’anni questi film appariranno ingenui. Forse sembreranno profetici. Forse alcune delle paure che attraversano Artificial saranno state dimenticate e altre, oggi invisibili, saranno diventate decisive.

    Per ora resta l’immagine di alcuni uomini seduti attorno a un tavolo, davanti a computer e documenti, mentre discutono del destino di una tecnologia che riguarda miliardi di persone.

    Fuori da quella stanza, quasi nessuno può intervenire.

    Ma tutti, in qualche modo, siamo già dentro la storia.

    Ho mantenuto il testo volutamente compatto e narrativo, evitando di trasformarlo in una rassegna di film: il vero soggetto diventa il cambiamento dello sguardo del cinema sulla Silicon Valley, mentre Artificial costituisce il punto di arrivo. I dati su Artificial, cast, anteprima al New York Film Festival e arco narrativo sono confermati dal festival e dalle fonti cinematografiche; quelli su The Social Reckoning dalla produzione Sony e dalle ricostruzioni contemporanee. filmlinc.org

  • I mercanti dell’intelligenza artificiale: costruiscono il futuro e poi ci avvertono dei pericoli

    I mercanti dell’intelligenza artificiale: costruiscono il futuro e poi ci avvertono dei pericoli

    Hanno investito miliardi per rendere l’intelligenza artificiale sempre più potente e adesso alcuni di loro ci spiegano che sarebbe opportuno andarci piano. È una contraddizione soltanto apparente: dietro l’AI si sta giocando una partita economica e politica gigantesca, nella quale Stati e imprese sono ormai legati gli uni agli altri.


    di Salvatore Greco

    Una delle caratteristiche più curiose dell’intelligenza artificiale è che quelli che dovrebbero rassicurarci sono spesso gli stessi che ci mettono in guardia. Costruiscono modelli sempre più potenti, raccolgono capitali nell’ordine dei miliardi, progettano infrastrutture colossali e poi, quando gli si chiede come andrà a finire, assumono un’espressione seria e spiegano che qualche rischio effettivamente c’è.

    Non è proprio il modo in cui un venditore di automobili presenterebbe il nuovo modello. Ma qui, evidentemente, l’automobile potrebbe decidere dove portarci.

    È dentro questa contraddizione che si muove Mercanti dell’anima – L’AI e il nostro futuro, l’approfondimento di La7 curato e condotto da Federico Fubini, giornalista ed editorialista del Corriere della Sera. Due appuntamenti, il 5 e il 12 ottobre, prodotti da La7 Original attraverso il Digital Media Lab, per provare a mettere ordine in una storia che procede più velocemente della nostra capacità di raccontarla. La prima puntata è già andata in onda ed è disponibile sulla piattaforma dell’emittente; la seconda è prevista lunedì 12 ottobre, in seconda serata, dopo La Torre di Babele.

    Il titolo è volutamente impegnativo. I “mercanti” sono alcuni degli uomini che stanno determinando la direzione dell’intelligenza artificiale mondiale: Elon Musk, Sam Altman, Peter Thiel, Dario Amodei. Personaggi molto diversi tra loro, accomunati però da una circostanza non secondaria: dispongono di mezzi economici, capacità tecnologiche e influenza politica sufficienti a incidere sulla vita di persone che probabilmente non saprebbero riconoscerli incontrandoli al supermercato.

    Ed è questo uno dei punti interessanti del racconto di Fubini. L’intelligenza artificiale sembra una faccenda di computer, algoritmi e data center, ma dietro le macchine ci sono biografie, convinzioni, rivalità, paure, interessi economici e soprattutto persone. Con idee talvolta molto precise su come dovrebbe essere il futuro dell’umanità.

    Elon Musk, per esempio, occupa da anni una posizione singolare: partecipa alla corsa tecnologica e contemporaneamente avverte che quella stessa corsa potrebbe diventare pericolosa. Sam Altman, alla guida di OpenAI, è diventato invece uno dei volti più riconoscibili dell’accelerazione impressa dall’intelligenza artificiale generativa all’economia e alla società. Intorno a lui crescono discussioni sulla sicurezza, sulla governance dei sistemi e sulla concentrazione di un potere tecnologico senza molti precedenti. Dario Amodei, cofondatore e amministratore delegato di Anthropic, proviene dalla ricerca e ha fatto della sicurezza dei sistemi avanzati uno degli elementi centrali della propria strategia.

    Detta così sembrerebbe una disputa fra filosofi con parecchi computer a disposizione. Il problema è che quei computer costano cifre enormi.

    Fubini mette infatti in evidenza un aspetto meno spettacolare dell’AI, ma probabilmente decisivo: il suo fabbisogno economico. Addestrare e gestire modelli sempre più sofisticati richiede chip, energia, data center e investimenti giganteschi. Le società protagoniste della competizione stanno assumendo dimensioni tali che una loro crisi potrebbe non riguardare più soltanto azionisti e dipendenti.

    La formula usata da Fubini è quella che per anni abbiamo associato alle grandi banche: “too big to fail”, troppo grandi per fallire. Le aziende dell’intelligenza artificiale starebbero avvicinandosi a una condizione analoga. Se una di esse dovesse entrare seriamente in difficoltà, il problema potrebbe diventare sistemico. E a quel punto entrerebbe inevitabilmente in scena lo Stato.

    Il rapporto fra Silicon Valley e politica americana assume così contorni meno romantici di quelli dei vecchi racconti sui ragazzi geniali che fondavano imprese in garage. Secondo Fubini, anche il riavvicinamento di Amodei a Donald Trump va letto all’interno di questa reciproca necessità: le aziende potrebbero avere bisogno, prima o poi, del sostegno del governo; il governo, a sua volta, ha interesse a evitare che aziende strategiche per la competizione mondiale dell’AI vadano in crisi.

    Insomma, il garage è cresciuto parecchio. E nel frattempo è diventato geopolitica.

    Perché dall’altra parte del Pacifico c’è la Cina. Nel racconto di Mercanti dell’anima Pechino appare come il secondo grande polo della competizione: sviluppa modelli a costi aggressivi, amplia l’uso dell’intelligenza artificiale e investe nella robotica anche per rispondere a problemi molto concreti della società cinese, dalla denatalità alla riduzione della forza lavoro. Non è più soltanto una gara per stabilire chi possieda l’algoritmo migliore. È una competizione industriale, economica e strategica.

    E poi c’è l’Europa, che rischia ancora una volta di arrivare alla festa quando gli altri hanno già deciso la musica.

    Fubini introduce però una storia italiana che indica almeno un tentativo di percorrere una strada diversa. È quella di Uljan Sharka, imprenditore italiano di origine albanese e fondatore di Domyn, impegnato nello sviluppo di modelli e infrastrutture con l’obiettivo di costruire un’alternativa europea il più possibile indipendente dal duopolio tecnologico fra Stati Uniti e Cina. Siamo ancora all’inizio, osserva Fubini. Ed è forse la parte più prudente dell’intero discorso.

    Perché l’intelligenza artificiale arriva accompagnata da promesse difficili da ignorare. Può accelerare la ricerca scientifica, trasformare la medicina, modificare il lavoro, aumentare la produttività e rendere accessibili capacità che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza. Nello stesso tempo pone problemi di sicurezza, controllo dell’informazione, concentrazione del potere e funzionamento delle democrazie. La questione non consiste quindi nello stabilire se l’AI sia “buona” oppure “cattiva”. Sarebbe rassicurante, ma anche piuttosto infantile.

    La domanda interessante è chi stabilirà come usarla.

    Ed è qui che il titolo Mercanti dell’anima acquista un significato meno enfatico di quanto potrebbe sembrare. Perché la posta in gioco non riguarda soltanto le macchine che utilizzeremo, ma il grado di autonomia che conserveremo mentre le utilizziamo. Fubini formula il problema chiedendosi se sia possibile prendere ciò che di positivo offre l’intelligenza artificiale continuando a essere uomini e donne liberi, mantenendo cioè l’essere umano al centro della trasformazione anziché renderlo subordinato alla tecnologia – o alla sorta di religione che intorno alla tecnologia rischia di formarsi.

    La risposta, ammette, non c’è ancora. Ed è probabilmente l’unica risposta seria possibile.

    La storia dell’intelligenza artificiale che stiamo vivendo non ha infatti un narratore che conosca già il finale. Musk, Altman, Amodei e gli altri stanno prendendo decisioni mentre noi ne sperimentiamo le conseguenze. I governi cercano di regolamentare tecnologie che cambiano prima che le norme riescano a raggiungerle. Le imprese corrono perché rallentare significa lasciare spazio ai concorrenti. E noi, nel frattempo, cominciamo tranquillamente a chiedere a una macchina di scrivere una lettera, diagnosticare un problema, riassumere un libro o decidere quale strada prendere.

    Forse il punto non è avere paura dell’intelligenza artificiale. È molto più semplice, e proprio per questo più complicato: capire chi la governa. Possibilmente prima che sia lei a suggerirci la risposta.

  • Un ritrovamento che racconta il destino di un patrimonio disperso nei musei del mondo

    Un ritrovamento che racconta il destino di un patrimonio disperso nei musei del mondo

    Individuato nel 1889, il Tumulo Gsell è stato esplorato integralmente soltanto nel 2026. Al suo interno, tre camere funerarie hanno conservato ceramiche greche, oggetti preziosi, armi e testimonianze dei rapporti commerciali che univano l’Etruria al Mediterraneo.


    di Chiara Vassallo

    Una tomba può aspettare più di un secolo prima di raccontare la propria storia. Quella scoperta a Vulci era stata individuata nel 1889, quando gli studiosi dell’École française de Rome avevano riconosciuto il recinto circolare di un grande tumulo nella necropoli della Polledrara. Si erano fermati lì, senza completare l’esplorazione. Da allora, sotto la terra, erano rimasti gli oggetti appartenuti a persone vissute circa 2.600 anni fa, le testimonianze delle loro abitudini e i segni della posizione che occupavano nella società etrusca.

    La campagna archeologica del 2026 ha finalmente permesso di esplorare integralmente il Tumulo Gsell, riportando alla luce un complesso funerario di età orientalizzante, la cosiddetta Tomba della Camera di pietra, costruita alla fine del VII secolo a.C.

    Il ritrovamento è avvenuto nel territorio compreso fra Canino e Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, dove si estendeva l’antica Vulci. All’epoca della costruzione del sepolcro, la città attraversava una stagione di particolare prosperità. I suoi commerci raggiungevano diverse regioni del Mediterraneo e le famiglie aristocratiche disponevano di ricchezze che trovavano espressione anche nei rituali funerari.

    Oggi, attraverso gli oggetti rimasti nelle camere sepolcrali, possiamo osservare qualcosa di quel mondo. Non conosciamo i nomi delle persone che vi furono deposte, ma conosciamo alcuni dei beni che le accompagnarono nella morte. E sono proprio questi oggetti a restituire una parte della loro storia.

    Una scoperta che attraversa tre secoli

    L’esplorazione è stata condotta nell’ambito di Ritorno a Vulci, progetto internazionale avviato nel 2023 grazie a una concessione del Ministero della Cultura. La direzione scientifica è affidata a Laura Maria Michetti, Alessandro Conti e Christian Mazet.

    Alla ricerca collaborano l’École française de Rome, il Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma e il Department of Greece and Rome del British Museum. Alle attività di tutela partecipano la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, la Direzione regionale Musei nazionali Lazio e la Fondazione Vulci.

    L’indagine interessa le necropoli del settore sud-orientale della città antica, ma non si esaurisce nel lavoro sul terreno. Gli archeologi studiano anche gli archivi e i materiali archeologici confluiti nelle collezioni italiane e straniere, cercando di ricostruire le circostanze delle grandi scoperte ottocentesche.

    È un’attività particolarmente importante per Vulci, le cui necropoli hanno restituito, soprattutto durante l’Ottocento, quantità straordinarie di reperti. Molti sono oggi custoditi nei principali musei internazionali, spesso senza una documentazione sufficiente a stabilirne con precisione il luogo e le circostanze del ritrovamento.

    Ricollegare gli oggetti ai loro contesti significa recuperare informazioni che la dispersione delle collezioni ha reso difficili da ricostruire. Per questo la nuova scoperta assume un valore che supera quello dei singoli reperti.

    Carlo Casi, direttore del Parco naturalistico archeologico di Vulci, ha definito la tomba un nuovo importante elemento per ricostruire la storia archeologica della città.

    Il crollo che ha salvato la memoria

    Il complesso funerario comprende tre camere, tutte esplorate durante la campagna di scavo. Quella principale presenta pareti di contenimento realizzate con grandi blocchi di nenfro, una pietra vulcanica largamente impiegata nell’architettura etrusca. I blocchi sono inseriti nei depositi di sabbia, ghiaia e argilla lasciati dall’antico corso del fiume Fiora.

    La storia successiva della tomba presenta una circostanza singolare. Nel corso del Novecento, i saccheggiatori vi penetrarono ripetutamente, sottraendo parte dei materiali. Eppure, una porzione considerevole del corredo funerario è arrivata fino a noi.

    A proteggerla è stato proprio un evento che, in altre condizioni, avrebbe potuto provocarne la distruzione. Il cedimento delle coperture e delle strutture portanti ha prodotto un accumulo di macerie che ha sigillato parte dei depositi, sottraendoli alla vista e all’azione dei tombaroli.

    Il crollo ha così conservato ciò che i saccheggi avrebbero potuto disperdere definitivamente. Nonostante le intrusioni, le strutture interne sono rimaste in buone condizioni e diversi oggetti sono stati ritrovati ancora nella loro posizione originaria.

    Quest’ultimo particolare è fondamentale. Per gli archeologi, conoscere la disposizione degli oggetti all’interno di una sepoltura permette di studiare non soltanto ciò che vi era stato deposto, ma anche le modalità con cui si svolgevano i rituali funerari.

    Gli oggetti di una famiglia aristocratica

    Armi, ceramiche, parti di un carro, oggetti preziosi e strumenti legati alla preparazione dei cibi compongono il corredo rinvenuto nel sepolcro. La varietà e la qualità dei materiali indicano l’appartenenza dei defunti a un ambiente aristocratico, capace di procurarsi prodotti provenienti anche da regioni lontane.

    Accanto alle ceramiche greche di produzione attica e corinzia sono stati individuati vasi locali in impasto decorato e in bucchero, la caratteristica ceramica etrusca dalla superficie nera.

    Sono emersi inoltre obeloi, spiedi metallici utilizzati per cuocere la carne, insieme ad armi e parti di un carro. Oggetti che, nel contesto funerario, costituivano anche testimonianze del rango sociale.

    Il corredo comprende lamine d’oro e di bronzo, manufatti in osso e avorio lavorato e accessori di abbigliamento. Fra questi ultimi figura una rara calzatura femminile.

    È forse uno dei ritrovamenti che più facilmente avvicinano il visitatore contemporaneo alla dimensione umana della scoperta. Fra gli oggetti destinati a rappresentare ricchezza e prestigio compare qualcosa che appartiene anche alla quotidianità, un accessorio personale che rimanda alla presenza femminile all’interno dell’ambiente aristocratico.

    Non sappiamo a chi appartenesse quella calzatura, né quali vicende personali si nascondano dietro la sua deposizione. Il reperto, tuttavia, aggiunge una testimonianza preziosa alla conoscenza degli oggetti di abbigliamento e dei rituali funerari dell’epoca.

    Il banchetto e le rotte del Mediterraneo

    Le camere laterali hanno restituito materiali particolarmente interessanti, molti dei quali ancora nella posizione originaria.

    Fra i ritrovamenti figurano un tripode in bronzo e una lucerna in gesso alabastrino, probabilmente proveniente dal Mediterraneo orientale, forse dall’area compresa fra Naucrati e Rodi.

    La presenza di quest’ultimo oggetto è una testimonianza dei rapporti che collegavano Vulci a territori geograficamente lontani. Le rotte commerciali non trasportavano soltanto merci: favorivano anche la circolazione di forme artistiche, tecniche produttive e consuetudini culturali.

    Nello stesso ambiente è stato individuato un servizio da banchetto appartenente alla cosiddetta Polledrara Ware, una classe ceramica locale piuttosto rara. Il complesso comprende phialai, olpai, hydriai e dinoi, recipienti destinati a differenti funzioni e caratterizzati da decorazioni policrome.

    Sono stati ritrovati anche una grattugia utilizzata per la preparazione del vino speziato e una coppa policroma in stile ionico Wild Goat, una produzione riconoscibile per il proprio repertorio decorativo.

    L’insieme dei materiali permette di comprendere l’importanza del banchetto nella rappresentazione del prestigio aristocratico. La presenza di recipienti differenti, strumenti per la preparazione delle bevande e ceramiche di produzione greca testimonia l’attenzione riservata a pratiche conviviali che avevano anche un significato sociale.

    Nel corredo della tomba convivono oggetti di produzione locale e manufatti importati. È una combinazione che racconta il carattere cosmopolita della Vulci del VII secolo a.C., una città pienamente inserita negli scambi del Mediterraneo.

    Vulci, una città che guardava lontano

    Alla fine del VII secolo a.C., quando venne costruita la Tomba della Camera di pietra, Vulci attraversava una delle fasi più floride della propria storia.

    La città disponeva di una rete di relazioni commerciali che si estendeva attraverso il Mediterraneo. Le ceramiche attiche e corinzie, insieme ai manufatti di possibile provenienza orientale, rappresentano testimonianze concrete di questi rapporti.

    La ricchezza dei corredi funerari riflette la posizione raggiunta dalle famiglie aristocratiche all’interno della società vulcente. Gli oggetti importati convivevano con produzioni locali di notevole qualità, documentando un ambiente culturale aperto a influenze differenti.

    Vulci avrebbe conservato la propria autonomia fino alla conquista romana del 280 a.C. La tomba appena esplorata appartiene dunque a una fase molto precedente, quando la città era protagonista di una stagione di espansione economica e culturale.

    Il valore della scoperta risiede anche nella possibilità di osservare insieme materiali che, in altri contesti, sono stati separati e dispersi. La loro associazione permette agli studiosi di approfondire le conoscenze sulle consuetudini funerarie, sull’organizzazione sociale e sulle relazioni commerciali dell’aristocrazia etrusca.

    Ritrovare i legami perduti

    La storia degli scavi di Vulci è anche quella di un patrimonio disseminato nel mondo. Le grandi esplorazioni ottocentesche portarono alla luce reperti eccezionali, successivamente confluiti in numerose collezioni museali. In molti casi, tuttavia, gli oggetti furono separati dalle informazioni relative ai luoghi di provenienza e alle condizioni del ritrovamento.

    È una perdita che riguarda soprattutto la possibilità di comprendere le relazioni fra i materiali. Un vaso conservato in un museo può essere studiato per la sua forma, la tecnica e la decorazione. Conoscere gli altri oggetti che lo accompagnavano nella sepoltura permette però di ricostruire anche il contesto culturale e rituale al quale apparteneva.

    La Tomba della Camera di pietra offre proprio questa opportunità. Come sottolineato da Carlo Casi, la conservazione di parte delle deposizioni nella loro posizione originaria, unita alla varietà e alla qualità dei materiali, consentirà di confrontare il nuovo complesso con i contesti già conosciuti.

    Il lavoro prosegue anche attraverso lo studio dei reperti provenienti da recuperi e sequestri, attualmente esaminati presso il Museo archeologico di Vulci. Queste indagini contribuiranno a completare la conoscenza della necropoli della Polledrara.

    Il progetto Ritorno a Vulci è inoltre collegato a Vulci nel Mondo, un database online liberamente consultabile che raccoglie in un museo virtuale i reperti vulcenti custoditi nelle istituzioni museali di diversi Paesi.

    È un modo per ricostruire, almeno sul piano della conoscenza, quell’unità che la dispersione delle collezioni ha compromesso.

    Una tomba nuovamente affidata alla terra

    Al termine delle indagini, la tomba e il recinto del tumulo sono stati nuovamente ricoperti per garantirne la protezione.

    Dopo essere rimasto parzialmente inesplorato per oltre un secolo, il complesso funerario è dunque tornato sotto terra. Questa volta, però, le sue strutture e i materiali rinvenuti sono entrati a far parte di un programma di studio che permetterà di approfondirne la conoscenza.

    Il lavoro degli archeologi proseguirà attraverso l’analisi dei reperti e il confronto con le collezioni conservate nei musei italiani e stranieri. La scoperta non conclude quindi la ricerca, ma apre nuove possibilità di interpretazione della storia di Vulci.

    Rimane soprattutto il valore di un ritrovamento che permette di restituire agli oggetti una parte delle relazioni perdute. Le ceramiche, gli strumenti da banchetto, le armi, i manufatti preziosi e quella rara calzatura femminile tornano a essere elementi di un unico contesto.

    Dopo 2.600 anni, la Tomba della Camera di pietra ci consegna qualcosa che nessun oggetto isolato potrebbe raccontare con la stessa precisione: una testimonianza della vita, delle abitudini e delle relazioni culturali di una famiglia aristocratica etrusca. E ricorda quanto sia importante, per comprendere il passato, conservare non soltanto ciò che gli uomini hanno lasciato, ma anche i legami fra le cose che sono appartenute loro.

  • Il World Monuments Watch 2027 evidenzia la questione economica, ambientale e sociale

    Il World Monuments Watch 2027 evidenzia la questione economica, ambientale e sociale

    L’analisi di 372 candidature provenienti da diverse regioni del mondo rivela le difficoltà crescenti nella tutela dei beni culturali. Ma suggerisce anche una prospettiva: investire nel patrimonio significa sostenere le comunità, trasmettere conoscenze e creare nuove opportunità di sviluppo.


    di Lorenzo Bianchi

    Conservare un monumento significa occuparsi del suo futuro almeno quanto del suo passato. Occorrono risorse economiche, conoscenze tecniche, capacità organizzative e, soprattutto, comunità disposte a riconoscere in quel patrimonio una parte della propria identità. Quando viene meno anche soltanto uno di questi elementi, la sopravvivenza di un edificio storico, di un sito archeologico o di un paesaggio culturale può diventare problematica.

    È quanto emerge dalle 372 candidature presentate al World Monuments Watch 2027, il programma internazionale promosso dal World Monuments Fund (WMF), organizzazione impegnata nella salvaguardia del patrimonio culturale. L’analisi delle segnalazioni restituisce un quadro articolato, nel quale tre questioni assumono particolare rilievo: la progressiva insufficienza dei finanziamenti, gli effetti dei cambiamenti climatici e la perdita delle competenze necessarie alla conservazione.

    I problemi sono strettamente collegati. Un monumento esposto a fenomeni meteorologici estremi richiede interventi sempre più complessi e costosi. La mancanza di risorse può impedirne la realizzazione, mentre la scomparsa di tecniche costruttive tradizionali rischia di compromettere la qualità degli stessi restauri. La tutela del patrimonio appare così come un sistema di responsabilità interdipendenti, nel quale le difficoltà locali riflettono trasformazioni di portata globale.

    La conservazione e il problema delle risorse

    Il primo dato riguarda l’economia. Il 65% dei promotori delle candidature segnala difficoltà finanziarie, contro il 55% rilevato nel 2024. Un incremento di dieci punti percentuali che rivela quanto la disponibilità economica stia diventando determinante per la sopravvivenza dei beni culturali.

    Le cause individuate sono differenti. Il 22% delle candidature denuncia l’insufficienza dei finanziamenti pubblici, il 17% richiama le difficoltà delle economie locali e il 10% segnala l’aumento dei costi dei materiali e della manodopera specializzata.

    Dietro queste percentuali si intravede una questione che riguarda direttamente le politiche di conservazione. La tutela richiede continuità, programmazione e capacità di intervenire prima che il degrado raggiunga condizioni irreversibili. La scarsità delle risorse rende più difficile proprio questa continuità, esponendo il patrimonio al rischio di interventi tardivi o insufficienti.

    Il problema assume inoltre una dimensione sociale. Nei territori economicamente più fragili, la disponibilità di finanziamenti può determinare non soltanto il destino di un monumento, ma anche la possibilità per una comunità di conservarne la memoria e di trasmetterla alle generazioni successive.

    Il cambiamento climatico modifica le priorità

    La seconda grande minaccia è rappresentata dal cambiamento climatico, indicato dal 54% dei promotori delle candidature. Nel 30% dei casi vengono segnalati pericoli direttamente collegati a eventi meteorologici estremi, fra cui inondazioni, tempeste, siccità e incendi.

    Si tratta di fenomeni che impongono di considerare la conservazione anche in rapporto alle trasformazioni ambientali. Le condizioni nelle quali un monumento è stato costruito e ha attraversato i secoli non possono più essere considerate necessariamente stabili. La frequenza e l’intensità degli eventi climatici estremi introducono ulteriori elementi di vulnerabilità e richiedono capacità di prevenzione e adattamento.

    La distribuzione geografica delle candidature mostra quanto queste pressioni siano differenti da una regione all’altra. Nell’Africa subsahariana, l’83% dei promotori individua nei rischi ambientali e climatici una delle principali preoccupazioni.

    È una percentuale particolarmente significativa, che invita a leggere la conservazione del patrimonio all’interno delle più ampie questioni ambientali. La protezione dei beni culturali dipende sempre più dalla capacità di affrontare fenomeni che superano i confini dei singoli siti e coinvolgono interi territori.

    Quando scompaiono i mestieri, il patrimonio perde la propria memoria

    La terza criticità riguarda un aspetto meno immediatamente visibile, ma altrettanto importante: la progressiva perdita delle competenze specialistiche e delle conoscenze tradizionali.

    Il 35% delle candidature evidenzia la necessità di formare nuovi professionisti e recuperare tecniche e mestieri indispensabili alla conservazione. La situazione appare particolarmente delicata nell’area dell’Asia e del Pacifico, dove il 51% dei promotori segnala una disponibilità insufficiente di specialisti e il 32% denuncia la scomparsa di pratiche e conoscenze tradizionali.

    La questione coinvolge il rapporto fra patrimonio materiale e patrimonio immateriale. Un edificio storico conserva infatti, insieme alla propria struttura fisica, le conoscenze delle persone che lo hanno progettato, costruito, trasformato e mantenuto nel tempo. Materiali, procedimenti e tecniche rappresentano una componente essenziale della sua identità.

    Quando queste conoscenze non vengono trasmesse, la conservazione diventa più difficile. Non basta disporre delle risorse necessarie per un intervento: occorrono persone capaci di comprendere le caratteristiche del bene e di operare attraverso competenze adeguate.

    Per questo motivo, diversi progetti del World Monuments Fund associano già le attività di conservazione alla formazione professionale. Il coinvolgimento di personale locale, studenti e nuove generazioni di specialisti permette di affrontare contemporaneamente due obiettivi: intervenire sui beni culturali e favorire la continuità delle conoscenze necessarie alla loro tutela.

    Il restauro assume così anche una funzione educativa. La trasmissione dei saperi diventa parte integrante della conservazione, mentre la partecipazione delle comunità locali contribuisce a mantenere vivo il rapporto fra i luoghi e le persone che li abitano.

    Una geografia delle fragilità

    L’analisi delle candidature mette in evidenza altre criticità, che variano sensibilmente secondo le regioni del mondo. Accanto ai problemi economici, ambientali e professionali emergono questioni politiche, istituzionali e culturali.

    In America Latina e nei Caraibi, il 40% dei promotori segnala l’inadeguatezza degli strumenti di protezione legale e dell’azione governativa. Il dato richiama l’importanza delle istituzioni e della presenza di strumenti normativi capaci di garantire una tutela effettiva.

    Nel Medio Oriente e nell’Africa settentrionale, invece, il 47% delle candidature individua nei conflitti e nei processi di pacificazione alcune delle principali preoccupazioni. In questi contesti, la conservazione del patrimonio si confronta con condizioni di instabilità che possono comprometterne la sicurezza e rendere particolarmente complessa la programmazione degli interventi.

    Differente è la situazione del Nord America, dove il 49% dei promotori richiama uno squilibrio nella rappresentazione delle diverse storie e delle differenti eredità culturali all’interno dei siti patrimoniali.

    Quest’ultimo dato introduce una questione che riguarda il significato stesso della conservazione. Proteggere un luogo significa anche interrogarsi sulle vicende che vi sono rappresentate e sulle comunità che riconoscono in esso una parte della propria storia. Il patrimonio non costituisce una memoria necessariamente uniforme: può custodire esperienze differenti, talvolta insufficientemente riconosciute.

    La varietà delle problematiche regionali dimostra quanto sarebbe riduttivo immaginare un’unica strategia di intervento. La tutela richiede strumenti capaci di adattarsi alle condizioni economiche, ambientali, istituzionali e culturali dei singoli territori.

    Il patrimonio come risorsa per le comunità

    Accanto alle minacce, le candidature presentate al World Monuments Watch 2027 individuano anche le opportunità che possono derivare dalla conservazione.

    Il 63% dei promotori considera il patrimonio culturale una possibile risorsa per sostenere le economie locali attraverso il turismo, l’occupazione e i processi di rigenerazione urbana e rurale. Il 59% ne sottolinea la capacità di rafforzare il coinvolgimento delle comunità, mentre il 50% riconosce nella salvaguardia dei siti un’opportunità per sviluppare attività educative e di ricerca.

    Sono indicazioni che ampliano la prospettiva tradizionale della tutela. La conservazione non viene considerata esclusivamente come un’attività destinata a impedire la perdita di testimonianze storiche, ma anche come uno strumento capace di produrre benefici economici, culturali e sociali.

    Il coinvolgimento delle comunità assume un’importanza particolare. La possibilità di partecipare alla salvaguardia del proprio patrimonio può rafforzare il legame con i luoghi e favorire la trasmissione delle conoscenze. Allo stesso tempo, la formazione di nuove professionalità e lo sviluppo delle attività legate alla conservazione possono contribuire alle economie dei territori interessati.

    In questa prospettiva, la protezione dei beni culturali riguarda direttamente anche la qualità della vita delle popolazioni. La memoria del passato e le opportunità del presente possono trovare nella conservazione un terreno comune.

    Il World Monuments Watch e la sfida del 2027

    Il World Monuments Watch opera dal 1996 con cadenza biennale, individuando luoghi di particolare valore culturale esposti a condizioni di rischio. Il programma combina interventi sul campo, sensibilizzazione, sovvenzioni, istruzione e formazione, con l’obiettivo di sostenere la conservazione e richiamare l’attenzione internazionale sui siti selezionati.

    In trent’anni di attività ha contribuito alla tutela di quasi 350 siti. Il World Monuments Fund ha investito direttamente oltre 125 milioni di dollari, ai quali si sono aggiunti altri 300 milioni mobilitati dalle comunità attraverso ulteriori fonti di finanziamento.

    I risultati economici del programma mostrano l’importanza della collaborazione fra organizzazioni internazionali, istituzioni e soggetti locali. L’investimento nella conservazione può infatti favorire la partecipazione di altri finanziatori, ampliando le possibilità di intervento.

    Bénédicte de Montlaur, presidente e amministratrice delegata del World Monuments Fund, richiama l’attenzione sull’intensificarsi delle pressioni esercitate sul patrimonio culturale, mentre finanziamenti, capacità gestionali e competenze specialistiche faticano a mantenere il passo.

    La selezione dei siti destinati a entrare nel World Monuments Watch 2027 è attualmente affidata a una commissione internazionale indipendente, presieduta dall’architetta Brinda Somaya. L’elenco completo sarà annunciato nel febbraio 2027.

    L’attesa riguarda i luoghi che riceveranno attenzione e sostegno attraverso il programma, ma i risultati dell’analisi hanno già un significato più ampio. Le 372 candidature descrivono un patrimonio mondiale sottoposto a pressioni crescenti e, contemporaneamente, mostrano quanto la sua conservazione dipenda da scelte che coinvolgono l’economia, l’ambiente, l’istruzione e la partecipazione sociale.

    Il problema, in definitiva, riguarda la capacità di trasmettere. Conservare significa assicurare la sopravvivenza materiale delle testimonianze storiche, ma anche mantenere le conoscenze che permettono di comprenderle e le condizioni che consentono alle comunità di riconoscersi in esse. Senza questa continuità, il rischio è che insieme ai monumenti vadano perdute anche le competenze e le memorie che attribuiscono loro significato.

  • A Dresda si ricostruisce l’intenso rapporto tra Roma e la Sassonia

    A Dresda si ricostruisce l’intenso rapporto tra Roma e la Sassonia

    Alcuni furono disegnati a Roma quasi tre secoli fa e vi ritornano per la prima volta. Non sono soltanto testimonianze grafiche di grande qualità: mostrano come idee, forme e competenze circolassero nell’Europa del Settecento, trasformando Dresda nella celebre “Firenze sull’Elba”. Il barocco italiano a Dresda


    di Serena Galimberti

    Trecento anni possono essere una lunga deviazione. Alcuni dei disegni oggi esposti al Museo Napoleonico partirono idealmente da Roma nel Settecento, entrarono nelle raccolte sassoni e adesso tornano nella città in cui erano stati concepiti. È uno dei motivi d’interesse di Il barocco italiano a Dresda. I capolavori del disegno architettonico europeo del XVIII secolo, aperta dal 25 settembre 2026 al 10 gennaio 2027.

    Il nucleo presentato a Roma proviene dalla raccolta scientifica del Landesamt für Denkmalpflege Sachsen, l’Ufficio statale per la conservazione dei monumenti della Sassonia, che cura e organizza l’esposizione. Il valore dei fogli non risiede tuttavia soltanto nella loro rarità. Messi in sequenza, ricostruiscono un sistema di rapporti culturali nel quale Roma e Dresda furono due punti di una stessa geografia artistica. Architetti, pittori e artigiani viaggiavano, i disegni circolavano, gli edifici diventavano modelli da studiare e reinterpretare. Le forme architettoniche attraversavano le Alpi molto prima che qualcuno cominciasse a parlare di cultura europea nei termini che utilizziamo oggi. Il barocco italiano a Dresda

    Alla metà del XVIII secolo Dresda aveva raggiunto uno splendore tale da meritarsi la definizione di “Firenze sull’Elba”. Sotto il principe elettore Friedrich August II di Sassonia e la consorte Maria Giuseppa, l’interesse per l’Italia assunse dimensioni politiche e culturali. La corte guardava alla pittura italiana, alla musica e in particolare all’opera seria. Nelle collezioni entrarono capolavori di Raffaello, Correggio, Giorgione e Tiziano, mentre numerosi artisti italiani furono chiamati a lavorare nella capitale sassone e nei territori circostanti.

    Fra loro c’era Bernardo Bellotto, veneziano, nipote e allievo di Antonio Canal e anch’egli conosciuto come Canaletto. Le sue vedute di Dresda sarebbero diventate una testimonianza eccezionale della fisionomia settecentesca della città. Ma il rapporto con l’Italia non si esauriva nell’importazione di dipinti o nella presenza di qualche artista illustre. Investiva l’architettura e, attraverso di essa, la rappresentazione stessa del potere.

    L’edificio che meglio sintetizza questa stagione è la cattedrale della Santissima Trinità, l’antica chiesa cattolica di corte, progettata dall’architetto romano Gaetano Chiaveri e inaugurata nel 1751. Nel materiale della mostra viene definita “l’edificio più romano a nord delle Alpi”. L’espressione può sembrare enfatica, ma chiarisce perfettamente la direzione dello scambio: Dresda non voleva semplicemente possedere arte italiana. Voleva comprendere e assimilare un linguaggio.

    La mostra costruisce il racconto in quattro sale, con una progressione molto netta.

    La prima, “Roma come modello”, parte dalla fonte. Sei disegni documentano dettagli degli interni di Sant’Ivo alla Sapienza, San Carlo alle Quattro Fontane, Trinità dei Monti e Villa Albani. Sono edifici molto diversi tra loro, ma insieme mostrano ciò che Roma rappresentava per un architetto settecentesco: una sorta di immenso repertorio a cielo aperto nel quale antico e moderno continuavano a sovrapporsi.

    Il disegno architettonico, in questo contesto, non era un’immagine accessoria dell’edificio. Era lo strumento attraverso il quale l’architettura poteva viaggiare. Si misurava un particolare, lo si rilevava, lo si ridisegnava e quel frammento diventava disponibile altrove. Prima della fotografia e della riproduzione istantanea, la circolazione delle forme dipendeva anche dalla precisione della mano.

    La seconda sala porta direttamente a Dresda e alla costruzione della nuova chiesa cattolica di corte progettata da Chiaveri. Qui il pezzo centrale è un disegno a colori dell’altare dell’Annunciazione nella chiesa romana di Sant’Ignazio, attribuito alla cerchia di Anton Raphael Mengs. Quel disegno doveva servire da modello per un altare destinato a Dresda. È un caso quasi didattico di trasferimento culturale: si osserva Roma, la si registra sulla carta e la si utilizza per progettare a centinaia di chilometri di distanza. Il barocco italiano a Dresda

    La terza sala concentra l’attenzione su Gaetano Chiaveri, figura decisiva dell’intero percorso. Dieci disegni, alcuni di dimensioni eccezionalmente grandi, presentano i progetti per un nuovo palazzo reale destinato al principe elettore di Sassonia. Il progetto permette di capire quanto l’architetto romano fosse inserito nelle ambizioni della corte e quanto l’architettura italiana fosse considerata uno strumento adeguato a tradurle in forma.

    Chiaveri appartiene a quella categoria di architetti che una lettura troppo nazionale della storia dell’arte rischia di lasciare ai margini. Nato a Roma nel 1689, lavorò infatti in un orizzonte internazionale che lo portò tra Russia, Polonia e Sassonia. La sua biografia ricorda una realtà elementare e talvolta dimenticata: la storia dell’architettura europea è fatta anche di professionisti che attraversano frontiere, rispondono a committenti stranieri e modificano il linguaggio dei luoghi nei quali arrivano.

    L’ultima sala, significativamente intitolata “Gli italiani a Dresda”, allarga infatti lo sguardo dal grande progettista alla comunità professionale. Dodici disegni documentano l’attività dei numerosi artisti e artigiani italiani chiamati nella capitale sassone. È forse il passaggio che meglio corregge una consuetudine della storia dell’arte: ricordare il nome dell’autore e dimenticare la rete di competenze necessaria a trasformare un progetto in un edificio.

    Dietro le grandi architetture lavoravano maestranze, decoratori e artigiani specializzati. La diffusione del Barocco italiano non fu quindi soltanto l’affermazione internazionale di alcuni protagonisti, ma anche il trasferimento concreto di tecniche e saperi. Le forme viaggiavano perché viaggiavano le persone. Il barocco italiano a Dresda

    Vista in questa prospettiva, la definizione stessa di “Barocco italiano a Dresda” acquista un significato meno ovvio. Non descrive una semplice esportazione, come se l’Italia producesse modelli e il resto d’Europa si limitasse a copiarli. Gli scambi culturali funzionano raramente in modo così lineare. Un linguaggio cambia quando viene trasferito, perché incontra altre tradizioni, altre esigenze religiose e politiche, altre tecniche costruttive, altri committenti.

    Dresda ne è un esempio particolarmente eloquente. L’interesse della corte per l’Italia contribuì a trasformare la città, ma quella cultura importata divenne a sua volta parte dell’identità sassone. Il risultato non fu Roma trapiantata sull’Elba, bensì qualcosa che poteva nascere soltanto dall’incontro fra Roma e Dresda.

    Ed è probabilmente questa la ragione per cui i disegni conservano una sorprendente attualità. Non parlano soltanto di facciate, altari e palazzi mai realizzati o trasformati dal tempo. Documentano un’Europa nella quale l’identità culturale non impediva la contaminazione, ma spesso nasceva proprio da essa.

    Oggi quei fogli compiono il percorso inverso. Lasciano temporaneamente Dresda e tornano a Roma. Alcuni ritrovano, dopo quasi tre secoli, la città nella quale furono tracciati. Il barocco italiano a Dresda

    È un ritorno fisico, ma anche un utile cambio di prospettiva. Davanti a un disegno settecentesco siamo abituati a cercare il nome dell’architetto, la data, l’edificio al quale si riferisce. Questa mostra invita a osservare anche la traiettoria del foglio: chi lo realizzò, chi lo portò altrove, chi lo utilizzò come modello, quale idea attraversò insieme a lui le frontiere.

    Perché l’architettura europea si è costruita anche così: qualcuno guardava un edificio in una città e immaginava che una parte di quell’idea potesse avere una seconda vita altrove.

    Trecento anni dopo, la carta è tornata al punto di partenza. Il viaggio delle forme, invece, non si è mai fermato.

    La mostra è curata e organizzata dal Landesamt für Denkmalpflege Sachsen, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura. Il barocco italiano a Dresda

  • A Palazzo Reale di Milano oltre duecento opere raccontano Salvador Dalí e la moda

    A Palazzo Reale di Milano oltre duecento opere raccontano Salvador Dalí e la moda

    Un abito può coprire un corpo, ma può anche reinventarlo. Salvador Dalí lo aveva compreso molto presto: vestiti, gioielli e accessori diventarono per lui strumenti per trasformare l’identità, mettere in scena se stessi e portare il surrealismo nella vita quotidiana. Milano ne racconta la storia in una grande mostra a Palazzo Reale.


    di Marta Bellomi

    Prima ancora di chiedersi che cosa indossare, Salvador Dalí sembra essersi domandato chi volesse essere. La distinzione non è sottile come potrebbe apparire. Vestirsi, per lui, non significava semplicemente scegliere un abito, ma decidere quale immagine offrire agli altri, quale personaggio portare nel mondo e, qualche volta, quale provocazione mettere in scena.

    È da questo punto di osservazione che Dalí e la Moda, aperta a Palazzo Reale di Milano dal 24 settembre 2026 al 31 gennaio 2027, prova a rileggere uno degli artisti più riconoscibili del Novecento. Inaugurata in occasione della Milano Fashion Week, la mostra affronta per la prima volta in maniera organica il rapporto fra Dalí e la moda. E lo fa evitando di considerarla come un episodio laterale rispetto alla pittura: abiti, accessori, fotografie, gioielli, riviste e apparizioni pubbliche appartengono allo stesso universo nel quale nascono i suoi quadri.

    L’intuizione più interessante sta forse proprio qui. Dalí aveva capito molto presto che l’identità non è soltanto qualcosa che possediamo: è anche qualcosa che mostriamo e costruiamo. Fin dall’infanzia l’abbigliamento partecipa alla definizione della sua persona; quando Gala entra nella sua vita, nel 1929, questo gioco diventa un linguaggio condiviso. La coppia compone consapevolmente la propria immagine pubblica e fotografi, riviste e campagne pubblicitarie contribuiscono a diffonderla. Il personaggio Dalí finisce così per essere quasi inseparabile dall’artista Dalí.

    La mostra mette continuamente in comunicazione questi mondi. Oltre duecento opere e documenti – dipinti, disegni, fotografie, abiti, gioielli, accessori, oggetti e filmati, molti mai esposti prima in Italia – provengono dalla Fundació Gala-Salvador Dalí di Figueres, dal Dalí Museum di St. Petersburg in Florida e dal Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid. A questi nuclei si aggiungono materiali degli archivi storici di Schiaparelli, Chanel, Dior e Rabanne. Il progetto nasce dalla collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, sotto la direzione scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí, ed è curato da Laura Bartolomé e Judith Clark, con il contributo delle curatrici senior Lucia Moni e Bea Crespo.

    Un corpo da smontare e ricostruire

    A tenere insieme il percorso è soprattutto il corpo. Dalí non sembra mai accettarlo come una forma definitiva. Lo divide, lo sposta, lo ricompone, lo trasforma. Già prima del suo ingresso ufficiale nel Surrealismo, nei dipinti della seconda metà degli anni Venti compaiono teste, occhi, mani, dita, seni e torsi separati dalla loro collocazione naturale e ricondotti a un’altra logica.

    È una pratica che permette di comprendere anche il suo interesse per il manichino. Corpo artificiale per eccellenza, familiare nelle vetrine e allo stesso tempo vagamente inquietante quando viene sottratto alla sua funzione commerciale, il manichino diventa una presenza sospesa fra individuo e oggetto, desiderio e artificio. Quello stesso processo di scomposizione passa poi dalla pittura agli oggetti e ai gioielli.

    Dal 1949 Dalí disegna gioielli che assumono le forme di occhi, labbra e mani. Quelli conservati dalla Fundació Gala-Salvador Dalí vengono presentati in Italia per la prima volta dalla loro acquisizione da parte della Fondazione nel 1999. Una volta indossati, non si limitano ad adornare il corpo femminile: lo modificano. L’occhio cambia posto, le labbra diventano oggetto, una parte anatomica acquista autonomia. È difficile, osservandoli oggi, non riconoscere qualcosa che appartiene ancora alla moda contemporanea: la possibilità di usare ciò che indossiamo per alterare la percezione stessa del corpo.

    Gala, Dalí e il guardaroba come autoritratto

    Per comprendere quanto l’abito fosse importante nella costruzione della loro identità basta entrare idealmente negli armadi di Dalí e Gala. La mostra consente di farlo attraverso capi e accessori della coppia presentati, per la prima volta, fuori dalla Spagna.

    Il guardaroba di Gala restituisce immediatamente la rete di relazioni con la grande moda del Novecento: vi compaiono Elsa Schiaparelli, Christian Dior, Coco Chanel, Pierre Cardin, Hubert de Givenchy, Gucci ed Emilio Pucci. Quello di Dalí è più imprevedibile. Comprende capi legati alle performance, alle fotografie, alle apparizioni pubbliche e a quella continua reinvenzione di sé documentata anche da Autoportrait mou de Salvador Dalí, filmato da Jean-Christophe Averty a Portlligat nel 1966.

    La relazione fra ciò che si indossa e ciò che si dipinge diventa particolarmente evidente quando alcuni abiti conservati vengono messi a confronto con i quadri nei quali Dalí li aveva rappresentati con sorprendente precisione. Per l’allestimento Bonaveri ha fornito ventisei busti sartoriali, rivestiti in lino naturale e dotati di braccia articolate in legno.

    Ma l’interesse di Dalí per la moda era cominciato molto prima. Nel 1935 realizza per Harper’s Bazaar una delle sue prime illustrazioni dedicate all’abbigliamento, pubblicata con il titolo “Dream” Fashions by Salvador Dalí. Le figure femminili abitano un paesaggio onirico nel quale l’abito sembra nascere dalla stessa materia del sogno. La lettrice non è invitata soltanto a guardare: deve immaginarsi dentro quella visione.

    Quando il surrealismo entra nell’armadio

    L’anno decisivo è il 1936. Comincia allora la collaborazione con Elsa Schiaparelli, una delle alleanze fra arte e moda più fertili del XX secolo. Nello stesso anno Dalí realizza la sua prima vetrina per i grandi magazzini Bonwit Teller di New York. Sono esperienze diverse ma collegate dalla medesima intuizione: la moda non vive soltanto negli abiti. Vive nelle immagini, nelle vetrine, nelle fotografie, nella pubblicità, nel desiderio di chi guarda.

    Da quel momento Dalí attraversa praticamente ogni possibile territorio del settore: disegna abiti, accessori, gioielli, costumi, tessuti e illustrazioni, partecipa a campagne pubblicitarie e arriva persino a formulare previsioni sul futuro della moda. Il surrealismo esce così dai luoghi deputati dell’arte e comincia a insinuarsi nella cultura di massa e nella vita quotidiana.

    Con Schiaparelli questa contaminazione raggiunge alcuni dei suoi esiti più celebri. Il vestito smette definitivamente di essere soltanto ciò che copre il corpo: può disturbarne la lettura, suggerire doppi sensi, introdurre ironia, erotismo e fantasia. Le riviste moltiplicano la forza di quelle invenzioni. Una fotografia di Cecil Beaton, pubblicata da Vogue, ritrae Wallis Simpson con l’Abito Aragosta in occasione del matrimonio con il Duca di Windsor: moda, arte, mondanità e comunicazione diventano ormai parti dello stesso sistema.

    Con Coco Chanel il dialogo si sposta anche sul palcoscenico. Nel 1939 Chanel collabora con Dalí ai costumi di Bacchanale, produzione dei Ballets Russes de Monte Carlo per la quale l’artista realizza anche scenografia e libretto, ispirandosi ai sogni di Ludovico II di Baviera. Pittura, moda, teatro e danza smettono ancora una volta di essere discipline separate. Le fotografie di George Hoyningen-Huene e Horst P. Horst contribuiscono poi a far circolare quelle immagini ben oltre il tempo dello spettacolo.

    Un’altra scena sembra fatta apposta per Dalí. È il 3 settembre 1951 e a Palazzo Labia, a Venezia, Carlo de Beistegui organizza il Bal Oriental, destinato a passare alla storia mondana come il “Ballo del Secolo”. Dalí e Gala partecipano insieme a Christian Dior e ai loro amici con costumi progettati da Dalí e Dior, ai quali collaborano Gala e il giovane Pierre Cardin. Mantelli, maschere, pizzi e argento trasformano gli invitati in apparizioni a metà strada fra il Carnevale veneziano, una rappresentazione teatrale e un sogno surrealista. Un immaginario destinato a riemergere molto più tardi anche nelle collezioni Dior del XXI secolo.

    Vestirsi diventa una performance

    Negli anni Sessanta il confine si sposta ancora. Se l’arte sta scoprendo nella performance un nuovo territorio, Dalí vi porta naturalmente anche la moda. Tra il 1966 e il 1969 organizza eventi a Portlligat, Cadaqués, Barcellona e Parigi coinvolgendo modelle e performer che indossano le creazioni di Paco Rabanne.

    Rabanne aveva presentato nel 1966 la collezione d’esordio Gli abiti impossibili da indossare, costruendo vestiti con dischi e placche di metallo e plastica. Il corpo viene quasi racchiuso in una piccola architettura mobile: l’abito diventa struttura, superficie, scultura.

    Dalí ne coglie immediatamente le possibilità. Nelle sue azioni compaiono figure come Donyale Luna, Elsa Peretti e Amanda Lear. Talvolta è la pittura stessa a perdere la propria immobilità: l’artista dipinge all’interno di grandi bolle di plastica e il colore finisce sui vestiti delle modelle e sui suoi. Corpo, moda, pittura, architettura e spettacolo arrivano a coincidere nello stesso gesto.

    È forse qui che la mostra milanese permette di capire meglio quanto Dalí fosse contemporaneo anche quando sembrava soltanto eccentrico. Montse Aguer e Laura Bartolomé invitano infatti a non separare un presunto Dalí artista da un Dalí stilista: la figura che emerge è quella di un autore capace di intervenire ovunque intravedesse uno spazio nel quale costruire immagini.

    Judith Clark osserva a sua volta come Dalí fosse profondamente attratto non soltanto dagli abiti, ma dai veri e propri “sistemi” della moda, dei quali seppe appropriarsi per trasformarli in arte. È un passaggio importante perché sposta l’attenzione dall’oggetto alla relazione: fra corpo e vestito, naturalmente, ma anche fra immagine e pubblico, desiderio e consumo, arte e comunicazione.

    Milano è probabilmente uno dei luoghi più naturali per raccontare questa storia. Come sottolinea l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, arte e moda appartengono entrambe alla capacità di un’epoca di consegnare alla memoria forme, simboli e immagini. La scelta di aprire l’esposizione durante la Fashion Week nasce precisamente da questa consapevolezza.

    Rimane, alla fine del percorso, una sensazione curiosamente quotidiana. Davanti alle eccentricità di Dalí si potrebbe pensare di essere molto lontani dalle nostre vite. E invece ogni mattina continuiamo a scegliere un abito, un colore, un accessorio; continuiamo a decidere, spesso senza pensarci, quale parte di noi mostrare e quale lasciare nascosta.

    Dalí portò quel gesto ordinario alle conseguenze più spettacolari. Fece del proprio corpo un’immagine e dell’abito uno strumento per cambiarla. E forse è proprio per questo che, a distanza di decenni, il suo rapporto con la moda appare meno eccentrico di quanto sembri: dietro baffi, mantelli, gioielli, fotografie e provocazioni rimane una domanda molto semplice e molto umana. Quanto di ciò che siamo dipende anche da come scegliamo di apparire?

    Dalí e la Moda è promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale, MondoMostre e Civita Mostre e Musei in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata di Spagna in Italia e della Camera Nazionale della Moda Italiana. Il progetto vede Vogue Italia come media partner e StreetVox come Official OOH partner; Enel è main partner e Fineco premium partner. La mostra è accompagnata da un volume pubblicato da Skira Editore.

  • La questione decisiva  è impedire che edifici recuperati restino l’eredità provvisoria di un finanziamento straordinario

    La questione decisiva è impedire che edifici recuperati restino l’eredità provvisoria di un finanziamento straordinario

    Tre giornate di confronto a Roma hanno tracciato il bilancio del PNRR dedicato ai piccoli centri storici italiani. I numeri raccontano un programma arrivato al traguardo. Sindaci e amministratori, però, guardano già oltre: senza servizi, lavoro, capacità gestionale e comunità residenti, restaurare un borgo non basta a restituirgli un futuro.


    di Marco Bellini

    I numeri, questa volta, hanno il pregio di essere molto chiari. Circa un miliardo di euro investito, 315 borghi coinvolti in tutte le regioni italiane, 232 progetti di rigenerazione finanziati, 3.349 interventi portati a compimento e 2.657 iniziative imprenditoriali sostenute. Il Programma Borghi del PNRR arriva alla conclusione avendo superato il target europeo, fissato a 3.250 interventi.

    È il bilancio presentato a Roma durante le tre giornate di “PNRR Piccoli Borghi”, promosse dal Ministero della Cultura per mettere intorno allo stesso tavolo sindaci, Regioni e Province autonome, amministrazioni centrali, imprese, operatori culturali ed esperti. Una verifica dei risultati, certamente, ma anche qualcosa di meno celebrativo e più necessario: capire che cosa resterà quando la stagione eccezionale del Piano nazionale di ripresa e resilienza sarà terminata.

    Il Programma Borghi nasceva da una constatazione antica quanto evidente. Una parte considerevole del patrimonio culturale italiano non è concentrata nelle grandi città d’arte, ma disseminata in centinaia di piccoli centri, spesso magnifici e altrettanto spesso fragili. Conservano architetture, paesaggi, tradizioni, artigianato, memorie locali. Conservano anche, però, gli effetti dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione, della rarefazione dei servizi e della debolezza economica.

    Il PNRR ha tentato di intervenire su questa Italia meno visibile con una massa di risorse difficilmente immaginabile fino a pochi anni fa.

    Dei 232 progetti di rigenerazione finanziati, 21 sono progetti pilota individuati dalle Regioni e dalle Province autonome, mentre 211 sono progetti locali promossi direttamente dai Comuni. Nei soli progetti pilota sono stati completati 410 interventi. Nel complesso, le opere hanno riguardato il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale, la riqualificazione degli spazi pubblici, il rafforzamento dell’offerta culturale e turistica, il miglioramento dei servizi e la valorizzazione delle identità e delle vocazioni locali.

    Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, aprendo i lavori insieme ai rappresentanti delle istituzioni coinvolte, ha indicato nel rapporto tra cultura e borghi uno degli elementi centrali dell’azione del Ministero. La scelta, ha spiegato, è stata quella di affiancare all’Italia delle grandi città l’Italia dei territori e delle comunità. Una geografia culturale diffusa nella quale il patrimonio non coincide soltanto con il grande museo o il monumento universalmente conosciuto, ma entra nella vita quotidiana di centri talvolta lontani dai grandi flussi.

    È però sul versante economico che il programma mostra uno dei suoi aspetti più interessanti. Con “Imprese Borghi”, misura gestita da Invitalia, sono state finanziate 2.657 iniziative nei settori della cultura, del turismo, dell’artigianato, del commercio e dell’agroalimentare. Non soltanto pietre, dunque. L’obiettivo era affiancare al recupero materiale dei luoghi la possibilità di generare attività produttive e occupazione.

    È un passaggio essenziale. Un palazzo restaurato può tornare magnifico; se intorno non esiste più una comunità capace di usarlo, rischia di diventare un bellissimo guscio vuoto.

    Proprio per sostenere amministrazioni spesso piccole e con strutture tecniche limitate, l’attuazione del programma ha richiesto una rete di assistenza. Invitalia ha affiancato il Ministero fornendo supporto tecnico-operativo all’Unità di Missione e partecipando alle attività di accompagnamento e networking, anche attraverso la piattaforma Cultura Borghi. ALES e Cassa Depositi e Prestiti hanno a loro volta sostenuto i Comuni con team operativi territoriali, intervenendo sulle criticità e sul monitoraggio dei progetti.

    Dietro questa architettura amministrativa si intravede uno dei problemi strutturali dei piccoli Comuni italiani. Valentina Gemignani, capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, lo ha ricordato con chiarezza: affrontare programmi complessi, scadenze strette e procedure articolate richiede competenze tecniche e professionali che le amministrazioni minori non sempre possiedono al proprio interno. Arrivare al traguardo, quindi, non era scontato. Ai tavoli di lavoro hanno partecipato 350 persone, segnale di un patrimonio di esperienze che adesso rischierebbe di andare disperso se venisse considerato semplicemente concluso il lavoro.

    È qui che il racconto cambia tempo verbale. Dal passato prossimo dei risultati si passa al futuro delle responsabilità. Dai tavoli tematici è emersa infatti una richiesta piuttosto precisa: conservare le competenze amministrative costruite durante il PNRR, rafforzare la cooperazione fra Comuni, trovare modelli gestionali stabili per i beni recuperati e i servizi creati, sostenere le imprese culturali e le filiere locali, coinvolgere direttamente le comunità nei processi di rigenerazione.

    Cultura, abitazione, lavoro, servizi, innovazione e sostenibilità ambientale dovranno essere considerati parti dello stesso problema. Non è difficile comprenderne la ragione. Un borgo può essere restaurato con un finanziamento straordinario; non può essere mantenuto vivo con finanziamenti straordinari per sempre.

    La vera misura del successo non sarà quindi soltanto contare quanti cantieri sono stati chiusi, ma verificare tra cinque o dieci anni quanti degli spazi recuperati saranno ancora utilizzati, quante delle imprese finanziate saranno rimaste sul territorio, quanti servizi continueranno a funzionare e soprattutto se giovani, famiglie e attività economiche troveranno ragioni sufficienti per restare, tornare o trasferirsi.

    Anche il ruolo della cultura, in questa prospettiva, cambia. Nel corso dei lavori è stata avanzata l’idea di considerare i piccoli centri non soltanto destinatari di interventi di conservazione, ma luoghi nei quali produrre cultura. Musica, teatro, danza e spettacolo dal vivo possono diventare strumenti di rigenerazione sociale e di attrazione, facendo del patrimonio storico non una scenografia immobile ma un’infrastruttura della vita contemporanea.

    Alla conclusione dell’incontro, sindaci e amministratori hanno consegnato simbolicamente al Ministero della Cultura un documento con richieste e proposte per dare continuità alle reti, alle competenze e alle iniziative avviate. La sottosegretaria Lucia Borgonzoni ha annunciato l’avvio di un tavolo tecnico incaricato di esaminarle e l’intenzione del Ministero di coordinare un’iniziativa più ampia, coinvolgendo altri dicasteri e aiutando soprattutto le realtà minori a individuare opportunità di finanziamento che spesso esistono ma risultano difficili da intercettare.

    È probabilmente questo il lascito meno fotografabile del Programma Borghi. I cantieri si vedono, un edificio restaurato si inaugura, una piazza riqualificata offre immediatamente l’immagine del prima e del dopo. Più difficile è fotografare una pubblica amministrazione che ha imparato a progettare meglio, due Comuni che hanno cominciato a collaborare, una piccola impresa che riesce a restare aperta, una comunità che torna a utilizzare uno spazio abbandonato.

    Eppure sarà su questi risultati, più che sulle cerimonie di conclusione dei lavori, che andrà misurata l’eredità del miliardo investito. Il PNRR ha consegnato ai piccoli centri italiani una quantità eccezionale di risorse e ha raggiunto, secondo il bilancio del Ministero, tutti i target previsti, superando quello europeo relativo agli interventi completati. Ma un piano straordinario possiede inevitabilmente una data di scadenza, mentre i luoghi non ce l’hanno.

    I borghi continueranno a esistere dopo l’ultima rendicontazione europea, con i loro edifici recuperati e i loro problemi quotidiani. Avranno bisogno di manutenzione, amministratori competenti, imprese, scuole, collegamenti, servizi e persone che decidano di viverci.

    Il miliardo di euro poteva restaurare molto. Non poteva comprare, da solo, tutto questo.

  • Settantadue immagini, tre nuclei espositivi e settanta anni di ricerca in mostra

    Settantadue immagini, tre nuclei espositivi e settanta anni di ricerca in mostra

    Le fotografie di Frank Horvat entrano negli spazi monumentali delle terme romane e incontrano un luogo costruito quasi duemila anni fa intorno al corpo, alla socialità e alla rappresentazione. Il dialogo funziona perché anche il fotografo, per tutta la vita, ha cercato esseri umani prima ancora che immagini.


    di Elena Serra

    Una fotografia di moda può essere impeccabile e non dire quasi nulla. Frank Horvat lo aveva capito presto. Per questo, quando negli anni Cinquanta cominciò a lavorare per le grandi riviste, portò le modelle fuori dagli studi, le fece camminare per strada, le immerse nella città e restituì loro qualcosa che la perfezione patinata tendeva a sottrarre: la possibilità di essere persone.

    È un buon punto da cui entrare nella mostra che le Terme di Caracalla dedicano al fotografo fino al 10 gennaio 2027. Settantadue immagini, articolate in tre nuclei, attraversano gli ambienti del complesso archeologico romano ripercorrendo una carriera durata più di settant’anni. La mostra è promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma, diretta da Daniela Porro, organizzata da Electa e curata da Fiammetta Horvat e Mathilde Oudin dello Studio Frank Horvat insieme a Nunzio Giustozzi. (Ministero Cultura e Turismo)

    L’accostamento fra quelle fotografie e Caracalla non è puramente scenografico. Le Thermae Antoninianae, inaugurate nel 216 d.C., erano una gigantesca architettura dedicata al bagno e alla cura del corpo, ma anche allo sport, allo studio e alla vita sociale. Palestre, spogliatoi, biblioteche, calidarium, tepidarium, frigidarium e natatio componevano una macchina monumentale nella quale il corpo era insieme esperienza individuale e fatto pubblico. (Ministero Cultura e Turismo)

    Quasi diciotto secoli più tardi, Horvat avrebbe trascorso buona parte della propria vita professionale interrogando proprio il corpo e il modo in cui viene guardato.

    Era nato nel 1928 ad Abbazia, l’attuale Opatija in Croazia, da una famiglia ebraica. Nel 1939 si trasferì con i genitori a Lugano, dove cominciò a fotografare con una Retinamat 35 millimetri. Nel 1947 studiò all’Accademia di Brera a Milano. Poi vennero Parigi, Londra, i viaggi e gli incontri che contano: nel 1950 conobbe Henri Cartier-Bresson e Robert Capa. Dal fotogiornalismo arrivò alla moda senza abbandonare il primo quando praticava la seconda. È forse questa contaminazione ad avere reso riconoscibile il suo lavoro. (Ministero Cultura e Turismo)

    Horvat non sembrava molto interessato a rispettare i confini che il sistema culturale costruisce per rendere più ordinato il lavoro degli artisti. Fotografo di moda, certo. Ma anche reporter, ritrattista, viaggiatore, autore di paesaggi, sperimentatore e, più tardi, curioso esploratore delle possibilità offerte dall’informatica e dalle tecnologie digitali.

    Le etichette sono utili agli archivi. Agli artisti, qualche volta, stanno strette.

    La mostra romana sceglie intelligentemente di non tentare una retrospettiva enciclopedica. Tre serie sono sufficienti a mostrare tre modi di guardare e, soprattutto, le continuità che li attraversano.

    Il primo nucleo, allestito in una delle palestre delle Terme, è dedicato all’universo femminile e comprende un approfondimento sui servizi realizzati da Horvat presso la Galleria L’Obelisco. Il rapporto con quel luogo romano passa attraverso due figure importanti della cultura italiana del dopoguerra, Irene Brin e Gaspero del Corso, fondatori della galleria. (Ministero Cultura e Turismo)

    È un passaggio significativo perché consente di leggere la fotografia di moda al di fuori del recinto della moda stessa. Le donne fotografate da Horvat non funzionano soltanto come supporti sui quali mostrare un abito. Occupano lo spazio, incontrano l’ambiente, sostengono lo sguardo. È una differenza sottile, ma decisiva: chi possiede l’immagine? Chi fotografa, chi viene fotografato, chi guarda?

    Domande che oggi risultano persino più urgenti di quando quelle fotografie furono scattate.

    Per decenni la rappresentazione del corpo femminile nella moda e nella pubblicità è stata costruita prevalentemente attraverso uno sguardo maschile e secondo codici molto precisi di desiderabilità, eleganza, giovinezza. Non occorre cancellare quelle immagini né sottoporle a un processo retroattivo. Occorre imparare a leggerle. La storia delle immagini è anche la storia delle relazioni di potere che le hanno prodotte.

    Horvat complica questa lettura perché introduce nella fotografia costruita qualcosa proveniente dal reportage: l’imprevisto. La città non obbedisce al fotografo come uno studio. Le persone passano, il traffico esiste, lo spazio oppone resistenza. La modella non viene semplicemente collocata davanti a uno sfondo: deve misurarsi con un mondo.

    La seconda sezione, Vere Sembianze, torna ancora sull’universo femminile e trova posto negli ambienti voltati delle Terme. Anche qui il titolo dice molto. La fotografia promette da sempre di mostrarci ciò che esiste, mentre ogni fotografo sa che scegliere un’inquadratura significa già escludere, interpretare, costruire.

    Il ritratto non è mai innocente.

    Decidere come una persona debba apparire significa esercitare un potere. Horvat sembra continuamente negoziarlo con chi si trova davanti al suo obiettivo. La delicatezza dello sguardo ricordata nel comunicato della Soprintendenza non coincide con la neutralità – che in fotografia probabilmente non esiste – ma con la consapevolezza che davanti all’apparecchio c’è qualcuno, non qualcosa.

    Poi la mostra cambia geografia.

    Il terzo nucleo è dedicato a Goethe in Sicilia, ciclo realizzato nei primi anni Ottanta. Horvat segue idealmente il viaggio italiano di Goethe e torna a confrontarsi con ciò che aveva accompagnato tutta la sua vita: lo spostamento, l’incontro con luoghi differenti, la necessità di guardare senza trasformare immediatamente ciò che si vede in una cartolina. (Ministero Cultura e Turismo)

    Per un uomo nato sull’Adriatico orientale, cresciuto in Svizzera, formatosi a Milano, passato per Londra e stabilitosi infine nell’area parigina, viaggiare non era una parentesi professionale. Era quasi una condizione biografica. Daniela Porro lo definisce giustamente una personalità cosmopolita. La parola, in questo caso, non serve a conferirgli una generica eleganza internazionale: descrive concretamente un’esistenza attraversata da città, lingue, culture e appartenenze diverse. (Ministero Cultura e Turismo)

    E forse proprio per questo la Sicilia fotografata da Horvat merita attenzione. Un luogo molto rappresentato rischia sempre di diventare prigioniero delle proprie immagini: il sole, le rovine, la strada, il volto antico, la povertà trasformata in estetica, il Mediterraneo convertito in repertorio. Fotografare significa allora anche sottrarsi alle immagini già viste.

    È una responsabilità dello sguardo che riguarda il fotografo ma anche noi. Ogni immagine può avvicinarci a qualcuno oppure confermare ciò che avevamo già deciso di vedere.

    Horvat continuò a sperimentare fino agli ultimi anni della sua vita. Negli anni Settanta si stabilì a Boulogne-Billancourt, vicino Parigi, scrisse di fotografia e in seguito affrontò anche le possibilità offerte dalle tecnologie digitali. Morì nel 2020, a 92 anni. Il fatto che un autore formatosi nell’epoca della pellicola abbia guardato con curiosità all’elaborazione informatica delle immagini non è un episodio marginale. Racconta una disposizione intellettuale: non difendere uno strumento perché appartiene al passato, ma chiedersi che cosa permetta di vedere quello nuovo. (Ministero Cultura e Turismo)

    Fiammetta Horvat, che cura l’archivio del padre insieme a Mathilde Oudin, ha spiegato che le tre serie sono state scelte perché gli “assomigliano” e perché dialogano con un sito antico nato per celebrare il corpo e la bellezza umana. (Ministero Cultura e Turismo)

    È forse la chiave migliore della mostra.

    Le Terme di Caracalla ricordano quanto siano mutevoli le idee di corpo, bellezza e rappresentazione. Ciò che per una civiltà significava armonia, prestigio o perfezione non coincide necessariamente con ciò che un’altra epoca riconoscerà negli stessi concetti. Le fotografie fanno qualcosa di simile, ma molto più velocemente. Fissano un istante e, proprio fissandolo, lo consegnano al giudizio del futuro.

    Una fotografia di moda degli anni Cinquanta non ci mostra soltanto un vestito. Ci dice come una società immaginava una donna, quali posture riteneva eleganti, quale corpo considerava degno di essere mostrato, quale spazio gli concedeva. Un reportage non documenta soltanto un luogo: rivela anche da quale posizione lo abbiamo osservato.

    Per questo una mostra come quella di Caracalla può essere letta senza nostalgia. Horvat appartiene alla storia della fotografia, ma le domande contenute nel suo lavoro sono pienamente contemporanee: chi guarda chi, chi decide come dobbiamo apparire, quanto delle nostre immagini appartiene a noi e quanto ai codici della società che le produce?

    Oggi che miliardi di fotografie vengono scattate, corrette, filtrate, condivise e persino generate senza una macchina fotografica, quelle domande non sono diventate vecchie. Sono diventate più difficili.

  • Un bene culturale non è necessariamente la somma di oggetti che possono essere separati

    Un bene culturale non è necessariamente la somma di oggetti che possono essere separati

    Il processo prenderà il via il 21 gennaio. Sullo sfondo, dieci anni di battaglie giudiziarie, lo sfratto, il sequestro degli arredi e il futuro di uno dei luoghi simbolo di Roma. Una storia che costringe a chiedersi cosa rimanga di un luogo storico quando gli si sottrae ciò che lo ha reso tale.


    di Andrea Montesi

    Per trasformare un monumento in un locale qualsiasi può bastare poco. Si tolgono i quadri, si portano via gli arredi, si svuotano le stanze. I muri rimangono al loro posto, naturalmente. Ed è proprio questo il problema: i muri, qualche volta, non bastano.

    L’Antico Caffè Greco di via dei Condotti, uno dei luoghi più celebri della storia culturale romana, è finito al centro di una vicenda giudiziaria che adesso approda al processo. Carlo Pellegrini, allora amministratore della società Antico Caffè Greco S.r.l., è stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Roma per la rimozione e il trasferimento, senza la preventiva autorizzazione del Ministero della Cultura, di beni mobili sottoposti a tutela. Il dibattimento è fissato per il 21 gennaio.

    L’accusa formulata dal pubblico ministero Claudio Santangelo riguarda l’articolo 169 del decreto legislativo 42 del 2004, il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Al centro non c’è dunque una disputa estetica su dove sia più opportuno appendere un quadro, ma il regime giuridico di beni dichiarati di interesse culturale particolarmente importante e considerati inscindibilmente legati agli ambienti nei quali erano conservati. È qui che la storia del Caffè Greco diventa interessante anche per chi non frequenta tribunali, soprintendenze o antiquari.

    Lo storico locale non era tutelato soltanto come contenitore. Il vincolo della Soprintendenza riguardava il complesso formato dagli ambienti e dai beni mobili custoditi al loro interno. Quadri, arredi e suppellettili non costituivano quindi una decorazione intercambiabile, buona per rendere più pittoresca una sala da caffè. Partecipavano all’identità stessa del luogo. Spostarli significava, secondo l’impostazione dell’accusa, alterare quell’unità.

    La vicenda esplose nell’estate del 2025, nelle giornate che precedettero l’esecuzione dello sfratto dell’immobile tra via dei Condotti 85-86 e via delle Carrozze 55, di proprietà dell’Ospedale Israelitico. Era l’ultimo atto di una battaglia immobiliare e giudiziaria trascinatasi per circa un decennio. Alla vigilia dell’arrivo degli ufficiali giudiziari e delle forze dell’ordine, le sale apparvero private dei celebri arredi che ne avevano costruito nel tempo la fisionomia. Difficile trovare un’immagine più efficace: il Caffè Greco c’era ancora e contemporaneamente non c’era più.

    A seguito delle denunce presentate dall’Ospedale Israelitico, la Procura affidò gli accertamenti ai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Roma. Le indagini consentirono di rintracciare i beni in locali nella disponibilità di Pellegrini, in via della Mercede 12/A e in via Otranto 40. Il 17 settembre 2025 il giudice per le indagini preliminari dispose il sequestro preventivo degli arredi, dei dipinti e delle suppellettili trasferiti.

    Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, la rimozione, avvenuta poco prima del 23 luglio 2025, avrebbe violato le disposizioni del Codice dei beni culturali che richiedono l’autorizzazione preventiva per lo spostamento dei beni sottoposti a vincolo. La conseguenza, nella prospettiva accusatoria, sarebbe stata la rottura dell’integrità del complesso monumentale e il concreto pericolo di dispersione del patrimonio. Nel procedimento risultano parti offese la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma e l’Ospedale Israelitico. Ma esiste naturalmente l’altra versione, e non è un dettaglio da relegare in fondo alla pagina.

    Pellegrini, assistito dagli avvocati Fabio Viglione e Alfredo Frateschi, respinge gli addebiti penali. La difesa sostiene che la rimozione non fosse finalizzata a disperdere il patrimonio, bensì esattamente al contrario: a proteggerlo. Nella memoria del 27 luglio vengono descritte condizioni ambientali ritenute incompatibili con la conservazione delle opere – muffe, umidità, pareti deteriorate e un impianto elettrico giudicato pericolante. È stato inoltre depositato un elaborato tecnico per documentare la necessità di interventi urgenti sugli impianti.

    Due ricostruzioni che si guardano da lati opposti della stessa porta. Per l’accusa, spostare quei beni senza preventiva autorizzazione significava violarne la tutela e mettere a rischio l’unità del complesso. Per la difesa, lasciarli dov’erano avrebbe significato esporli a rischi materiali.

    Pellegrini sostiene inoltre di avere inviato una PEC alla Soprintendenza il 23 luglio 2025 e richiama modifiche normative intervenute nell’aprile 2026. Sarà il processo a valutare la rilevanza giuridica degli elementi prodotti e la fondatezza delle contestazioni. Il rinvio a giudizio, va ricordato, non stabilisce la colpevolezza dell’imputato: determina che l’accusa sarà esaminata nel dibattimento. Ma ridurre tutto alla domanda «chi ha ragione?» significherebbe perdere la parte culturalmente più significativa della vicenda.

    Il Caffè Greco è diventato nei secoli qualcosa di diverso da un esercizio commerciale particolarmente antico. Fondato nel Settecento, è stato frequentato da artisti, scrittori, musicisti e viaggiatori europei, accumulando nelle sue sale non soltanto oggetti, ma relazioni fra oggetti, ambienti e memoria. È precisamente questo intreccio che la tutela culturale tenta di preservare.

    La questione sembra astratta finché non si immagina il contrario. Prendiamo una stanza storica, togliamo progressivamente i dipinti, le sedute, i tavoli, le suppellettili. Lasciamo pareti, pavimento e soffitto. L’indirizzo è identico. I metri quadrati pure. Possiamo ancora dire che sia lo stesso luogo? È una domanda meno innocente di quanto sembri.

    La cultura contemporanea ha una singolare predilezione per i contenitori. Restauriamo facciate, celebriamo indirizzi storici, trasformiamo edifici in marchi. Poi rischiamo di dimenticare che il valore di certi luoghi nasce proprio dall’accumulo irripetibile di cose, persone, usi e tempo. Una sala perfettamente restaurata ma privata della propria stratificazione può essere impeccabile e, nello stesso momento, culturalmente muta.

    Intanto sul futuro del Caffè Greco continua a giocarsi un’altra partita. L’immobile è interessato da una procedura per l’individuazione di un nuovo gestore, con il forte interesse, secondo quanto riportato, di una griffe dell’alta moda. Anche questo passaggio merita attenzione. Via dei Condotti è uno degli indirizzi più costosi e commercialmente appetibili del mondo, e sarebbe ingenuo fingere che il destino di un locale storico possa essere separato dalle enormi pressioni economiche che gravitano intorno a quei metri quadrati.

    Il punto, però, non è stabilire se tradizione e attività economica siano incompatibili. Sarebbe una posizione piuttosto comoda, oltre che storicamente insensata: il Caffè Greco è sempre stato anche un esercizio commerciale. La questione è un’altra: capire fino a quale punto un luogo possa cambiare gestione, funzione e immagine senza perdere ciò che giustifica la sua tutela.

    Il processo a Pellegrini dovrà occuparsi di fatti precisi, autorizzazioni, condotte e responsabilità individuali. Saranno i giudici a decidere sulla contestazione penale.

    A noi resta una domanda più scomoda. Se proteggiamo un luogo storico soltanto quando ormai dobbiamo discutere in tribunale dove siano finiti i suoi quadri e i suoi mobili, forse siamo arrivati un po’ tardi. Perché un luogo della memoria non muore necessariamente quando viene demolito. Può restare perfettamente in piedi e diventare irriconoscibile.

  • Possiamo affidare a un algoritmo il compito di stabilire se una pagina sia stata scritta da un uomo o da una macchina?

    Possiamo affidare a un algoritmo il compito di stabilire se una pagina sia stata scritta da un uomo o da una macchina?

    Un romanzo celebrato dalla critica, premiato e tradotto all’estero viene sottoposto a un software che sentenzia: testo generato dall’intelligenza artificiale. L’editore respinge l’accusa, l’autore difende la propria lingua, il mondo letterario discute. E improvvisamente il giudice del romanzo non è più il critico, ma un altro algoritmo.


    di Carlo Venturi

    Era partito bene, forse persino troppo bene. C’était ça ou mourir, primo romanzo dello scrittore canadese di origine haitiana Thélyson Orélien, era diventato uno dei casi della rentrée littéraire francese. Pubblicato in Francia da Grasset il 19 agosto 2026, aveva già conquistato il Québec, era avviato alla traduzione in più di venti lingue e il 21 settembre ha ricevuto il Prix du Roman Fnac 2026, assegnato da una giuria composta da 400 librai e 400 lettori. Il libro figura inoltre nelle selezioni di alcuni dei principali premi francesi, fra cui il Goncourt. Poi è arrivato un account su X e la festa si è guastata.

    L’account si chiama «Balance ton Claude», evidente parodia di «Balance ton porc», lo slogan della campagna francese contro le molestie sessuali nata negli anni del #MeToo. Solo che qui il bersaglio non sono i molestatori, ma gli autori sospettati di avere affidato la penna a Claude o ad altri sistemi di intelligenza artificiale. Nel mirino è finito Orélien. L’accusa è semplice e, proprio per questo, micidiale: diversi passaggi del romanzo sarebbero stati analizzati con Pangram, un rilevatore di testi generati dall’AI, ottenendo ripetutamente risultati prossimi o pari al 100 per cento.

    Il problema è che tra un responso software e una prova corre una distanza considerevole. Ed è precisamente in quella distanza che si è infilata la polemica.

    Il romanzo racconta la fuga di Jonas Dorléon, giovane insegnante haitiano costretto dalla violenza e dall’insicurezza ad abbandonare il proprio Paese. Il viaggio attraversa le Americhe, dalla Repubblica Dominicana al Brasile, dal Messico agli Stati Uniti, in una successione di frontiere, pericoli, umiliazioni e incontri. È un racconto di migrazione e sopravvivenza costruito attraverso una lingua che la critica ha definito poetica, attraversata dall’oralità e contaminata da registri diversi. Prima di questo esordio narrativo Orélien aveva pubblicato soprattutto poesia. Il successo è stato rapido: secondo Euronews il libro aveva già superato le 35 mila copie mentre esplodeva la controversia.

    Ed è proprio la lingua a essere diventata il corpo del reato. Pangram, come gli altri strumenti di questo genere, non scopre in qualche anfratto del documento una firma segreta di ChatGPT o Claude. Analizza caratteristiche statistiche del testo: regolarità lessicali, prevedibilità, costruzioni sintattiche, distribuzione delle parole, ritmo delle frasi. In sostanza cerca indizi compatibili con la scrittura generata da un modello linguistico. È un procedimento sofisticato, ma rimane probabilistico. Non è la macchina della verità, anche se la percentuale stampata sullo schermo possiede quella rassicurante aria notarile che piace molto al nostro tempo.

    Da qui la domanda decisiva: Pangram ha riconosciuto una macchina oppure ha scambiato per artificiale una scrittura umana che non corrisponde abbastanza bene ai modelli sui quali è stato addestrato?

    Orélien ha respinto le accuse e ha ricondotto alcune caratteristiche contestate – comprese le ripetizioni – alla tradizione letteraria haitiana e caraibica e alla propria ricerca stilistica. La sua lingua mescola francese, inflessioni creole, oralità e contaminazioni provenienti anche dallo spagnolo e dal portoghese. Trasformare automaticamente queste particolarità in indizi di produzione artificiale, sostiene lo scrittore, significa confondere l’analisi statistica con la critica letteraria.

    Grasset è stata ancora più drastica. La casa editrice ha parlato di «fake news» e «teoria del complotto», mettendo in dubbio l’attendibilità dei rilevatori automatici e osservando, con una certa efficacia polemica, che strumenti del genere riescono talvolta ad attribuire all’intelligenza artificiale anche testi scritti molti secoli prima che qualcuno inventasse il computer. L’editore ha poi ribadito la propria piena fiducia nell’autore.

    La vicenda, però, non si liquida con una battuta. I detector esistono perché esiste un problema reale: i modelli generativi sono ormai capaci di produrre in pochi secondi pagine grammaticalmente corrette, imitare registri, riscrivere testi, proporre varianti e intervenire nell’editing. Stabilire dove finisca l’assistenza e dove cominci l’autorialità non è sempre semplice. Tra lo scrittore che usa un correttore automatico e quello che ordina a un chatbot «scrivimi un romanzo di trecento pagine» c’è un territorio enorme, e ormai parecchio affollato.

    Nel caso Orélien, tuttavia, l’accusa pubblica nasce dal responso di un software utilizzato da un account anonimo, non dalla dimostrazione documentale del processo di scrittura. Anche il presidente dell’Académie Goncourt, Philippe Claudel, ha invitato alla prudenza di fronte alla controversia.

    È un dettaglio tutt’altro che secondario. Un rilevatore può fornire un indizio da approfondire; più difficile è trasformarlo in una sentenza. Tanto più quando si giudica la letteratura, terreno nel quale deviazione, anomalia, ripetizione, contaminazione linguistica e imprevedibilità non sono necessariamente difetti: qualche volta sono esattamente ciò che chiamiamo stile.

    La faccenda presenta così un paradosso piuttosto gustoso. Abbiamo costruito intelligenze artificiali capaci di imitare la scrittura degli uomini. Adesso costruiamo altre intelligenze artificiali per scoprire se gli uomini scrivono come le intelligenze artificiali. E quando il secondo algoritmo accusa il primo, noi osserviamo una percentuale sullo schermo e ci domandiamo a chi credere.

    Nel frattempo C’était ça ou mourir resta un romanzo pubblicato, premiato, letto e discusso. Che sia stato scritto interamente da Orélien, assistito in qualche misura da strumenti digitali oppure – come sostiene l’accusa – prodotto in misura sostanziale dall’AI è precisamente ciò che, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non risulta dimostrato in modo conclusivo. La distinzione è importante: il sospetto fa una buona polemica, la prova richiede qualcosa di più.

    Forse il caso Orélien anticipa soprattutto questo: la critica letteraria dovrà imparare a convivere con l’intelligenza artificiale senza delegarle il proprio mestiere. Un algoritmo può contare ricorrenze, calcolare probabilità e riconoscere schemi. Può persino insospettirci. Ma se per stabilire chi ha scritto un romanzo chiediamo semplicemente a un’altra macchina, non abbiamo risolto il problema dell’autore.

    Abbiamo soltanto aggiunto un altro autore alla discussione.