A Bolzano: Artifices, i creatori dell’arte

Artifices: i creatori dell’arte” è il terzo grande appuntamento del ciclo di mostre “Storie dell’arte con i grandi musei” avviato nel 2023 dall’Assessorato alla Cultura italiana della Provincia autonoma di Bolzano. Lo mostra “Artifices: i creatori dell’arte”, progetto espositivo realizzato a cura del Museo Nazionale Romano di Roma, si potrà ammirare al Centro Trevi-TreviLab di Bolzano, dal prossimo 21 novembre al 12 aprile 2026.

ARTIFICES.
I creatori dell’arte
Bolzano, Centro Trevi-TreviLab
21 novembre 2025 –12 aprile 2026

Mostra organizzata dall’Ufficio Cultura della Provincia autonoma di Bolzano – Alto Adige in collaborazione e a cura del Museo Nazionale Romano in Roma.

“Il Centro Trevi-TreviLab, è uno spazio da anni impegnato nella diffusione di iniziative culturali e dell’arte, guidato dal direttore di ripartizione Antonio Lampis. Un luogo che, come sottolinea Marco Galateo – Vicepresidente della Provincia e Assessore alla Cultura italiana – “si propone di stabilire una solida collaborazione tra il nostro territorio e le grandi istituzioni culturali nazionali per condurre cittadine e cittadini alla scoperta delle antiche e moderne civiltà attraverso l’arte e le grandi istituzioni che la custodiscono”.

Artifices: i creatori dell’arte” fa seguito alla mostra “Antichi Egizi: maestri dell’arte” (2023), curata dal Museo Egizio di Torino e, nel 2024, la mostra “Etruschi. Artisti e artigiani” realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma. Il progetto ha l’ambizione di accompagnare il pubblico in un viaggio alla scoperta delle civiltà antiche e di raccontare, anno dopo anno, come si è evoluta nel corso dei secoli la figura dell’artista, da artigiano altamente specializzato ad artista socialmente riconosciuto, vero e proprio autore delle proprie creazioni.

Questa nuova esposizione nasce grazie alla prestigiosa collaborazione con il Museo Nazionale Romano di Roma, istituito nel 1889 e oggi articolato in quattro sedi, ognuna con la propria specificità: Palazzo Altemps, dedicato alle collezioni storiche e al collezionismo, Palazzo Massimo, che espone capolavori rinvenuti a Roma e nel suo territorio, Crypta Balbi, straordinario cantiere di archeologia urbana, e il complesso monumentale delle Terme di Diocleziano e della Certosa di S. Maria degli Angeli, sede originaria del Museo, con la nuova esposizione del Museo dell’arte salvata nell’Aula Ottagona.

“La scelta di affidare la curatela al Museo Nazionale Romano rappresenta la conferma del ruolo del Museo quale punto di riferimento nazionale ma anche internazionale per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Roma e dell’Italia antica. Le sue collezioni e i suoi depositi, in cui sono conservati migliaia di reperti appartenenti a numerose e diverse classi di materiali, quali statue, mosaici, affreschi, oggetti di vita quotidiana ed epigrafi, raccontano l’evoluzione storica, artistica e sociale della civiltà romana, offrendo al pubblico un percorso di conoscenza che unisce ricerca scientifica e fruizione culturale – commenta Federica Rinaldi, Direttrice del Museo Nazionale Romano.

Ad essere documentato in mostra è lo sviluppo delle produzioni artistiche di Roma, dall’età repubblicana alla fine dell’Impero, attraverso le diverse figure di artigiani specializzati, il cui ricordo è affidato alle epigrafi e alle tipologie di materiali, testimoni delle trasformazioni culturali e delle condizioni di vita della città e dei suoi abitanti.

Il racconto si sofferma sulle produzioni in serie e di lusso, dedicando anche un particolare approfondimento alle officine tardo antiche rinvenute nel contesto urbano della Crypta Balbi. 

Una delle principali novità di questa edizione è il focus sul concetto di copia nel mondo antico, con la ricca serie di pregevoli sculture provenienti dalla villa romana di età tardo-repubblicana di Fianello Sabino, esposte al piano interrato del Centro Trevi, in cui verrà ricreata l’atmosfera di una elegante residenza dell’aristocrazia romana.

Nel foyer del Trevi sarà anche possibile ammirare la riproduzione tattile del Discobolo tipo Lancellotti proveniente dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona, calco al vero della scultura custodita presso il Museo Pio Clementino – Musei Vaticani, in un ideale dialogo con la copia più celebre del Discobolo Lancellotti conservata presso la sede di Palazzo Massimo del Museo Nazionale Romano. L’opera sarà il fulcro di un percorso per ipovedenti, che fa di “Artifices: i creatori dell’arte” anche una importante occasione di inclusione sociale.


INFO UTILI
Trevi – TreviLab
Bolzano, Via Cappuccini, 28
 
Apertura della mostra: dal lunedì al sabato dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00
Ingresso gratuito. A disposizione del pubblico anche l’audioguida gratuita e una mediatrice.
 
centrotrevi@provincia.bz.it  
 T 0471 300 980
 
Ufficio Stampa
 
Per MondoMostre
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
Tel +39 049 663499 elisabetta@studioesseci.net
 
Per Provincia Autonoma di Bolzano
Ilaria Vinante
Tel. +39 338 5969685
vinante.ila@gmail.com
 
Per il Museo Nazionale Romano
Angelina Travaglini
mn-rm.press@cultura.gov.it
https://museonazionaleromano.beniculturali.it
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

A Roma dal 31 ottobre 2025 un nuovo centro culturale: rinasce il “Museo del Genio” 

Per la prima volta dalla sua costruzione negli anni ’30, l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio, edificio di oltre 4.000 metri quadrati, riaprirà al pubblico nella nuova veste di grande centro culturale, che ospiterà due importanti esposizioni: “Vivian Maier”, dedicata alla più amata fotografa americana di cui ricorre il centenario, e “Pop Air” di Ugo Nespolo, presentata in anteprima nazionale, con le imponenti sculture del celebre artista.

Dal 31 ottobre 2025, grazie alla collaborazione tra Ministero della Difesa, Difesa Servizi, Esercito Italiano ed Arthemisia, il Museo del Genio sarà aperto tutti i giorni. I visitatori potranno inoltre ammirare le grandi invenzioni italiane nel campo tecnologico e scientifico – come ad esempio l’attrezzatura radiotelegrafica originale di Guglielmo Marconi – custodite all’interno del Museo

A Roma rinasce il “Museo del Genio” con due importanti esposizioni: “Vivian Maier. The Exhibition” e “Ugo Nespolo. Pop Air” > giovedì 30 ottobre, ore 11.30 > Museo del Genio, Roma

A partire dal 31 ottobre 2025, Roma ritrova uno dei suoi luoghi più preziosi: il Museo del Genio dell’Esercito Italiano.

Per la prima volta, questo straordinario complesso apre stabilmente le sue porte al grande pubblico, trasformandosi in un nuovo luogo della cultura per la Capitale.
Si tratta di un’iniziativa culturale di Difesa Servizi che dal 2016, su mandato del Ministero della Difesa e delle Forze Armate, valorizza i musei militari.

Il nome Museo del Genio è stato scelto per rendere immediatamente accessibile l’identità di un luogo che è molto più di un museo.
La sua denominazione completa, Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio (ISCAG) dell’Esercito Italiano, ne rivela la natura unica in Italia: un centro in cui convivono museo, biblioteca specialistica, archivio storico e fotografico, luogo di studio, ricerca e memoria.

Oggi, questo patrimonio si svela finalmente alla città.
Roma guadagna un nuovo spazio culturale, aperto a tutti: famiglie, studenti, studiosi, scuole, visitatori italiani e internazionali.
Un luogo che racconta l’intelligenza come forza trasformativa: dall’ingegneria alle comunicazioni, dal volo al futuro.

Il percorso museale che oggi si apre al pubblico invita il visitatore a intraprendere un viaggio affascinante, dove ingegno, tecnica e bellezza si intrecciano nel racconto della storia del Genio. Tra modelli, strumenti e invenzioni, si scopre come l’intelligenza umana abbia saputo trasformare le sfide della costruzione, della comunicazione e del volo in occasioni di progresso. Oggetti di eccezionale valore testimoniano questo spirito visionario: l’attrezzatura radiotelegrafica originale di Guglielmo Marconi che, con la sua invenzione – la radio –, cambiò per sempre la storia della comunicazione mondiale; una piccola teca custodisce inoltre uno dei primissimi telefoni, invenzione dovuta ad Antonio Meucci, affiancato dalle sue prime evoluzioni: dai telefoni da campo alle centraline militari. Queste sale custodiscono una porzione preziosa del patrimonio museale: ambienti in cui ogni oggetto, dal più semplice al più imponente, testimonia la capacità tutta italiana di unire funzionalità e creatività, rigore scientifico e intuizione estetica.

Ad inaugurare questo nuovo capitolo vi saranno anche due esposizioni di grande richiamo: Vivian Maier. The Exhibition, dedicata alla più amata fotografa americana – scoperta solo dopo la sua morte e oggi celebrata nei più importanti musei del mondo -di cui si festeggia il centenario della nascita, e “Pop Air” un progetto nuovo e presentato per la prima volta al mondo, con cui il Maestro Ugo Nespolo interpreta in chiave ironica – con enormi sculture gonfiabili – i grandi capolavori internazionali.
Due linguaggi lontani e complementari che siglano la vocazione del Museo del Genio a diventare un ponte tra storia e presente, tra ricerca e meraviglia, tra conoscenza ed emozione.

Con questo progetto culturale, il Museo del Genio si presenta non solo come spazio espositivo, ma come centro culturale vivo, capace di dialogare con la contemporaneità e di ospitare grandi eventi artistici.

LE MOSTRE

In un connubio perfetto tra rigore storico e creatività contemporanea, a partire dal 31 ottobre 2025 e fino al 15 febbraio 2026, il Museo del Genio accoglie la mostra Pop Air“, una selezione iconica e site specific delle opere di uno degli artisti più versatili e brillanti del panorama italiano, Ugo Nespolo. Noto per la sua capacità di attraversare epoche, stili e linguaggi con intelligenza e leggerezza, offre una lettura creativa e colorata della storia della scultura italiana e internazionale. L’esposizione, presentata in anteprima mondiale, rappresenta la prima occasione ufficiale per scoprire (o riscoprire) gli spazi rinnovati del Museo.

Contemporaneamente, la mostra Vivian Maier. The Exhibition“, un emozionante viaggio nell’universo della misteriosa tata–fotografa americana, divenuta icona mondiale della street photography.
Curata da Anne Morin, massima esperta dell’artista, la mostra propone oltre 200 opere dei suoi scatti più celebri e intensi: immagini capaci di raccontare, con sguardo autentico e discreto, l’anima quotidiana delle città e dei loro abitanti.
Da un progetto di Vertigo Syndrome e in collaborazione con diChroma photography, la mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia.

L’apertura al pubblico delle mostre segna un nuovo inizio per uno spazio che custodisce la memoria, promuove la ricerca e si apre all’incontro tra passato e presente.
Un’occasione imperdibile per cittadini, studiosi, appassionati e visitatori di ogni età, nel cuore della Capitale.

Da un’iniziativa del Ministero della DifesaEsercito Italiano e Difesa Servizi, società in house del Ministero della Difesa che valorizza gli asset del Dicastero, il progetto è prodotto e organizzato da Arthemisia.
Il progetto è in partnership con Fondazione Terzo Pilastro Internazionale e Poema e vede come sponsorGenerali valore Culturamobility partnerFrecciarossa Treno Ufficiale e media partnerla Repubblica.


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
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Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>

Al Candiani di Mestre, Edvard Munch e La rivoluzione Espressionista

Non dipingerò più interni con uomini che leggono e donne che cuciono. Dipingerò persone vive, che respirano e sentono e soffrono e amano.

MUNCH. La rivoluzione espressionista
Mestre (Ve), Centro Culturale Candiani
30 ottobre 2025 – 1° marzo 2026

A cura di
Elisabetta Barisoni
 

Edvard Munch, oltre Munch. Una mostra per raccontare l’uomo del suo tempo, che vive e lascia un segno nella società. Introspettivo certo, ma anche partecipativo; solo, nella sua inquietudine, ma non isolato; tanti i suoi legami con autori, artisti, letterati contemporanei – Ibsen fra tutti, di cui illustra le opere teatrali –  che concorrono alla formazione del suo pensiero, alla sua  rivoluzione grafica e iconografica, la sua vita. Munch è specchio della cultura mitteleuropea e cittadino del mondo; tra i lunghi viaggi e soggiorni a Parigi, in Germania, in Belgio, in Italia, in una Europa esplosiva, quella del Salon des Refusées, dei Secessionisti, i giovani ribelli; qui raccoglie echi antichi di Goya e Rembrandt, Redon e Toulouse-Lautrec, fino a Van Gogh e Gauguin, le influenze del Simbolismo e Postimpressionismo per poi lasciare il suo inconfondibile segno.

E poi, le nuove sonorità pittoriche, lo spirito nordico che entra in Europa e influenza le secessioni di Monaco, Vienna, Berlino, di cui Munch è protagonista.

Munch è il suo tempo, ed è il nostro. Perché quell’urlo espressionista che nasce dal corpo e rende l’arte totalizzante, carica di dolore, memoria, denuncia, non si è mai esaurito.

La nuova mostra ideata da Fondazione Musei Civici per il Centro Culturale Candiani – eccezionalmente ospitata nelle sale espositive del terzo piano – prende Munch come guida di una nuova avventura di scoperta dell’arte del nostro tempo, in un viaggio attraverso le collezioni civiche della Galleria Internazionale d’Arte Moderna – dove sono conservate quattro opere grafiche Edvard Munch AngosciaL’urnaLa fanciulla e la morte, Ceneri – nel segno della rivoluzione espressionista. Un progetto per riconnetterlo sia con le correnti artistiche dalle quali è partito sia con quelle che lui ha ispirato nei decenni successivi.

Le sette sezioni della mostra, partono quindi proprio da Edvard Munch (Loten 1863 – Oslo 1944), al confronto con i fermenti naturalisti, impressionisti e con il connazionale, meno noto, Aksel Waldemar Johannessen (Kongsvinger, 1880 — Oslo, 1922): una vicenda artistica intensa e breve, con Munch condivide la ricerca di mondo interiore tormentato, ma affronta la realtà con un realismo sociale che si carica di tensione espressiva, distante dall’estetica francese che domina l’arte norvegese del tempo.

Due i capitoli sulle Secessioni, le rotture artistiche dell’area tedesca che partono da Monaco nel 1892 e che proseguono poi con Vienna, nel 1897 e Berlino, nel 1898. L’eredità di Munch, con il suo segno vibrante e la tensione psicologica, permea questo clima, dei laboratori fertili, dove Simbolismo, Jugendstil e Postimpressionismo si intrecciarono in uno spirito di profondo rinnovamento.

La Secessione di Monaco include artisti come Franz von Stuck, interprete di un simbolismo visionario e sensuale ma anche molti artisti italiani, tra cui Arturo Martini Alberto Martini, che qui trovarono stimoli decisivi per la loro arte.

Della Secessione di Berlino, Munch è quasi il casus belli; nel novembre 1892 la critica tedesca tradizionalista stronca le opere di Edvard Munch esposte Verein Bildender Künstler di Berlino. La mostra viene chiusa dopo appena una settimana, le polemiche non fanno altro che rendere celebre il nome di Munch in tutta la Germania, acuendo la frattura tra gli ambienti accademici e i giovani artisti della città. Pochi anni dopo, nel 1898 scaturisce la Secessione di Berlino, movimento che vedrà Munch protagonista. In questo periodo di forte fermento culturale, la ricerca di una nuova estetica si manifesta nei lavori di artisti come LiebermannKlinger, DettmannEgger-Lienz, testimoni di una Berlino attiva, cosmopolita, protesa verso la modernità.

Superando le premesse impressioniste, Munch guarda al Simbolismo, all’opera di Redon, Sérusier, Bonnard, alla produzione di Klinger e ai dipinti di Böcklin che lo avvicinano a un linguaggio simbolista, permeato di immagini allusive e visionarie, di sogni, interiorità e mistero. In Belgio, la corrente assume importanza grazie ad autori come Félicien Rops – legato agli ambienti letterari decadenti parigini e influenzato da Baudelaire, Mallarmé e Verlaine –  e James Ensor, inventore di un mondo grottesco popolato da maschere, scheletri e figure mostruose, sviluppando un simbolismo fantastico e a tratti caricaturale, ricco di satira sociale.

E ancora, il confronto con il Simbolismo in Italia che assume declinazioni diverse e originali, tra le sculture intense e drammatiche di Adolfo Wildt, gli scenari cupi e opprimenti di Cesare Laurenti, lo spirito ribelle di Ugo Valeri.

L’ampia rappresentazione di opere grafiche in mostra racconta il debito dell’Espressionismo tedesco al segno di Edvard Munch, la cui influenza, soprattutto nella grafica, è fondamentale per il gruppo Die Brücke. Artisti come Erich Heckel riscoprono la xilografia e le tecniche incisorie come mezzo diretto, essenziale, primitivo, ispirandosi tanto alla tradizione di Dürer quanto alle tecniche innovative del maestro norvegese. Dopo la guerra, una seconda generazione – tra cui si distinguono Otto Dix e Max Beckmann – traduce il trauma collettivo in immagini più crude e disilluse. Nella grafica, la figura umana è scavata fino all’osso: non più solo un grido individuale, ma il riflesso di una società lacerata.

Ne L’urlo contemporaneo riverbera la lezione di Munch e le ricadute nella sensibilità degli autori del Novecento. Dopo la Seconda guerra mondiale, le istanze dell’Espressionismo si rintracciano nelle testimonianze degli orrori vissuti in prima persona: Renato Guttuso racconta la brutalità della storia, mentre Zoran Musič non smette di evocare l’esperienza indicibile dei campi di concentramento. L’urlo espressionista si ritrova nelle visioni deformate e mostruose della Maternità di Ennio Finzi o nelle Figure alterate di Emilio Vedova. Gli orrori dell’attualità sono nei teschi di Mike Nelson, e i mondi popolati da mostri e maschere di Brad Kahlhamer Tony Oursler. Il grido di dolore risuona nella tragedia della guerra di Jugoslavia, di cui Marina Abramović si fa interprete, e si ritrova, infine, nella denuncia appassionata e drammatica di Shirin Neshat, incisa sulla pelle e sul destino del popolo iraniano.

MUNCH. La rivoluzione espressionista segna l’ultimo capitolo di una rassegna che, partendo da capolavori delle collezioni di Ca’ Pesaro dei maestri dell’arte moderna e contemporanea, ne racconta le contaminazioni, le prossimità, il proprio tempo, le vicende artistiche e soprattutto, l’eredità contemporanea attraverso il Novecento, fino ai nostri giorni. L’attesa è anche per il nuovo Centro Culturale Candiani, ridisegnato da MUVE che, oltre a proseguire nel programma di esposizioni temporanee, diventerà un Museo permanente, una Casa delle Contemporaneità. La collezione della nuova sede MUVE sarà dedicata alla voce contemporanea, con opere di Maestri italiani e internazionali dal 1948 in poi, articolate in un percorso inedito e di ampio respiro.


Centro Culturale Candiani
Piazzale Candiani, 7
30174 Venezia Mestre

Orario
Da martedì a domenica ore 10.00-19.00
Giorno di chiusura: lunedì
Ingresso gratuito previa registrazione. Compila il modulo online >
 
CONTATTI PER LA STAMPA
Fondazione Musei Civici di Venezia
Chiara Vedovetto 
con Alessandra Abbate 
press@fmcvenezia.it
www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa
 
Con il supporto di 
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Simone Raddi
simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

A Bassano la grande mostra su Segantini

Dal 25 ottobre 2025 al 22 febbraio 2026 Musei Civici di Bassano del Grappa presentano al pubblico la grande mostra che, ad oltre dieci anni dall’ultima esposizione italiana dedicata all’artista, celebra l’opera di uno dei massimi esponenti del Divisionismo, tra i più sensibili osservatori del mondo naturale e impareggiabile cantore della montagna quale luogo fisico e simbolico: Giovanni Segantini (1858- 1899).

GIOVANNI SEGANTINI
Museo Civico di Bassano del Grappa
25 ottobre 2025 – 22 febbraio 2026

A cura di Niccolo D’Agati.
 

Promossa e organizzata dal Comune e dai Musei Civici di Bassano del Grappa, la mostra è stata realizzata con il contributo di Regione del Veneto nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, un’iniziativa che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali con un ricco calendario di eventi culturali diffusi sul territorio nazionale, sottolineando il ruolo centrale della cultura come ponte tra territori, generazioni e linguaggi, in linea con lo spirito della manifestazione. La mostra è stata realizzata con il contributo del Club Alpino Italiano Fondazione Banca Popolare di Marostica Volksbank, con il supporto di Galleria Civica G. Segantini di Arco Segantini Museum di St. Moritz, in collaborazione con Regione Lombardia Dario Cimorelli Editore.

“Un legame ideale unisce Giovanni Segantini e il suo universo alpino e naturale a Bassano del Grappa e al suo territorio, delineato nei suoi paesaggi più suggestivi dall’orizzonte della pedemontana e del Monte Grappa. Sarà un’esposizione di alto valore scientifico che invita a riscoprire Segantini come figura centrale dell’arte europea di fine Ottocento. In un’epoca che chiede con urgenza di ripensare il rapporto tra Uomo e Natura, la sua opera, che è ad un tempo concreta e visionaria, reale e simbolica, risuona oggi con sorprendente attualità” afferma Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa. “Tutto questo è stato possibile grazie alla passione e competenza del curatore, Niccolò D’Agati, e alla preziosa collaborazione con due istituzioni fondamentali per la tutela dell’eredità segantiniana, la Galleria Civica G. Segantini di Arco e il Segantini Museum di St. Moritz. A loro, all’Amministrazione comunale di Bassano del Grappa che ha voluto fortemente la realizzazione di questa importante mostra nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, e a tutti gli enti e alle aziende del territorio che hanno contribuito alla sua migliore promozione, va il mio più sentito ringraziamento.” 

“L’Olimpiade Culturale è uno spazio di dialogo tra le arti, i territori e le persone, pensato per accompagnare i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali con un racconto corale della nostra identità culturale” afferma Domenico De Maio, Education and Culture Director di Milano Cortina “La mostra dedicata a Giovanni Segantini rappresenta un tassello prezioso di questo mosaico: un progetto che unisce rigore scientifico e visione internazionale, capace di restituire al grande pubblico la forza poetica di un artista che ha saputo interpretare la natura come luogo di bellezza, spiritualità e appartenenza. Siamo orgogliosi che questa iniziativa sia parte del programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026”.

Curata da Niccolo D’Agati, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e il Politecnico di Milano, curatore scientifico della Galleria Civica G. Segantini di Arco e tra i principali studiosi dell’arte italiana tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, la rassegna permetterà al pubblico di ricostruire la figura di Giovanni Segantini attraverso un’inedita rilettura della sua opera a confronto con l’arte coeva, per raccontare una carriera che in soli vent’anni, dagli esordi “scapigliati” agli ultimi slanci simbolisti volti a catturare la Natura, ha saputo influenzare i maggiori movimenti artistici del suo tempo.

Un centinaio di opere provenienti dalle principali collezioni pubbliche e private italiane ed europee – dal Musee d’Orsay al Rijksmuseum di Amsterdam –, alcune delle quali rintracciate a distanza di oltre un secolo dalla loro realizzazione, definiscono un percorso espositivo diviso in quattro sezioni e in tre focus tematici che, a partire dall’esordio a Brera, inquadreranno gli snodi più importanti della vicenda biografica di Segantini, mettendo allo stesso tempo in luce la straordinaria evoluzione della sua pittura.

La prima sezione sarà dedicata alla fase milanese, segnata dall’incontro con il gallerista e sodale Vittore Grubicy De Dragon, nonché dal diretto confronto con l’eredità della Scapigliatura e del Naturalismo lombardo. Se in questo vivace contesto si fece evidente l’innata propensione del pittore allo studio delle potenzialità espressive di luce e colore, si registra invece con il trasferimento in Brianza, verso la fine del 1880, un rinnovamento della concezione dell’uso del colore in direzione di un crescente interesse per la Natura quale elemento di comunione tra uomo, paesaggio e animali. Nella seconda sezione, che rappresenta una delle novità più importanti della mostra, verranno messi in luce anche i contatti con l’arte di Jean-Francois Millet, con la produzione grafica di Vincent van Gogh e con le opere degli artisti della Scuola dell’Ajaper la prima volta posti a diretto confronto con la sua pittura. Il percorso proseguirà con una terza sezione dedicata alla fase svizzera, avviatasi a Savognin nel 1886, durante la quale Segantini realizzò le grandi e celebri composizioni dedicate alla vita montana, arricchite dallo studio sugli effetti di luce e colore attraverso la definizione di una personale tecnica pittorica che lo fece emergere quale uno dei protagonisti del Divisionismo italiano. La mostra si chiuderà infine sull’ultimo decennio della produzione segantiniana, caratterizzata dal trasferimento a Maloja e dall’apertura alla poetica Simbolista, raggiunto attraverso la peculiare formula del “simbolismo naturalistico”, una personale interpretazione del rapporto universale tra Uomo e Natura

La mostra è stata preceduta da rilevantissime indagini non invasive sulle opere e sui materiali impiegati da Segantini. Queste ricerche hanno portato a sorprendenti scoperte, in particolare riguardo Ave Maria a trasbordo, opera simbolica del Segantini Museum di St. Moritz e dell’intera produzione segantiniana, eccezionalmente concessa in prestito al Museo Civico di Bassano del Grappa fino al 8 dicembre 2025. Nel capolavoro è emersa la complessa stratificazione del dipinto che nasconde, sotto l’attuale composizione, un precedente stadio che ricalca la prima versione realizzata del 1882, andata perduta ma nota attraverso fotografie. Similmente, grazie alle analisi condotte con IRIS, l’innovativo strumento di indagini diagnostiche a disposizione dall’Università della Bicocca di Milano, è stato possibile individuare sotto Ritorno dal bosco, capolavoro scelto come immagine guida della mostra, un dipinto ritenuto perduto dal 1890. Queste opere si offrono dunque non solo come capolavori compiuti ma anche come terreno di ricerca scientifica all’avanguardia. Alcuni contenuti multimediali racconteranno queste e altre scoperte, guidando i visitatori attraverso un viaggio inedito dentro i capolavori di Segantini.

Il progetto di allestimento è a cura di Mustafa Sabbagh, laureato in Architettura presso l’Università I.U.A.V. di Venezia, già assistente di Richard Avedon e docente al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra e attualmente docente alla Fondazione Modena Arti Visive. Dal 2012 si dedica all’arte contemporanea attraverso la fotografiala videoarte e installazioni site-specific, ed è tra i più importanti autori, in Italia, ad applicare la cultura del progetto coniugandola a una sperimentazione sui linguaggi visivi.

L’allestimento, un’ode alla tecnica segantiniana, mette in continuo dialogo luci e ombre, spazio e opere d’arte, trasformando il percorso espositivo in un palcoscenico drammatico in cui i colori vibranti delle opere risplendono, restituendo al visitatore un’esperienza emozionale e immersiva, ampliata da un crescendo visivo con un unico focus: l’arte di Segantini.

La mostra sarà affiancata, inoltre, dall’importante omonima pubblicazione scientifica, un volume di 248 pagine pubblicato in lingua italiana ed edito da Dario Cimorelli Editore, che aggiornerà gli studi presentando le scoperte e le riscoperte avvenute nel corso dell’ultimo decennio, e in particolare durante la preparazione della mostra.

Il curatore, Niccolo D’Agati, ha riunito un gruppo di studiosi di caratura internazionale che ha contribuito alla stesura dei saggi che sostanziano quanto presentato nelle diverse sezioni della mostra. Gli autori, oltre al curatore, sono i seguenti: Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa; Sergio Rebora, autore del catalogo generale ragionato di Vittore Grubicy De Dragon e dal 2018 al 2023 curatore scientifico del Cimitero Monumentale di Milano; Patrizia Regorda, archivista presso il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto; Servane Dargnies de Vitry, conservatrice della pittura presso il Museo d’Orsay di Parigi; Gianluca Poldi, freelance conservation scientist e docente presso la Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte presso l’Università di Udine, in collaborazione con Simone Caglio Anna Galli dell’Università Bicocca di Milano, e con Giulia de Vivo, paintings conservator and researcher presso il Rijksmuseum di Amsterdam; Monica Vinardi, storica dell’arte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio per la città metropolitana di Genova e la provincia di La Spezia; Francesco Parisi, docente di Storia del Disegno e della Grafica presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata; Alessandra Tiddia, conservatrice del Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

L’esposizione bassanese e il catalogo costituiscono, quindi, il culmine di un lungo percorso di rilettura di documenti noti, di approfondimento delle più recenti ricerche sull’opera e sulla tecnica di Segantini e di indagini su materiali inediti.  “Per me personalmente e per il nostro museo è non solo una gioia ma anche motivo di grande orgoglio esser parte di questo progetto espositivo di altissimo livello scientifico, che tra l’altro documenta per la prima volta in modo esaustivo i molteplici legami di Giovanni Segantini con le correnti artistiche europee contemporanee, così da sfatare il mito, purtroppo ancor oggi diffuso, del genio solitario nel suo eremo alpino” dichiara Mirella Carbone, Direttrice artistica del Segantini Museum di St. Moritz. “Sono molto grata al Comune di Bassano del Grappa, ai Musei Civici e al curatore, Niccolò D’Agati, per aver voluto una mostra intesa anche come punto di partenza per ricerche e approfondimenti sull’opera dell’artista. Basti pensare alle importanti indagini non invasive fatte su due opere della nostra collezione, l'”Ave Maria” e “Ritorno dal bosco”: i risultati sono spettacolari e fanno luce su aspetti finora ignoti della genesi dei due dipinti. Non ho dubbi che questo progetto farà parlare di sé ben oltre l’orizzonte temporale dell’esposizione.”

“Segantini riesce sempre a stupire. Dopo ben più di un secolo di mostre, pubblicazioni e celebrazioni, ancora la sua arte ed il suo pensiero costituiscono materia di ricerca estremamente ricca ed affascinante. È stato un artista molto ammirato e amato, ma spesso questa devozione per la sua figura ha innescato una logica di stupore e meraviglia, che non sempre ha lasciato spazio per un’indagine più approfondita sulla sua ricerca artistica, non solo legata al suo mito di uomo e artista, ma anche e soprattutto al suo talento pittorico” afferma Giancarla Tognoni, Direttrice della Galleria Civica G. Segantini di Arco. “È con grande piacere e soddisfazione, quindi, che la Galleria Civica G. Segantini di Arco partecipa al progetto dei Musei Civici di Bassano del Grappa, riconoscendo nel concept di questa monumentale mostra, lo spirito con cui, grazie al lavoro del prof. D’Agati, anche il museo arcense guarda all’opera di questo straordinario pittore, che il destino volle far nascere ad Arco.”

Ad accompagnare il percorso espositivo bassanese vi sarà, inoltre, il progetto didattico “Lassù, sulle vette con Segantini”, articolato in quattro differenti percorsi divisi in base dell’età dei partecipanti a cui sono rivoltivisite e laboratori per la scuola primaria e secondariapercorsi animati per famiglie e visite guidate. Basato su metodologie didattiche innovative e ideato da Daniele Fraccaro, docente di Mediazione e pedagogia dell’arte dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, il progetto proporrà attività, visite animate e laboratori didattici coinvolgenti volti ad incentivare un rapporto attivo con l’opera d’arte e a favorire l’accessibilità e la fruizione da parte di un pubblico ampio e diversificato.

A corollario della mostra, a partire da giovedì 6 novembre 2025 riprenderà anche il ciclo di conferenze “Incontrarsi al Museo di Bassano. Musei, mostre, restauri” a cura di Mario Guderzo, ormai giunto alla sua terza edizione. In occasione di questo importante evento espositivo i primi quattro appuntamenti saranno proprio dedicati alla figura di Giovanni Segantini e all’ambiente culturale in cui ha operato, insieme ai più autorevoli esperti della pittura segantiniana e del suo contesto artistico, musicale e filosofico: Niccolo D’Agati (curatore della mostra e docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e il Politecnico di Milano), Paola Borghese (restauratrice presso la Pinacoteca di Brera di Milano), Gianluca Poldi (freelance conservation scientist e docente presso la Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte presso l’Università di Udine), Mirella Carbone (Direttrice artistica del Segantini Museum di St. Moritz) e Giovanni Bietti (divulgatore Radio Rai, compositore, pianista, musicologo e consulente artistico dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma). 

La mostra sarà resa ancora più accessibile grazie all’audioguida gratuita in lingua italianainglese e tedesca, realizzata in collaborazione con Audiogiro, che accompagnerà il pubblico alla scoperta della vita e dell’arte di Giovanni Segantini attraverso la voce di Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa. Per accedere ai contenuti dell’audioguida bastera essere dotati del proprio smartphone e delle proprie cuffiette, inquadrare il QR Code che troverà presso la biglietteria del Museo Civico e all’ingresso della mostra, oppure salvare il link già disponibile sulla pagina dedicata alla mostra su www.museibassano.it

Promossa e organizzata da Comune e Musei Civici di Bassano del Grappa
Con il contributo di: Regione del Veneto
Nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026
Con il contributo di: Club Alpino Italiano e Fondazione Banca Popolare di Marostica Volksbank
Con il supporto di: Segantini Museum di St. Moritz e Galleria Civica G. Segantini di Arco
In collaborazione con: Regione Lombardia e Dario Cimorelli Editore
Main sponsor: Ceccato Automobili S.p.A.F.lli Campagnolo S.p.A. e Mevis S.p.A.
Sponsor: Vortex Hydra Dams – Hydromechanical Equipment and Valves
Partner: FIAVET – Federazione Italiana Associazioni Imprese di Viaggi e Turismo
Media partner: Il Giornale di VicenzaRadio Birikina e Rete Veneta
 
La Città di Bassano del Grappa desidera inoltre esprimere un sentito “pubblico ringraziamento” a:

Mecenati in Art bonus a sostegno della mostra:
Alban Giacomo S.p.A.
Baxi S.p.A.
Chrysos S.p.A.
Distilleria Nardini S.p.A.
ETRA S.p.A. Società benefit 
Vimar S.p.A.

Mecenate in Art bonus per il progetto didattico “Lassù, sulle vette con Segantini”
Fondazione Cariverona 
 
Sede
Museo Civico di Bassano del Grappa. Piazza Garibaldi 34, Bassano del Grappa
 
Orari
Tutti i giorni, compresi festivi, dalle 10:00 alle 19:00, ultimo accesso alle 18.00.
Chiuso i martedì e il 25 dicembre. Aperto il 24 dicembre 2024, 31 dicembre 2024
e il 1 gennaio 2025 dalle 14.00 alle 19.00.
 
Informazioni e prenotazioni
segantinibassano@ne-t.it
→ T. + 39 0424 177 0020
Il Call Center è aperto dal lunedì al venerdì dalle 8:30 alle 18:00, il sabato dalle
9:00 alle 13:00.

Ufficio stampa
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Simone Raddi
+39 049 663499
simone@studioesseci.net
 
Ufficio Stampa Comune di Bassano del Grappa
Chiara Padovan
+39 0424 519373
ufficiostampa@comune.bassano.vi.it
 
Ufficio Comunicazione
Musei Civici di Bassano del Grappa
Paolo Umana
+39 0424 519919
museo@comune.bassano.vi.it
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Alle Salette di Pio IV di Castel Sant’Angelo, Roma celebra il suo legame indissolubile col cinema

Alle Salette di Pio IV di Castel Sant’Angelo, Roma celebra il suo legame indissolubile con la settima arte. La mostra Roma e l’invenzione del Cinema. Dalle origini al cinema d’autore 1905–1960, aperta fino al 18 gennaio 2026, ricostruisce oltre mezzo secolo di storia del cinema attraverso manifesti, fotografie, filmati e oggetti d’epoca. Un percorso immersivo che restituisce alla capitale il ruolo di culla e laboratorio del cinema italiano e internazionale.

Un viaggio nel tempo, tra memoria e invenzione

Curata da Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, e realizzata in collaborazione con la Festa del Cinema di Roma, il Centro Sperimentale di Cinematografia e l’Archivio Luce, la mostra accompagna il visitatore in un itinerario che unisce emozione, ricerca e nostalgia.
L’allestimento si snoda nelle quattro sale di Pio IV, dove immagini, suoni e spezzoni cinematografici ricreano l’atmosfera degli anni eroici del cinema. Dalle prime proiezioni in bianco e nero ai capolavori del neorealismo, il racconto abbraccia i decenni in cui il cinema divenne una forma d’arte popolare e universale.

Il punto di partenza è una data simbolica: 20 settembre 1905, quando a Porta Pia venne proiettato La presa di Roma, primo film italiano a soggetto. Realizzato da Filoteo Alberini, tecnico, inventore e pioniere, fu presentato davanti a una folla entusiasta. Da quella sera Roma non fu più soltanto teatro della storia, ma anche set di una nuova forma di racconto visivo.

Roma, laboratorio della modernità

Come sottolinea Farinelli, “nessuna città al mondo ha inciso tanto nell’immaginario cinematografico quanto Roma”. Fin dagli esordi, la capitale è stata protagonista e musa del cinema: dalle scenografie monumentali del muto ai quartieri popolari immortalati dal neorealismo.
Nei diva film degli anni Dieci e Venti, interpretati da Francesca Bertini, Lida Borelli e Pina Menichelli, Roma è un palcoscenico solenne, dove la modernità dialoga con la classicità. Poi arriva il realismo disarmante del dopoguerra, con Anna Magnani, Aldo Fabrizi e Vittorio De Sica, che restituiscono al grande schermo la voce autentica della città.
Infine, con Fellini e Pasolini, Roma si espande nei nuovi quartieri dell’EUR e nelle borgate, diventando microcosmo del Paese che cambia.

La mostra: quattro stanze per sessant’anni di cinema

Ogni sala è un capitolo della storia del cinema italiano.
La prima, Dalle origini al cinema d’autore, raccoglie i pionieri – La presa di Roma e Quo vadis? di Enrico Guazzoni (1913), uno dei primi kolossal della storia – e rievoca il clima di invenzione e stupore del primo Novecento.
La seconda, Roma città aperta, celebra il capolavoro di Roberto Rossellini (1945): la corsa disperata di Anna Magnani in via Montecuccoli resta una delle sequenze più iconiche mai filmate.
La terza sala, I soliti ignoti, rilegge gli anni Cinquanta come epoca di rinascita e ironia, grazie alle commedie di Monicelli, Steno e Risi.
La quarta, La dolce vita, segna l’ingresso nel boom economico, quando Roma diventa “capitale del desiderio”: dalle terrazze del centro alla via Veneto notturna di Fellini, la città si trasforma in simbolo di una nuova modernità.

Cinecittà e il sogno industriale del cinema

Nel percorso espositivo trova spazio anche la nascita dell’industria cinematografica italiana.
Nel 1937 viene inaugurata Cinecittà, progettata dal barone Alberto Fassini e sostenuta dal regime fascista come “fabbrica dei sogni” nazionale.
Su un’area di 600.000 metri quadrati, gli studi romani diventano presto il centro nevralgico della produzione italiana e, nel dopoguerra, un polo internazionale frequentato da registi e attori stranieri: da William Wyler a John Huston, da Audrey Hepburn a Elizabeth Taylor.
È qui che nasce la leggenda di Vacanze romane (1953), con Gregory Peck e Audrey Hepburn in Vespa per le vie del centro, e dove si girano Ben-Hur e Cleopatra, simboli di un’epoca in cui Roma era la “Hollywood sul Tevere”.

L’Istituto Luce e il Centro Sperimentale

Con l’istituzione dell’Istituto Luce nel 1924 e la fondazione del Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1935 – prima scuola di cinema al mondo – Roma consolida il suo primato culturale.
Le cinegiornali Luce documentano l’Italia fascista e le sue trasformazioni, ma al tempo stesso rappresentano un archivio inestimabile di immagini del Paese reale.
Il Centro Sperimentale, invece, forma generazioni di registi, attori e tecnici: da Blasetti a Zavattini, da Visconti a Rossellini, fino a Fellini e Antonioni, l’intera storia del cinema italiano passa da quelle aule.

La rinascita del dopoguerra

Dopo la guerra, il cinema italiano diventa una lingua universale. Con Sciuscià (1946) e Ladri di biciclette (1948), Vittorio De Sica e Cesare Zavattini inventano il neorealismo, che conquista Cannes e Hollywood.
Nel 1952 arriva Umberto D., struggente ritratto della solitudine contemporanea, mentre nel 1958 Monicelli inaugura con I soliti ignoti una stagione nuova: la commedia all’italiana, capace di ironizzare sui vizi e sulle virtù del Paese in trasformazione.
Due anni dopo, La dolce vita (1960) segna una cesura definitiva: Fellini racconta la Roma del boom con uno sguardo poetico e disincantato, trasformando la città in mito.

Roma, capitale della settima arte

L’esposizione alle Scuderie di Castel Sant’Angelo è, in fondo, un atto d’amore verso Roma stessa.
La città che ha dato i natali al cinema italiano ne custodisce ancora oggi l’eredità, tra i set di Cinecittà, i teatri di posa, le piazze e le sale storiche come il Farnese e il Barberini.
Ogni scorcio, dal Colosseo alla Trinità dei Monti, è un fotogramma della memoria collettiva.

Come scriveva Fellini, “Roma non è una città, è un modo di essere”: un luogo dove la realtà si confonde con il sogno, e dove il cinema continua, ancora oggi, a rinnovarsi come linguaggio universale.


Info
Castel Sant’Angelo –
Salette di Pio IV, Roma, Lungotevere Castello 50
Orario: da martedì a domenica, 9.00–19.30
Prenotazioni: 06 39967100
Fino al 18 gennaio 2026


Una mostra che rappresenta il risultato di un ambizioso progetto di diplomazia culturale

La più grande esposizione di antichità egizie degli ultimi vent’anni apre a Roma. Tesori dei Faraoni, alle Scuderie del Quirinale fino al 3 maggio 2026, racconta il mistero e lo splendore della civiltà del Nilo attraverso oltre centotrenta capolavori, molti dei quali mai usciti dall’Egitto. È il risultato di un ambizioso progetto di diplomazia culturale che rinnova il dialogo millenario tra Italia ed Egitto.

Un ponte tra due civiltà

All’inaugurazione del 23 ottobre, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il segretario generale delle Antichità Egizie Mohamed Ismail Khaled e il direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco hanno illustrato il percorso espositivo, accompagnati dal ministro della Cultura Alessandro Giuli e dal direttore delle Scuderie Matteo Lafranconi.
L’evento segna un momento di rilievo nella cooperazione culturale tra Roma e Il Cairo: un incontro tra due tradizioni che, pur lontane nel tempo, condividono una profonda vocazione alla monumentalità, al simbolismo e alla memoria.

La mostra, curata da Tarek El Awady e prodotta da ALES in collaborazione con MondoMostre e il Supreme Council of Antiquities of Egypt, è sostenuta dal Ministero della Cultura e dal Ministero degli Affari Esteri italiani, con la partecipazione del Museo Egizio di Torino. Si inserisce nel quadro del Piano Mattei per l’Africa, che promuove formazione, cooperazione e valorizzazione del patrimonio culturale come strumenti di dialogo fra i popoli mediterranei.

Una civiltà che ancora parla

L’esposizione raccoglie 130 opere straordinarie, provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor: statue monumentali, sarcofagi, gioielli e reperti che attraversano quattromila anni di storia, dalle origini della civiltà faraonica al Terzo Periodo Intermedio.
Tra i prestiti più prestigiosi figura la Triade di Micerino, un capolavoro dell’Antico Regno che raffigura il sovrano affiancato dalla dea Hathor e dalla divinità della regione tebana: un simbolo potente della sacralità del potere.

Il percorso prosegue con il sarcofago d’oro della regina Ahhotep, ornato con la celebre Collana delle Mosche d’Oro, onorificenza militare destinata ai più valorosi guerrieri d’Egitto, e con la maschera funeraria d’oro di Amenemope, esempio mirabile di oreficeria regale del Nuovo Regno. Accanto a questi, il sarcofago di Thuya, nonna di Akhenaton, e la copertura funeraria di Psusennes I testimoniano il raffinato sincretismo di arte, fede e politica che caratterizzò l’Antico Egitto nei secoli della sua massima espansione.

Una sezione speciale è dedicata alla Città d’Oro, la sorprendente scoperta archeologica che ha riportato alla luce un insediamento urbano del regno di Amenhotep III e di Akhenaton. Gli oggetti rinvenuti – utensili, amuleti, ceramiche – restituiscono il volto quotidiano di un popolo che trasformò la vita terrena in un riflesso dell’eternità.

Le sezioni della mostra

Il percorso espositivo si articola in sei sezioni tematiche: il potere divino dei faraoni, la società e la vita quotidiana, la religione, le pratiche funerarie, le scoperte archeologiche più recenti e la rinascita della memoria egizia attraverso la ricerca contemporanea.
Dalle statue di Sennefer, Ramses VI e Thutmose III ai gioielli in oro cesellato, ogni opera evoca la tensione spirituale che ha reso l’Antico Egitto una delle civiltà più durature e complesse della storia umana.

Come in un viaggio nel tempo, il visitatore attraversa il deserto e le necropoli, le corti dei sovrani e i laboratori degli artigiani, fino ai templi dove l’arte e la religione si confondono in un linguaggio comune: la ricerca dell’immortalità.

Roma e il fascino dell’Egitto

Il legame tra Italia ed Egitto affonda le radici nell’antichità. Dopo la conquista di Alessandro Magno e il regno dei Tolomei, la cultura egizia influenzò profondamente l’arte romana: obelischi, sfingi e iscrizioni geroglifiche punteggiano ancora oggi la capitale come echi di un passato condiviso.
In età moderna, l’Egittologia divenne una delle discipline più amate dagli studiosi italiani, culminando nella fondazione del Museo Egizio di Torino nel 1824, secondo per importanza solo a quello del Cairo.

Questa mostra ne rinnova l’eredità, riaffermando la funzione delle Scuderie del Quirinale come spazio di incontro tra culture. Dal Rinascimento a oggi, il palazzo – progettato da Carlo Fontana e affacciato sul colle più alto di Roma – è divenuto un laboratorio permanente di diplomazia culturale.

Un progetto di conoscenza condivisa

Tesori dei Faraoni non è soltanto un evento espositivo: è un vasto progetto educativo e scientifico. Il catalogo, curato dal celebre archeologo Zahi Hawass, accompagna il pubblico in un racconto avvincente che unisce rigore accademico e divulgazione.
La mostra è affiancata da laboratori didattici, visite guidate e percorsi per le scuole, realizzati con il Museo Egizio di Torino, e da un programma di conferenze promosso con il Dipartimento SARAS della Sapienza di Roma, che coinvolge studiosi, archeologi e studenti.
L’obiettivo è costruire un dialogo tra ricerca e pubblico, mostrando come il patrimonio antico possa ancora parlare al presente e diventare strumento di identità condivisa.

Cultura come linguaggio universale

L’ambasciatore d’Italia in Egitto, Michele Quaroni, ha definito l’iniziativa «un esempio concreto di diplomazia culturale capace di superare i confini e unire le persone».
Mohamed Ismail Khaled ha sottolineato che le mostre archeologiche all’estero «sono ponti fondamentali che permettono di valorizzare la creatività e l’ingegno degli antichi Egizi», mentre Fabio Tagliaferri, presidente di ALES, ha ricordato che Tesori dei Faraoni rappresenta uno degli obiettivi più ambiziosi nella gestione delle Scuderie: costruire relazioni internazionali attraverso la bellezza e la conoscenza.

Infine, Matteo Lafranconi ha ribadito il senso profondo dell’iniziativa: «presentare un progetto di massimo prestigio, capace di incarnare i valori universali che da sempre definiscono l’immaginario quirinalizio, frutto dell’incontro tra le grandi civiltà nate sulle sponde del Mediterraneo».

Un dialogo che guarda al futuro

Nell’epoca in cui la geopolitica tende a irrigidire le frontiere, Tesori dei Faraoni riafferma la forza della cultura come spazio di incontro e di conoscenza reciproca.
Tra ori, pietre incise e sguardi scolpiti nella pietra, la mostra racconta una civiltà che non ha mai smesso di parlare. L’Egitto dei Faraoni torna così a Roma, non come eco di un passato remoto, ma come promessa di un dialogo ancora vivo: quello tra l’uomo e la sua eterna aspirazione all’eternità.


Alla Magnani-Rocca, Mina e la Moda

MODA E PUBBLICITÀ IN ITALIA 1950-2000
Fondazione Magnani-Rocca
Mamiano di Traversetolo – Parma
13 settembre – 14 dicembre 2025

Mina e la Moda – A sessanta anni dal primo Carosello Barilla con Mina testimonial, la Fondazione Magnani-Rocca dedica a questo straordinario sodalizio una nuova, speciale sezione della mostra ‘Moda e pubblicità in Italia 1950-2000’ – allestita fino al 14 dicembre nella Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo presso Parma – esponendo una selezione di abiti e filmati provenienti dall’Archivio Storico Barilla, in omaggio al ruolo d’eccezione che la cantante ebbe nel campo della moda e della sua promozione. Raffinatissima quanto popolare trasformista, ogni volta si presentava al pubblico con abiti, acconciature e maquillage sorprendenti, spesso anticipando o dettando le tendenze.

Dal 1965 al 1970, mentre era impegnata in tv per ‘Studio Uno’ e ‘Canzonissima’, Mina prestò il suo volto e la sua voce per oltre sessanta caroselli del pastificio di Parma, in preziosi videoclip. Dotata di una mimica e di una recitazione non comuni, Mina, diretta da grandi registi, come Valerio Zurlini, Antonello Falqui, Piero Gherardi, Enzo Trapani – che non disdegnano di lasciare momentaneamente il cinema o la TV per il mondo della pubblicità – propone le sue canzoni, spesso ripetute in versioni e scenografie differenti; canta dal vivo alla Bussola di Viareggio, registra in sala di incisione e diviene appuntamento fisso per il pubblico televisivo.

Giochi di luci, di bianchi e di neri si alternano nei caroselli in un rapporto di attrazione – opposizione ripreso anche dai testi delle canzoni, con Mina che da moderna Maga Circe in Se telefonando, si trasforma in una enigmatica creatura preraffaellita negli ultimi filmati. 

Il messaggio si fa via via più raffinato, graficamente perfetto, e si sposa ben presto con scenografie surreali, abiti estrosi, inquadrature ardite, montaggi aggressivi e dinamici.

E proprio otto abiti, disegnati per lei dal premio Oscar Piero Gherardi, costumista di Federico Fellini, e successivamente ricostruiti, sono protagonisti della sezione espositiva, permettendo un tuffo negli anni Sessanta e nella straordinaria fucina creativa che fu l’Italia di allora.

La sezione dedicata a Mina si aggiunge alla mostra ‘Moda e Pubblicità in Italia 1950-2000’, dedicata all’evoluzione della promozione pubblicitaria in Italia nel settore della moda nel corso della seconda metà del Novecento, allestita alla Fondazione Magnani-Rocca nei saloni contigui a quelli che ospitano permanentemente opere capitali di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Renoir, Monet, Cézanne, Morandi e molti altri.

Più di trecento opere – tra manifesti, riviste, spot, fotografie, cinema, video, gadget pubblicitari e persino le mitiche figurine Fiorucci – in un percorso inedito che attraversa mezzo secolo di trasformazioni dell’immaginario collettivo, con uno sguardo filologico e insieme poetico sulla storia della moda e della sua comunicazione. Il cinema e la televisione ne diventano lo specchio, con spot entrati nel mito collettivo.

Dal 1950 al 2000 lo stile italiano si lancia nel mondo.

Armani, Benetton, Dolce & Gabbana, Emilio Pucci, Fiorucci, Gianfranco Ferré, Gucci, Max Mara, Moschino, Salvatore Ferragamo, Valentino, Versace, Coveri, Zegna, Diesel, Walter Albini sono i protagonisti del Made in Italy di quegli anni.

Gli scatti dei grandi maestri della fotografia di moda – Gian Paolo Barbieri, Giovanni Gastel, Alfa Castaldi, Ugo Mulas – e le illustrazioni di René Gruau, Sepo, Erberto Carboni, Franco Grignani, Guido Crepax, Antonio Lopez, Lora Lamm, le creazioni di Armando Testa, oltre al lavoro particolarissimo e destabilizzante di Oliviero Toscani, restituiscono un’estetica che è insieme racconto pubblicitario e ritratto di un’epoca.

La moda si conferma una macchina potente di comunicazione e si definisce sempre più come linguaggio e performance del corpo. La mostra racconta come la moda e la pubblicità, insieme, abbiano saputo attraversare i cambiamenti economici, sociali e culturali del nostro paese a generarne i miti, gli stereotipi, la creatività, i desideri.

L’Italia entra nel secondo dopoguerra timidamente, osservando il dinamismo pubblicitario americano ma restando ancorata a un sistema artigianale: grafici, illustratori, cartellonisti. Lo sviluppo è rallentato da un sistema mediatico rigido e pedagogico: Carosello, con le sue regole e le sue censure, ritarda il confronto con le avanguardie internazionali. Ma proprio questa lentezza rafforza una forma di “italianità pubblicitaria”, un gusto visivo e narrativo che unisce memoria, ironia e affabulazione.

La vera svolta arriva con le televisioni private, il colore in tv, la disgregazione dei modelli unici: la pubblicità diventa un linguaggio pop, potente, invasivo. È una nuova forma d’arte visiva, e la moda il suo laboratorio più vibrante. Un’importante sezione della mostra viene dedicata proprio alla visione di alcuni degli spot televisivi più iconici di quegli anni, entrati a far parte dell’immaginario collettivo.

Gli anni Ottanta e Novanta segnano l’apice e vedono l’indiscusso successo mondiale del brand “Made in Italy”. La moda italiana smette di essere solo industria e comunica storie, personaggi, esperienze creando nuovi immaginari.


Le collaborazioni – Museo nazionale Collezione Salce di Treviso, Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell’Università di Parma, Civica Raccolta delle Stampe ‘Achille Bertarelli’ – Castello Sforzesco del Comune di Milano, Collezione Alessandro Bellenda – Galleria L’IMAGE di Alassio (SV), Mirko Morini – Tortona4arte di Milano, Andrea Re – Milano Manifesti, Giuseppe Moraglia – L’Afficherie a L’Aquila, Marco Cicolini – Libreria Antiquaria Piemontese di Torino, oltre ad archivi aziendali e importanti collezioni private.

Per tutta la parte filmica la mostra si avvale del contributo dell’Archivio Generale Audiovisivo della Pubblicità Italiana e del personale apporto del suo Fondatore e Direttore, lo storico della pubblicità Emmanuel Grossi.

La mostra e il catalogo – La mostra – a cura, come il precedente capitolo dedicato al periodo 1850-1950, di Dario Cimorelli, editore ed esperto di comunicazione, Eugenia Paulicelli, Professoressa ordinaria e fondatrice della scuola di specializzazione di “Fashion Studies” presso il Graduate Center e il Queens College della City University di New York, Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca – è accompagnata da un ricco catalogo edito da Dario Cimorelli Editore, dove, oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte, vengono pubblicati saggi di Eugenia Paulicelli, Silvia Casagrande, Vanessa Gavioli, Emmanuel Grossi, Chiara Pompa, Emanuela Scarpellini.   

La Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo custodisce una delle più importanti collezioni d’arte di origine privata al mondo.

La Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo, espone infatti le opere appartenute a Luigi Magnani, con autori quali Monet, Renoir, Cézanne, Goya, Tiziano, Dürer, de Chirico, Rubens, Van Dyck, Filippo Lippi, Carpaccio, Burri, de Pisis, Tiepolo, Canova e la più significativa raccolta di lavori di Morandi.

Immersa nella campagna di Parma, la Villa conserva il fascino senza tempo degli ospiti illustri che l’hanno frequentata, con i suoi arredi di epoca neoclassica e impero, circondata dal Parco Romantico, un grande giardino all’inglese con piante esotiche, alberi monumentali e gli splendidi pavoni bianchi e colorati. Il Parco storico è stato recentemente restaurato grazie ai fondi del PNRR. Si tratta di un unicum per la sua eccezionale stratificazione: pochi luoghi in Italia possono vantare una testimonianza altrettanto completa dell’evoluzione dell’arte del giardino. Nel parco coesistono armoniosamente tre visioni del paesaggio: il giardino formale ottocentesco voluto nel 1819 dal generale Filippo Paulucci delle Roncole, il parco all’inglese romantico realizzato da Marianna Panciatichi tra il 1850 e il 1860, e il giardino all’italiana progettato da Luigi Magnani negli anni ’60 del Novecento.

A completare questa sintesi viva di tre secoli di paesaggismo, un giardino contemporaneo ispirato al “New Perennial Movement”, che reinterpreta in chiave ecologica e sensibile il rapporto tra natura, estetica e cultura.


MODA E PUBBLICITÀ IN ITALIA 1950-2000
Fondazione Magnani-Rocca, Villa dei Capolavori, Mamiano di Traversetolo (Parma)
Dal 13 settembre al 14 dicembre 2025. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) | sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Aperto anche 1° novembre e 8 dicembre | Lunedì chiuso.
Biglietti: € 15 valido anche per le Raccolte permanenti e il Parco Romantico | € 13 per gruppi di almeno quindici persone | € 5 per le scuole e sotto i quattordici anni. Il biglietto comprende anche la visita libera agli Armadi segreti della Villa. Per meno di quindici persone non occorre prenotare; i biglietti si acquistano all’arrivo alla Fondazione.
Info: www.magnanirocca.it | info@magnanirocca.it | 0521 848327 / 848148
Visite guidate: il sabato ore 16 e la domenica e festivi ore 11.30, 15.30, 16.30, visita alla mostra ‘Moda e Pubblicità in Italia’ con guida specializzata; è possibile prenotare a prenotazioni@magnanirocca.it , oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 20 (ingresso e guida).
 
Ufficio Stampa: Studio ESSECI  Sergio Campagnolo
Rif. Simone Raddi  simone@studioesseci.net  tel. 049 663499.
Cartella stampa e immagini: www.studioesseci.net
 
La mostra è realizzata grazie al contributo di:
FONDAZIONE CARIPARMA, CRÉDIT AGRICOLE ITALIA
Media partner: Gazzetta di Parma, Kreativehouse.
Con la collaborazione di: AXA XL Insurance e Aon S.p.a.
Angeli Cornici, Bstrò, Cavazzoni Associati, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.
 
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 

Palazzo Reale di Milano dedica la prima grande retrospettiva italiana a Leonora Carrington

Palazzo Reale di Milano dedica la prima grande retrospettiva italiana a Leonora Carrington (1917-2011), pittrice, scrittrice e pensatrice ribelle del Surrealismo, che fece dell’immaginazione un linguaggio di resistenza. Un percorso che attraversa le molte vite di una donna inquieta e geniale, capace di fondere mito e libertà, esilio e ironia, femminilità e cosmologia.

Casa e studio dell’artista Leonora Carrington per sei decenni. Gestito dall’Università Autonoma Metropolitana. Fotografie: Tania Victoria/Ministero della Cultura di Città del Messico. Casa e studio di Leonora Carrington.

Fino all’11 gennaio 2026, Milano ospita un’esposizione che rende finalmente giustizia a una figura tra le più affascinanti e complesse del Novecento. Intitolata semplicemente “Leonora Carrington”, la mostra — promossa dal Comune di Milano, Palazzo Reale, MondoMostre, Civita Mostre e Musei ed Electa — è curata da Carlos Martin e Tere Arcq, due fra i massimi esperti dell’artista, e presenta un’ampia selezione di dipinti, disegni, fotografie, documenti e scritti. Dopo Milano, il progetto approderà al Musée du Luxembourg di Parigi, a conferma del suo rilievo internazionale.

Una formazione ribelle

Nata in Inghilterra in una famiglia dell’alta borghesia industriale, Leonora Carrington cresce tra le fiabe celtiche raccontate dalla nonna e le rigide convenzioni vittoriane imposte dal padre. Fin da adolescente manifesta un carattere indocile e un precoce talento artistico. Nel 1932 trascorre alcuni mesi a Firenze, dove resta incantata dalle geometrie di Piero della Francesca, dai cavalli di Paolo Uccello, dalle atmosfere simboliche di Botticelli. È la sua prima immersione nel Rinascimento, una lezione di armonia e mistero che non l’abbandonerà mai.

Nel 1936 viene ammessa all’Ozenfant Academy di Londra, fondata dal teorico del purismo Amédée Ozenfant, e due anni dopo espone alla International Surrealist Exhibition, dove conosce Max Ernst, di ventisei anni più anziano. Tra i due nasce un amore travolgente, osteggiato dalla famiglia di lei, che disereda la giovane artista. Carrington ed Ernst fuggono insieme in Provenza, a Saint-Martin-d’Ardèche, dove creano un universo domestico popolato da pittori e poeti surrealisti: Leonor Fini, Paul Éluard, Man Ray, Tristan Tzara.

Dall’amore all’esilio

Lo scoppio della guerra segna la fine di quella breve stagione felice. Ernst, di origini tedesche, viene internato dal governo francese, e Leonora fugge in Spagna, dove subisce violenze e un successivo internamento in una clinica psichiatrica di Santander, esperienza che segnerà profondamente la sua vita e la sua arte. Riesce infine a raggiungere New York, grazie all’aiuto di Peggy Guggenheim e di amici surrealisti, e nel 1942 si stabilisce definitivamente in Messico, dove sposa il fotografo ungherese Emerico “Chiki” Weisz e ritrova la propria voce artistica.

In Messico, Carrington entra in contatto con una vivace comunità di artisti e intellettuali in esilio — tra cui Remedios Varo, Kati Horna e Frida Kahlo — e sviluppa una pittura personalissima, sospesa tra mitologia europea, magia precolombiana e simbolismo alchemico.

L’arte come alchimia

Le opere di Carrington uniscono precisione narrativa e visione mistica: stanze che si trasformano in laboratori segreti, donne che mescolano erbe e invocano animali totemici, presenze ibride sospese tra umano e divino. Nella sua immaginazione la casa — luogo domestico per eccellenza — diventa spazio di potere e conoscenza, laboratorio di esperimenti magici e di metamorfosi.

La mostra milanese ricostruisce questo universo con una selezione di visioni alchemiche e fantastiche provenienti da musei e collezioni private internazionali. Le opere del periodo messicano — tra cui The Pomps of the Subsoil, The House Opposite e And Then We Saw the Daughter of the Minotaur — restituiscono una pittura dal colore caldo, intenso, narrativo, in cui risuonano i ricordi dell’arte italiana e l’eco della cultura mesoamericana.

Accanto ai dipinti, fotografie, libri, scritti e documenti inediti svelano il lato intellettuale di Carrington: i suoi racconti surreali (La debuttante, La settima cavalla, Il latte dei sogni), i testi teatrali e i disegni preparatori, che testimoniano una mente sempre in movimento, affascinata da matematica, astrologia, ermetismo e filosofia eretica.

Una modernità ritrovata

L’allestimento non insiste solo sul mito dell’artista donna, ma sulla sua indipendenza di pensiero, capace di anticipare temi che oggi chiamiamo ecofemminismo e post-umanesimo. Carrington non dipinge per “rappresentare” la donna, ma per immaginare un nuovo equilibrio tra natura e spirito, tra animale e umano, tra visibile e invisibile.

Nel suo universo non c’è separazione tra arte e vita. L’immaginazione è una forma di conoscenza, e la pittura diventa uno strumento di sopravvivenza. “L’arte,” scriveva, “non serve a decorare il mondo, ma a trasformarlo.”

La lunga ombra di Leonora

La riscoperta di Carrington, esplosa dopo la sua morte nel 2011, è oggi un fenomeno globale. Le sue opere sono entrate nelle collezioni del MoMA, della Tate Modern, del Museo de Arte Moderno di Città del Messico e del Centre Pompidou, mentre la sua figura ispira scrittrici e artiste contemporanee da Marina Warner a Caitlín R. Kiernan, da Bjork a Florence Welch.

“Era una donna del Rinascimento,” afferma il curatore Carlos Martin, “capace di attraversare pittura, scrittura e filosofia come se fossero la stessa materia.”
Ed è proprio questa molteplicità che la mostra milanese riesce a restituire: una mappa di vita e di mente, in cui l’arte è rito, la follia rivelazione e la libertà, finalmente, un atto poetico.


Leonora Carrington. Scheda sintetica

Luogo e date: Palazzo Reale, Milano – Fino all’11 gennaio 2026
Curatori: Carlos Martin e Tere Arcq
Organizzazione: Comune di Milano – Cultura | Palazzo Reale | MondoMostre | Civita Mostre e Musei | Electa S.p.A.
Dopo Milano: Musée du Luxembourg, Parigi (2026)
Opere esposte: circa 100 tra dipinti, disegni, fotografie, documenti e materiali d’archivio


Le visioni di Leonora Carrington. Pittura, scrittura e magia dell’immaginazione

Nel corso della sua lunga vita, Leonora Carrington ha intrecciato pittura, letteratura e filosofia come se appartenessero a un unico linguaggio. Ogni opera è un frammento di un cosmo alchemico dove il femminile diventa forza trasformatrice e l’immaginazione uno strumento di conoscenza. Ecco alcune tappe fondamentali del suo percorso.

1937-1939 | La debuttante
Il primo racconto pubblicato da Carrington è una fiaba surreale e crudele: una giovane sostituisce se stessa con una iena per sfuggire a un ricevimento mondano. Dietro l’ironia si cela la ribellione di una donna contro l’educazione vittoriana e le convenzioni sociali. È già chiaro il tema della metamorfosi, che attraverserà tutta la sua opera.

1943 | Down Below
Scritto dopo l’internamento psichiatrico di Santander, Down Below è il racconto lucido e spettrale di una discesa negli abissi della mente. Pubblicato da André Breton, il testo è una delle più radicali testimonianze di follia e liberazione nel Novecento surrealista, capace di anticipare le riflessioni di Antonin Artaud e di Sylvia Plath.

1947-1953 | Il periodo messicano
Trasferitasi a Città del Messico, Carrington elabora una pittura densa di simboli esoterici e riferimenti mitologici. Nascono opere come The House Opposite e Green Tea, popolate di figure ibride, animali sacri e rituali magici. La casa, il corpo e la cucina diventano spazi di potere e trasformazione: laboratori dell’anima dove l’artista riscrive i ruoli del femminile.

1950-1970 | The Hearing Trumpet (Il cornetto acustico)
Romanzo pubblicato nel 1976 ma scritto vent’anni prima, è un capolavoro di ironia e sovversione. Racconta la storia di una novantenne che, con il suo cornetto acustico, scopre un complotto in una casa di riposo e si ritrova coinvolta in una rivoluzione cosmica. È un inno alla vecchiaia come fase di conoscenza e riscatto, e un testo di culto del femminismo visionario.

1950-2000 | The Milk of Dreams (Il latte dei sogni)
Serie di racconti e disegni dedicati ai figli Gabriel e Pablo, in cui Carrington immagina creature ibride, metamorfosi, dialoghi con animali e macchine. Il libro, pubblicato postumo, è divenuto nel 2022 il titolo della Biennale di Venezia curata da Cecilia Alemani, che ha celebrato proprio il principio fondante della sua poetica: “L’immaginazione come forma di libertà radicale.”

2000-2011 | Ultimi anni e eredità
Negli ultimi anni, Carrington dipinge con gesti più essenziali, ma conserva intatta la curiosità intellettuale. Vive in una casa piena di gatti, piante e oggetti simbolici. Nel 2005 riceve la Medalla de Bellas Artes dal governo messicano. Muore a Città del Messico nel 2011, lasciando un’eredità che oggi risuona nel pensiero ecofemminista, nella pittura onirica e nel cinema visionario contemporaneo.


In sintesi, Carrington non ha mai separato arte e vita. Ha attraversato il secolo come una “strega gentile”, in equilibrio tra fiaba e filosofia, ribellione e conoscenza. Le sue opere, oggi più che mai, parlano di libertà interiore e di quella parte di realtà che solo l’immaginazione riesce a rivelare.


L’Europa contro il cambio dell’ora: tra mito dell’efficienza e disagi moderni

Il dibattito sul passaggio dall’ora solare a quella legale torna a infiammare l’Unione Europea. Dopo anni di discussioni, Bruxelles riapre la questione di un sistema pensato per un mondo che non esiste più: quello del risparmio energetico industriale.

Ogni anno, a fine ottobre e a fine marzo, milioni di cittadini europei spostano le lancette dell’orologio di un’ora avanti o indietro. È un rito collettivo, quasi un gesto di fede nella modernità, ereditato da un’altra epoca. Ma oggi, in un continente attraversato da crisi energetiche, cambiamenti climatici e nuove abitudini di vita, sempre più voci si levano contro questa pratica considerata anacronistica, inutile e perfino dannosa.

La Commissione europea, già nel 2018, sotto la presidenza di Jean-Claude Juncker, aveva proposto di abolire il cambio dell’ora, lasciando ai singoli Stati membri la scelta definitiva di adottare per tutto l’anno l’ora solare o quella legale. Nel 2021 il Parlamento europeo aveva votato a favore della riforma, ma il dossier si è arenato in Consiglio per le resistenze di alcuni Paesi, divisi tra esigenze economiche, culturali e geografiche.

Oggi, a distanza di anni, la proposta torna sul tavolo di Bruxelles. Le nuove analisi condotte dagli organismi tecnici dell’Unione mostrano che i benefici energetici del sistema — introdotto in gran parte d’Europa negli anni Settanta, dopo la crisi petrolifera — si sono di fatto esauriti. Gli edifici moderni, i sistemi di illuminazione a LED e la diffusione del lavoro flessibile hanno reso marginale il risparmio legato a un’ora in più di luce serale.

Anzi, secondo diversi studi dell’European Sleep Research Society, il cambio biannuale dell’orario ha effetti negativi sul ritmo circadiano, sulla qualità del sonno e perfino sulla produttività. Gli impatti si avvertono soprattutto nei primi giorni successivi al cambio: aumento degli incidenti stradali, calo dell’attenzione sul lavoro, e disturbi temporanei dell’umore.

Il dibattito, tuttavia, non è solo medico o tecnico. In gioco c’è anche una questione identitaria: l’Europa è un continente che si estende su più fusi orari, e uniformare l’orario tutto l’anno significherebbe ridisegnare parte della sua geografia sociale. Gli Stati del Nord, come la Finlandia o la Danimarca, spingono per mantenere l’ora solare, più adatta ai ritmi naturali delle loro giornate brevi. Al contrario, i Paesi mediterranei, tra cui Italia e Spagna, preferirebbero conservare l’ora legale per godere di un’ora di luce in più la sera.

La Commissione invita da tempo a trovare un compromesso per evitare un’Europa “a orari alternati”, dove attraversare un confine significhi anche cambiare l’orologio. Ma il negoziato è complesso: dietro il ritmo delle lancette si nasconde un intricato equilibrio politico e culturale.

Il primo a concepire l’idea di spostare le lancette fu, paradossalmente, un uomo di scienza e di ironia: Benjamin Franklin. Nel 1784, in un articolo pubblicato sul Journal de Paris, suggerì provocatoriamente di “svegliarsi prima” per risparmiare candele. L’idea rimase una curiosità fino alla Prima guerra mondiale, quando Germania e Gran Bretagna introdussero ufficialmente l’ora legale per ridurre i consumi energetici. L’Italia la adottò nel 1916, l’abbandonò e poi la reintrodusse stabilmente nel 1966, in linea con gli altri Paesi europei.

Negli anni Settanta, con la crisi petrolifera, il sistema sembrò una soluzione logica: spostare un’ora di luce verso la sera permetteva di ridurre l’uso dell’illuminazione artificiale. Ma con il progresso tecnologico e la diffusione delle energie rinnovabili, quel piccolo vantaggio è diventato trascurabile.

In Italia, l’ENEA stima che il risparmio energetico annuale legato al cambio dell’ora sia oggi inferiore a 100 milioni di euro, una cifra irrisoria rispetto ai costi indiretti che il sistema comporta. E così, di fronte a un’Europa che si interroga sul proprio futuro climatico e digitale, il gesto di spostare le lancette due volte l’anno appare sempre più come un rito senza più un significato reale.

Gli oppositori dell’abolizione, tuttavia, avvertono: l’ora legale continua a regalare luce e vita sociale. Secondo alcuni studi, favorisce la frequentazione di spazi pubblici e attività all’aperto, contribuendo al benessere collettivo. Il problema, dunque, non è tanto l’orologio quanto la rigidità dei nostri ritmi urbani.

Nel frattempo, l’Unione Europea cerca un nuovo equilibrio. La Commissione von der Leyen ha riaperto il confronto con i governi nazionali, puntando a una decisione condivisa entro il 2026. La parola d’ordine è armonizzazione, per evitare una “babele delle ore” che metterebbe in difficoltà trasporti, commercio e vita quotidiana.

E così, mentre le lancette si preparano a tornare indietro ancora una volta, l’Europa si trova di fronte a una scelta che va oltre il tempo: decidere se il ritmo delle giornate debba restare legato a un retaggio industriale del passato o adattarsi alla fluidità di un presente senza più confini precisi.
Un gesto minimo, quello di girare una lancetta — eppure, per la civiltà europea, forse il più simbolico di tutti.


I GRANDI MAESTRI DEL DESIGN. Episodio 1: la poltrona Grand Confort

Nel 1928, tre figure chiave del modernismo – Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand – ridefinirono il concetto di comfort e forma con la poltrona Grand Confort, un’icona del design razionalista che trasformò la poltrona club borghese in un manifesto di funzionalità e bellezza industriale.

CASSINA – 2 Fauteuil Grand Confort, petit modèle – durable

C’è una linea netta che separa la poltrona Grand Confort da tutto ciò che l’ha preceduta. Nata nel 1928, nel fervore creativo della Parigi tra le due guerre, è molto più di un oggetto d’arredo: è una dichiarazione di intenti, un simbolo di una nuova epoca in cui la forma si piega alla funzione e la struttura diventa linguaggio. Il suo progetto porta la firma di Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand, tre protagonisti assoluti dell’architettura e del design del Novecento, che insieme tracciarono un confine preciso tra il passato e la modernità.

Una rivoluzione cubica

La Grand Confort, o LC2, come sarà poi conosciuta nella riedizione Cassina, nasce come reinterpretazione modernista della poltrona club ottocentesca, il simbolo per eccellenza del comfort borghese. Ma dove la poltrona tradizionale nasconde la struttura sotto strati di imbottitura, i tre progettisti scelgono di mettere in mostra l’ossatura, capovolgendo il rapporto tra dentro e fuori.
La seduta si compone di cuscini in pelle — indipendenti e geometrici — racchiusi in una gabbia d’acciaio cromato, come se il corpo del mobile fosse trattenuto da una struttura razionale. La funzione diventa forma, e la forma, a sua volta, diventa manifesto.

Il risultato è un cubo perfetto, rigoroso ma accogliente, dove la morbidezza dei cuscini contrasta con la freddezza della struttura metallica. È la materializzazione di una delle massime più celebri di Le Corbusier: “La casa è una macchina per abitare.” E in questa logica, anche la poltrona diventa una macchina per sedersi, concepita con la stessa precisione di un ingranaggio industriale.

Il contesto e la visione

La poltrona fu presentata per la prima volta al Salon d’Automne di Parigi del 1929, accanto ad altri arredi concepiti per la Villa Church e per l’Appartement La Roche. Questi progetti testimoniavano la collaborazione fruttuosa tra Le Corbusier e Perriand, giovane designer entrata nel suo studio nello stesso anno, portando una sensibilità nuova: un equilibrio tra rigore architettonico e attenzione per i materiali e il corpo umano.

Nel pensiero del gruppo, il comfort non era più un valore decorativo, ma un principio scientifico. La proporzione, il gesto e la postura erano studiati con lo stesso rigore con cui si calcolavano le travi di un edificio. Da qui nacque una famiglia di arredi modulari e funzionali, dalle linee pure e senza tempo, che dialogavano con l’architettura come parti integrate dello spazio abitativo.

Dal laboratorio al mito

La Grand Confort fu prodotta inizialmente da Thonet France, poi nel 1965 Cassina ne ottenne i diritti di produzione esclusiva, inserendola nella collezione “Le Corbusier, Pierre Jeanneret, Charlotte Perriand”, e contribuendo alla sua diffusione internazionale. Con il tempo divenne una delle icone più riconoscibili del design del Novecento, adottata da musei, gallerie e interni di rappresentanza come simbolo di eleganza razionale.

La poltrona esiste in due versioni principali: LC2, più compatta e proporzionata, e LC3, più ampia e rilassata. Entrambe incarnano lo stesso principio costruttivo: la separazione tra struttura portante e imbottitura, l’idea di un comfort progettato secondo logiche ingegneristiche. Non è un caso che ancora oggi la Grand Confort sia prodotta con gli stessi materiali e proporzioni originali, confermando la validità assoluta del suo progetto.

Un simbolo della modernità

A quasi un secolo dalla sua creazione, la Grand Confort continua a incarnare il sogno del modernismo: unire arte, tecnica e vita quotidiana. È una sintesi perfetta di razionalismo e sensualità, di precisione meccanica e calore umano. Nel suo equilibrio tra rigidità e morbidezza, tra gabbia e libertà, si legge la tensione stessa del Novecento: l’uomo che abita la macchina, ma cerca ancora la propria umanità al suo interno.

Come scrisse Charlotte Perriand, “il design deve rispondere ai bisogni dell’uomo e adattarsi al suo corpo, non il contrario.”
La Grand Confort resta, in questo senso, una delle più alte espressioni di quell’ideale: un oggetto che ha saputo rendere visibile, nella forma di una poltrona, il pensiero di un intero secolo.